TES: Vision

La primissima bozza di una scena del mio libro. E’ stata scritta tanto taaanto tempo fa, l’avevo pure pubblicata nei vari siti/blog che gestivo spinta dall’entusiasmo di essere finalmente riuscita a mettere nero su bianco qualcosa che fino ad allora esisteva solo nella mia testa. Poi la paranoia di essere stata copiata e la vergogna di aver prodotto solo un misero capitolo (tra l’altro ambientato in quello che, un giorno, diventerà il secondo libro della saga) mi hanno portata a cancellarlo dal web. Vuoi il periodo di depressione e il blocco dello scrittore, il mo libro è andato a farsi benedire.

 

Ma il 2017 è stato un ottimo anno da punto di vista dell’umore, grazie a Dragon Age Inquisition. Mi ha ripulita di tutta la negatività, mi ha ridato il buonumore e riempita di speranza e buona volontà.

 

Infatti ho intenzione di rimettermi seriamente a lavorare su Enidian, e proprio per questo voglio condividere con voi quella prima bozza scritta tanto tempo fa. L’ho appena riletta e mi rendo conto che ha i suoi difetti, ma è pur sempre un work in progress!

 

Per chi dovesse averlo già letto, posso dire di non aver apportato alcuna modifica. E’ rimasta la stessa, identica bozza. Non intendo ancora cambiare nulla per il semplice motivo che manca il lavoro su ciò che accade prima e dopo. Quindi è giusto che, almeno per il momento, rimanga una bozza.

Se è la prima volta che lo leggi, ti consiglio di dare un occhio alla trama e alle schede dei personaggi, in modo da farti un’idea di cosa sto parlando.

 

 

* * *

 

 

“Fa esattamente quello che dico, stattene zitto e non combinare guai. Ci siamo capiti? Non mi riterrò responsabile di ulteriori disastri causati dalla tua mancanza di buone maniere”
Il dito di Walca si agitava nervoso davanti al naso del ragazzo, i piccoli occhi circondati di rughe che lo fissavano attentamente, come a controllare che tutto nel suo giovane apprendista fosse in ordine.
Mirohaar, dal canto suo, stringeva forte al petto la pesante valigia del dottore, annuendo ad ogni parola. Aveva seguito il proprio maestro per i corridoi del castello, lo sguardo perso ad osservare la moltitudine di porte e scale che lo componevano. Aveva urtato delle cameriere e per poco la valigia non gli era quasi scivolata di mano, con il risultato che Walca lo aveva subito insultato a bassa voce. Mirohaar aveva quindi stretto bene a sé il prezioso bagaglio al punto da rendere bianche le nocche delle mani, tenendo lo sguardo basso mentre seguiva i passi veloci del dottore.
Una porta alla fine di un largo corridoio si aprì e sull’uscio comparve un giovane vestito con la livrea dei servitori reali. Fece un leggero inchino, ripetuto da Walca in maniera esageratamente pomposa e seguito da un accenno timido del suo apprendista.
“Prego, vi sta aspettando” esordì il valletto, indicando il letto al centro della stanza.
I raggi del sole mattutino entravano da una grande finestra circondata da pesanti tende color rosso rubino. La stanza era molto grande ma al suo interno prendeva posto poco mobilio. Un grande scrittoio era stato sistemato a destra, sotto un’altra finestra, dove giacevano ordinate pergamene scritte in una calligrafia delicata. Un baule di legno finemente intarsiato e due tavolini circondavano il grande letto a baldacchino. La stoffa color avorio era fissata attorno alle sottili colonne in legno da nastri che richiamavano il colore delle tende, rivelando al resto del mondo la signora della stanza, che se stava comodamente seduta su numerosi cuscini e coperta da soffici lenzuola.
“Vostra Maestà” esordì il dottore, avvicinandosi al letto e inchinandosi fino a toccarsi i piedi con la barba. Mirohaar abbassò la testa, rimanendo immobile.
“Mastro Walca, vi ringrazio per aver risposto con così poco preavviso. Per questo vi chiedo perdono.”
“Vostra Maestà è libera di richiedere i miei servigi in ogni momento, e sarà sempre mio dovere rispondere con celerità.”
Mirohaar non osava alzare lo sguardo sulla regina, ma sentiva la donna spostarsi tra le pesanti coperte. Walca si raddrizzò dall’inchino e corse al suo capezzale, aiutandola a sistemarsi comodamente. Le raccolse i cuscini dietro la schiena e tornò ad una certa distanza, le piccole mani rugose strette tra loro ed il sorriso servizievole stampato sul viso.
“Vedo che avete un nuovo apprendista. Non abbiate paura, messere.”
Come il resto del popolo, Mirohaar aveva sempre visto la regina da una certa distanza, quando la famiglia reale si affacciava dall’alto del balcone che dava sulla piazza del castello oppure quando prendeva parte a tornei e celebrazioni. Lienara appariva sempre bellissima e abbigliata con le migliori stoffe del reame; ma da quel poco che era riuscito ad intravedere mettendo piede nella stanza della regina, Mirohaar era rimasto colpito dall’aspetto della giovane moglie di re Jalun.
Vestita di una semplice veste chiara dalle maniche corte, allacciata appena sopra il seno da nastri color turchese e con i capelli leggermente scompigliati raccolti alla ben e meglio sulla testa, Lienara sembrava ancora più bella. Mirohaar deglutì e rischiò di far cadere nuovamente la borsa del dottore.
Walca notò l’impaccio del suo apprendista e, sospirando sconsolato, gli fece qualche gesto nervoso, invitandolo ad avvicinarsi. “Metti tutto lì sopra e fa attenzione a non rompere nulla” sottolineò, indicando lo scrittoio con un gesto rapido della testa.
Mirohaar appoggiò a terra la borsa e si mise a spostare fogli e penne con molta attenzione. Una volta sgomberato lo scrittoio, sistemò la borsa e la aprì, avendo cura di non rovesciare nessuna boccetta. Nel frattempo ascoltava la conversazione che avveniva alle sue spalle tra Walca e la regina.
“Nessun dolore, dottore. Solo dei leggeri crampi al risveglio.”
“Non vi starete affaticando troppo, vostra Maestà? Dovete riposare, lo sapete.”
Lienara sospirò, roteando gli occhi e giocherellando con le lenzuola: quella reclusione forzata la stava facendo impazzire.
“E stata solo una semplice indigestione, tutto qui. Non credete che una passeggiata in giardino mi farebbe bene? Dopotutto lo dite sempre anche voi che una bella giornata di sole e dell’aria fresca sono le migliori medicine per qualsiasi malattia.”
Walca scosse la testa, incrociando le mani dietro la schiena.
“Maestà, non bisogna mai sottovalutare simili reazioni fisiche. Poteva trattarsi di una reazione allergica o, peggio ancora, di avvelenamento. Siete giovane e forte, ma non vorrei mettere fretta alla vostra guarigione.”
“Ma… non ho più vomitato né avuto altri dolori” protestò ancora la regina.
“Ancora qualche giorno e forse potrete fare la vostra passeggiata.”
Dando sempre le spalle, Mirohaar si meravigliò del tono con il quale il dottore si rivolgeva alla regina; ma dopotutto la salute di Lienara gravava sulle sue spalle.
Sistemò le fiale e le erbe come era stato istruito a fare, osservando soddisfatto il proprio lavoro. Walca lo aveva accettato come apprendista solo poche settimane prima, quando Mirohaar s’era presentato alla sua porta chiedendo di poter studiare presso di lui. Il dottore aveva già un paio di assistenti, più o meno della stessa età del giovane, e non era intenzionato a prendersi altri impegni con un diciottenne smilzo sbucato fuori da chissà dove. Mirohaar aveva insistito, presentandosi regolarmente alla sua porta ogni mattina. Alla fine la pazienza di Walca aveva ceduto e il vecchio dottore aveva acconsentito a prenderselo in casa.
Per questo motivo l’apprendista era rimasto sorpreso quando quel mattino il vecchio gli aveva ordinato di seguirlo. Era normale che il dottore portasse con sé un aiutante nei suoi giri, ma Mirohaar non si aspettava che un incontro con i reali in persona arrivasse così in fretta.
“Spostati, mi fai solo perdere tempo!”
Walca diede uno spintone al proprio apprendista, facendogli quasi perdere l’equilibrio. Il dottore s’era avvicinato alla scrivania, intento ad osservare le erbe a propria disposizione. Raccolse una boccetta, portandosela talmente vicina al viso da sfiorarla col naso; fece lo stesso con altre due di tipo diverso. Mirohaar sorrise, mordendosi il labbro.
“Messere, potreste gentilmente portarmi un po’ d’acqua?”
Mirohaar spostò rapidamente lo sguardo verso il letto, rendendosi conto che la regina in persona chiedeva di lui. Il ragazzo arrossì, guardando nervosamente i presenti. Walca non si voltò nemmeno e si limitò ad agitare una mano per aria.
“Avanti, cosa aspetti? Sbrigati, su su!” furono le parole del vecchio maestro, prima che tornasse a fissare brontolando le sue preziose boccette.
Il ragazzo si guardò intorno e notò la presenza di una brocca su uno dei tavolini accanto al letto. Si avvicinò rapido, facendo un timido inchino. Con mano tremante versò l’acqua in un bicchiere di vetro.
“Borbotta peggio di una pentola di zuppa, ma sa il fatto suo. O almeno lo spero” bisbigliò Lienara, sorridendo. Mirohaar arrossì e sorrise a sua volta. Sollevò il bicchiere dal tavolino molto lentamente, desiderando non fare pessime figure davanti alla regina, mentre il timore di rovesciare l’acqua rendeva instabili le sue mani.
“E non dovete avere paura di me. Dopotutto abbiamo la stessa età, o sbaglio?”
“Ho diciassette anni, vostra maestà.”
“Siete più giovane di me, accidenti. Sto perdendo il mio occhio indovino. Allora potete trattarmi come una povera, vecchia regina relegata a letto da un decrepito brontolone” esclamò, ridendo.
Mirohaar s’era immobilizzato con il bicchiere stretto tra le mani, indeciso se ridere della battuta o contenere il proprio entusiasmo. La regina era radiosa, resa forse ancora più bella dai raggi del sole che inondavano la stanza. Gli occhi verdi brillavano di gioia ed il ragazzo si ritrovò suo malgrado a sorridere in risposta.
“Vi ho sentito, vostra maestà. E se state parlando significa che il mio inutile apprendista non vi ha ancora portato il bicchiere d’acqua che gli avevate gentilmente chiesto. Giusto Mirohaar?” commentò Walca, girando la testa per meglio fulminare con lo sguardo il ragazzo.
“Oh non siate così cattivo con lui, messer Walca. Rischiate di rimanere senza aiutanti se li fate sempre fuggire col vostro fare burbero ed antipatico” lo stuzzicò Lienara.
“Seguirò questo saggio consiglio, vostra maestà” rispose il vecchio, prodigandosi in un inchino, prima di tornare al lavoro.
La regina fece un occhiolino al ragazzo, soddisfatta della vittoria appena ottenuta.
La noia causata dalla reclusione forzata le stava diventando insostenibile. Avrebbe voluto alzarsi da quel letto e correre all’aria aperta, assaporare il calore dei raggi del sole e respirare il profumo dei fiori. Invidiava quel giovane che ora se ne stava in piedi accanto a lei; avrebbe scambiato volentieri il proprio essere regina con il suo paio di pantaloni stinti e la tunica troppo corta. Osservò meglio l’apprendista di Walca e notò che, a parte la povertà degli abiti, aveva un aspetto piuttosto nobile. Portava sciolti i capelli neri come il carbone, le ciocche che sfioravano appena le spalle. Era piuttosto alto e dimostrava di essere più adulto della sua età. Ciò che colpì Lienara, però, furono gli occhi dall’aria malinconica, di un colore verde che richiamava le chiome rigogliose della misteriosa foresta di Durnira.
“Mirohaar. Vi chiamate così, non è vero?”
“Esatto, vostra maestà.”
“Non credete sia ora di passarmi il bicchiere d’acqua?”
Lienara sorrise della timidezza e del timore reverenziale del giovane. Era sicuramente imbarazzato di trovarsi nella camera da letto di una regina e l’atteggiamento burbero che il vecchio dottore aveva nei suoi confronti non lo aiutava a stare più rilassato. Da parte sua, Mirohaar fissò le proprie mani, che ancora stringevano saldamente il calice di vetro. Si sentì uno stupido ed un maleducato per essersene rimasto fermo immobile senza rendersi utile.
“Vi chiedo scusa, vostra maestà. Sono infinitamente dispiaciuto. Ecco, tenete” e le porse il bicchiere con un gesto più rapido di quanto avesse voluto, ed abbassando lo sguardo per la vergogna.
“Mirohaar, non dovete preoccuparvi per così poco” aggiunse la regina, mentre allungava la mano.
Per un breve istante il bicchiere venne sostenuto dalle mani di entrambi e, senza fosse loro intenzione, le dita della regina sfiorarono quelle del giovane apprendista.
Fu come se una forza improvvisa li attirasse in un luogo dove regnavano solamente buio e silenzio. Le loro mani si stringevano salde mentre il nulla li avvolgeva, rendendo invisibili l’una all’altro. Mirohaar provò ad urlare, ma si sorprese nel sentire che nessun suono usciva dalle sue labbra. Lienara, terrorizzata, vide una scia di debole luce verde uscire dal corpo del giovane apprendista, luce che piano piano ridiede forma ai loro corpi, fino a diventare una sorgente talmente accecante da costringere entrambi a socchiudere gli occhi.

La luminosa Sidiel ha inondando con i suoi potenti raggi l’amato Enidian per molti, molti anni. Ho atteso a lungo ed ora finalmente è giunto il momento. La bianca signora dormirà ed il mio spirito risorgerà…

La voce calda ed antica avvolse Mirohaar e Lienara, e fu come se quell’entità misteriosa parlasse direttamente nella loro testa. I due giovani non ebbero il tempo di fare domande che un forte vento improvviso li colpì, e la luce verde sparì. Un boato spaventò la regina, che si strinse al giovane apprendista, ed entrambi videro una figura emergere poco distante. Era avvolta da fiamme verdi, ed i capelli ondeggiavano nel vento come lingue di fuoco. Quella sagoma scura dalle forme umane alzò le braccia ed un drago di luce uscì dal suo corpo. L’animale volò nel vuoto per qualche istante, prima di lanciarsi contro Lienara e Mirohaar.
Il rumore di vetri infranti colpì le orecchie dei due giovani, portandoli alla realtà. Non erano più avvolti dal buio e la figura scura dai capelli rosso fuoco era sparita, così come il drago di luce verde.
“Stupido ragazzo! Guarda che hai fatto” urlò Walca, che con uno strattone allontanò Mirohaar dalla regina. La mano di Lienara, che fino a quel momento non aveva mai lasciato quella del giovane, rimase sospesa per aria.
“Maestà, vi siete fatta male? Perdonatelo, è un povero ragazzo sbucato fuori da nulla. Me ne libererò il prima possibile.”
Mirohaar non badò alle parole aspre del dottore e continuò a fissare la regina. Avevano visto entrambi la stessa cosa, non potevano esserci dubbi. Lienara sembrava terrorizzata e non aveva mai smesso di guardarlo dritto negli occhi, come a chiedergli spiegazioni. Il giovane appoggiò una mano sul petto, sentendo il cuore battere all’impazzata ed un’energia immensa scaturire dalla piccola pietra che portava al collo.
“Mastro Walca, ora desidero risposare” ordinò la regina, con voce tremante e simile ad un bisbiglio.
“Subito Maestà” rispose il medico, inchinandosi rispettosamente. Dopo aver insultato e picchiato il giovane apprendista affinché si sbrigasse nel riporre le medicine nella valigia, Walca e Mirohaar lasciarono le stanze della regina.
“Maledetto il giorno che ti ho preso con me. Lo sapevo! Sapevo che non dovevo farmi fregare da uno come te!” inveì il vecchio, mentre si allontanavano lungo il corridoio. Il giovane non lo stava ascoltando, ancora frastornato da quello che era appena successo. Un dito puntato lo costrinse a fermarsi e a fissare il medico.
“Non voglio più vederti. Prendi le tue cose e vattene” sibilò Walca.
Mirohaar aprì bocca per rispondere, ma fu interrotto da una voce alle sue spalle. La cameriera della regina lo stava chiamando.
“Sua Maestà Lienara richiede la vostra presenza con la massima urgenza. Seguitemi, subito!”
“Vi farà tagliare la testa, lo dico io! Ben vi sta” rise Walca, afferrando la valigia delle medicine e allontanandosi a passo svelto.

 

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