DAGGER: CAPITOLO 7.6

9 Marzo 1194
Giorno 11
Blackrod

Un limpido fascio di luce raggiunse le sue palpebre ancora chiuse strappandole un lamento e facendola nascondere sotto le calde coperte di pelliccia.
“Sorgi e brilla principessa!”
“Non mi va… ancora cinque minuti!”
“I preparativi sono già a buon punto, alzati o ti perderai la nostra partenza”
“Che partenza… dai mamma, ho fatto tardi ieri…”
“Faith io e la gang ce ne stiamo andando”
“COSA?!?” si alzò a sedere di scatto, ancora con gli occhi chiusi. Si costrinse ad aprire faticosamente le palpebre pesanti e vide che Djaq aveva aperto la finestra della stanza e stava guardando fuori godendosi l’aria frizzante dell’alba.
Un gallo continuava insistentemente a strillare sotto la sua finestra e in breve tempo si rese conto che la casa, così come il cortile interno, erano animati dal suono dei preparativi per l’imminente partenza degli ospiti.
“Buongiorno Djaq” disse con voce assonata.
Si alzò lentamente dal letto e si diresse alla toletta. L’acqua gelata nel catino fece subito effetto ed in meno di un secondo era sveglia e lucida, beh quasi.
Raccolse i capelli in un nodo sulla cima della testa ed indossò i vestiti che aveva usato per il viaggio fino a Blackrod che Djaq le stava porgendo.
“Ma sono vostri… io non…”
“Tienili, i vestiti non ci mancano, John li cuce per noi” le sorrise la ragazza saracena “Ai ragazzi farà piacere sapere che li hai tu, in più non possiamo certo mandarti in giro con il tuo vestito strappato, e tanto meno con quello che ti ha donato Sir Roger…” un altro sorriso “E poi ti servirà qualcosa di comodo se qualsiasi cosa dovesse andare storta a York, a questo puoi facilmente togliere la sottana per tenere solo i calzoni. John ne ha fatti un paio così per me, su suggerimento di Will” Djaq sembrava particolarmente felice quella mattina. Faith gliene chiese il motivo, mentre si vestiva e la ragazza le disse semplicemente “Cominciava a mancarmi casa”
Faith annuì con un sorriso malinconico. E Djaq in tutta risposta la abbracciò, sorprendendola.
“È stato bello conoscerti, Faith. Davvero. Avrei voluto avessimo più tempo.”
“Per me è lo stesso Djaq, dico sul serio” si staccò dall’abbraccio e cominciò a frugare nel suo borsone, continuando a mugugnare finché finalmente non trovò sul fondo della pesante sacca la sua dose giornaliera di antidolorifici, che ingurgitò annaffiandoli con un bel bicchierone d’acqua. In quel momento Djaq chiese con tono indifferente: “Quindi con Esca… è stata una di quelle cose che mi dicevi del futuro? Andare a letto insieme senza…”
“COSA?” il contenuto del bicchiere finì metà vaporizzato nell’aria fra di loro e metà a terra colando direttamente dal mento di Faith che si asciugò rapidamente con una manica
“Come scusa?”
“A giudicare dalle facce dei ragazzi, credo che tutti abbiano pensato che voi…”
“Beh, i ragazzi si sbagliano. Sono andata da lui per chiedergli il suo aiuto. Mi accompagnerà a York oggi.”
“Ed è per questo che ti stava seguendo verso la tua camera mezzo nudo?” Djaq sembrava poco convinta
“Avevo già lasciato la sua stanza quando ho sentito il vostro berciare.” spiegò Faith con una leggera punta di acredine “Probabilmente Esca si stava coricando, quando deve aver sentito, come me, il rumore al piano di sopra. Mi ha semplicemente raggiunto sulle scale. Era un caso che fosse a petto nudo. Per quanto una piacevole vista”
“Senza offesa Faith, ma c’era bisogno di andare da lui nel cuore della notte per chiedergli se poteva accompagnare te ad Allan a York?” Djaq pareva scettica
“No, infatti. Accompagnerà solo me”
“Che intendi?”
“Non ho intenzione di trascinare Allan a York. Voglio che resti qui. Al sicuro, a continuare la sua nuova vita. Il più a lungo possibile.”
“Non riuscirai a convincerlo a restare.”
“Non mi serve convincerlo”
“Faith, non credo che dovr-”
“Ricordi quando ti ho parlato della sua tomba a Sherwood?”
“Certo”
“Siamo riusciti a datarla quella tomba. Se non faccio nulla, la tomba che troverò nel 2010 sarà scavata entro qualche mese al massimo. Entro qualche giorno, più probabilmente. Lui deve restare qui.” Faith notò che ad ogni parola lo sguardo di Djaq si faceva più intenso, più serio.
“Ti serve qualcosa? Hai bisogno d’aiuto?” il tono preoccupato della ragazza fece sorridere Faith. Allan aveva già dei veri amici. Doveva solo lasciarli avvicinare abbastanza.
“No, ho un piano”

 

Era già giunto il momento dei saluti.
Scivolò fuori dalla casa il più in fretta possibile, fin troppo consapevole degli sguardi che molti dei servitori le stavano riservando.
Nel cortile esterno e nello spiazzo di fronte alla costruzione delle stalle, il viavai era tale che le ricordò quasi ridicolmente l’affaccendarsi dei meccanici alla pit lane di una corsa di moto.
Cinque cavalli erano allineati nella fioca luce dell’alba, uno accanto all’altro con numerosi uomini che si accalcavano attorno a loro, finendo di sellarli, strigliandoli, sistemandone i finimenti, reggendo davanti ai loro nasi morbidi ampi secchi contenenti avena o acqua.
Riconobbe Ruby e gli si avvicinò tendendo la mano verso il suo muso.
“Io non lo fare se fossi in te, ha la brutta abitudine di mordere, se non hai fra le dita qualcosa che possa mettere sotto i denti” la voce di Allan era impastata e roca ed aveva parlato con un tono tale che fece intuire a Faith che doveva avere un mal di testa particolarmente pungente. Non di meno le sorrise e con un gesto teatrale recuperò una mela che aveva in tasca, ne lasciò la presa facendola rotolare lungo l’avambraccio e la lanciò verso di lei con un colpo secco del gomito. Faith la prese al volo e la avvicinò alle labbra di Ruby, che parve dimostrare l’apprezzamento con un paio di ampi dondolii della testa, avvicinandosi a lei ed appoggiandole il muso fra il fianco e la piega del braccio.
“Avrai un ritorno più facile amico, nessun incapace alla guida”
“Pensavo di lasciar partire i ragazzi e poi prepararci per York” le disse Allan, avvicinandosi per poter parlare ancora più a bassa voce
“Allan… quello che ti ho detto ieri sera…”
“Neanche per sogno. Non ci andrai da sola”
“Ma non…”
“Buongiorno! Non è una splendida mattina per salvare il regno?” Robin si stava avvicinando a grandi passi con un bel sorriso stampato in faccia che non riusciva a mascherare del tutto la preoccupazione nei suoi occhi.
Dietro di lui Much si trascinava due bisacce cariche di cibo, borbottando contro il suo padrone che aveva categoricamente rifiutato di accettare anche un solo fagiolo in più. Will e Djaq seguivano a poca distanza sorridendo alle rimostranze di Much.
Con un fischio secco Robin chiamò il suo cavallo che si avvicinò senza troppo entusiasmo mentre Allan si portava i pollici alle tempie cercando di alleviare il fastidio causato da un suono tanto acuto. Mentre Robin fissava l’arco e la faretra alla sua sella, Faith rovistò nella saccoccetta che aveva allacciata alla cintura in cui aveva riposto l’I-phone, il suo I-pod e qualche medicina e ne estrasse un paio di blister senza farsi notare. Recuperò una pillola da ognuno dei due e le nascose nel palmo della mano.
Anche il quella confusione non le ci volle molto per trovare un boccale e riempirlo d’acqua.
“Prendi. Medicamenti dal futuro. Per il mal di testa” poggiò le due pasticche sul palmo della mano di Allan che le fissò interdetto “Butta giù” aggiunse porgendogli l’acqua. Forse era troppo dolorante o troppo intontito per ribattere, ma fece come gli veniva detto. “In qualche minuto dovrebbero fare effetto”
“Lo spero. Sono a pezzi”
“Ti ci vorrebbe una bella dormita. Del riposo…”
“Faith…”
“Buongiorno a tutti!” Sir Roger ed Esca si stavano avvicinando e non sembrava esserci tensione fra loro. Faith ne fu sollevata. Avvicinandosi Esca le fece l’occhiolino e lei sorrise di rimando.
“È già tempo dei saluti? Non intendete restare a consumare la colazione?” chiese speranzoso Sir Roger
“No, grazie Sir, non posso pensare di ritardare ancora la partenza. Vi ringrazio per tutto quello che avete fatto per noi, ma ora dobbiamo davvero andare. Grazie ancora” tese il braccio verso il signore di Blackrod ed entrambi si scambiarono una sincera e vigorosa stretta all’avambraccio. I saluti ed i ringraziamenti furono ripetuti anche dal resto della gang, ma accompagnati da più modesti cenni del capo e da mani portate al petto in segno di rispetto. Mentre Djaq li salutò secondo le usanze del suo paese portando la mano destra prima al cuore, poi alle labbra, alla fronte ed infine verso l’interlocutore.
La gang si assicurò un’ultima volta di aver preso con se tutto il necessario e poi, uno alla volta, con i cavalli alle briglie, si diressero a piedi verso il sentiero. Allan e Faith li seguirono in silenzio, come se tra loro fosse stato stretto un tacito accordo per cui il loro addio l’avrebbero dato lontano da occhi estranei.
Quando furono giunti all’arco ogivale di pietra si fermarono tutti, ancora una volta senza che ci fosse stato bisogno di mettersi d’accordo.
Robin si rivolse a Faith, le prese la mano fra le sue e posandole un leggero bacio sulle nocche disse “È stato un onore” Faith attese che sollevasse lo sguardo e lo attirò in un abbraccio tanto stretto da fargli mancare il fiato, per buon divertimento degli altri
“Per me è stato un onore, Robin. Ti ringrazio. Per tutto! Tutto.” E con un rapidissimo movimento degli occhi indicò Allan e Robin le sorrise ancora
“Se mai decidessi di tornare a Sherwood, considerati arruolata” fu il turno di Faith di sorridere, si portò la mano al collo e agganciando con le dita il semplice cordino estrasse dalla scollatura del vestito la targhetta che le aveva consegnato Will.
“Noi siamo Robin Hood” disse e con un brivido di emozione si rese conto che tutti gli altri stavano ripetendo quelle parole
Poi fu il turno di Much e di Will ed entrambi la abbracciarono con una tenerezza che quasi la commosse, augurandole il meglio e di poterla rivedere un giorno, e ringraziandola per ciò che aveva fatto a Nottingham. Salutò Djaq nello stesso modo in cui avrebbe salutato una vecchia amica, anche se la conosceva solo da qualche giorno.
Quando, a malincuore si separò anche dall’ultimo abbraccio, Faith li fissò uno alla volta e con evidente emozione raggiunse l’interno della sua borsa estraendone un rotolo di carta legato con uno spago di corda.
“Questo è per voi. È solo un piccolo ricordo, non ho avuto modo di lavorarci quanto avrei voluto…”
Robin accettò il dono con sguardo incuriosito, slacciò lo spago e srotolò il foglio stretto e lungo.
E rimase senza parole.
“Faith è…”
“Meraviglioso!” esclamò Djaq che stava sbirciando sopra la spalla di Robin.
Faith vide avvicinarsi a Robin anche Will, Much ed Allan e le loro espressioni farsi stupite nel momento in cui riuscirono a vedere la superficie del foglio.
“Siamo noi…” commentò incredulo Much “come…?”
“Diciamo che ho avuto qualche difficoltà ad addormentarmi nelle ultime sere… spero vi piaccia, è più stilizzato dei lavori che faccio di solito, ma spero…”
“Siamo noi.” disse Robin sorridendole e in qualche modo lei riuscì a capire che il fuorilegge intendeva sottolineare che era comunque riuscita a catturare la loro natura. Faith non poté fare a meno di arrossire.
Vide gli occhi dei ragazzi posarsi sul foglio e le pareva quasi di intuire cosa ognuno di loro stesse fissando.
Al centro del disegno campeggiava un’immagine a mezzo busto di Robin, le braccia incrociate all’altezza del petto, lo sguardo puntato sull’osservatore e un sorriso di scherno sul volto, alla sua destra il busto quasi completamente celato dal suo scudo lavorato, Much scrutava un punto lontano guardando sopra la propria spalla. Oltre la sua immagine una macchia scura di graffite andava a delineare parte del lungo cappotto di pelle di Little John, che dava le spalle agli altri, ma che teneva lo sguardo nella loro direzione, con espressione calma. Alla sinistra di Robin, stava Djaq con lo sguardo puntato oltre la sinistra dell’osservatore, impugnando una spada ricurva che teneva in diagonale sotto il mento sfidando tutti con un ghigno. La sovrastava l’immagine di Will, un’espressione calma mentre si fissava le mani intrecciate a richiamare una specie di ingranaggio. Al suo fianco, leggermente distaccato dagli altri ed un po’ più in piccolo, il ritratto di Allan, le mani allacciate sui fianchi e gli occhi fissi sul resto della gang.
Faith vide Allan allungare la mano verso il disegno e poggiare le dita nel punto in cui lei sapeva esserci la sua immagine. Ma prima che potesse muovere i polpastrelli sulla graffite, un sonoro schiaffo lo costrinse a ritirare la mano di scatto
“Non toccare!” intimò Much indignato “Lo rovineresti con quelle zampacce!” precisò poi, rispondendo all’espressione esageratamente ferita di Allan e strappando una risata a tutti i presenti tranne che ad Allan.
“È davvero incredibile Faith. Stupendo. Credo che la gang non abbia mai ricevuto un regalo più bello” le disse Robin attirandola in un altro abbraccio “Grazie. Di tutto”
“Mi mancherete, tutti” disse infine Faith e vide che gli altri le sorridevano di rimando, annuendo.
“Addio” disse con un filo di voce, sentendo la tristezza serrarle la gola.
In quel momento notò che Allan faceva un gesto d’assenso a Robin, e quest’ultimo slacciarsi in borsello dalla cintura.
“Un’ultima cosa. Prendi questo” Robin le stava porgendo il sacchettino di cuoio scuro.
Faith lo soppesò fra le mani ed incuriosita ne aprì i lacci studiandone il contenuto. Era pieno di pietre preziose, quasi due manciate abbondanti di pietre dall’altissimo valore, diamanti, rubini, zaffiri e smeraldi.
“Robin, non esiste. Non posso. Saranno più utili a voi” e allungò il braccio per restituirle
“Prendile. Non sappiamo cosa ti aspetta. Non possiamo essere con te, ma il minimo che possiamo fare è darti qualcosa che possa comprarti una via di scampo da qualsiasi cosa ti capiti. Senza contare che senza di te non avremmo tutto ciò che abbiamo conquistato”
“Robin, non posso è troppo..”
“Mettiamola così, se ripasserai per Sherwood potrai restituire quello che non ti è servito” e così dicendo respinse la sua mano tesa.
L’idea di accettare quel regalo le pareva un furto, ma d’altra parte Robin aveva ragione. Nessuno di loro aveva idea di cosa l’aspettava a York. E qualsiasi cosa sarebbe venuta dopo York era ancora più imprevedibile. Si disse che sarebbe stato da stupidi non accettare.
“Grazie Robin, farò in modo di fartele riavere” ed era vero. Se le fosse riuscito, avrebbe fatto in modo di far tornare quelle pietre nelle mani della gang.
Faith allora si fece da parte e vide Allan dare un veloce abbraccio a Djaq e stringere la mano prima a Will che ricambiò attirandolo a se circondandolo velocemente con il braccio libero e poi a Much, che lasciò parlare lo sguardo, facendogli capire che per lui le cose erano tornate a posto.
Quando fu il turno dei saluti con Robin, i due rimasero a guardarsi per qualche secondo senza dire nulla, poi il fuorilegge di Locksley sorrise al suo traditore e lo attirò in un abbraccio.
“Non mandare tutto a rotoli questa volta. O fallo. Fallo se trovi un piano C. Ma solo in quel caso.”
Allan rispose solo con un sorriso
“Buona fortuna Robin, se ti servisse aiuto, fa un fischio”
“Buona fortuna Allan, lo stesso vale per te”
Tornarono alla casa silenziosamente, ognuno perso nei suoi pensieri, poi Faith si accorse che gli occhi di Allan stavano cominciando a farsi pesanti.
Trotterellò avanti fino alla casa e rintracciò Sir Roger ed Esca.

 

Posizionò il rotolo di carta e la breve lettera sul tavolo alla sinistra del letto e si prese un momento per respirare profondamente e cercare di calmarsi.
Sir Roger ed Esca avevano portato a braccia Allan nella stanza del suo defunto padre quando si era addormentato su una panca vicino alle stalle. Vi ci si era trascinato con passo pesante, si era seduto ed in meno di un minuto era caduto in un sonno profondo.
Ovviamente le pillole che gli aveva dato non erano per il mal di testa. Beh, non solo. Se tutto fosse andato secondo i piani non si sarebbe svegliato prima di sera, ed allora, anche se avesse voluto raggiungerli sarebbe stato chiaro anche a lui che era troppo tardi.
Il signore di Blackrod ed il suo scudiero l’avevano guardata stupiti, chiaramente non potevano immaginare come fosse riuscita a metterlo k.o., ma non avevano fatto domande.
I suoi bagagli già pronti l’attendevano sul pianale del carro con cui Esca l’avrebbe accompagnata a York e Sir Roger si era assicurato che in quei bagagli inserisse anche i due vestiti che aveva indossato la sera prima. Ora le restava solo quell’addio.
Un altro respiro profondo, ma non riusciva a costringersi a voltarsi e guardarlo.
Recuperò l’I-phone e si impose di fissare l’icona della localizzazione, sperando che la aiutasse a fare ciò che andava fatto.
Ed in qualche modo funzionò.
Allan giaceva sul letto, nella stessa posizione in cui era stato lasciato da Sir Roger, le gambe e le braccia leggermente divaricate, completamente dimentico del mondo che lo circondava.
Si avvicinò e sedette sull’ampio letto accanto a lui. Si prese il tempo per osservarlo, studiare ogni sua fattezza ed essere certa di ricordare ogni cosa di lui, dalla curva delle gambe, alla forma delle spalle, dai graffi sulle nocche delle mani ai palmi resi ruvidi dai calli, dal profilo del suo viso alla valle che dal pomo d’Adamo scendeva verso il petto. Avrebbe voluto poter vedere i suoi occhi un’ultima volta, ma sapeva che quelli non li avrebbe dimenticati.
Allungò la mano e con la punta delle dita gli sfiorò la fronte, spostando un ciuffo ribelle di capelli e seguendo la forma dell’arco del sopracciglio, scendendo lungo la mandibola lungo il percorso della sua barba leggera fino alle labbra. Si rese conto che stava piangendo solo quando una lacrima, dopo aver compiuto il suo percorso lungo il suo viso atterrò sulla guancia di Allan. La asciugò con una carezza.
Si chinò su di lui e gli posò un lunghissimo e leggero bacio sul labbro inferiore, ed uno più piccolo all’angolo della bocca.
Quando si chiuse la porta alle spalle le sue guance erano già asciutte, ma i suoi occhi ancora pieni di lacrime.

 

“Bambina mia non so davvero come ringraziarti” le disse Sir Roger appena raggiunse lui ed Esca al carro. Le gli rispose con un sorriso triste.
Esca aveva riportato a Sir Roger quello che lei gli aveva chiesto quando erano rimasti soli nella piccola stanzetta buia dello scudiero. Era chiaro da come Sir Roger la guardava.
“Esca starà con te finché non sarai al sicuro” le disse con tono paterno
Faith lo fissò e le parole le uscirono prima che potesse pensarci. Aveva fatto quello che poteva per tenere al sicuro Allan, ma sentiva che doveva qualcosa anche ad Esca. Per come aveva deciso di aiutarla, senza chiedere nulla in cambio, tranne forse quel bacio rubato sotto la pioggia.
“Spero di non essere troppo invadente Sir Roger, ma penso che dovreste aver più… ehm… considerazione di lui” con lo sguardo indicò lo scudiero che stava sistemando i finimenti attorno al muso del cavallo.
“Ho un’altissima considerazione di lui, mia cara. E lui lo sa bene” Faith prese il nobile per mano e con una delicata stretta cercò di esprimere tutta la dolcezza del suo interessamento per il giovane
“So che lo considerate come un figlio, e vedo che lui vi considera alla stregua di un padre… mi è stato chiaro nel momento in cui ce lo avete presentato alla vostra tavola. So che può sembrare un pensiero assurdo, so che voi siete così contento di aver ritrovato l’erede di vostro fratello… ma ora che questa missione che vi eravate assegnato è compiuta, dovreste pensare alla vostra famiglia, e se è vero che vi considerate troppo vecchio per prender moglie, come mi avete detto solo un paio di giorni fa… beh esistono molti modi per far entrare una persona in una famiglia… riconoscere un figlio illegittimo potrebbe…” lanciò una seconda occhiata a Esca
“Illegittimo!?!”
“Non è la verità, ma che importanza può avere? Non so se capite cosa voglio dire… voi siete già una famiglia! E i diritti e doveri… il peso è più sopportabile se lo si condivide… E ad Allan farebbe molto comodo un cugino che conosca questo posto… Ed Esca, lui ama questo posto almeno quanto voi e lo vuol veder prosperare!” Faith fece una pausa e vide che Sir Roger era rimasto senza parole “Scusatemi mio signore, tutto questo non mi riguarda. Non avrei dovuto dire nulla” ritirò le sue mani che erano ancora strette attorno a quelle di Sir Roger e sentì nel silenzio del nobile che probabilmente si era spinta troppo oltre.
“Siete davvero una donna incredibile, sapete” il suo tono era sospettosamente pacato.
Faith cominciò a temere che da un momento all’altro avrebbe cominciato a prenderla a schiaffi.
“Esca mi ha raccontato tutto di ieri…” Faith sentì sprofondare il cuore all’idea che Esca avesse raccontato tutto della sera precedente a Sir Roger
“Mi ha detto di come gli avete chiesto di cercare di essere un amico per Allan, per il bene suo e di questo posto. Mi ha detto di come l’avete trattato da pari. E per questo vi ringrazio, davvero. Eppure tutto ciò non basterebbe a garantire il diritto di suggerire accomodamenti che vanno oltre la comprensione di una giovane…”
“Perdonatemi signore io…” disse quasi piagnucolando. Non voleva che il suo addio con Sir Roger fosse avvelenato dalla rabbia.
“Siete stata qui solo due giorni e-…”
“Vi prego Sir Roger, dimenticate tutto quello che ho detto. Ho pensato di sapere cosa… perdonatemi. Io… Allan ed Esca, sono due uomini straordinari…” la sua arringa di difesa fu interrotta da un singhiozzo incontrollato e due grosse lacrime scesero simultaneamente dalle sue guance arrossate. Doveva smetterla di piangere. Piantarla con tutta quella stupida emotività. Ma non ne era capace.
Sir Roger le prese il mento fra il pollice e l’indice costringendola ad alzare lo sguardo
“No, no bambina… non piangere. Stavo dicendo: siete stata qui solo due giorni eppure avete notato così tante cose… mi è chiaro come… pensate a loro. Comprendo che ciò che avete appena detto, per quanto fuori luogo, è stato detto con passione e partecipazione e sentimento. Capisco cosa i miei ragazzi vedono in voi… sarà difficile per voi, ma non cambiate.” le asciugò le guance, le posò un leggero bacio sulla fronte e la aiutò a salire sul carro accanto ad Esca
“Addio Milady, vi auguro il meglio. Prendetevi cura di voi.” le disse mentre le ruote del carro scricchiolavano contro il terreno sassoso.
I suoi ragazzi, così li aveva chiamati Sir Roger. Faith sorrise mentre si aggiustava il cappuccio sugli occhi per ripararsi dalla brezza pungente del mattino.

 

Erano passate almeno un paio d’ore da quando avevano lasciato Blackrod ed ancora nessuno dei due aveva pronunciato una sola parola.
Esca aveva mantenuto il passo dei cavalli ad una velocità non troppo sostenuta, ma costante. Non avevano motivo di nascondersi, non erano dissimili ad una qualunque coppia di contadini che si spostasse verso il mercato di una grossa città, e di conseguenza non erano stati obbligati ad evitare le strade battute e di più rapida percorrenza.
Fu Esca, dopo averle lanciato l’ennesimo sguardo con la coda dell’occhio, a rompere il silenzio.
“Sei solo sua amica, ma ne sei innamorata” non era una domanda, ma un’affermazione.
“Esca, io davvero… non mi va di parlarne” rispose lei. Si sentiva esausta anche se erano solo all’inizio del loro viaggio
“Non c’è molto da dire, è piuttosto evidente, basta guardarti” continuò lui
“Esca, per favore”
“Credo solo che ti farebbe bene ammetterlo, non è così complicato” disse lui sottolineando l’ultima parola, che lei aveva utilizzato così spesso negli ultimi giorni
“Non posso esserne innamorata, lo conosco da troppo poco tempo” disse Faith con tono neutro
“Stronzate, basta poco per innamorarsi. Siamo d’accordo che per amare una persona bisogna conoscerla, ma per innamorarsi… per innamorarsi basta uno sguardo a volte.”
“Certo…” concordò Faith tutt’altro che convinta
“Ehi, parlo per esperienza personale!”
“Beh non deve essere andata troppo bene neppure a te, se ti trovi su questo carretto con me!” commentò sarcasticamente Faith, ma se ne pentì istantaneamente quando lo vide irrigidirsi e fissare lo sguardo di fronte a se
“Scusa… scusa è stata una cattiveria gratuita, scusa. Io non so che mi prende…”
“Io si” le disse dolcemente Esca scrutandola da sopra la sua spalla destra “comunque hai ragione, non è finita bene. No, no tranquilla, lei sta ancora benissimo” si affrettò a precisare, quando vide Faith impallidire all’idea che il perduto amore di Esca fosse deceduto in qualche drammatica circostanza.
“Allora è lei che ci ha perso. Peggio per lei” gli disse raggiungendo il gomito di Esca e prendendolo sottobraccio mentre poggiava la testa sulla spalla del giovane. Lo sentì spostare il peso del corpo per adattarsi alla loro nuova posizione.
“Che è successo allora?”
“Qualsiasi cosa pur di non parlare di te ed Allan, eh?”
“Il viaggio è ancora lungo…” gli disse con un sorriso triste, mentre lui annuiva.
“A quanto pare mi sono innamorato dell’idea che avevo di lei, più che di lei…”
“Capita più spesso di quanto ci piace ammettere”
“Alla fine non era… una brava persona. Non con me in ogni caso”
Faith rimase in silenzio, aspettando che lui continuasse, se avesse voluto, o che cambiasse argomento.
“Viveva a Leeds. Io avevo accompagnato Sir Roger diverse volte da suo padre, era… è un mercante molto, molto ricco. Mi piacque subito. E pareva che anche io le piacessi. Abbastanza da chiedermi di tornare più spesso da lei. Di portarle dei pegni d’affetto. Poi un giorno Sir Roger mi mandò da solo in città per una commissione. Andai a trovarla, e lei mi chiese come stava mio padre. «Ancora morto» lei dissi, senza pensarci troppo. E lei si immobilizzò. Venne fuori che per tutto il tempo sia lei che suo padre avevano creduto che io fossi il figlio di Sir Roger, erede del titolo.” Faith non riuscì a trattenere un sorriso all’idea che anche altri avessero notato l’evidente affetto che legava i due uomini. Forse il suo suggerimento non sarebbe passato del tutto inascoltato, alla fine. “Quando ha saputo che ero solo uno scudiero, non ha più voluto vedermi.”
“Stronza” si trovò a commentare quasi senza pensarci Faith “anche se…”
“Anche se?”
“Se qualcuno ti chiede un pegno d’affetto, beh non è mai un buon segno direi…”
“A quanto pare…” ammise Esca.
“Mi spiace Esca, ma non vedo il parallelismo fra me ed Allan, davvero non lo vedo…”
“Il punto è che io ho continuato a corteggiare Edith per mesi e… Mi sei piaciuta da subito Faith, credo che tu questo l’abbia capito immediatamente, non ne ho certamente fatto mistero. E non riuscivo davvero a capire cosa ci fosse fra te ed Allan… Ma vi ho osservati questa mattina, osservati davvero. Eravate semplicemente voi, senza che tu fossi furiosa con qualcuno, senza che lui fosse rimbambito dall’alcol, senza nessuno che vi spingesse in una direzione o nell’altra… vi ho visti insieme per non più di quindici minuti ed era chiaro da come danzavate una attorno all’altro senza neppure rendervene conto, che avevate più di quanto io abbia mai avuto con Edith.”
Faith rimase in silenzio per un lungo istante con gli occhi chiusi, aggrappata al braccio di Esca, dondolando al ritmo incostante del carro
“Forse hai ragione, io… non, non so spiegarlo. Davvero non so spiegare me ed Allan. Ma ora non ha più importanza. Gli ho detto addio. Ho dovuto dirgli addio.”

 

Quando si svegliò, per un attimo Allan fu preso dal panico. Non aveva idea di dove fosse.
Rotolò giù dal letto, raggiungendo rapidamente con la mano destra il punto della schiena in cui teneva infilato nella cintura un piccolo punteruolo, ed assumendo una posizione semi-acquattata di autodifesa.
Quando mise meglio a fuoco la camera, probabilmente aiutato dall’improvvisa ondata di adrenalina, sorrise di se stesso. Quella era la sua camera ora, la sua casa. Se mai fosse tornato da York tutto intero, beninteso. A quel pensiero, una strana sensazione cominciò a farsi strada nelle sue viscere.
La casa era troppo silenziosa. Era stata nel pieno dei preparativi della partenza degli ospiti fino a poco prima e ora…
Si congelò sul posto. Non ricordava di essersi coricato. Non ricordava neppure di essere rientrato nella sua stanza. L’ultima cosa che ricordava era di aver percorso il tragitto dall’arco ogivale verso la casa con Faith.
In tre lunghe falcate fu alla finestra, aprì con malagrazia le imposte ancora chiuse e fu certo di sentire il cuore mancare un battito. Non era la luce dell’alba. E neppure del mattino. Doveva essere pomeriggio inoltrato. Si sporse oltre il davanzale di legno, ispezionando con lo sguardo il cortile alla ricerca del carro che avrebbero dovuto usare per raggiungere York, ma era sparito.
Se prima il cuore aveva mancato un battito, ora correva all’impazzata.
In meno di un secondo fu fuori dalla stanza, scendendo rumorosamente la scalinata interna.
“SIR ROGER!” ruggì prima ancora di raggiungere il piano terra.
Non attese alcuna risposta
“SIR ROGER!” chiamò nuovamente, a voce ancora più alta.
E lo vide sbucare nel salone dalla porta che dava sulle cucine.
“DOV’È?”
“C-cosa?”
“DOV’È?” chiese di nuovo, questa volta raggiungendo il nobile e prendendolo per il bavero della giubba
“Sono partiti questa mattina, meno di mezz’ora dopo Robin”
Allan lasciò andare la presa. Ma rimase così vicino a Sir Roger che le punte dei loro nasi quasi si sfioravano
“Quanto diavolo ho dormito?” domandò a denti serrati
“Almeno otto ore”
“Ott-?… Com’è possibile? Non sono stati i postumi della sbornia.”
“Non.. non lo so. Lady Faith ha detto che avrebbe avuto bisogno del nostro aiuto quando ti fossi addormentato, che non sarebbe riuscita a portarti nella tua stanza da sola, ma non ho idea…”
“Ma certo…” sbuffò Allan capendo solo in quel momento che le due perline bianche che Faith gli aveva dato per il mal di testa dovevano avere lo scopo di metterlo k.o.
Beh, se voleva puntare su quel cavallo, Faith doveva aspettarsi che un giocatore d’azzardo come lui, non si sarebbe arreso per così poco.
“Henry!” chiamò, gli occhi ancora fissi su Sir Roger, come a sfidarlo di fermarlo.
“Signore?” il servitore arrivò al trotto fermandosi di scatto notando il palpabile nervosismo fra i due
“Fammi preparare un cavallo fresco, per favore”
“Allan…”
“No, Sir Roger. Capisco che per voi sia importante che io rimanga qui, ma direi che farla partire da sola è stata a dir poco un colpo basso”
“S-sola? Non è sola? Ha chiesto ad Esca di accompagnarla…”
“Esca?!?”
“Lui è un bravo combattente, saprà difenderla”
“Lei ha chiesto ad Esca di accompagnarla, ma ha drogato me? PERCHÉ?”
“Io credo per proteggerti, figliolo. Forse dovresti dare un occhio a quello che ti ha lasciato in camera…”
Sir Roger non ebbe modo di notare le sopracciglia del nipote schizzare verso l’alto per la sorpresa, visto che Allan stava già correndo al piano superiore, sbattendo contro corrimano e pareti nella fretta di raggiungere la sua stanza.
Si bloccò di scatto sulla porta, quando finalmente vide il rotolo di carta legato con un piccolo laccio azzurro e la lettera appoggiata al tavolo al suo fianco.
Non sapeva leggere molto bene, ma al convento gli avevano insegnato qualche parola, e le lettere che la mano di Faith aveva disegnato sul retro della lettera andavano, senz’ombra di dubbio, a formare il suo nome.
Sedette sul letto, fissando il suo nome vergato sul pezzo di carta. Voleva sapere con tutto se stesso quello che la lettera conteneva, ed allo stesso tempo ne era terrorizzato.
“Tutto bene ragazzo?” Sir Roger fece capolino oltre lo stipite della porta.
“Io… non sono molto bravo a leggere. Ci impiegherei una vita.” disse allungando la lettera allo zio, chiedendogli implicitamente di leggerla per lui
“Non so se è il caso, Allan”
“Per favore!”
Sir Roger prese la lettera dalle mani del nipote e la dispiegò lentamente.
Mentre si schiariva la voce, vide Allan alzarsi dal letto e raggiungere il tavolo per prendere in mano il rotolo che giaceva ancora li, intoccato.

 

Caro Allan,
mi piacerebbe poter dire che questo non è un addio, ma sappiamo entrambi che sarebbe una bugia.
Riesco a vederti, con la tua espressione offesa, mentre scuoti la testa, indispettito per come io sia riuscita a fregare il grande truffatore, alla fine.
Non pensare che non ti volessi con me in questa ultima parte della mia avventura nel tuo mondo. Ma mi hai chiesto di esserti amica ed è quello che, con tutto il cuore, sto facendo.
Tenendoti al sicuro.
Ti prego, permettimi di tenerti al sicuro, tu l’hai fatto con me dal momento stesso in cui i nostri sguardi si sono incontrati.
Ti lascio un piccolo ricordo di me, con il desiderio che sia anche un ricordo di te.
Non permettere che nulla cambi quello che sei. Non perdere l’Allan che amo.
L’Allan che ha sbagliato e sa che al mondo c’è sempre modo di rimediare e di fare ammenda.
L’Allan divertito e divertente, che trova il sorriso anche nei momenti peggiori.
Non perderti.

Con amore
Faith

 

Solo allora Sir Roger alzò lo sguardo su suo nipote e vide che gli occhi di Allan erano pieni di lacrime, e che le sue mani, che stingevano in rotolo di carta ancora intatto, tremavano.
Poi con un gesto rabbioso strappò via il nastrino ed svolse la carta.
Allan rimase senza parole.
Si vide riflesso in quel pezzo di carta come in uno specchio.
Certo non in quel preciso momento.
No. In quel preciso momento uno specchio gli avrebbe restituito un’espressione molto diversa da quella che vedeva sulla carta.
L’Allan di grafite era felice, il suo viso acceso da un sorriso sincero e divertito, mentre l’Allan in carne ed ossa era tutto meno che felice, era l’opposto di felice. Era furioso.
Furioso con Sir Roger, furioso con Esca e sopratutto furioso con Faith. Non poteva negargli un addio. Non ne aveva il diritto, cazzo.
Arrotolò il ritratto e se lo infilò nella tasca interna della giubba e partì a passo di carica, pronto ad uscire dalla sua stanza, ma piantandosi pochi metri più avanti, dove Sir Roger stava usando tutta la sua stazza per bloccargli il passaggio.
Si guardarono negli occhi per un lunghissimo interminabile istante. Fu Sir Roger a rompere il silenzio.
“È troppo tardi ragazzo, mi dispiace… è… troppo tardi” disse, la voce che tradiva l’emozione che provava per il dolore del giovane di fronte a lui.
“Dannazione!” disse trattenendo a stento la disperazione.

 

 

 

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