DAGGER: CAPITOLO 7.9

8 marzo 1193
Giorno 11
York

Rimase immobile in mezzo allo stretto corridoio, sola ed immersa nel buio quasi completo. Le uniche fonti di luce provenivano dalla stanza alla sua sinistra e dalla sala grande giù dalle scale. Il temporale sembrava aver raggiunto il culmine, rompendo il silenzio con tuoni sempre più assordanti e ravvicinati tra loro. Il vento doveva aver aperto alcune imposte in una delle stanze vuote perché si poteva sentirle sbattere con una certa violenza e regolarità. Martine decise di andarle a chiudere e si incamminò lungo il corridoio. Il passo era instabile, segno che il vino ingurgitato a forza stava facendo il suo effetto. Deglutì a fatica, sentendosi la bocca impastata e bisognosa di un bel sorso di acqua fresca. Appoggiandosi alle pareti per non perdere l’equilibrio già precario, raggiunse la stanza che dava sulle scale ed entrò. Sembrava più piccola delle altre, con solo una branda ed una cassa di legno a fare da tavolino. C’erano dei vestiti sparsi sul lenzuolo, sicuramente appartenevano ad uno degli ospiti della locanda. Serrare le imposte non fu facile: il gancio che serviva a tenerle chiuse era andato in frantumi. Martine cerco di capire se poteva recuperare qualcosa dei pezzi sparsi sul pavimento, ma la violenza del vento aveva staccato di netto anche un pezzo di imposta, quindi riparare il gancio era totalmente inutile. Si guardò intorno, ragionando su come risolvere il problema e fu allora che la vocina del cervello si fece largo tra i fumi dell’alcool per perseguitarla.
Ma cosa diavolo stai facendo? Ti metti a sistemare una cazzo di finestra?! Vai da Jack, sveglialo e chiedi spiegazioni sulla mappa, lo scarabeo e compagnia bella!!
Martine decise di ignorarla. Afferrò un’estremità della branda e la trascinò sotto la finestra, facendo più rumore del previsto. Rimase in ascolto per qualche istante, per capire se qualcuno sarebbe venuto a farle altre domande stupide, poi afferrò la cassa di legno e la mise sopra la branda. Fortunatamente le dimensioni di stanze e finestre in quell’epoca erano notevolmente ridotte, quindi la costruzione di fortuna le permise di bloccare senza problemi le imposte. Forse non avrebbe retto, ma fare qualcosa, qualsiasi cosa, le aveva permesso di non pensare ai suoi problemi. Avvolse le imposte con gli abiti per smorzare il rumore ogni volta che il vento decideva di farle sbattere contro la cassa di legno.
Ok ingegnere, ora che hai finito possiamo tornare ai nostri problemi?
Martine osservò in silenzio la sua opera e uscì dalla stanza, chiudendosi la porta alle spalle. Lanciò un’occhiata in fondo al corridoio, tirò su col naso e scese le scale. Prima di lasciare l’ultimo gradino si guardò intorno. Il locandiere sembrava aver ripreso il suo posto dietro il bancone, mentre la cameriera spazzava il pavimento e alcuni ragazzini correvano avanti e indietro dalla cucina con i piatti e i bicchieri superstiti. C’era solo un individuo seduto in uno dei tavoli vicino al camino, la testa nascosta tra le braccia usate a mo’ di cuscino. Martine ricordava di averlo intravisto qualche giorno prima in quella stessa sala, al suo arrivo a York assieme a Guy. Molto probabilmente era stato legato assieme agli altri nella stalla, ma doveva essere talmente ubriaco da non essersi reso ben conto della situazione.
“Lady Wescott! Come posso esservi di aiuto?”
La voce del locandiere la fece sobbalzare, costringendola a scendere anche l’ultimo gradino ed avvicinarsi al bancone. Dovette appoggiarsi con tutto il corpo perché l’effetto del vino stava peggiorando e l’uomo barbuto dall’altra parte si prodigò immediatamente affinché la sua ospite non crollasse sul pavimento. L’afferrò sotto le ascelle e, mentre la trascinava verso la sedia più vicina, le narici di Martine furono invase dalla puzza pungente di sudore che impregnava l’uomo. Storse il naso ma accolse con sollievo la comodità e, soprattutto, la stabilità della sedia. Si lasciò comunque andare sul tavolo, imitando l’altro ospite presente nella sala che se la ronfava della grossa.
“Lady Wescott, volete che chiami sir Gisborne?”
“NO!” urlò, scattando sull’attenti con troppa, eccessiva violenza. “No, grazie. Vi prego, portatemi qualcosa da mangiare e da bere.”
“Ho ancora della torta di carne e del formaggio.”
“Possono andare, grazie. Ma per cortesia: acqua. Portatemi dell’acqua. Taaanta acqua fresca.”
Il locandiere sorrise nervoso, annuì e diede ordini alla cameriera di lasciar stare il pavimento e occuparsi di Martine. La ragazza appoggiò la scopa, la fulminò con lo sguardo e si diresse a passo spedito verso la cucina.
“Portate pazienza, milady. E’ un’ora insolita e se consideriamo quanto successo…” La barba del locandiere tremava per la tensione e Martine dovette sfoggiare una specie di sorriso consolatorio.
“Nessun problema, tranquillo. Anzi, mi scuso per il comportamento di lord Sparrow. Verrete rimborsati per quanto accaduto.”
Gli occhi del locandiere si illuminarono e, dopo una serie infinita di inchini e ringraziamenti, finalmente la lasciò da sola. Solitudine che durò pochi secondi, interrotta dalla poca grazia con la quale la cameriera appoggiò piatto e boccale sul tavolo. Bisbigliò qualcosa di incomprensibile che Martine non capì se interpretarlo come buon appetito milady o spero ti strozzi brutta cagna.
Il tortino di carne non era male, anche se la mancanza delle patate arroste in quell’epoca era un sacrilegio bello e buono, ma accolse con fin troppa gioia l’acqua fresca che tracannò senza prendere respiro.
Sospirò soddisfatta, lasciandosi andare di nuovo sul tavolo, la testa pesante e la stanchezza che la intorpidiva sempre più.
Non vorrai addormentarti qui, vero? Con tutti i letti che ci sono!
La vocina non aveva tutti i torti, eppure sollevava una questione alquanto spinosa ovvero dove e con chi dormire. Martine sapeva che, non appena avesse messo piede nella stanza, Guy l’avrebbe costretta a coricarsi assieme. Non c’era il rischio di un accoppiamento imbarazzato vista la reazione che l’uomo aveva avuto poco prima circa le sue attuali condizioni fisiche, ma voleva comunque dire stargli accanto.
Se non vuoi dormire con Guy, allora vai a dormire con Hadrian.
Non è questo il problema, rispose a sé stessa mentre sorseggiava le ultime gocce di acqua, assaporando il liquido incolore nemmeno fosse champagne.
Ti stai rendendo conto di aver fatto solo delle grandi cazzate e non sai come uscirne?
Martine annuì, tirando su con il naso.
Ignorare quello che hai fatto non serve a nulla, e nemmeno evitare cosa hanno comportato le scelte fatte. Non sei stupida, hai compreso i tuoi errori e hai le capacità per porvi rimedio. Sei confusa per colpa dell’ambiente che ti circonda, non eri preparata a tutto questo ed hai reagito d’istinto. Ciò non vuol dire che devi startene qui spalmata su di un tavolo appiccicoso per evitare le conseguenze di quanto potrà accadere solo perché non sai in quale letto dormire. Ti rendi conto dell’assurdità della cosa?!
Martine non riuscì a trattenere una debole risata e sospirò. Le girava ancora la testa per colpa del vino, ma si sentiva decisamente meglio e soprattutto in grado di sostenere eventuali discussioni sul futuro, sulla vita e sulla morte. Più o meno.
Adesso non scendiamo sul melodrammatico, per cortesia. Sposta le chiappe di sopra e vediamo di riposare per quelle poche ore che ci rimangono.
Si mise in piedi, sentendo che i crampi alla pancia le avrebbero rovinato il tanto agognato e meritato riposo.
“Tutto a posto? Vuoi che ti accompagni?”
Incrociò gli occhi gentili di Nigel che, con un sorriso, si stava offrendo di sorreggerla. Martine non era mai stata così felice di vederlo e annuì, mettendogli un braccio sulle spalle e lasciandosi abbracciare a sua volta.
“Ora va meglio, ma posso assicurarti che le bottiglie di Jack non contenevano del leggero vino da tavolo”
“E perché l’hai bevuto?” chiese Nigel, sostenendola mentre salivano le scale. Non c’era stato modo di raccontare tutto nei minimi dettagli quando l’avevano, per così dire, liberata dalle grinfie del pirata, e Martine aveva una tale confusione in testa che aveva dato loro solo alcune informazioni come la verità su Doc e il controllo di Imhotep sulla mente di Jack. Non aveva rivelato nulla di quanto detto dal pirata su suo padre e sul suo coinvolgimento nella storia. Non era ancora pronta a ripetere loro quanto aveva sentito e, dopotutto, non era detto che ciò che Jack le aveva raccontato fosse la verità.
“Non mi fido ciecamente di Jack, ma non volevo correre rischi. Tu ti fidi di lui?” chiese al giovane, mentre la faceva sedere su di un letto di una delle stanze al piano di sopra. Era l’unica stanza nella quale non era ancora entrata ma sembrava molto simile alle altre. Un materasso alto da una piazza e mezzo con cuscini e coperte, niente baldacchino, un tavolo ed una sedia accanto alla finestra, una brocca con catino ed un pitale poco distante dalla porta. La colpì la presenza del baule di Guy ai piedi del letto e Nigel se ne accorse.
“Gisborne temeva che Jack potesse usarne il contenuto” spiegò, mentre si sedeva accanto a lei.
Martine sghignazzò. “Ah beh, me lo vedo Jack a girare con corsetto e gonnella.”
Risero entrambi, poi Nigel le mise la mano sulla sua, guardandola con uno sguardo talmente serio che Martine non seppe se continuare a ridere oppure cominciare a preoccuparsi.
“Ho parlato con Hadrian. Mi ci è voluto un po’ per convincerlo ma ci aiuterà a salvare il nostro futuro. Non sono ancora sicuro che funzionerà, ma almeno ripareremo al danno che abbiamo causato.”
Martine aggrottò le sopracciglia, non comprendendo bene dove voleva andare a parare Nigel.
“Lui può aiutarci, fidati” fu la spiegazione che le diede, che ovviamente non servì a molto.
“Non capisco, perché Hadrian può aiutarci? In che modo?”
Martine notò che Nigel sembrava riluttante a dirle altro e la cosa la infastidì, ma era troppo stanca e ubriaca per mettersi a questionare con lui. Pertanto rimase a fissarlo in attesa di spiegazioni.
“Diciamo che il suo lignaggio ha un ruolo nella storia che potrebbe coprire facilmente i danni causati dalla morte di Dick.”
“Lignaggio… ma cosa…”
“Mi ha chiesto di non dirti nulla e che sarà lui stesso a parlartene. Ha accettato di aiutarci solo a queste condizioni quindi mi spiace ma non chiedere altro.”
La mente di Martine s’infilò in una serie di congetture tali da farle aumentare il mal di testa. Tutti i dubbi sulla vera identità di Hadrian stavano tornando a galla, ma lo sguardo risoluto e stanco di Nigel la convinse che non avrebbe ottenuto altro da lui quindi tanto valeva rilassarsi e rimandare le domande al sorgere del sole.
“Mancano abbastanza ore all’alba per riuscire a farsi una dormita decente. Io sarò nell’altra stanza con Hadrian, a fare la guardia a Jack.”
“Cercate di riposare un po’ anche voi, ok?”
Nigel annuì, le sorrise e le diede un bacio sulla fronte. Martine gli sorrise a sua volta e, guardandolo allontanarsi, si accorse della presenza di Guy, in piedi sotto l’arco della porta.
Martine lo vide mettere una mano sulla spalla di Nigel.“Per qualsiasi cosa, chiamatemi. State attenti.”
Il giovane annuì e ricambiò il gesto, augurandogli di recuperare le forze e di avvertirli in caso di pericolo.
Ma cosa sono tutte queste smancerie?! Li perdo di vista per qualche giorno e diventano super amiconi?!
Dopo aver osservato Nigel allontanarsi e rifugiarsi nell’altra stanza in fondo al corridoio, Guy chiuse la porta, dirigendosi subito verso il letto. Martine sentì la tensione aumentare a mano a mano che la distanza tra loro diminuiva.
L’uomo si sedette sul materasso tenendosi una mano sul fianco e respirando profondamente, e solo allora Martine si rese conto che non si era più preoccupata della ferita che lo sceriffo gli aveva inferto. Si mise in piedi, ondeggiando pericolosamente mentre raggiungeva l’altro lato del letto.
Guy era estremamente pallido e, anche alla debole luce della lanterna lasciata sul tavolo, poteva vedere le scure borse sotto gli occhi oltre che le pupille iniettate di sangue. Teneva le spalle incurvate in avanti ed era chiaro che faceva fatica a stare il più dritto possibile.
Martine non disse nulla e lo aiutò a spogliarsi dei pochi abiti sporchi e logori che portava ancora addosso da quando erano tornati in quella locanda.
Ci mise tutta la delicatezza possibile, ma lo sentiva scattare ad ogni minimo movimento. Dopo aver gettato a terra la camicia sporca ed umida ed avergli tolto le scarpe, allungò le mani verso le bende macchiate di sangue.
“Posso…?”
Guy brontolò quello che doveva essere un sì, e Martine cominciò a sfilare lentamente il pezzo di stoffa che emanava un terribile odore. Sperava che la ferita non fosse in condizioni pietose perché non aveva nessuna intenzione di riprendere in mano ago e filo e soprattutto aveva finito tutti gli antinfiammatori della sua scorta. L’ultimo lembo di stoffa fu il più doloroso da togliere in quanto si era fuso con la carne in via di cicatrizzazione, e Guy gemette a labbra serrate.
“E’ meglio di quanto pensassi” esclamò Martine, alzandosi per prendere la lanterna. Grazie alla luce tremolante della candela vide che alcuni punti di sutura erano saltati ma in quel punto i lembi di carne erano rimasti uniti grazie ad una grosso grumo di sangue quasi solidificato. La pelle era estremamente arrossata e gonfia, ma non vedeva presenza di pus o sporcizia. Avrebbe comunque dovuto pulirla un po’ prima di fasciarlo nuovamente.
Guy annuì anche a questa ennesima tortura e sussultò non appena Martine appoggiò la stoffa umida sulla ferita. Evitò di fare troppa pressione ma fu meticolosa, passando su ogni singolo centimetro di pelle e rimuovendo piccoli pezzi di cotone incastrati tra i punti.
“Avevo nascosto un paio di pastiglie nel baule” esclamò la ragazza, allontanandosi per cercarle tra gli abiti di Marian. “Per il dolore. Una per me e una per te. Purtroppo alleviano solo il dolore, ma almeno potrai riposare meglio.”
Ingoiò la sua, aiutandosi con un sorso d’acqua, e invitò Guy a fare lo stesso. L’uomo non disse nulla e la imitò. Poi Martine lo fasciò con un pezzo di stoffa pulito ricavato strappando parte del lenzuolo, e lo aiutò a stendersi, sistemandogli i cuscini dietro la testa in modo che fosse il più comodo possibile.
Si tolse a sua volta le scarpe e salì sul materasso. Sollevò le coperte e coprì entrambi, prima di appoggiare la testa sul cuscino. Improvvisamente sentì la stanchezza schiacciarla contro il letto come un enorme macigno, le palpebre che faticavano a rimanere aperte e tutta una serie interminabile di sbadigli slogamascella.
Stava per cedere alle lusinghe di Morfeo ma sentì la mano di Guy cercare la sua sotto le coperte. Era calda e le dita le carezzarono il palmo. Martine fece lo stesso e si voltò a guardarlo. Molto probabilmente lui la stava fissando già da un po’ e gli sorrise timidamente. Lo vide cercare di muoversi ma il dolore doveva essere ancora molto forte perché rinunciò immediatamente.
Martine si girò sul fianco e, con la mano libera, spostò alcune ciocche di capelli dal volto di Guy, accarezzandogli poi la testa. Anche il volto era caldo, molto probabilmente aveva la febbre.
“Stupido testone. Lo vuoi capire che se vai avanti così ci lascerai le penne?”
“Lo faccio solo perché mi piace quando ti prendi cura di me.”
Martine sospirò, passando dolcemente le dita sulle sue guance coperte da una leggera barba incolta.
“Non essere sciocco. Non sarò sempre qui a rattopparti e imbottirti di farmaci.”
“Perché… dove sarai?”
Maledizione. Senza rendersene conto aveva iniziato un argomento che avrebbe desiderato non discutere mai. Sapeva che prima o poi avrebbe dovuto dirgli addio, ma non era quello il giorno. Era troppo stanca e confusa per distruggere tutto così presto.
Sicura di volergli dire addio? Non sei costretta. A quanto pare Nigel ha trovato la soluzione e, anche se non dovessi tornare al futuro, non sarebbe una grande perdita. Una volta finita la ricerca dei pezzi della daga, e nel caso fossi ancora viva, saresti senza prospettive, senza famiglia. Di nuovo sola.
Martine sfruttò l’ennesimo sbadiglio per zittire la vocina nella sua testa e cercò alla svelta una risposta per Guy.
“Non vorrai che ti faccia da schiavetta dalla mattina alla sera, vero? Ho bisogno della mia libertà. Tipo non aspettarti che ti tolga sempre quelle scarpe puzzolenti e sporche prima di andare a dormire. Non voglio che diventi troppo viziato eh.”
L’uomo sorrise e le baciò la mano quando fu a portata di labbra.
“Martine…”
“Dimmi.”
“Ti amo.
“Ti amo anch’io.”
La risposta le uscì di bocca in automatico, rapida, senza problemi. Lo vide chiudere gli occhi, il sorriso ancora sulle labbra mentre il respiro si faceva più lento e rilassato.
Martine si girò a fissare le ombre che la luce della candela proiettava sul soffitto, improvvisamente più sveglia e sempre più confusa.
Lo ami, avevi dubbi? No. Cioè, sì. Dannazione. Non posso avere dubbi se lo amo, giusto? Oppure è normale sia così? Diciamo che non c’è mai stato niente di normale in questa storia fin dal principio.
Ripensando a quanto era accaduto fino ad allora le venne da ridere e si girò a guardarlo. Era più magro e malmesso rispetto al cavaliere imponente ed autoritario che li aveva accolti al castello di Nottingham giorni prima, ma la sua presenza le faceva ancora battere forte il cuore.
Ma lo hai tradito. Con Hadrian.
Martine accettò quell’accusa e si chiese per l’ennesima volta per quale motivo si fosse lasciata andare con un altro uomo se l’amore per Guy era così grande.
La febbre. La fame. La paura di rimanere sola, di ritrovarsi abbandonata come una vecchia bambola.
Martine si morse le labbra, mentre una fastidiosa lacrima si preparava ad attraversarle la guancia. La vocina stava dando il meglio di sé, ma non voleva fermarla. Aveva bisogno di sentirsi dire quelle cose, capire il perché delle sue stupide azioni e risolvere una volta per tutte la confusione che le agitava il cuore.
Ma non risolverai mai niente. Ormai il danno è fatto, puoi solo decidere come comportarti da questo momento in poi. Qualcuno rimarrà comunque ferito quindi l’importante è che almeno tu ne esca sana e salva.
Martine avrebbe voluto chiedere alla vocina come fare, ma stava pur sempre parlando con sé stessa e chiaramente la soluzione non l’avrebbe trovata in quel modo. Il buon senso instillatole da Nigel le suggeriva di tagliare qualsiasi ponte la tenesse legata al Medioevo e fino a quel momento si era convinta ad agire in quel modo. Qualsiasi interazione umana in quell’epoca aveva provocato danni terribili quindi sembrava essere la soluzione migliore se non l’unica. Ma la vocina si fece sentire per l’ultima volta prima di lasciarla dormire.
Riesci ad immaginarti una vita senza Guy?

 

 

 

 

9 marzo 1193
Giorno 12
York

Fu il risveglio più traumatico della sua vita.
Il cervello non aveva avuto pietà durante le poche ore di sonno profondo, proiettando un incubo altamente realistico di suo padre che si trasformava in un sacerdote egizio molto incazzato che uccideva la gente lanciando raggi laser da ogni orifizio.
Aprire gli occhi fu però la parte peggiore. Le palpebre sembravano incollate tra loro e dovette sfregarsele bene per riuscire finalmente a vedere la luce. Fu poi la volta di fitte terribili alla testa, seguite da quelle che potevano benissimo essere pugnalate all’addome. Resasi nuovamente conto di avere le mestruazioni, Martine scattò in piedi con la velocità di un giaguaro, ispezionando minuziosamente il letto temendo la presenza di imbarazzanti macchie di sangue e lanciandosi alla disperata ricerca di un tampone nel marasma di cose nascoste nel baule.
Come sempre l’agilità non era la sua miglior virtù, soprattutto di primo mattino. Scivolò dal materasso, inciampò sulle scarpe, colpì il bordo del baule con il ditone del piede e rotolò sul pavimento invocando tutti i santi dei quali ricordava i nomi (ed inventandone di originali).
Ringraziò il suo essere previdente e il non aver ascoltato le parole di Doc sul “non portate cose dal futuro, viaggiate leggeri”, e si commosse fin troppo mentre stringeva tra le mani un calzino pieno di tamponi.
Con la grazia ed equilibrio di una gru, fece sparire la stoffa sporca di sangue, usò quella cosa scomoda e imbarazzante chiamata pitale, si diede una sciacquata alla ben e meglio e, dopo aver armeggiato nelle parti basse guardandosi attorno con ansia, si sentì finalmente al sicuro.
Già che c’era, si tolse l’abito e si diede una rinfrescata, rabbrividendo dal freddo ma sentendo il cervello sempre meno intorpidito.
Fortunatamente la porta della stanza si aprì pochi istanti dopo che l’ultimo gancio veniva chiuso. Aveva deciso di indossare qualcosa di comodo e pratico, quindi la scelta era ricaduta su di un giacchino di pelle bordeaux a maniche lunghe con ganci di ferro da chiudere sul davanti, un paio di pantaloni strappati all’altezza delle ginocchia e un po’ stretti in vita e sopra una gonna non troppo pesante di color marrone scuro. Se le cose si fossero fatte complicate avrebbe tolto la gonna e, soprattutto, si sarebbe sentita più al sicuro da eventuali disagi causati delle mestruazioni.
Guy richiuse la porta alle sue spalle e poggiò una terrina sul letto. L’invitante profumo di pane appena sfornato le fece brontolare la pancia e salire l’acquolina in bocca.
“Non avresti dovuto… potevo scendere io a prendere la colazione” lo rimproverò, vedendo che si muoveva ancora in modo piuttosto rigido. Le rispose porgendole una fetta di pane che Martine accettò senza brontolare oltre. La crosta era croccantissima e spessa, e la mollica aveva un sapore intenso di grano. Guy aveva portato anche un boccale pieno di latte ma decise di evitarlo, sapendo bene gli effetti nefasti che poteva avere sul suo organismo già piuttosto provato.
Ingurgitò una seconda fetta con la stessa foga, quasi soffocandosi ma felice di poter iniziare la giornata con lo stomaco bello pieno. Sorrise senza rendersene conto e mancava solo si mettesse a saltellare a piedi nudi sul freddo pavimento.
Guy non le aveva mai tolto gli occhi di dosso, mangiando la sua fetta a piccoli morsi contenuti e sorseggiando il latte. Martine aveva notato un miglioramento in lui dal giorno precedente. Era appena l’alba e non c’era abbastanza luce ad illuminare la stanza, ma sembrava che l’uomo avesse preso un po’ di colorito. Aveva ancora un po’ di borse sotto gli occhi, ma le iridi verdi che tanto le facevano battere il cuore erano tornate a brillare. Indossava una camicia nera, probabilmente una delle tante tutte uguali presenti nel suo lugubre guardaroba. I pantaloni erano in coordinato, fortunatamente non quelli scomodissimi di pelle che lui pareva amare tanto. Martine si era accorta al risveglio della fatica con la quale l’uomo aveva affrontato la vestizione, ma era stata troppo impegnata a combattere il letargo per offrirgli supporto.
Evidentemente si era soffermata troppo a lungo a squadrarlo da testa a piedi senza dire una parola, tutta intenta ad ingozzarsi di pane, molto probabilmente con uno sguardo inconsciamente lussurioso.
Guy appoggiò il boccale a terra e si avvicinò, prendendole il viso tra le mani e poggiando le labbra sulle sue. Fu il loro bacio più breve perché Martine cominciò a tossire, soffocandosi con quello che rimaneva della fetta di pane stipata nelle guance a mo’ di criceto.
“Scusa, coff coff, il pane, coff, no grazie” rifiutò nuovamente il latte e cercò di calmare la tosse, schiarendosi ripetutamente la gola mentre Guy le passava la mano sulla schiena.
“Va meglio?” le chiese, abbassandosi per guardarla dritto negli occhi.
La tenerezza, smettila ti prego. Martine annuì e si asciugò in fretta il viso, convincendosi che le lacrime fossero dovute al principio di morte per soffocamento.
Il sorriso di Guy fu l’ennesima stilettata al cuore già provato da troppe emozioni, mentre l’uomo si chinava per continuare quello che era stato troppo bruscamente interrotto.
Ma era destino che tutto ciò non dovesse avvenire perché qualcuno bussò alla porta e la voce di Nigel li avvertì che Jack era sveglio.
“Credo… credo sia meglio andare” mugugnò Martine, schiarendosi nuovamente la voce.
Baciami baciami baciami.
Le diede un buffetto sulla fronte che la lasciò piuttosto delusa e le mise fretta nel finire di vestirsi. Martine sbuffò e, con la solita grazia e delicatezza che la distinguevano, si sedette di peso per terra ed indossò gli stivali ancora sporchi di fango e di chissà quali altre cose puzzolenti.
Dovevano percorrere pochi metri ma il corridoio le sembrò stranamente più lungo del solito, mentre il tempo pareva scorrere più veloce. Il cuore non aveva smesso di battere e dovette fare dei respiri profondi onde evitare di collassare sul pavimento.
Nigel chiuse la porta alle loro spalle mentre raggiungevano il letto al centro della stanza. Jack era ancora legato ma non sembrava affatto agitato o preoccupato.
“Hey, tesorooo! Uuuh! Qui facciamo i giochini sporcaccioni con le corde hehe!” ridacchiò, ondeggiando la testa e sbattendo i piedi.
“E’ sedato” spiegò Nigel. “Non so cosa gli abbia dato, ma sembra avere lo stesso effetto ottenebrante ed inebriante del vino.”
“Dobbiamo somministrarglielo ogni due o tre ore, non prima altrimenti potremmo ucciderlo” aggiunse Hadrian. Dava loro le spalle, intento a pestare in un mortaio una poltiglia grigio verdastra. Martine notò che sul tavolo erano sparse bottiglie e vasetti con varie etichette delle quali non riusciva a decifrarne la scrittura. Si avvicinò per osservare meglio e Hadrian le sorrise.
“Come stai? Sei riuscita a riposare?” le chiese, spostandosi appena per raccogliere da terra un vaso di dimensioni decisamente più grandi rispetto a quelli presenti sul tavolo, nel quale vi rovesciò il contenuto del mortaio.
“Avrei bisogno di dormire per una settimana. Dolori e post sbronza a parte, sono un fiore.”
“Lo vedo.”
Martine arrossì e guardò istintivamente alle sue spalle per timore che Guy l’avesse sentito.
L’uomo stava parlando sottovoce con Nigel, il che la rassicurò e le permise di corrispondere il sorriso di Hadrian, tornando ad osservarlo lavorare le erbe con una precisione e sicurezza ammirevoli.
Hey aspetta. Perché quei due stanno bisbigliando? Hey hey hey, tutta questa amichevole collaborazione comincia a puzzarmi. Mi stanno chiaramente tenendo nascosto qualcosa. Aspetta, aspetta! Dimenticavo!
“Hadrian… come va la ferita alla spalla?”
“Piuttosto bene. Ho spalmato un unguento e, a parte un po’ di dolore quando alzò il braccio, credo guarirà in fretta.”
“Bene, bene. Senti… perché hai accettato di aiutarci?”
Hadrian smise di miscelare le polveri nel mortaio, voltandosi per guardare prima lei, poi gli altri, poi di nuovo lei. “Lo sai perché.”
“So perché vuoi aiutare me, ma non capisco cosa hai detto loro per convincerli.” Martine rammentò che poche ore prima Hadrian le aveva confessato di aver avuto una discussione pesante con gli altri, tanto da renderlo aggressivo e scontroso nei suoi confronti. “Nigel ha detto che hai stretto un patto, che non può dirmi nulla e che se voglio sapere qualcosa devo chiederlo a te. Quindi te lo sto chiedendo.”
Hadrian abbassò lo sguardo sul tavolo, visibilmente combattuto. “Non posso dirtelo, non ancora. Ma devi fidarti di me.”
“Hadrian…”
“Non ho alcuna intenzione di sacrificarmi, se è questo che temi. Ci tengo alla mia pellaccia” esclamò, sorridendole. “Farò la mia parte per permetterti di tornare a casa sana e salva.”
Altro colpo al cuore. Per un istante Martine sperò che la smettessero tutti di essere così carini e coccolosi perché in questo modo, più che salvarla, la stavano lentamente uccidendo.
Gli sproloqui di Jack attirarono la sua attenzione e si spostò accanto a lui, sedendosi sul letto.
“Heeeey, macciaaao!” la salutò.
“Ciao Jack, come va oggi?”
“Tutto a me-ra-vi-glia. Sono con i miei amici che mi vogliono bene. Tu mi vuoi bene?”
“Certo Jack.”
“Allora sei anche tu mia amica” concluse, annuendo rapidamente.
“E sai cosa fanno gli amici?”
“No, cosa fanno?”
Martine si avvicinò al volto del pirata, attirando l’attenzione degli altri presenti nella stanza.
“Si scambiano confidenze” gli sussurrò.
Jack allargò gli occhi più del umanamente possibile e cominciò ad agitarsi, ridendo nervosamente. “Si si, confidenze! Ne ho una importantissima!”
“Dimmi Jack” lo incitò Martine.
“Nell’orecchio, è segretissima.”
“Sono amici anche loro, possiamo parlare senza problemi, non credi?”
Jack li guardò tutti, passandoli in rassegna più e più volte per quella che a Martine parve un’eternità. Infine lo videro annuire e convincersi a fidarsi.
“Ok, va bene. Però volevo dirlo solo a te” ammise.
“Dillo solo a me” rispose esasperata, chinandosi nuovamente verso il pirata che, tutto eccitato, strattonava le corde per avvicinarsi il più possibile.
“Ho un pisellino bellissimo. Vuoi vederlo?”
Martine chiuse gli occhi, indecisa se mettersi a ridere o schiaffeggiarlo fino a quando le mani non le fossero diventate viola. Optò per una via di mezzo e, con un sorriso forzato, gli strinse il volto nella mano.
“Non esagerare” le consigliò Nigel.
“Oh ma il mio amichetto non mi farebbe mai del male, vero Jackie bello?”
“Mai! Mai! Mai!” farfugliò il pirata, le guance ancore strette nella presa di Martine.
“Allora racconta alla tua amichetta dove si trovano i pezzi della daga, così mi farai taaanto tanto felice.”
Jack rimase immobile, come unico movimento lo sbattere nervoso delle palpebre.
“La daga?” chiese, il volto un grande punto interrogativo.
“La daga” ripeté Martine, annuendo e sorridendo.
“Pisellino?”
“No. La daga.”
“La daga. Mmm.”
Mugugnò per qualche minuto e Martine si stancò di starsene ferma a stringergli il viso. Fece qualche passo per la stanza, mentre Nigel sospirava, Guy sembrava averne abbastanza e Hadrian proseguiva nel suo lavoro al mortaio.
“Secondo me è andato” commentò infine Guy.
“Sicuro di averlo semplicemente sedato?” chiese Martine, rivolgendosi ad Hadrian.
“Forse ho esagerato con le dosi, ma preferivate parlare con un sacerdote egizio molto arrabbiato?”
“Ma anche no” ammise Nigel.
“Io lo conosco un sacerdote egizio!” urlò Jack, mostrando un sorriso a 30 denti più due d’oro.
Sobbalzarono tutti all’istante, mentre Martine correva nuovamente a sedersi sul letto.
“Ma a noi non interessa parlarne, non ancora. Diciamo che lui non è un amico.”
“Sacerdote cattivo” annuì Jack, aggrottando le sopracciglia.
“Esatto. Mooolto cattivo. Quindi se ci dici dove stanno i pezzettini della daga che hai nascosto al castello possiamo evitare di far arrabbiare quel sacerdote, che dici?”
“Certo. Te lo dico subitissimissimo. Stanno dentro la sedia del principe. Ora lo vuoi vedere il mio pisellino?”

 

 

Rassicurati dalla certezza che Jack era talmente strafatto da essere impossibile una sua fuga, così come improbabile era l’apparizione da parte di Imhotep, si spostarono a parlare nella stanza accanto.
“Rimane il problema di come rientrare al castello senza rischiare il collo” osservò Nigel, l’unico incapace di starsene fermo. Percorse gli stessi due metri di pavimento almeno una decina di volte, le braccia sollevate a stringere la testa tra le mani.
“Io avevo la mia idea ma me l’avete bocciata subito” brontolò Martine, facendo spallucce.
“Entrare travestita da Sparrow mi pare un suicidio bello e buono” ammise Guy, le braccia incrociate sul petto.
“Esatto. Per non parlare del fatto che non ci cascherebbe nessuno” aggiunse Hadrian, le mani appoggiate ai fianchi.
Martine osservò i due uomini davanti a lei annuire a vicenda e fissarla con sguardo da ramanzina.
No ma continuiamo con le situazioni poco imbarazzanti per la mia sanità fisica e mentale eh.
Notò che erano più o meno alti uguale e messi a paragone si stupì del fatto che fisicamente fossero molto simili. Bisognava anche dire che, con Guy dal capello nero e vestiti neri e Hadrian dal pelo rosso e lentiggini che indossava una camicia bianca e dei pantaloni beige, parevano il diavolo e l’acqua santa.
Nigel stava accennando qualcosa riguardo alle guardie che attirò l’interesse dei due uomini. Martine ne approfittò per continuare ad osservarli attentamente. Quando le sarebbe ricapitata un’occasione simile di porre fine alla confusione che la tormentava? Avrebbe comunque dovuto lasciare entrambi, questo lo sapeva. Ma almeno se ne sarebbe andata da quel maledetto Medioevo con il cuore in pace.
Vide Hadrian sollevare un’obiezione su qualcosa. Martine osservò come le ciocche di capelli gli incorniciassero il viso angelico, lo sguardo dolce e rassicurante, le labbra sempre pronte a sorridere e a far sorridere. Sapeva che le stava nascondendo qualcosa di molto importante, ma continuava ad ispirarle fiducia e sicurezza.
Martine fece finta di annuire per dare l’impressione di essere attenta ai loro discorsi, mentre Nigel spiegava qualcosa circa i corridoi del castello. Sapeva che non era decisamente un’ottima idea ignorare quel discorso, ma sapeva anche che ogni discussione terminava sempre con un riassunto di quanto detto e molto spesso il riassunto conteneva la soluzione al problema. Quindi perché affannarsi a partecipare dato che comunque non le avrebbero permesso di decidere alcunché?
Tornò a concentrarsi sulla causa del suo tormento, ovvero i due manzi che aveva di fronte. Concluse che Hadrian era davvero, davvero perfetto. Bello, simpatico, intelligente, bravo a letto e, ne era ormai certa, di chiara discendenza nobile. Sospirò al pensiero di dover abbandonare tanta abbondanza e perfezione in un mondo dove tali pregi non venivano minimamente apprezzati, e spostò lo sguardo su Guy. Lo fece a fatica, ma non perché Hadrian fosse un soggetto più interessante. Ovvio che sentisse un certo imbarazzo nel fissarli e giudicarli entrambi a quel modo, come mercanzia su una bancarella. Ma con Guy fu diverso e il primo sentimento che provò fu un’istintiva timidezza e vergogna.
Era completamente l’opposto di Hadrian. Anche se in quel momento la sua espressione era tranquilla, Martine avvertiva il costante senso di malinconia che traspariva dai suoi occhi. I tratti spigolosi del viso gli davano una bellezza più dura e matura, sicuramente frutto dei tormenti nei quali sguazzava, volente o nolente, ormai da anni. Nulla da dire sulla sua fisicità, era un uomo imponente e che sapeva rendersi imponente facendo sentire tutti infinitamente piccoli e deboli. Era il suo fascino e Martine ripensò a come ne era rimasta attratta e al tempo stesso spaventata fin dal primo istante. Eppure sotto quegli abiti neri, nascosto dietro un muro duro e spesso, c’era un uomo buono, capace di sacrificare la propria anima per amore al punto da rasentare la follia. Per lei aveva rischiato la morte, più di una volta, ed era pronto a rischiarla ancora ed ancora.
Martine si sentì mancare il fiato e dovette distogliere lo sguardo. Fortunatamente erano tutti talmente coinvolti nel formulare un piano di attacco che non fecero troppo caso a lei che si allontanava per bere un sorso d’acqua.
Non ne era rimasta molta ma bastò a farla stare un po’ meglio. Ne approfittò per guardare fuori dalla finestra aperta, notando come il temporale fosse sparito lasciando spazio ad un cielo coperto di soffici nuvole bianche. Il sole era ancora basso ma poteva sentirne il tiepido calore che preannunciava una splendida giornata. I mercanti riaprivano le bancarelle, sistemando la merce e aggiungendone altra tenuta da parte per nuovi interessanti affari. I bambini giocavano sulle pozzanghere, inseguiti da cani sporchi di fango. Sembrava tutto tranquillo e inspirò l’aria fresca, chiudendo gli occhi e immaginando di essere di nuovo a casa. Il suo piccolo appartamento, il divano bucherellato dalle sigarette della coinquilina, la doccia dalla porta rotta, il letto troppo morbido per essere comodo. Si vide seduta alla solita sedia instabile della cucina, intenta a guardare un episodio di un telefilm qualsiasi mandando messaggi stupidi col cellulare. Poi la pizza, la birra, il bicchierino di tequila prima di dormire.
Da sola, come al solito.
No, rispose Martine. Decise che in quel ricordo avrebbe fatto entrare qualcuno. Gli fece suonare il campanello e salire i due piani di scale senza ascensore. Poteva sentire la sua voce salutare il vecchietto dell’appartamento di sotto. Pochi passi ancora dallo zerbino di casa, la porta che si apre e lui è lì con il suo sorriso più bello.
Allora è lui. Alla fine ce l’hai fatta.
La vocina la costrinse a tornare alla realtà, a girarsi e a guardarlo. Lui la stava fissando e Martine capì finalmente che non avrebbe mai smesso di amarlo.

 

 

Data di pubblicazione: 2 giugno 2018
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

 

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