DAGGER: CAPITOLO 7.8

8 marzo 1193
Giorno 11
York

Il temporale non sembrava volersi placare. Il vento gelido si infrangeva con violenza contro gli scuri della finestra, facendo così tintinnare il piccolo gancio che li teneva chiusi, mentre dalle fessure arrivavano ad intermittenza fasci di luce e gocce di pioggia.
Avevano recuperato le candele dalle stanze vuote della locanda, sistemandole in modo da illuminare il più possibile la stanza. Martine ne fu grata perché sarebbe stato più facile cercare nei bauli qualcosa di decente da indossare. Non che ci fosse molta scelta tra gli abiti smessi di Marian, ma almeno voleva evitare strani ed orribili abbinamenti di colore.
Rise tra sé e sé, mentre poggiava sulla propria spalla un semplice vestito marrone. In una situazione come questa mi metto a pensare agli abbinamenti cromatici. Ma quanto sono superficiale. Eppure quel pensiero così stupido e frivolo riuscì ad infonderle un po’ di sollievo.
Raccolse un paio di scarpette di cuoio e delle calze di lana e si risollevò, barcollando appena. Il sapore acido del vino le si ripresentò sotto forma di sonoro rutto, che attirò immediatamente l’attenzione dei presenti.
“Aehm… scusate” balbettò, non riuscendo a guardare nessuno in faccia per la vergogna. “Sentite, io vorrei cambiarmi. Vado nell’altra stanza.”
“Ti accompagno” rispose Guy, allontanandosi dal letto dove, assieme a Nigel, stava cercando di legare il pirata.
“No davvero, non serve. Ci metto due secondi e torno. Il tempo di sciacquarmi un po’…”
“Non mi piace l’idea di saperti da sola in questo posto” ammise, appoggiandole una mano sulla spalla. “Non voglio perderti d’occhio.”
“Hai paura che sparisca? Sarò nella stanza qui accanto. Prometto di stare attenta” e cercò di rassicurarlo con un mezzo sorriso. Lo vide sospirare ed era chiaro che stava cercando di trattenersi dall’imporle qualcosa. Dopo qualche istante di silenzio si avvicinò per lasciarle un leggero bacio sulle labbra.
“Sbrigati” le sussurrò, facendole scivolare la mano lungo la schiena portandola più vicino a sé per poi baciarla sul collo. “Non voglio più stare senza di te.”
Istintivamente Martine abbassò lo sguardo, spostandolo poi rapidamente verso l’altro lato della stanza. Quel momento di intimità in presenza di altri la imbarazzava e sperava che nessuno li stesse guardando. Nigel continuava a fare e rifare lo stesso nodo, evidentemente preoccupato che il pirata potesse svegliarsi da un momento all’altro e trasformarsi in Imhotep uccidendoli tutti all’istante. Era così buffo vederlo girare attorno al letto alla ricerca dell’appiglio perfetto dove incastrare la corda. Un po’ le dispiaceva per Jack, ma concordava con la filosofia di Nigel: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.
Fu solo incrociando lo sguardo con Hadrian che Martine si sentì veramente a disagio. Il giovane era intento a pulirsi la ferita alla spalla, e rimase immobile a fissarla per qualche istante prima di abbassare lo sguardo sullo straccio sporco di sangue che teneva stretto nella mano. Martine stava per dire qualcosa per uscire da quella situazione, ma sembrava che Guy avesse deciso che quei pochi baci sul collo non bastassero e, afferrandole il volto, prese possesso delle sue labbra con evidente trasporto. Martine mugugnò qualcosa per la sorpresa, indecisa se lasciarsi andare alla passione o mettere fine alla danza delle labbra dell’uomo.
“Guy… aspetta…” e lo spinse appena, allontanandolo per respirare. Voleva aggiungere che ci sarebbero stati altri momenti più idonei per dimostrare le loro emozioni, ma furono entrambi distratti da Hadrian, che attraversò rapidamente la stanza quasi urtandoli per uscire dalla porta.
Lo osservarono allontanarsi lungo il corridoio buio e sparire in fondo alle scale.
“Non mi fido di lui.”
“Guy, è mio amico. Non c’è nulla da temere.”
“Questo non mi fa sentire meglio. Anche Sparrow era tuo amico.”
“Ok, un punto a tuo favore. Ma di Hadrian possiamo fidarci. Mi ha salvato la vita e ha rischiato la propria per aiutarmi.”
“Chi ti dice che non l’ha fatto per proprio tornaconto?”
“Che vuoi dire?”
“Niente. Va a cambiarti e torna subito qui, siamo intesi?” e le diede un bacio sulla fronte.
Martine annuì, raccolse una delle lanterne accese ed uscì dalla porta. Dovette percorrere solo qualche metro per raggiungere la stanza usata fino a pochi minuti prima come quartier generale. Si chiuse la porta alle spalle e cominciò a spogliarsi, gettando gli abiti a terra. Era stanca e avrebbe voluto fare un bel bagno caldo, magari standosene a mollo per ore senza pensare a nulla. Invece l’improvviso silenzio le permise di sentire meglio i propri pensieri e le parole di Jack si ripeterono una dietro l’altra come un disco rotto.
Tuo padre…
E’ colpa sua se la maledizione ci ha colpiti tutti…
Imhotep s’è impadronito del suo corpo…
Tua madre… Doc…
Lo scarafaggio nero…
La mappa… l’hai disegnata tu…

Martine sbuffò esasperata, mettendosi le mani tra i capelli arruffati. Aveva bisogno di risposte, informazioni, una soluzione rapida a tutti i loro problemi.
“Ma prima di tutto ho bisogno di darmi una lavata” e si diresse verso il catino sul tavolo. L’acqua nella brocca era gelida ma non ci pensò due volte. Una volta pieno, afferrò il catino con entrambe le mani e se lo rovesciò addosso. L’impatto fu terribile e dovette mordersi le labbra per evitare di urlare.
“Maledettissimo Medioevo del cavolo! Brrrr che freddo! Strofina strofina strofina” borbottò, battendo i denti e passandosi le mani sul corpo nudo ed umido. “Pensa alla doccia calda di casa, il bagnoschiuma alla vaniglia, il balsamo districante, l’accappatoio morbido, le ciabattine con i fiorelli… brrrr cazzo che freddoooo!”
Raggiunse il letto e, con più fatica di quanto immaginasse, tolse le lenzuola e vi si avvolse come un bruco, saltellando su sé stessa e strofinandosi per scaldare le parti congelate del suo corpo.
La doccia improvvisata ebbe però l’effetto di distoglierla per un po’ da quanto scoperto da Jack e si concesse qualche istante per ascoltare il temporale infuriare fuori dalla locanda. Poteva avvertire gli spifferi gelidi insinuarsi attraverso gli scuri della finestra, eppure si ritrovò ad inspirare profondamente il profumo del legno umido e della pioggia battente. Le tornarono alla mente i ricordi delle vacanze in montagna, le cioccolate calde davanti al fuoco, sua madre che preparava i biscotti ed il padre che rientrava fradicio dopo aver raccolto la legna nel capanno.
Un violento starnuto le fece capire che forse non era poi una buona idea starsene a respirare a pieni polmoni quell’aria fredda, soprattutto dopo il febbrone da cavallo dal quale era appena guarita a fatica. Si allontanò dalla finestra, avvicinandosi invece alla piccola lanterna accesa appoggiata sul pavimento. La candela era ormai consumata a metà ma produceva abbastanza calore da scaldarle le mani congelate. Si sedette per terra, ancora infagottata nel lenzuolo, immaginò che davanti ci fosse un bel falò invece di una misera fiammella e si sentì già meglio.
Chiuse gli occhi, sentendo la stanchezza premerle sulle spalle e la mente reclamare una bella dormita. Ancora cinque minuti e poi mi alzo, pensò. Sincronizzò il respiro in modo da rilassare i muscoli il più possibile, anche se una fastidiosa goccia al naso le impediva di entrare totalmente in modalità yoga.
La porta si aprì all’improvviso e per poco Martine non rovesciò la lanterna nel tentare di rialzarsi in piedi per lo spavento.
“Scusami, io… non credevo… pensavo non ci fosse nessuno qui. Scusa.”
“No Hadrian, aspetta!”
Il giovane si fermò, un piede nel corridoio ed uno nella stanza, lo sguardo basso. In una mano sembrava stringere qualcosa, una borsa o un sacco, Martine non riusciva a distinguere bene le cose nel buio. Indossava solo i pantaloni, il torso nudo era coperto per metà dalla fasciatura alla spalla.
“Possiamo parlare un attimo?” si ritrovò a chiedergli, la voce appena un sussurro. Non voleva che Guy la sentisse e li beccasse in quella situazione sconveniente e di facile fraintendimento.
“Non penso sia il momento giusto.”
“Ti prego, non credo ne avremo altri molto presto.”
Hadrian volse la testa verso il corridoio, lo sguardo chiaramente diretto alla stanza dove stavano Guy, Nigel e Jack. Infine, dopo qualche secondo di riflessione, si decise ad entrare ed a chiudersi la porta alle spalle. Rimase però immobile, le mani che stringevano quella che Martine riconobbe essere una borsa dalla quale fuoriuscivano le maniche di una camicia.
“L’ho trovata in una delle stanze. La mia era sporca di sangue e non credo sarebbe stato un ottimo biglietto da visita per rientrare a castello.”
“Ho pensato la stessa cosa” esclamò Martine, sollevando le spalle coperte dal lenzuolo e guardando gli abiti sporchi sparsi per tutto il pavimento.
Non seppe cosa altro dire, indecisa su come iniziare il discorso e neppure molto sicura su cosa esattamente volesse dirgli. Ma sapeva che le cose dovevano essere chiarite tra loro due, o almeno era la sensazione che le opprimeva il cuore sin dal momento che si erano ritrovati e soprattutto dopo quanto appena accaduto nell’altra stanza. Perché le aveva fatto tanto male quel suo sguardo, mentre Guy la abbracciava? Una sensazione spiacevole, una specie di… vergogna, forse?
“Di cosa volevi parlarmi?”
Hadrian continuava a non voler incrociare il suo sguardo ed il tono freddo della voce la colpì come un pugno allo stomaco.
“Niente, ecco io… volevo sapere come stavi.”
“Guarirò. Farà male ancora per qualche giorno, ma potrò vantarmi della mia nuova cicatrice.”
“Bene” esclamò Martine, sorridendo e aspettando una battuta tipica dell’umorismo di Hadrian, che però non arrivò. Cominciò a tormentarsi le labbra screpolate, mordicchiando via pezzetti di pelle secca, incapace di mettere assieme un discorso serio.
“Senti, se non devi dirmi altro, io andrei ad aiutare Nigel e Guy.”
“No aspetta!” lo fermò, vedendo che aveva già messo la mano sulla porta. “Aspetta. Volevo parlare di me e… di te.”
“Di me?”
“Sì, di noi due.”
“Non c’è mai stato un noi e lo sai. Ti ho curata ed aiutata, niente di più. Con piacevoli effetti collaterali, questo non posso negarlo, ma senza alcun secondo fine.”
“Ah… ok” annuì Martine, fissando la fiamma della candela vibrare e proiettare ombre lunghe e scure sulle pareti. “Quindi tra di noi è tutto a posto?”
“Sì. Non vedo che altro ci sia da aggiungere.”
Ancora quel tono freddo. Magari si stava facendo troppi viaggi mentali come al suo solito. Magari Hadrian era solo molto stanco e soffriva per la ferita. Eppure Martine sapeva che doveva esserci altro. Oppure era lei a volere che ci fosse qualcos’altro?
Oh smettila. Già dovrai spezzare il cuore a Guy per colpa di questa cazzo di storia del continuum, non farti altre fantasie amorose. Il tuo ormone ballerino ha ballato la sua ultima samba!
Ma fu proprio ripensando a quel ballo iniziato per scherzo nella stanza di Hadrian che Martine capì che sicuramente ormai era troppo tardi per mettere a cuccia l’ormone. Non dopo quello che c’era stato tra loro. E per giustificarsi, la vocina nel cervello se ne uscì con il pensiero che forse anche la storia del continuum poteva essere una balla assieme a tutte quelle che Doc aveva sfornato per fregarli per bene.
“Beh io tornò di là. Ti conviene rivestirti, fa freddo qui dentro.”
Con uno scatto più rapido di quanto si sarebbe aspettata da sé stessa, Martine coprì la distanza che c’era tra loro. Fortunatamente non urtò la lanterna, ma non aveva calcolato la stanchezza, la fame e lo stress accumulati in quei giorni. Infatti le gambe cedettero mentre la fastidiosa nebbiolina le oscurò momentaneamente la vista. Non vomitare, non vomitare, non vomitare. Stranamente non ebbe alcuno stimolo disgustoso e fu un miracolo che il suo sedere non avesse già impattato contro le assi del pavimento. Un miracolo… o le braccia di Hadrian che la stringevano a sé.
Quando l’adrenalina smise di farla tremare e tornò a mettere a fuoco le cose, si accorse che finalmente Hadrian la stava guardando negli occhi.
“Stai bene?” le chiese, continuando a tenerla stretta tra le sue braccia.
Martine annuì, incapace di dire qualcosa una volta tanto e lasciando che lui le sfiorasse la fronte.
“Non hai febbre, per fortuna” e le sorrise, spostandole la mano sulla guancia e strofinandola appena con il pollice, come se avesse intravisto una macchia di sporco o altro.
Martine represse il desiderio di baciarlo, sentendosi sempre più confusa sui propri sentimenti. Dai la colpa agli ormoni e fregatene suggerì la vocina sempre più arrapata. Ma aveva già dato troppe colpe ai propri ormoni e nessuno, né Guy né Hadrian, meritava questo trattamento. Doveva smetterla di comportarsi come una sciocca ragazzina in calore e darsi una regolata. Con tutto quello che era successo, lei non aveva fatto altro che piangere e concedersi come una puttanella, mentre Claudia veniva violentata, la gente moriva e non aveva notizie di Faith da chissà quanto tempo. Aveva ragione Nigel. Doveva darci un taglio e pensare solo a come tornare sani e salvi con i pezzi della Daga. Ci sarebbero state cose da chiarire, soprattutto con Guy. E decise di cominciare con Hadrian.
“Perché mi hai guardata a quel modo? Prima, nell’altra stanza.”
“Di cosa stai parlando?”
“Quando Guy mi ha baciata.”
La testa di Hadrian scattò appena ed il giovane aggrottò le sopracciglia. “Beh, converrai con me che è stato alquanto imbarazzante.”
“Io ero in imbarazzo. Tu sembravi… offeso.”
“Offeso?! Perché mai mi dovrei sentire offeso?”
“Non lo so, dimmelo tu.”
Lui la fissò a bocca aperta, visibilmente in difficoltà nell’articolare una risposta.
“Cosa hai provato mentre lui mi baciava?” lo aiutò Martine.
“Io… niente, non ho pensato a niente.”
“Mmm, non ti credo.”
“Non mi credi o non vuoi crederci? Perché tutte queste domande? Tu ami lui, lui ama te, fine della storia. Magari mi ha dato fastidio che vi baciaste a quel modo con noi presenti nella stanza.”
“Improvvisamente hai acquisito il senso del pudore? Oh per cortesia, Hadrian! Ammetti che ti ha dato fastidio che lo baciassi perché provi qualcosa per me!”
Martine lo vide sgranare gli occhi mentre una smorfia faceva capolino sulle sue labbra.
“Ah giusto. Certo, deve essere così. E dimmi: non credi di essere un tantino egoista? Pensi che tutto e tutti ruotino attorno a te come cagnolini in cerca di una carezza? Ti sei abituata così bene agli sguardi languidi ed adoranti del tuo Gisborne che non riesci ad accettare che qualcuno ti guardi in altro modo?”
“Non è vero, io…” cercò di intromettersi Martine, ma lui la strinse ancora di più a sé fissandola con astio, intenzionato a finire il discorso.
“Non so se questo sia un comportamento abituale per voi donne del futuro, ma nel mio mondo saresti finita in un lurido bordello destinata a invecchiare e marcire per chissà quale terribile malattia. Sai, vero, che quel giorno avrei potuto lasciarti ferita e malata in mezzo alla piazza? Non avevo alcun motivo per raccoglierti e portarti a casa mia. Ma l’ho fatto, perché è nella mia natura. E lo ammetto, visto il tuo atteggiamento poco pudico me la sono spassata con molto piacere.”
“Ok, ho capito. Non serve aggiungere altro” sussurrò Martine, avvertendo l’arrivo imminente delle lacrime. Non voleva piangere di fronte a lui, non poteva dargli quella soddisfazione, ma sembrava che Hadrian non avesse ancora intenzione di lasciarla andare.
“Ho rischiato la mia vita per te. Mi sono preso un pugnale in corpo per te. Mi sono esposto con gli altri, sempre e solo per te. E te ne vieni fuori con questo tono da arrogante ragazzina a domandarmi perché ti ho guardato a quel modo e a dirmi che mi sono offeso perché Guy ti ha baciata? Io ero furioso! Volevo spaccargli la faccia per averti baciata, staccargli le sue luride labbra per aver osato sfiorare le tue! Era questo che volevi sentirti dire, uh? Sei soddisfatta ora? Ho scodinzolato bene?”
La lasciò andare all’improvviso, facendole quasi perdere l’equilibrio. Martine vide che avrebbe voluto sfogare la rabbia su qualcosa, parete o porta che fosse, ma fare rumore avrebbe attirato l’attenzione degli altri. Quindi si allontanò verso l’interno della stanza, dando un calcio nervoso alla borsa rubata che rotolo rovesciando il suo interno sul pavimento.
Quel movimento improvviso fece cadere la lanterna e spense la già debole fiamma della candela, così che l’ultima immagine che Martine vide fu Hadrian che si stringeva una mano sulla spalla.
Ma ringraziò il buio perché almeno avrebbe potuto piangere senza vergogna. Sì certo, senza vergogna. A chi la do a bere? Sono una merda, non sto facendo altro che male alla gente e piango come una mocciosa. Sono proprio una bella persona, dovrei solamente vergognarmi ed andarmene a fanc…
“Scusa, non dovevo dirti quelle cose. Sono solo molto stanco, la ferita mi fa male ed i tuoi amici non ci sono andati molto leggeri con le domande. Dimentichiamo tutto, ok? Se ti va.”
Martine non riusciva a vederlo, distingueva appena una sagoma pochi metri davanti a lei. Attese l’ennesimo lampo del temporale farsi strada tra gli infissi della finestra per avanzare di qualche passo nella stanza.
“Quali domande?” gli chiese, quasi inciampando nel lenzuolo nel quale era avvolta.
“Preferirei non parlarne. Non adesso.”
“Ok. Scusa.”
Martine continuava ad avanzare, una mano tesa nella speranza di raggiungerlo. Quando sentì la pelle calda del torso nudo di Hadrian, si fermò. “Scusa.”
“Ci siamo già scusati a sufficienza. Credo possa bastare per stanotte.”
“No. Devo scusarmi per tutte le altre notti. E anche per le mattine e i pomeriggi. Sono egoista ed infantile. Tu sei stato così buono con me senza mai chiedere nulla in cambio, ed io ti ho usato per mio tornaconto.”
“Non è vero, dai. E’ tutto a posto.”
“No che non lo è! Sono incapace di comportarmi come una persona adulta e su questo hai perfettamente ragione.”
Martine appoggiò la testa sul suo petto, chiudendo gli occhi e cercando di ricacciare indietro le lacrime. Inaspettatamente sentì le braccia di Hadrian avvolgerla.
“Non dovevo dirti quelle cose e tu non devi scusarti. Ognuno agisce come deve in certe situazioni.”
“Io agisco sempre come una scema.”
“Ti ho stuzzicato” continuò lui, le mani che timidamente le accarezzavano la schiena. “Sono stato crudele per il semplice motivo che mi volevo divertire, sebbene sapessi dei tuoi sentimenti per Guy. E’ che… non pensavo mi sarei affezionato a te in questo modo.”
Martine sussultò a quelle parole ma attese che lui continuasse il discorso. Hadrian però rimase in silenzio e i battiti del suo cuore si confondevano con i tuoni del temporale che andava lentamente scemando. Dopo quella che le sembrò un’eternità, decise di prendere la parola.
“Quindi avevo ragione.”
“Su cosa?”
“Sul fatto che provi qualcosa per me.”
Nessuna risposta, ma sentì che le poggiava la testa sulla sua. Decise quindi di continuare il discorso da sola, perché sentiva di dovere delle spiegazioni ad Hadrian, ma soprattutto aveva bisogno di sentirsi dire a voce alta quello che la vocina le urlava nella mente.
“Mi ripeterò, ma ti devo le mie scuse e ti chiedo di accettarle. Non chiedo la tua pietà e nemmeno desidero apparire come una vittima. Non voglio dare la colpa al mio stato di salute o a ciò che mi sta accadendo da quando mi trovo qui. Ma è vero, sono fatta così e mi odio per questo. Hai ragione, mi lascio affascinare dalle attenzioni altrui troppo facilmente e non ho abbastanza pudore per rendermene conto. Tu sei stato tanto carino e gentile con me fin dall’inizio, ed io ti ho lasciato fare.”
“Martine, ho capito ed accetto le tue scuse. Davvero.”
“Perché sei troppo buono ed io non mi merito il tuo affetto. Non lo merito da nessuno per come mi sto comportando.”
“Adesso stai esagerando come al solito. Siamo molto stanchi, credo una bella dormita farebbe bene ad entrambi ed al risveglio amici come prima.”
Hadrian stava cercando di tagliar corto e questo la innervosiva. Avrebbe voluto dirgli un sacco di cose, ma non sapeva come. Cominciò a trovar fastidioso stare tra le sue braccia e si allontanò di qualche passo.
In quel momento la porta cigolò, aprendosi appena.
“Ma che diavolo… Martine?! Sei qui?”
La voce di Guy la fece sussultare e rispose quasi urlando, mentre lo spostamento d’aria alle sue spalle le fece capire che Hadrian stava cercando di nascondersi.
“Si è spenta la candela mentre raccoglievo gli abiti. Mi faresti la cortesia di portarmene un’altra? Così posso rivestirmi.”
“Dammi un attimo” le rispose, i passi che si allontanavano rapidi verso l’altra stanza. Martine rimase immobile e, quando Guy entrò nella stanza, dovette socchiudere gli occhi per la luce che si faceva sempre più vicina. Istintivamente si guardò intorno alla ricerca di Hadrian. Sparito.
“Cominciavo a preoccuparmi” esclamò Guy, appoggiando la lanterna sul tavolo.
“L’acqua era fredda e quindi ho impiegato più tempo del previsto. Poi la candela si è spenta e non volevo uscire in queste condizioni, e allora… sì insomma…”
Lui la stava osservando e Martine si rese conto di avere addosso solamente un lenzuolo e nulla più. Capì immediatamente dove stavano andando i suoi pensieri perché le fece scivolare la stoffa dalla spalla fino a rivelare il seno nudo.
“Non mi pare il momento giusto” si giustificò, mentre cercava di ricoprirsi. Guy la ignorò e fece scorrere la mano sotto il lenzuolo, facendola sobbalzare. Aveva la mano fredda e ruvida, eppure fu talmente delicato da darle brividi di piacere mentre scendeva verso le sue gambe.
“Ti prego… non adesso” lo supplicò, mordendosi le labbra e pregando che qualcuno o qualcosa interrompesse quel momento così imbarazzante. Miracolosamente fu Guy stesso a fermarsi di sua spontanea volontà. Tirò via la mano di scatto e andò a lavarsela nel catino.
Sì ok che non mi faccio una doccia seria da giorni, ma così mi pare esagerato.
“Scusami, non avevo capito. Ti lascio rivestire con calma” e si diresse verso la porta. “Ah, Nigel ha trovato cameriere e sguatteri legati nella stalla. Il proprietario dice di essere stato pagato da Sparrow per farci entrare. Sapeva che saremmo arrivati, quel bastardo. Ho chiesto di non far entrare nessuno fino all’alba quindi possiamo dormire qualche ora prima di tornare a castello. Se hai fame posso chiedere di far preparare qualcosa.”
“Sì, grazie. Te ne sarei grata. Grazie Guy” e quando lo vide chiudere la porta col sorriso, Martine tirò un sospiro di sollievo. Si girò per appoggiarsi al tavolo e, alla luce della lanterna, vide che l’acqua nel catino era rossa. Si sentì venire meno, mentre portava una mano tremante in mezzo alle gambe. Era umida e quando si osservò le dita vide che erano sporche di sangue.
“Oh cazzo. Cazzo, cazzo, cazzo. Hadrian. Hadrian aiuto, sanguino. Hadrian!”
Le parole le uscirono in un sussurro soffocato, ma il giovane la sentì e accorse immediatamente. Era riuscito appena in tempo a nascondersi tra le tende del letto a baldacchino ed ora cercava di calmare Martine che terrorizzata si osservava le dita della mano.
“Stai tranquilla, adesso stenditi sul letto.”
“Non di nuovo, non di nuovo, non di nuovo…” continuava a ripetere.
“Ti fidi di me? Hey, guardami. Lascia che ti aiuti, va bene?”
Le parlava dolcemente, mentre con le mani cercava di liberarla dal lenzuolo. Martine lo lasciò fare e fissò il soffitto, tremando quando si sentì completamente nuda ed indifesa.
“Ora dovrò toccarti” le spiegò, mentre versava altra acqua nel catino e si sciacquava le mani. “Sai che l’ho già fatto in precedenza.”
“Sai anche che mi è piaciuto.”
“Non era questo che intendevo, ma son felice di sentirtelo dire” ammise con un sorriso. “Ho già avuto a che fare con il corpo femminile in queste situazioni. Devi rilassarti altrimenti ti farò male, è tutto chiaro?”
Martine annuì, afferrando il lenzuolo e coprendosi la parte alta del corpo. Non era solo per il freddo e la vergogna ma sentiva il bisogno di stringere qualcosa. Sentì che le faceva aprire le gambe, che poggiava la lanterna sul letto e che le sue mani fredde ed umide la toccavano dentro. Ma non sentiva dolore. Ricordava bene la sofferenza e i crampi insopportabili del primo aborto, quindi cosa stava succedendo lì sotto?!
“Hadrian… dimmi qualcosa…” chiese infine con un fil di voce, non osando muoversi.
“Non so come dirtelo, e credo sia proprio la notte delle scuse ma… non eri incinta.”
Martine si raddrizzò alla velocità della luce, puntellandosi sui gomiti ed osservando il giovane ripulirsi le mani.
“Ti spiacerebbe ripetere?!”
“Beh è iniziata la tua luna quindi non sei sicuramente in attesa di un bimbo. Credo di aver sbagliato a giudicare il tuo stato di salute, quindi ti chiedo umilmente scusa” e le sorrise, sedendosi accanto a lei sul letto.
“Umilmente scusa?! Hadrian! Mi hai fatto credere di essere incinta! E che cazzo!” e gli tirò un ceffone sulla schiena, pentendosene subito nel sentire il lamento soffocato del giovane. Hadrian aveva gli occhi lucidi e stava chiaramente soffrendo per il dolore alla spalla, ma Martine non riuscì a resistere e scoppiò a ridere, tappandosi la bocca per non fare rumore.
“Grazie eh” mugugnò Hadrian, sebbene stesse ridendo anche lui tra una smorfia e l’altra.
“Ah che liberazione” sospirò la ragazza, lasciandosi cadere sul cuscino. “Non ho mai amato così tanto le mestruazioni come in questo momento.”
“Scusami, sono un pessimo medico. Ma i sintomi c’erano tutti e… beh, non ho scuse.”
“Credo ci siano state abbastanza scuse per una notte sola. E tu sei un buon medico, altrimenti io a quest’ora sarei morta. Non potrò mai ringraziarti abbastanza.”
Hadrian le mise affettuosamente una mano sulla gamba e le stava sorridendo, quando qualcosa attirò la sua attenzione. Fece scivolare la mano sulla gamba sinistra e Martine sussultò.
“Aspetta, fammi vedere” le disse, avvicinando la torcia per illuminare meglio.
“Credo tu abbia già visto abbastanza lì sotto, no?!”
“Il ginocchio. L’avevo pulito, da quanto è in queste condizioni?”
Martine si mise a sedere e notò per la prima volta che, dove un paio di giorni prima stava una bella vescica piena di pus, adesso il ginocchio sinistro era coperto da una macchia rossastra circondata da tanti puntini violacei stile morbillo.
“Ma cosa cavolo… non vedo il mio ginocchio da giorni, potrebbe essere così da quando me l’hai disinfettato.”
“Si tratta sicuramente di una reazione allergica a qualcosa, una specie di infezione.”
“Ne sei sicuro stavolta? No perché non sopporterei un’altra tragedia sanitaria.”
“Si è estesa lungo i tagli e le piccole ferite” continuò, osservando ogni centimetro della sua pelle. Martine era percorsa da brividi e cercò di concentrarsi sulla gravità della sua situazione clinica. A quanto pareva, era piena di puntini viola in prossimità delle ferite più recenti su gambe e mani, nello specifico ginocchia e polsi. Con la sporcizia che la ricopriva a causa della poca cura della propria igiene personale non aveva notato nulla, ma secondo Hadrian poteva trattarsi di un’infezione per colpa di qualche muffa.
“Molto probabilmente quando ti trovavi prigioniera in quella bottega. Visto il tuo stato fisico alterato a causa della fame, della stanchezza e della luna imminente, l’infezione ha avuto un effetto più estremo, se possiamo dire così. Febbre alta, reazioni anomale, nausea.”
“Ed è grave? Cioè, morirò di una morte dolorosa?”
“Basterà disinfettare regolarmente le ferite, mettere una pomata sulla zona irritata e sperare tu non venga più legata in una bottega tanto sporca.”
“Oh grazie al cielo” e lo abbracciò facendo attenzione alla sua ferita, decisamente sollevata per l’evolversi della situazione.
“Sempre se non ho sbagliato di nuovo” esclamò serio, ma Martine notò che il tono duro e freddo di pochi minuti prima era ormai sparito.
“Confermo quanto già detto: non so dove sarei se non fosse stato per te.”
Hadrian rimase in silenzio, e questo permise a Martine di terminare il discorso interrotto dall’ingresso di Guy. Sciolse l’abbraccio per guardarlo negli occhi, anche se avrebbe preferito che la candela fosse spenta perché l’imbarazzo era alle stelle.
Era ancora nuda, con accanto Hadrian a sua volta mezzo nudo, un Hadrian che aveva appena ravanato nelle sue intimità in pieno mestruo dopo averle confessato di provare qualcosa per lei.
“Allora… non sono sicura di riuscire a rimettere assieme quello che stavo per dirti perché nel frattempo ci sono state un bel po’ di emozioni inaspettate. Voglio solo che tu sappia quanto sono dispiaciuta. Per tutto. Non ti meritavi questa situazione e soprattutto non mi merito quello che hai fatto per me. No, aspetta” sollevò una mano per zittirlo, vedendo nei suoi occhi l’intenzione di ribattere. “Poi potrai dire quello che vuoi, ma fammi finire. Il mio povero cervello ne ha passate troppe in questi giorni e ancora non ci capisco nulla di quello che sta accadendo. So solo che devo recuperare quegli stramaledetti pezzi della Daga senza risvegliare Imhotep ma salvando Jack. Ho bisogno di capire cose del mio passato per salvare il mio futuro. Ho bisogno di mangiare e soprattutto dormire. E mi scuso, ancora, se sembrerò la solita egoista… ma ho bisogno di averti accanto. Accetterò se mi dirai di no e ti capirò, soprattutto per la questione Guy. Io lo amo, non lo amo, penso di amarlo, diciamo che la situazione è piuttosto complicata. E’ un bel casino, lo so…”
Martine sbuffò, battendo i pugni sul letto alla ricerca delle parole giuste per fargli capire cosa provava e l’espressione a metà strada tra il confuso ed il divertito di Hadrian non aiutava.
“Cioè, voglio dire. Se io amassi davvero Guy, ma davvero davvero, non sarei venuta a letto con te, giusto? Oh sì? In quel caso sarei veramente una zoccola assurda.”
“Può essere stata colpa della muffa.”
“No, ti prego… la muffa no…”
Hadrian si mise a ridere, il sorriso smorzato da una leggera smorfia per il dolore alla spalla. La fasciatura sembrava più rossa di quando era entrato in quella stanza pochi minuti prima, aveva sicuramente bisogno di qualche punto di sutura per evitare di sanguinare ancora. Martine rabbrividì al pensiero dell’ago che attraversava la pelle ma si sentiva in dovere di aiutarlo, dopo tutto quello che aveva fatto per lei. Aprì la bocca per chiedergli come, ma Hadrian prese la parola per primo.
“Non posso abbandonarti, non adesso. Non dopo tutto quello che c’è stato e che deve ancora accadere. Sei mia amica ed io voglio aiutarti, se me lo permetti. Non puoi chiedermi di sopportare Guy perché… beh, lo sai perché. Ma posso prometterti che cercherò di non ucciderlo. Vi chiedo solo di evitare di esprimere i vostri sentimenti, qualunque essi siano, in mia presenza. Ho molta pazienza, ma a tutto c’è un limite. Se queste condizioni per te sono accettabili, io ti rimarrò accanto” e le porse la mano per suggellare il patto.
Martine si avvicinò, gli prese il volto tra le mani e, sotto lo sguardo sorpreso di Hadrian, si appropriò delle sue labbra. Fu un bacio strano, a più riprese, come se sentissero entrambi il bisogno di interrompere quel momento di imbarazzo in ogni istante ma col timore che ogni bacio fosse l’ultimo. Fu la voce di Nigel, fuori dalla porta, a segnare la fine di quel match. Sembrava stesse dicendo qualcosa a Guy a proposito di un piatto di carne.
“Io… vado a mangiare… qualcosa. Tu… vieni…” bofonchiò Martine, sollevandosi dal letto sempre con il fedele lenzuolo addosso.
“Non posso uscire. Io non sono qui” esclamò, sorridendo.
“Già, giusto. Dunque. Ti giri… per cortesia… che mi vesto? Grazie.”
“Sia mai che ti veda nuda.”
“Spiritoso. Davvero eh.”
Martine impiegò qualche minuto in più del solito per rivestirsi. Non tanto per il vestito, che le andava largo e non aveva lacci complicati da stringere, ma per la fatica di incastrare la stoffa in mezzo alle gambe.
“Pure il ciclo nel Medioevo. Ci sarà mai qualcosa che andrà per il verso giusto in questo stramaledettissimo posto?! Ok, sono vestita, puoi girarti.”
“Devo proprio?”
“Mmm no. Puoi stare lì. Uh… allora io vado. Noi… ci vediamo dopo.”
“Va bene.”
“Già. Ok. Uhm… ciao” e si mise a raccogliere gli abiti sporchi sparsi per il pavimento, infastidita dal tono divertito di Hadrian e confusa a tal punto da non avere ancora capito come si stava evolvendo la situazione. Appoggiò la massa informe e puzzolente accanto alla porta e afferrò la maniglia con riluttanza. Come si sarebbe comportata adesso? Perché era successo qualcosa là dentro. Non che prima non fosse successo nulla, ma sicuramente le cose tra lei ed Hadrian avevano preso una piega diversa. O almeno era quello che credeva. Cioè, non le aveva dichiarato il suo amore, non le aveva nemmeno chiesto di mollare Guy, come pure di fuggire via lontano assieme per essere felici e contenti con happy ending incluso. Non aveva detto niente di così epico e romantico. Ma allora come poteva definire la loro relazione? Improvvisamente Martine ebbe la sensazione di essersi appena trovata uno scopamico e la cosa la mise ancora più in confusione. Era quello che voleva? Devo già mollare Guy, dovrò mollare anche lui, cosa mi cambia saperlo?
Si girò per guardarlo un ultima volta prima di uscire dalla porta e fu sorpresa nel trovarselo in piedi davanti a lei.
“Speravo ti saresti girata” e la strinse a sé, chiudendole la bocca sorpresa con un bacio decisamente più appassionato dei precedenti, lasciandola senza fiato e senza parole.
Quando si staccò da lei, quasi la spinse fuori dalla stanza salutandola con una risata trattenuta a stento, e le chiuse la porta in faccia, lasciandola nel buio del corridoio in balia di pensieri ed emozioni contrastanti.
Stamaledettissimo Medioevo del cazzo.

 

 

Data di pubblicazione: 9 marzo 2018
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

 

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