DAGGER: CAPITOLO 7.7

7 marzo 1193
Giorno 10
York

 

“Venite, presto!” bisbigliò Nigel, agitando nervosamente la mano. “Entrate!”
Con riluttanza lo vide avvicinarsi a passo lento e traballante, lo sguardo sempre puntato verso la porta dalla quale era appena stato chiuso fuori.
Fu Guy a dargli la spinta necessaria ad abbandonare il corridoio. Tirandolo per la giacca sbottonata e sporca di sangue lo scaraventò con violenza contro il muro della stanza. Nigel fu costretto a scansarsi per evitare di finire lungo disteso a terra. Marian chiuse immediatamente la porta alle loro spalle.
“Per colpa vostra Martine è là dentro! Spero ne sia valsa la pena o vi ucciderò con le mie mani” fu il brusco benvenuto di Guy. Il giovane nobile non sembrava troppo preoccupato, anche se si vedeva chiaramente che doveva aver avuto una pessima giornata.
“La stessa cosa vale per voi” fu la sua risposta, diretta e senza alcun sentimento.
“Che cosa volete dire!?” Un’ulteriore strattone di Guy lo fece sussultare e stringere i denti ma LeBlanc sostenne lo sguardo del cavaliere.
“Gisborne, lascialo andare. Sentiamo cosa ha da dire” propose Nigel.
“Ha ragione. E’ ferito e non otterremo nulla in questo modo” concluse Marian, poggiando una mano sulla spalla di Guy. L’uomo non sembrava propenso ad ascoltarli, ma la debolezza lo stava rendendo instabile e ancora più pallido. Mollò la presa sul giovane, che si lasciò cadere a terra, la schiena e la testa contro la porta. Guy raggiunse a fatica il letto, sedendosi pesantemente e sospirando stanco.
Il silenzio si impadronì della stanza mentre nessuno osava parlare per primo. Marian si era diretta al tavolo e versava dell’acqua in un catino, ed il rumore sembrava perforare i timpani. Il suono di stoffa che si strappava fece sussultare Nigel, che seguì i movimenti della ragazza mentre si chinava davanti al giovane nobile.
“Siete ferito. Toglietevi la giacca” gli ordinò senza alcuna gentilezza.
“Lasciatemi solo riposare qualche secondo. Dobbiamo tornare subito in quella stanza.”
Marian allungò la mano sulla giacca sporca di sangue infischiandosene delle parole del giovane, che la bloccò afferrandole il polso.
“Ho detto che non mi serve aiuto” ripeté sottovoce, fissandola con astio.
“Fate come volete” rispose la ragazza, liberandosi dalla presa e gettandogli addosso la stoffa umida, per poi allontanarsi verso il centro della stanza.
“Avete detto di chiamarvi LeBlanc, giusto?” chiese Nigel, stavolta il suo turno di chinarsi di fronte al nobile. In risposta ricevette un sospiro ed un semplice cenno della testa, gli occhi chiusi per la troppa stanchezza.
“E siete nato a Chinon, se non erro.”Improvvisamente ebbe la sua completa attenzione, oltre ad un paio di occhi sbarrati che lo fissavano confuso. “Certo, che stupido sono stato. Guy, ricordate gli ordini dello sceriffo?” chiese Nigel, senza mai voltarsi e rimanendo concentrato sul nobile.
“Scortare Martine fino a York.”
“Esatto. Per quale motivo?”
“Lo sceriffo credeva lei fosse una spia francese.”
“Esatto! Francese! Non capite?” esclamò Nigel, alzandosi in piedi ed allargando le braccia.
“Confesso di fare veramente fatica a seguirvi” confessò Marian, incrociando le braccia in attesa di una spiegazione.
“Giusto, voi non sapete nulla e, soprattutto, non dovrete sapere altro. Gisborne, voi purtroppo siete già a conoscenza di tutto, quindi vi pregherei di avvicinarvi”concluse Nigel.
“No, un attimo. Perché devo rimanere all’oscuro?” brontolò Marian. “Vi ho aiutati e sono incastrata qui con voi per non so ancora quale motivo. Pretendo di avere una spiegazione altrimenti prendo e me ne vado.”
“Milady, mi rincresce ma è per il vostro bene.”
“Sapete che me ne faccio del vostro rincrescimento?” e si mise a raccogliere le poche cose appoggiate sul tavolo.
“Marian, non fate sciocchezze” s’intromise Guy, frapponendosi tra lei e la porta. “Non è sicuro lasciare questa stanza.”
“Ah no? E per quale motivo? Datemi una spiegazione valida e potrò considerare la mia permanenza in vostra compagnia.”
“Lord Sparrow” aggiunse semplicemente, avvalorato dal cenno affermativo di Nigel e dal sorriso nervoso del nobile.
“Mi sento presa in giro, lo capite? Avete un segreto e non volete rendermi partecipe. Perché Lord Sparrow è chiuso in quella stanza con Lady Wescott? Ma soprattutto, chi è veramente Lady Wescott?! ”
I tre uomini si guardarono in attesa che qualcuno rispondesse per primo. Marian sbuffò esasperata, dirigendosi con passo deciso verso la porta.
“Non andare, ti prego” la scongiurò Guy, prendendola per le spalle.
“Lasciami. Subito.”
“E’ per il tuo bene. Fidati.”
“La fiducia si basa sulla condivisione e sul rispetto. Quando rispetterete le mie richieste e condividerete i vostri preziosi segreti, allora vi aiuterò.”
Marian spinse Guy da parte, spostandolo con sorprendente facilità. Il nobile si mise in piedi, preoccupato dalla furia della giovane che, avvicinatasi, aprì la porta lasciando rapida la stanza.
“Marian…” fu l’ultima preghiera di Guy, ma la ragazza non li degnò di altri sguardi. Nigel uscì in corridoio in tempo solo per vederla sparire oltre le scale.
“Devo seguirla” furono le parole del cavaliere non appena la porta venne richiusa.
“No, credo sia più al sicuro lontana da questo posto” ammise Nigel. “Ed ora… veniamo a noi.”
LeBlanc si sentì nuovamente preso di mira e assunse un’aria di sfida, pronto a rispondere a qualsiasi accusa gli venisse rivolta. Nigel notò che non osava allontanarsi dalla porta quindi gli rivolse un sorriso amichevole.
“Non dovete preoccuparvi, con noi siete al sicuro. E manterremo il vostro segreto.”
“Quale segreto?” chiese Guy, aggrottando le sopracciglia.
“Mettiamoci comodi, che ne dite?” Nigel spostò uno sgabello offrendolo ad Hadrian. “Anche voi, Gisborne. E’ meglio recuperiate le forze in caso le cose nell’altra stanza si mettessero al peggio.”
“Siete impazzito? Volete anche un boccale di birra e un piatto di stufato?! Martine è da sola con Sparrow! Ho assecondato questa follia troppo a lungo” e si avviò a passo deciso verso la porta.
“Martine è al sicuro. Fidatevi di lei. E’ assurdo anche per me dirlo, ma diamole una chance.”
“Di farsi ammazzare?! Sta consegnando a Sparrow tutto ciò che desidera, cosa gli impedirà di farla fuori non appena ottenuto il suo scopo?”
“Sottovalutate Martine. Non è poi così avventata come crediamo. Sparrow non potrà fare nulla senza questa” e tirò fuori da una tasca interna un piccolo rettangolo scuro: la batteria del cellulare.
“Inoltre solo io conosco la posizione del furgone, quindi al massimo potrebbe usarla per minacciarci. Avanti, mettetevi comodo” e non trovando altri sgabelli si sedette per terra, incrociando le gambe. Guy borbottò qualcosa di incomprensibile ma decise di assecondarlo, sedendosi sul letto e fissandoli con astio. Nigel era certo che la sua attenzione fosse rivolta ad ogni rumore al di là della porta, perché condivideva la sua stessa preoccupazione. Ma doveva dare una possibilità a Martine, dopotutto. E la tensione era talmente alta che rilassarsi e prendere un attimo di respiro avrebbe giovato a tutti quanti.
Guy era ferito e, sebbene non lo desse a vedere, il dolore lo stava fiaccando. Lord LeBlanc non aveva un aspetto migliore e la chiazza di sangue sugli abiti sembrava essersi allargata. Personalmente poteva ritenersi fortunato di essere ancora illeso, quindi decise di assumersi il ruolo di mantenere tutti vivi il più a lungo possibile. Non aveva il fisico adatto per lanciarsi in una eventuale scazzottata con Jack, ma i due uomini presenti nella stanza sì.
“Sicuro non sia il caso di controllare la ferita?” chiese quindi al nobile, che si stava in quel momento massaggiando la spalla.
“Mi da fastidio se mi muovo o se qualcuno mi sbatte contro le porte” rispose, rivolgendo lo sguardo a Guy, che sbuffò guardando altrove. “Sparrow ha pensato bene di disinfettare la ferita con il vino. Infatti puzzo peggio di un ubriaco.”
“Questo dimostra che, dopotutto, non intendeva uccidervi.”
“Ero l’esca, non aveva senso presentare un cadavere per lo scambio.”
“Soprattutto un’esca del vostro lignaggio.”
Vide LeBlanc contenere un motto di disagio e sorrise.
“Non vi dovete preoccupare, il vostro segreto sarà al sicuro se voi farete lo stesso con il nostro.”
“Avanti, parlate. Di quale segreto di tratta?” chiese Guy nervoso, incapace di starsene seduto tranquillo.
Nigel inspirò profondamente. “Ero in autostrada, stavo guidando il furgone in direzione di York. Il mio cervello non faceva altro che pensare al danno che avevamo causato al continuum per colpa della morte prematura di Dick. Cercavo soluzioni che potessero sistemare le cose ma non vedevo vie d’uscita. Non potevamo prendere il suo posto e nemmeno costringere qualcuno a farlo. Arrivai a York senza essere riuscito a risolvere il problema e, una volta qui nel passato, gli eventi non mi hanno lasciato il tempo di riflettere. Poi siete apparso voi” ed indicò Hadrian con la mano. “Vi siete presentato come Lord LeBlanc e una lampadina s’è accesa nella mia testa. Non c’ho fatto molto caso perché la notizia della morte di Martine mi ha sopraffatto, ma non appena appurato che lei era viva quella lampadina è tornata a brillare. E ho capito.”
“Oh avanti, non tiratela per le lunghe!” sbuffò Guy, alzandosi definitivamente dal letto e dirigendosi verso il tavolo per versarsi dell’acqua da bere.
“Ditemi, Gisborne. Voi conoscete la famiglia dei LeBlanc?”
“Hanno qualche terra da queste parti ed un buon commercio di spezie e tessuti grazie al favore…”
“… della regina Eleonora d’Aquitania. Che voi conoscete bene” aggiunse, rivolgendosi al giovane nobile. Lo vide abbassare lo sguardo e serrare la mascella.
“Voi siete il bastardo di Eleonora.”
“Moderate il linguaggio” lo minacciò Hadrian, trattenendosi seduto a stento.
“Vi chiedo scusa, forse devo essere più preciso. Siete il bastardo di Eleonora e la spia francese che sventerà la cospirazione tentata da Giovanni contro Riccardo. Immagino che il denaro del riscatto si trovi qui a York, come suggerito nella lettera ricevuta dallo sceriffo di Nottingham per il qual motivo ora ci troviamo tutti qui riuniti.”
Silenzio. Solo un fruscio che aumentava di intensità fuori dalla finestra. La pioggia aveva finalmente deciso di scorrere a ripulire le vie sporche e maleodoranti della città, in lontananza il debole ruggito di un temporale in avvicinamento.
“Ha ragione? Siete una spia francese?”
Guy si era avvicinato a Nigel, ed entrambi fissavano il giovane nobile in attesa di risposta.
Hadrian non osava alzare lo sguardo, visibilmente in difficoltà.
“Forse mi son sbagliato, Gisborne” ammise Nigel, alzando le spalle.
“No, io credo abbiate ragione. Giravano voci in Francia sull’atteggiamento libertino della regina alla corte di Poitiers. Ero molto giovane e in terra straniera, costretto a lasciare l’Inghilterra senza un soldo. Non ci feci molto caso impegnato com’ero a sopravvivere, ma ricordo ci fu un periodo in cui la regina Eleonora sparì dal nulla e i pettegolezzi la volevano intenta a sgravarsi presso qualche convento.”
“La prigione di Chinon, per essere precisi. Una prigionia durata un anno prima che la regina venisse riportata in Inghilterra dal re Enrico, accusata di aver cospirato con i figli per detronizzarlo” continuò Nigel, mettendosi ora in piedi per l’emozione e per i pezzi del puzzle che combaciavano come aveva immaginato. “Un anno in prigione in Francia senza che nessuno ne sapesse nulla. Perché non riportarla subito in Inghilterra?”
“Voi credete… che la regina fosse veramente incinta?” suggerì Guy. “E che questo sia suo figlio?” ed indicò Hadrian, il cui viso era ormai di un colore rosso acceso quasi quanto i capelli.
“Non è mai stato provato che la sua relazione con Bernart de Ventadorn fosse reale e che si trattasse semplicemente di canti d’amore di un poeta dedicati alla propria mecenate. Ma l’avete detto anche voi, giravano voci sulla corte di Poitiers. Quindi… io credo che lui non sia solo una spia.”
“Non avete nemmeno le prove che io sia una spia, quindi in realtà non avete nulla.”
Hadrian s’era finalmente deciso ad intervenire, parlando a denti stretti e senza mai alzare lo sguardo.
“Sì, è vero. Non abbiamo prove” ammise Nigel.
“Ah ma allora cosa stiamo perdendo tempo a fare?!” esclamò Guy, esasperato.
“Tempo. Proprio la parola giusta. Forse possiamo ancora evitare che passato e futuro si distruggano per sempre. Vi prego, Lord LeBlanc. Ditemi che sono nel falso, che non siete chi penso voi siate. Sono in ballo il destino dell’umanità e la salvezza del continuum, tutto dipende da ciò che faremo da questo momento, da quello che deciderete di fare.”
Guy si era allontanato sospirando sconsolato, le mani a stringersi le tempie mentre Nigel era avanzato di qualche passo verso il giovane nobile, ancora seduto immobile sullo sgabello.
“Lord LeBlanc… non so cosa vi abbia detto Martine. Abbiamo fatto tanti errori stupidi da quando siamo arrivati nella vostra epoca, ma ho tutta l’intenzione di sistemare le cose. Dovete aiutarci. Se non volete aiutare me, aiutate Martine. Se il passato non sarà rimesso a posto, noi svaniremo.” Davanti agli occhi di Nigel c’era il ricordo della foto con le loro sagome sbiadite in un futuro che ormai non sarebbe più esistito.
Il giovane nobile alzò lo sguardo, per poi guardarsi intorno confuso. Sembrava volesse dire qualcosa ma usciva solo aria dalle labbra tremanti.
“Tutto questo può sembrare il delirio di un pazzo”continuò Nigel. “Ma so che comprendete le mie parole. Se temete per la vostra persona vi posso assicurare che non diremo a nessuno chi siete. Ma vi prego… aiutateci.”
Un lampo illuminò la stanza, rendendo ancora più tragica la scena che si stava svolgendo lì dentro. Fu solo dopo il lungo brontolare del tuono che Hadrian si mise in piedi.
“Esattamente… cosa avevate in mente?”

 

Il senso di nausea aveva lasciato il posto a brividi che le scorrevano lungo tutto il corpo. Il cuore sembrava volerle uscire dal petto quindi si convinse a rilassarsi e a respirare molto lentamente. La mano era ancora aggrappata alla maniglia della porta, come se quella sensazione di freddo sulla pelle la facesse sentire al sicuro.
“Puoi seguire il tuo nuovo amichetto, non mi offendo mica.”
Jack si era spostato verso il tavolo e versava in un bicchiere il vino rimasto. Quelle parole riscossero Martine e la costrinsero a girarsi verso l’interno della stanza. Il pirata le dava le spalle, intento com’era a far scendere l’ultima goccia di vino dalla bottiglia direttamente in bocca.
“Dobbiamo parlare, Jack” esordì, rimanendo comunque immobile vicino alla porta.
“Ah sì? E di cosa dolcezza?”
“Oh beh vediamo. Del fatto che ci hai ingannati, che hai i pezzi della daga, che hai fatto del male a Little John e legato me in quel buco dimenticato da tutti e… ah, come dimenticarlo: che dentro di te ci sta Imhotep?!”
“Sei sempre stata troppo melodrammatica per i miei gusti.”
“Jack, ti prego. Non sto scherzando. Ci son in ballo le nostre vite…”
“E nel conteggio tieni conto anche della mia di vita?” le chiese, girandosi finalmente a fissarla. Non c’erano rabbia né odio nel suo sguardo e questo rassicurò Martine, che avanzò di qualche passo nella stanza.
“Ovvio che mi preoccupo per te! Sei mio amico.”
“Amico…” ripetè il pirata, sollevando il bicchiere fino alle labbra per poi riabbassarlo. “Viste le tue recenti amicizie mi chiedo quale sia il criterio di selezione.”
“Che cosa vorresti dire?” scattò Martine, sulla difensiva.
“Che Doc aveva ragione. Sei buona con chiunque, cerchi sempre di fare in modo che tutti ne escano bene e nessuno soffra o venga lasciato indietro.”
“Non vedo cosa ci sia di sbagliato in tutto ciò.”
“E’ sbagliato perché…” e Jack si morse le labbra, trattenendosi dal dire altro. Appoggiò il bicchiere sul tavolo e si avvicinò rapidamente. Martine indietreggiò alla stessa velocità, spaventata da quello che poteva accadere. La sua breve fuga venne arrestata dalla porta e Jack le fu subito addosso, costringendola a chiudere gli occhi per il terrore ed alzare le mani per difendersi. Ma il pirata non la stava toccando e, una volta riaperti gli occhi, vide che se ne stava fermo di fronte a lei. Il suo volto sembrava ora preoccupato e Martine non poteva dirlo con certezza ma notava del lieve terrore nei suoi occhi.
“Dovevamo venire qui, prendere i pezzi della daga e tornare indietro. Non socializzare con le persone!”
“Lo so, Jack. Ho sbagliato. Mi son già presa parole da Nigel a sufficienza, non serve che…”
“Ma questo non vi ha fermati, nessuno dei due! Ero riuscito a tenervi alla larga, ma voi che avete fatto? Vi siete liberati!”
“Che cosa… che vorresti dire? Che hai legato me ed imprigionato Nigel per il nostro bene?!”
“Ovvio!”
“Jack, ci hai minacciati! Come diavolo potevamo capire?! Tutto questo non ha senso…”
“Lo so, dolcezza” e le accarezzò una guancia. Martine scattò appena, confusa e spaventata allo stesso tempo. L’alito del pirata puzzava di vino ed il fatto che la bottiglia fosse vuota dimostrava che non doveva essere molto sobrio. Eppure dallo sguardo sembrava lucido e vigile, oltre che tremendamente triste.
“Jack… ti prego, spiegami.”
“Ho bisogno di bere” e si allontanò da lei, raggiungendo il tavolo e chinandosi quasi a terra. Martine non aveva potuto notarlo dal punto dove si trovava, ma dovevano esserci molte bottiglie là dietro e chissà quante delle quali ancora piene. Il pirata non perse tempo a versarne il contenuto nel bicchiere e ingurgitò metà bottiglia senza quasi prendere fiato. Si ripulì le labbra con la manica della giacca e tornò verso Martine.
“E così vuoi sentire tutta la storiella. Ti consiglio di berne un goccio, non sarà una cosa facile da accettare” e le porse la bottiglia.
“No grazie, posso farne a meno. E se la storia è la stessa che mi hai raccontato mentre mi lasciavi sola e legata in quella bottega, beh allora puoi anche fare a meno di raccontare.”
“Stare vicino a Gisborne ti sta rendendo acida e noiosa” esclamò Jack, tornando a bere.
Il rumore distante di una porta che si apriva e si chiudeva, seguito da alcune parole incomprensibili, attirò la loro attenzione e li costrinse a rimanere in silenzio per qualche istante, entrambi curiosi di capire cosa stesse succedendo nel corridoio.
Martine cominciava a perdere la pazienza. Se non riusciva ad ottenere subito da Jack le informazioni che le servivano, Gisborne e Nigel avevano istruzioni di irrompere nella stanza e mettere fuori combattimento il pirata. Dovevano aver già parlato con Hadrian ed aver ottenuto da lui l’intruglio soporifero per sedare Jack, ed il fatto che il pirata fosse mezzo ubriaco avrebbe facilitato loro le cose.
Eppure dal modo in cui si stava comportando e da ciò che stentava a confessarle, Martine sperava che i compagni nella stanza accanto tardassero ad intervenire. C’era sicuramente qualcos’altro oltre alla posizione dei pezzi della daga che Jack teneva segreto dentro di sé ed era intenzionata a scoprirlo quanto prima. Stava già per aprir bocca ma il pirata la precedette.
“Quando hai sentito parlare per la prima volta della Daga del Destino?”
La domanda la colse alla sprovvista. “Beh, praticamente da sempre.”
“E tuo padre?”
“Mio padre?”
“Era uno studioso di cose antiche, giusto?”
“Un archeologo, certo. Ma questo cosa…”
“Ti sei mai chiesta come mai tuo padre ad un certo punto della sua vita si sia messo a cercare questa spada al punto da farne la sua ossessione?”
“Beh… sì, qualche volta è capitato, ma non capisco cosa c’entri adesso mio padre.”
Jack ignorò la sua risposta, finendo l’ultima goccia di vino e dirigendosi verso il tavolo, pronto ad aprire un’altra bottiglia.
“Jack, non mi sembra il caso di bere così tanto…”
“Ti sei mai domandata nella tua semplice e monotona vita per quale motivo nessuno si sia mai interessato a quella spada, ma” e se ne uscì con un acuto, sollevando da terra una bottiglia ancora tappata. “Ma uno strambo signore dai capelli bianchi sia magicamente piombato in casa vostra con un pezzo di una mappa che, guarda caso, combaciava esattamente con quella in possesso di tuo padre?”
“Volendo essere pignoli non combaciavano, ma non capisco dove vuoi andare a parare.”
“Te lo sei chiesto? C’è mai stato qualche dubbio in quella testolina?”
Martine abbassò lo sguardo, come se improvvisamente tutte le domande rimaste insolute nel corso della sua vita si stessero riproponendo in quel momento ma non riuscissero ancora ad incastrarsi in una soluzione chiara e definitiva.
“Stai per caso cercando di dirmi che la colpa di tutto è di Doc?! Ma come… cosa…”
Jack buttò indietro la testa, sospirando. “Ora arriva la parte difficile. Sicura di non volere del vino?”
“Parla. Spiegami.”
“Sai la storia del ritrovamento del GreenId sull’isola? Balle.”
“Come scusa?!”
“Il caro professore vi ha mentito. O meglio, ha distorto la realtà. Eravamo su quella spiaggia? Vero. Abbiamo trovato il GreenId? Falso.”
“Ma perché ci ha mentito?” chiese Martine, cominciando ad avere una brutta sensazione.
“Perchè il GreenId era già in suo possesso.”
Martine reagì con un innalzarsi repentino delle sopracciglia seguito da una bocca spalancata senza parole. Valutò varie risposte mentre Jack recuperava il bicchiere per riempirlo molto lentamente.
“Ok, e allora? Può averci mentito sul vero ritrovamento ma questo cosa vuol dire? Avrà avuto le sue ragioni.”
“Certo dolcezza. Le sue ragioni erano quelle di Imhotep.”
Non appena pronunciato il nome del sacerdote egizio il rombo distante del tuono giunse in perfetta sincronia, mandando in paranoia i due presenti nella stanza.
“Bevi. Devi bere” la minacciò Jack, porgendole il bicchiere con mano tremante.
“Non ho voglia.”
“Ti prego…” e lo sguardo di supplica era talmente sincero e spaventato che Martine accettò. Ingurgitò alcuni sorsi strizzando gli occhi: era molto più forte di quanto si aspettasse.
“Tutto” aggiunse Jack, mettendole fretta e bevendo a canna dalla bottiglia.
“Jack, se speri che io mi ubriachi con così poco per fregarmi, beh non mi conosci.”
“Non è te che devo imbrogliare. Ma lui” e si toccò la tempia.
Martine rimase nuovamente senza parole, aggrottando le sopracciglia e attendendo maggiori spiegazioni dal pirata, che era tornato a rifornirsi di vino da dietro il tavolo.
“Mi stai dicendo” provò ad azzardare, avvicinandosi. “Che ti stai volutamente ubriacando per impedire ad Imhotep di leggerti nei pensieri?”
Vide Jack sbarrare gli occhi e fissare la finestra, teso in ascolto di qualcosa. Dopo qualche secondo di silenzio rotto solamente dallo scrosciare ormai insistente della pioggia, il pirata tirò un sospiro di sollievo e le sorrise.
“Ok, e se anche così fosse” continuò, esasperata di arrivare al nocciolo della questione. “Cosa c’entra mio padre? Perchè Doc ci avrebbe mentito e soprattutto perché devo bere anch’io questo stramaledettisimo vino?”
“Hai ragione, devo andare con ordine. Comincia a girarmi un po’ la testa, ti va di sdraiarci a letto?”
“Sdraiarci” ripetè Martine.
“Sdraiarci.”
“Nessun secondo fine.”
“Parola di capitano.”
“Ah beh allora” esclamò, sospirando e seguendolo sull’alto materasso. Spostò i cuscini per mettersi seduta comoda e osservò Jack lanciarsi come un pesce sulle coperte miracolosamente senza versare una goccia di vino dalla bottiglia.
Pensare che solo poche ore fa ero qui assieme a Guy a parlare del nostro futuro assieme. Ora me ne sto sdraiata con un pirata ubriaco e posseduto. La mia vita fa schifo.
Accantonò quel pensiero per tornare ad interrogare Jack.
“Avanti, dimmi tutto.”
“Vino?” le chiese con un sorriso.
“E vino sia” e Martine accettò l’offerta bevendo dei sorsi belli consistenti direttamente dalla bottiglia. Cominciava a trovare quel liquido accettabile, con un leggero calore che le scaldava le estremità intirizzite dal freddo e dalla tensione.
Jack riprese il testimone sotto forma di bottiglia ormai quasi vuota e, dopo un rutto contenuto, le diede le spiegazioni che tanto agognava.
“Devi sapere che non ho mai voluto farti del male. Coscientemente. Anche se è proprio quando sono cosciente che la mia coscienza non lo è.”
“Chiaro.”
“Davvero?” le chiese, fissandola storto.
“Certo.”
“Provamelo.”
“Ma non eri tu quello che doveva parlare?!”
“Ashhhshhh tu dimmelo e basta!”
“Ok ok. Dai tuoi farfugliamenti ho capito che Imhotep ti controlla i pensieri e che solo quando la tua mente è annebbiata sei protetto da lui. No?”
“Sei un amore” e avvicinò pericolosamente il volto verso quello di Martine, che arretrò di scatto.
“Hey! A cuccia! Vai avanti con la storia!”
Con espressione delusa bevve l’ultimo sorso di vino. Questo lo costrinse ad alzarsi barcollando per prendere un’altra bottiglia. Ci impiegò più del dovuto, facendo cadere i vuoti come birilli e rompendone alcuni. Martine sperò che Guy, Nigel ed Hadrian non intervenissero e fece cenno a Jack di muoversi.
“Arrivo tesoro mio!” canticchiò, zompettando verso il letto e riadagiandosi tra i cuscini.
Martine gli lasciò il tempo di bere e gli tolse la bottiglia, sperando che questo gli desse una mossa.
“Dicevamo. Dove ero rimasto?”
“Al tuo essere incosciente nell’incoscienza.”
“Ah giusto. Dunque. Premesso quindi che non ho mai avuto alcuna intenzione di farvi del male o tradirvi, risulta chiaro ed evidente che sono una vittima!”
“Ma cosa c’entra mio padre?!”
“Ah già, tuo padre! Semplice: è colpa sua se la maledizione ci ha colpiti tutti!”
“COME SCUSA?!”
“Ripeto: sono una vittima, non è colpa mia!” esclamò il pirata, spostandosi verso l’esterno del letto.
“Vieni qui e spiegati subito!” lo tirò per un braccio.
“Tuo padre ti ha mai raccontato di come è venuto a conoscenza della Daga del Destino?”
Martine ripensò alla sua infanzia, ai pochi ricordi nitidi che le rimanevano ancora dei suoi genitori.
“All’università. Non ne ha mai parlato molto dettagliatamente, nemmeno nel suo diario. Diceva semplicemente di averne sentito parlare ad un corso, di aver approfondito l’argomento ed aver trovato interessante il mistero.”
“Tuo padre mentì.”
“Non ti permetto di…”
“Cosa ti disse del pezzo della mappa? Dove e quando lo aveva trovato?”
“Jack, ti prego. Smettila con queste domande e parla chiaro” lo pregò, chiudendo gli occhi per una fitta improvvisa di mal di testa.
“Va bene. Ma ricorda che io sono la vittima” e puntò nuovamente il dito su sé stesso.
Martine annuì e accettò l’ennesimo invito a bere. Ormai sentiva l’effetto del vino in tutto il corpo.
“Tuo padre trovò il GreenId nei sotterranei del British Museum. Era lì per avere quelli che voi chiamate punti extra, ed il suo lavoro consisteva nel catalogare i reperti assieme ad altri studenti universitari.”
“E tu come lo sai?”
“Me l’ha raccontato Doc.”
“Ma se anche lui è coinvolto e ci ha già mentito, come possiamo fidarci…”
“Fidati di me. Tuo padre ha attivato la maledizione aprendo uno scrigno nascosto sotto chissà quanti reperti dell’antico Egitto. Imhotep s’è impadronito del suo corpo e da allora la ricerca della daga è diventato il chiodo fisso di tuo padre.”
“Ma lui non era… non sembrava…”
“Posseduto? Tesoro mio, lui ti controlla da dentro, non puoi accorgertene.”
Martine si sforzava di credere alle parole del pirata ma sembrava tutto assurdo. Suo padre era stato sotto controllo di Imhotep per tutta la vita e lei non se ne era mai resa conto?
Ripensò ai momenti felici trascorsi assieme, i regali che le portava al ritorno dai numerosi viaggi, le storie che le raccontava quando faticava ad addormentarsi dentro le tende da campo.
“Ma mio padre è morto…”
“Certo, lo so. Ha provato a liberarsi di Imhotep ma non è servito.”
“E mia madre? Lei sapeva?”
“Non è riuscita a far nulla, povera donna. Aveva cominciato ad aver sospetti. Sentiva spesso tuo padre parlare da solo e le notti insonni cominciavano ad essere l’abitudine.”
“Non mi sono accorta di nulla! E’ vero, vedevo spesso la luce dello studio accesa, ma… oh papà…” e si coprì il volto con le mani, iniziando a piangere. Jack le mise una mano sulle spalle, dandole pacche appena accennate. Ci vollero alcuni minuti prima che riuscisse a riprendere il controllo. Accettò il fazzoletto e poi anche un altro sorso di vino, invitandolo a continuare la storia.
“Tua madre chiese aiuto a Doc, l’unica persona della quale si fidasse.”
“Non avevano molti amici. Sai com’è, erano sempre in viaggio” li giustificò Martine, tirando su col naso.
Jack annuì. “Doc non potè fare nulla. Non appena tentarono di bloccarlo, Imhotep prese il sopravvento. La sua furia non guardò in faccia a nessuno e, mentre tua madre bloccava tuo padre ormai impazzito, l’energia scaturita fece crollare loro addosso talmente tanta terra e rocce da sommergerli ed ucciderli.”
Martine cercò di trattenere le lacrime. “Mia madre… si è sacrificata…”
“Per salvare tuo padre. Ma non è servito, purtroppo.”
Il groppo in gola le impediva di parlare e dovette di nuovo cercare di calmare il ritmo dei suoi respiri. Per fortuna questa volta Jack non ebbe bisogno di essere stimolato a continuare.
“Lo spirito di Imhotep si impossessò del corpo più vicino, ovvero quello di Doc.”
“Doc era lì?!” reagì Martine, girandosi di scatto. “C’ero anch’io in Nuova Zelanda! Non l’ho visto!”
“E’ scappato prima che i soccorsi arrivassero. Ormai Imhotep era già dentro di lui, quindi lo aveva obbligato a fuggire.”
Martine sentiva la testa girare. Poteva essere il vino, la stanchezza, lo stress. Ma tutte quelle informazioni le stavano facendo tornare la nausea.
“Il resto della storia lo conosci. Doc si è preso estremamente a cuore la ricerca della Daga, ha trovato me e noi abbiamo contattato voi.”
Martine aveva bisogno di alzarsi. Rotolò a fatica giù da letto, attendendo qualche secondo che l’equilibrio tornasse prima di spostarsi per la stanza. Aria, ho bisogno di aria. Raggiunse la finestra, vi si aggrappò e spinse le imposte. Abbracciò con un gemito di gioia la brezza fredda ed umida che le colpì il viso. Non era rimasto quasi nessuno nelle strade ormai buie, a parte qualche figura incappucciata che correva brontolando qualche imprecazione. Le nuvole si rincorrevano per il cielo e la loro sagoma era resa visibile dalla luna che si mostrava per qualche istante prima di sparire dietro il muro scuro e carico di pioggia.
Martine non sapeva cosa provare. Disperazione? Odio? Terrore? Tutto quello in cui aveva creduto fino a quel momento, le persone delle quali si era fidata. Tutto crollava miseramente e sapeva di vino amaro nella sua bocca.
“E come… come c’è finito Imhotep dentro di te?”
Jack sospirò. “Come dicevo, sono una vittima. La storiella della spiaggia, dello scrigno e dell’apparizione di Imhotep sono un’invenzione… ma Doc mi tramortì veramente con una noce di cocco. Il sacerdote si era reso conto che il corpo dello scienziato era troppo debole per contenerlo e portare a compimento la missione. Così pensò bene di scegliere me ed eccoci qua.”
“Ma perché Doc ha continuato in questa farsa anche dopo essersi liberato?! Non capisco!”
“Perchè era sotto il mio controllo, dolcezza. Ormai la sua essenza era stata plagiata da Imhotep quindi per il sacerdote… per me… non era difficile manipolare lo scienziato per fare qualsiasi cosa noi volessimo.”
Quell’improvvisa comparsa del plurale mise Martine in allarme. Si girò verso il letto, fissando il pirata ancora immobile in mezzo ai cuscini e alle coperte.
“E come faccio a sapere che adesso non stai cercando di manipolare anche me? Che non mi stai mentendo?”
“Prima di tutto, gioia, non sono mai stato dentro di te. Aspetta… così suona male, mi correggo: Imhotep, LUI non è mai stato dentro di te. Sospetto comunque ci possa essere un qualche collegamento con il sacerdote, sai come si dice: tale padre…”
“Per questo mi hai costretta a bere” lo interruppe Martine. “Per bloccare anche la mia mente.”
“Ti adoro. Sicura di voler ancora quel depresso di Gisborne? Sarebbe un tale spreco di cervello” scherzò il pirata.
“Jack, per cortesia.”
“Cercavo di sdrammatizzare. E’ tutto così triste, deprimente e terribilmente tragico. Non hai idea di cosa provo.”
“Lo immagino.”
“No. Nessuno può capire. Mi comanda, mi annulla, mi sfrutta per i suoi piani. Io non sono così, almeno non del tutto.”
Martine tornò verso il letto, avvicinandosi al lato del pirata. Provava pietà per lui ed uno strano legame che non si sarebbe mai aspettata.
“Riusciremo a liberarci di lui, te lo prometto.”
“E come? Ubriacandomi di continuo? Uccidendomi? No grazie.”
“Ci sarà un modo per fermarlo senza scolarsi tutte le cantine del mondo!”
“Oh certo, c’è il modo. Ma l’ho perso.”
“Perso?”
“Lo scarafaggio nero. Non so perché, ma pare bloccare totalmente l’influenza del sacerdote. Pensi mi sarei ridotto a bere questo schifo di vino se avessi avuto con me quella pietra?!”
“Non saprei, Jack. Puzzavi d’alcool la prima volta che ci siamo conosciuti, quindi pensavo fosse naturale per te bere come una spugna.”
Jack sorrise, lasciando andare sul pavimento la bottiglia vuota, l’ennesima finita nel giro di pochi minuti. Si vedeva che cominciava a perdere conoscenza e che ogni arto gli risultava pesante e difficile da spostare.
“Jack…”
“Mmm…”
“La mappa. Hai parlato della mappa.”
Il pirata si lecco le labbra, deglutendo e girandosi sul fianco, gli occhi ormai chiusi da un pezzo.
“L’hai disegnata tu” furono le sue ultime parole prima di iniziare a russare sonoramente.

 

“Io però non mi spiego una cosa.”
Guy aveva smesso di percorrere la stanza come un’anima in pena, fermandosi davanti ad Hadrian. “Se lui è figlio della regina… perché il principe Giovanni non ha avuto alcuna reazione vedendolo?”
Nigel stava finendo di fasciare la spalla del giovane nobile, che aveva finalmente acconsentito a lasciarsi curare. Non era grave: il taglio sembrava essersi già rimarginato ma doveva comunque essere piuttosto doloroso, anche se Hadrian non lo dava a vedere.
“Sono stato dato in affidamento ai LeBlanc non appena sbarcato sul suolo inglese. Nessuno ha mai conosciuto le mie vere origini, a parte la regina, Guglielmo e mio padre. Però noto che verrò comunque ricordato con onore.”
“Se riusciremo a mantenere stabile questa linea temporale” aggiunse Nigel, spostandosi per lavarsi le mani nel catino. “Voi siete destinato a salvare Re Riccardo grazie al denaro di York, quindi credo dovrete impegnarvi a proseguire nella vostra missione.”
“Ci potete contare” confermò Hadrian, cercando di coprirsi nuovamente con gli abiti ancora sporchi di sangue. “Ma prima vi voglio tutti al sicuro.”
“Che eroe” esclamò Guy, sbuffando.
“Voi siete un Cavaliere Nero, quindi comprendo siate contrario a quello per il quale stiamo lottando. Spero solo questo nostro inusuale legame ci porti a non intralciarci l’uno con l’altro.”
“Mi basta solamente salvare Martine. Il resto ormai non ha più senso.”
Hadrian abbassò lo sguardo, come se lo sguardo di Gisborne potesse leggergli dentro quanto era successo tra lui e la donna che amava. Se avesse scoperto cosa c’era stato tra loro probabilmente l’avrebbe ucciso senza permettergli di ribattere. Sembrava ossessionato da lei, ed in parte poteva capirlo: Martine non era una ragazza comune e ci si affezionava molto facilmente. Se non ci fosse stato Guy di mezzo, Hadrian avrebbe provato a farsi avanti seriamente. Comprendeva l’importanza che la ragazza tornasse al futuro, ma aveva apprezzato la sua genuina compagnia dopo anni di sotterfugi e sorrisi falsi.
Nigel interruppe il corso dei suoi pensieri. “Bene. Allora direi che possiamo andare a salutare Jack nell’altra stanza. Che dite?”
Gisborne aveva immediatamente afferrato la sacca contenente il sedativo per mettere al tappeto il pirata. Hadrian strinse i denti mentre, schiena contro il muro, lentamente tornava in equilibrio sulle gambe ancora traballanti per la stanchezza.
“Credete davvero sia la soluzione migliore?” chiese, premendo la stoffa già umida di sangue sulla spalla dolorante.
“Dobbiamo salvare Martine” lo fulminò Guy.
“Si beh, questo lo abbiamo capito” sospirò Hadrian. Santo cielo, cosa ci trova Martine di così interessante in questo scimmione?! Cosa aveva da offrirle? Sicuramente non denaro. Non aveva una posizione a corte, almeno non consolidata, soprattutto ora che il suo ruolo come Cavaliere Nero sarebbe andato a farsi benedire. Aspetto fisico? Beh, abbigliamento deprimente a parte e grugno onnipresente, Hadrian doveva ammettere che aveva un bel fisico e degli occhi verdi non indifferenti. Ma in quanto ad eloquio e cultura sembrava essere piuttosto ignorante. Oh smettila, sempre il solito criticone vanitoso. Se Martine lo ama ci sarà un motivo. Eppure, più lo osservava, meno comprendeva come mai una ragazza a suo parere brillante e stimolante potesse invaghirsi di un tale buzzurro.
“Ora silenzio. Usciamo in fila indiana, senza far rumore” ordinò Nigel, aprendo lentamente la porta.
“Hey, chi ha deciso che comandi tu?” chiese Guy, già pronto a sorpassarlo.
“Nessuno. Prego, sir cavaliere. Sia mai che io mi frapponga fra un uomo e la sua morte” rispose ironicamente il giovane, piegandosi in un plateale invito ad uscire nel corridoio.
“Molto divertente” esclamò Gisborne. Hadrian trattenne una risata.
Lo strano trio si avventurò nel corridoio buio e silenzioso, fermandosi ad ogni lieve scricchiolio del pavimento dalle assi sconnesse.
“Dovevamo portare una torcia.”
“Per fare due metri?!”
“Hey, sei stato tu a toccarmi la gamba?”
“Smettetela!”
“Ma smettila tu!”
“Ripeto: chi mi ha toccato la gamba?”
“Avete sentito?”
“Cosa?”
“Io non vedo nulla”
“Ma la volete smettere?!”
“Io la smetto se smettete di toccarmi il pacco”
“Ma non era la gamba?!”
“ZITTI!”
Nigel fu il primo ad afferrare la maniglia della porta. Era un semplice chiavistello in legno con l’estremità in ferro battuto ormai consumato dall’usura. Strinse le dita intorno al freddo metallo, borbottò qualcosa che Hadrian non comprese e in pochi secondi il corridoio fu invaso dalla luce.
Irruppero nella stanza spingendosi a vicenda, quasi finendo a terra. Hadrian si ritrovò inspiegabilmente abbracciato a Gisborne, abbraccio che duro qualche istante prima che entrambi si staccassero guardandosi in cagnesco. Nigel era rimbalzato per qualche metro, cadendo miseramente e rotolando fino al letto.
“Hey ragazzi, cominciavo a pensare che non sareste mai arrivati” li salutò Martine, comodamente sprofondata tra i cuscini, un largo sorriso e la bottiglia di vino mezza vuota in una mano.

 

 

 

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