DAGGER: CAPITOLO 7.5

 

7 marzo 1193
Giorno 10
York

Tutto ciò che le rimaneva era un paio di caramelle alla menta ed un tubetto di pomata per le punture degli insetti. Agitò la borsa nella speranza di trovare altro ma riuscì solamente a svuotarla di sassolini, terra e pezzi d’erba secca. Doveva rassegnarsi all’idea di dover sopravvivere nel Medioevo senza alcun rimedio medico in pastiglia.
“Però posso star tranquilla che non morirò di prurito” pensò con un sospiro, rigettando la pomata in fondo alla borsa ormai logora. Diede un’occhiata al diario, indecisa se aggiornarlo. L’ultima volta che ne aveva sfogliato le pagine era saltato fuori che il dente in realtà non era un pezzo della daga, quindi istintivamente si portò la mano al collo. Sfiorò le abrasioni lasciatele dalla collana quando Jack le aveva portato via in GreenId. Doveva assolutamente riuscire a recuperarlo, altrimenti qualsiasi altra azione sarebbe risultata vana. Si decise infine a prendere in mano la penna e, dopo aver scarabocchiato sull’ultima pagina del diario per far uscire l’inchiostro, riprese gli eventi da dove li aveva lasciati.

York, 7 marzo 1193.
Sarò breve. Sono sola e piena di febbre ed il dente dello sceriffo non è il pezzo della Daga. Come se non bastasse, Guy mi ha chiesto di sposarlo e potrei essere incinta, eppure ho pensato bene di farmi sbattere da un totale sconosciuto incontrato per caso.
Ah già, Jack Sparrow in realtà è Imhotep e mi ha inculato il GreenId. Bella lì.
Immagino sia difficile pensare che le cose potrebbero andare peggio, ma non voglio sfidare la sorte.

Chiuse il diario e lo ripose con cura sul fondo della borsa, coprendolo poi con le poche cose che le rimanevano. Scartò una delle caramella e ne assaporò il gusto forte di menta balsamica, chiudendo gli occhi e ripensando alla vita nel 2010. Al momento di lasciare Londra per Nottingham la busta con la conferma del ritiro dall’università non era ancora arrivata, ma poteva ufficialmente ritenersi una nullafacente senza laurea e senza lavoro. C’era quel part-time come dog sitter e i weekend nel pub, ma presto l’eredità dei genitori sarebbe finita e doveva assolutamente decidere cosa fare della propria vita. Si sentiva una fallita senza prospettive. Pure quella sgangherata della sua coinquilina aveva più speranze di riuscire ad avere una vita decente.
“Dovrò trovarmi un lavoro serio” borbottò, continuando a smangiucchiare la caramella. Si sorprese nel sentire la voce così bassa e roca, e si schiarì la gola che ancora le doleva. La caramella stava facendo effetto ma la menta bruciava come ghiaccio.
“Soprattutto se qua dentro c’è davvero qualcosa.” Si massaggiò il ventre, non sapendo bene se sorridere o scoppiare nuovamente a piangere. Sebbene potesse sembrare la cosa più assurda al mondo riuscire a rimanere incinta in una situazione del genere, Martine ammise che dopotutto l’umanità era sopravvissuta a disavventure ben peggiori della sua e che quindi il suo venir sballottata per mezza Inghilterra del 1200 non doveva essere preso a giustificazione dell’impossibilità di un concepimento. Oltretutto i risultati medici non le avevano mai negato la speranza di poter un giorno sperimentare le gioie e i dolori di una gravidanza. Era stato riscontrato solo un alto grado di rischio e l’aborto spontaneo le aveva messo addosso talmente tanta paura che il solo pensiero di avere un figlio lo considerava una follia. Inoltre i pochi contatti con il sesso opposto avuti dopo lo spiacevole evento erano sempre stati rapporti protetti, pertanto la possibilità che Guy fosse andato a segno al primo colpo era molto alta.
“Quindi sono fregata. Bella lì, ragazza. Niente laurea, niente lavoro, niente soldi ed un pupo in saccoccia pronto ad incasinarmi la vita. Ottima mossa direi.”
Allora non lasciarmi.
Il ricordo della voce di Guy si fece largo nella sua mente, costringendola a inspirare profondamente per evitare le solite lacrime a fontana. Dannati ormoni, imprecò tra sé e sé lasciandosi andare sulle soffici pellicce sparse per il pavimento.
Sposami.
“Smettila. Non posso farlo.”
Doc era stato chiaro: nessuna interferenza, nessuna modifica. La loro missione prevedeva il recupero del pezzo della daga, nulla più. Niente contatti con i locali se non per ottenere informazioni, nessun legame e soprattutto nessun accenno al futuro e alla macchina del tempo. Finora aveva fallito in ogni punto della missione e non poteva permettere che la situazione continuasse a degenerare. Doveva immediatamente rimettersi in carreggiata e questo voleva dire dimenticare Guy.
“Certo. Facile” rise, stropicciandosi la faccia. Come poteva anche solo pensare di poterlo cancellare dalla mente? Non si trattava di una semplice cotta per il belloccio di turno, non sarebbe bastato un sacchettone di patatine ed un DVD a distrarla dalla delusione. Si trattava di Guy. Come avrebbe potuto dimenticare i suoi occhi, la sua voce, il suo essere così fastidiosamente attraente? Ci sono altri uomini in giro, suggerì a sé stessa. Buttarsi in un’altra storia poteva essere una soluzione, ma quanto sarebbe durata? Ci aveva provato con Hadrian, cercando di convincersi che era la cosa giusta, che tradire Guy l’avrebbe aiutata a dimenticarlo. Invece si sentiva ancora più in colpa e sempre più innamorata di lui. Oltre al fatto che al novanta percento portava suo figlio in grembo.
Ti aiuterò a trovare il pezzo della daga, farò quello che vuoi.
“No.. smettila…”
Sapeva di aver sbagliato. Si lasciava trascinare troppo dalle proprie emozioni e non era mai la sola a pagarne le spese. Per colpa sua Guy aveva perso qualsiasi cosa rischiando pure di morire. Coinvolgerlo nella missione era stato l’errore più grande che potesse fare e Martine s’immaginò la sfilza di insulti che Doc le avrebbe riservato al ritorno. No, non avrebbe più permesso a Guy di intervenire nella cerca del pezzo della Daga. E questo voleva dire rompere ogni contatto con lui.
Ma devi restare. Con me.
Lo rivide in ginocchio nella carrozza con gli occhi lucidi che la fissavano in attesa di un sì. Fu troppo. Martine sentì il groppo in gola farsi più stretto mentre deglutiva l’ultima goccia di saliva al sapore di menta. Scattò in piedi, stringendo i pugni e vagando nervosa per la stanza. Si morse il labbro per evitare di piangere ma la vista si fece comunque annebbiata.
“Devo uscire di qui” concluse, afferrando la borsa e nascondendola sotto il letto. Si rimise le scarpe, indossò una delle giubbe di Hadrian e lasciò la stanza.
Era pieno giorno ormai ed il sole illuminava tutto il corridoio. Passando davanti ad una delle stanze vide una ragazzina intenta a raccogliere un vaso da notte e vuotarlo fuori dalla finestra. Martine proseguì seguendo la linea continua delle assi di legno, cercando di fare meno rumore possibile per raggiungere la scala che portava al piano di sotto. Contò cinque porte, oltre a quella della propria stanza. Ora che la sua mente era più lucida si rese conto che quella casa era davvero troppo grande e curata per essere la dimora di un semplice speziale. Incrociò un’altra ragazza, indaffarata nel portare via le lenzuola sporche dalla stanza in fondo al corridoio. Martine le sorrise e ricevette in risposta un inchino. Scese lentamente le scale, guardandosi subito intorno non appena messo piede sull’ultimo gradino. Non c’era nessuno quindi iniziò a passeggiare per la stanza. La sala principale era molto grande e luminosa, e Martine si sorprese nel notare che la maggior parte delle pareti era ricoperta da arazzi. La sua pessima memoria aveva contribuito ad eliminare dal cervello gran parte delle informazioni sugli usi e costumi del popolo durante il Medioevo, eppure ricordava che decorazioni simili erano riservate principalmente alla nobiltà. Un artigiano o un semplice contadino non potevano permettersi di spendere soldi in qualcosa che non serviva a sfamarli, oltre al fatto che le loro dimore erano solitamente composte da una o due stanze al massimo.
Martine notò anche una quantità notevole di mobilio. Un armadio intarsiato faceva bella mostra di sé in fondo alla sala occupandone tutta la parete. C’erano cassettiere da due o tre scomparti, tutte dotate di piccole chiavi di ferro. Vicino all’ingresso erano state sistemate due sedie, entrambe ricoperte con una tela pesante contornata da sottili frange dorate. Martine si fermò davanti al camino, una grande apertura incorniciata da quello che doveva essere sicuramente del marmo italiano. Una poltrona imbottita era posizionata poco distante con il suo piccolo tavolino di legno, sopra il quale stava un volume piuttosto massiccio.
Qualcosa non quadra. La febbre e la paura l’avevano talmente confusa da non farle notare subito l’opulenza che la circondava? Non poteva essere la casa di uno speziale. Non ricordava in quale livello sociale andasse a collocarsi il mestiere di commerciante d’erbe, ma sicuramente Hadrian le aveva nascosto qualcosa.
“Lady Wescott, posso esservi d’aiuto?”
Martine si girò di scatto e si trovò davanti la signora alta e magra che, a quanto pareva, mandava avanti la baracca. Toh, arriva proprio a fagiuolo. Vediamo se riesco a scoprire qualcosa sul mio nuovo amichetto.
“Sì sì, grazie. Volevo solo fare due passi e prendere un po’ d’aria.”
“Il signorino Hadrian s’è raccomandato di non farle mancare nulla, quindi se desidera qualcosa non esiti a chiedere.”
“Il… signorino?!” esclamò Martine, trattenendo appena una risata. Ilarità che morì nel giro di pochi secondi, non appena la governante la fissò accigliata. “Mi scusi. E’ che suona buffo.”
“Ha ragione, milady. Vi chiedo di perdonare la mia impudenza. Ho visto crescere Lord LeBlanc assieme ai miei figli quindi ai miei occhi rimarrà sempre un fanciullo.”
Martine rimase in silenzio a fissare la donna che, sebbene i tratti del viso costantemente seri e tirati peggio della signorina Rottermeier, sembrava essere convinta delle proprie parole. Hadrian l’avrà istruita affinché segua la farsa anche in sua assenza. Eppure il tarlo del dubbio stava cominciando a scavare più a fondo, quindi Martine si costrinse ad indagare.
“E mi dica: Lord LeBlanc fa spesso visita a York?”
“Quattro volte l’anno, per controllare che nelle terre sia tutto a posto. Solitamente durante la fiera è suo uso fermarsi qualche settimana poiché è più facile trovarvi tutti i nobili e quindi regolare certe questioni che altrimenti richiederebbero mesi e mesi di contrattazioni. Il signorino Hadrian ha a cuore che tutto funzioni sempre bene nell’interesse di tutti.”
“Hai capito il signorino Hadrian…”
“Come scusi?!”
“Parlavo ad alta voce. E ditemi… per caso conoscete un certo Francis?”
La testa della governante ebbe uno scatto, mentre una smorfia le sfigurava l’espressione fredda e controllata. “Lavorava per la famiglia LeBlanc. Era il figlio minore dello speziale, recapitava le medicine per la gotta del vecchio Lord. Noi non ne parliamo mai” e fece intendere a Martine che non le avrebbe detto altro. Ma per la ragazza questo bastava.
“Credo tornerò di sopra. Non vorrei peggiorare la mia condizione e far preoccupare Lord LeBlanc. Con permesso.”
La governante la salutò con un inchino e Martine sentì il suo sguardo indagatore fissarla fino in cima alla scala. Mentre percorreva il corridoio sospirò esasperata.
“Possibile che debba essere tutto così complicato?!”

 

 

Si lasciò andare conto la fredda parete di pietra, raggomitolandosi su sé stesso. Si prese il volto fra le mani e cercò di rallentare il respiro affannato che non faceva altro che procurargli altro male alla ferita. Avvertì qualcosa di umido sui palmi e si rese conto che stava piangendo. Si asciugò in fretta, come se bastasse a cancellare il dolore che lo stava lentamente distruggendo.
Non è possibile. Continuava a ripeterselo per convincersi che le parole appena udite in quella sala non fossero vere. Non può essere morta. Cercò di ricordare se nelle ultime ore trascorse insieme lei gli fosse sembrata strana. Avevano preso molto freddo in quei giorni di vento e pioggia, ed a casa Trent era stata costretta a lavorare per mantenere lui al caldo e al sicuro. Nella locanda era stata aggredita ed in generale non avevano mangiato o riposato molto. Sì certo: era possibile che si fosse indebolita. Ma al punto di morire?!
Guy si strofinò il viso e tirò su col naso, scuotendo la testa. Non è possibile. Quella frase ormai suonava come un mantra e lentamente gli stava dando quel poco di energia che gli permise di rimettersi in piedi. Aveva ancora bisogno di appoggiarsi a qualcosa perché la testa gli girava e sentiva le gambe deboli ed instabili. Pochi passi alla volta cercò di raggiungere la porta della sala grande, che distava solo pochi metri. In quel momento uscirono Jack e lo sconosciuto portatore di terribili notizie. Il giovane lord stava aggiungendo altri dettagli alla storia e Guy piombò su di loro come una furia. Afferrò Sparrow al collo, trascinandolo in mezzo al corridoio.
“Scommetto che è tutta colpa tua, brutto bastardo!”
“Tu dici?” rantolò Jack, cercando di liberarsi dalla presa di Guy. “Sicuro di non essere tu il colpevole?”
“Che vorresti dire?”
“Lei stava bene prima di conoscerti. Poi siete spariti, voi due soli, ed improvvisamente lei muore. Io mi farei un paio di domande.”
La presa di Guy si indebolì per qualche istante, ma il sorriso del pirata lo istigò a stringere con maggiore forza. Tra le dita sentì qualcosa pungere e, osservando meglio, notò una catenella intorno al collo del pirata che terminava con un ciondolo di forma conica. Il ciondolo di Martine. La pietra incastonata nel metallo emetteva una luminescenza che, seppur debole, illuminò i volti dei due litiganti. Guy strappò con rabbia il pendente dal collo del pirata, puntandoglielo dritto in faccia, senza però aspettarsi la sua reazione improvvisa e violenta. Jack cercò di riprenderselo ma l’altezza di Guy gli impedì di riappropriarsi del ciondolo. L’uomo infatti, compreso l’interesse del pirata, aveva subito sollevato il braccio in aria.
“Era questo che volevi? Per questo l’hai uccisa?”
“Stupido zuccone, tu non capisci! Quello appartiene a me!” Jack si mise a saltellare intorno a Guy, e la scena poteva sembrare buffa se non fosse che entrambi non stavano per niente scherzando. E Jack glielo dimostrò, tirandogli un pugno all’altezza della ferita. Guy urlò, piegandosi subito su sé stesso ma indietreggiando per evitare che il pirata guadagnasse terreno. Jack stava per tirargli un calcio in faccia quando il giovane nobile si mise in mezzo.
“Signori! Un po’ di controllo!”
“Toglietevi di mezzo” lo minacciò Jack, spostando la mano verso la spada che pendeva al suo fianco.
“Capisco. Ma non credo sia molto cavalleresco, oltre che corretto, aggredire un uomo ferito.”
“Per questa volta credo me ne infischierò della cavalleria e della correttezza. Quel ciondolo appartiene a me!”
“Non è vero” sibilò Guy raddrizzandosi a fatica, mentre con una mano stringeva il ciondolo e con l’altra premeva sulla ferita. Si intravedevano delle macchie scure sulla vestaglia quindi quasi sicuramente i punti di sutura erano saltati, ma l’uomo non sembrava voler cedere al dolore. “Questo appartiene a Martine.”
“Beh me l’ha prestato! E poi non sapresti che fartene, quindi consegnalo a me.”
“Mai.”
“Signori, vi prego” s’intromise nuovamente LeBlanc. “Vi state comportando come dei bambini. Inoltre non mi pare un atteggiamento da tenere davanti a Sua Maestà.”
Entrambi i contendenti guardarono immediatamente verso la porta della sala grande. Il principe Giovanni sorseggiava l’ennesimo bicchiere di vino, con il paggio pronto al suo fianco in caso fosse rimasto a secco.
“Vi ringrazio, Lord LeBlanc. Vedo che almeno voi comprendete l’importanza del decoro e del rispetto” esclamò il principe, avanzando verso il gruppetto. Jack aveva preso le distanze accennando un inchino sghembo, mentre Guy cercava di rimanere il più immobile possibile sulle gambe sempre più deboli.
“Maestà, sir Guy si è appropriato di un bene di mia proprietà” si scusò il pirata. “Stavo semplicemente cercando di riaverlo indietro.”
“Bugiardo” lo accusò Guy. “Questo appartiene a Martine.”
“Oh santo cielo, ancora questa storia? Pensavo di essere stato abbastanza chiaro poco fa, ma a quanto pare siete più testardi di un mulo!”
“Vostra Maestà ha ragione. Prometto che non appena riavrò il mio ciondolo non sentirà mai più parlare di quella donna.” Jack fece qualche passo, allargando le braccia ed il sorriso.
“Non lo riavrai mai” e così dicendo Guy indietreggiò, quasi inciampando sui suoi stessi piedi.
“Sono stanco di questa storia. Se il ciondolo è molto importante per voi” ed il principe indicò Guy col bicchiere, spargendone alcune gocce a terra. “Allora tenetelo.”
“Ma Vostra Maestà!” esclamò Jack, con tono più alterato che supplicante. Cosa che notò anche il principe, provocandogli un improvviso moto di rabbia. Giovanni scaraventò a terra il bicchiere, mandandolo in frantumi e spandendo ovunque quanto rimaneva del vino.
“Basta. Ho deciso! Non voglio più sentire altre lamentele, ci siamo capiti? E’ già il secondo bicchiere che mi fate rompere. Al terzo dovrò prendere seri provvedimenti! Ed ora fuori di qui, tutti quanti!”
Jack digrignò i denti ma si costrinse ad inchinarsi. Vide che Guy sorrideva, mentre si allontanava barcollando verso l’interno del castello.
“Ora che la disputa è stata sedata, possiamo procedere?” chiese Lord LeBlanc, intento a sistemarsi il pizzo sulle maniche della giacca. In risposta ricevette uno sguardo acido del pirata, che si diresse a passo spedito verso l’uscita principale.

 

 

Erano rimasti nascosti in fondo alla sala, cercando di sfruttare al meglio gli angoli bui e fissando il pavimento per tutto il tempo fino a quando il principe non si era appisolato sulla sedia per il troppo vino. Il paggio era una presenza fissa, che sbadigliava di tanto in tanto sicuramente impaziente di venir assolto dalle sue noiose mansioni. Per il resto la sala grande si era svuotata. Marian si guardò attorno e strattonò Nigel verso la porta, continuando a non abbassare la guardia. Non c’era nessuno nel corridoio quindi ne approfittarono per allontanarsi il più possibile da quel lunatico del principe Giovanni.
Quando Nigel comprese dove il passo deciso di Marian lo stava portando arrestò la sua corsa.
“Che ti prende?” gli chiese la ragazza.
“Non posso andarmene senza aver cercato la daga!”
“Al diavolo tu e quella spada!” lo insultò sussurrando, spaventata dalla terribile eco che si propagava in quello spazio ristretto. “Tira una pessima aria qui dentro e non voglio finire nei guai per un pezzo di ferro, per quanto tu dica sia prezioso!”
“Allora tu vai. Posso cavarmela da solo.”
“Ti ho tirato fuori di prigione, è così che pensi di farcela?”
Nigel si sentì offeso dal tono supponente ed arrogante di Marian. Si conoscevano da meno di ventiquattro ore e la ragazza pretendeva di saperne più di lui? Per non parlare del fatto che la leggenda dipingeva Marian come una dama dolce e gentile, quando la realtà gli stava dimostrando che l’amata di Robin Hood era un’impavida scavezzacollo dal carattere decisamente poco propenso al dialogo.
“Io rimango” le rispose con decisione. “E grazie per l’aiuto.”
“Non ti sarai mica offeso? Mi sto solo preoccupando della vita di entrambi. Hai appena perso la tua amica per colpa di quella spada, non mi pare saggio rischiare ulteriormente la sorte.”
“Martine non è morta.”
Marian lo fissò basita, inclinando la testa per lo stupore. “Ma… hai sentito anche tu, quel nobile l’ha trovata per strada, l’ha vista morire.”
“Non posso spiegarti, ma fatti bastare quanto ti dico. Lei è viva.”
Nigel aveva ascoltato le parole di Lord LeBlanc e per qualche minuto l’angoscia e il dolore lo avevano sopraffatto. Ma più i dettagli si aggiungevano alla storia, più Nigel capiva che c’era qualcosa che non andava e non era solo il nome del nobile a far suonare un campanello nella sua mente. Ho parlato con Martine poche ore fa, come può essere morta prima di mezzanotte? Il fatto che LeBlanc fosse in possesso della collana col giglio non provava nulla. Mi ha detto di aver trovato rifugio a sud della città. Guarda caso il presunto cadavere aspettava la visita di Jack Sparrow proprio in quella direzione. Dannata ragazza. Martine doveva aver escogitato una specie di trappola per il pirata.
“Quindi era tutto un vostro piano?” chiese Marian, come se stesse seguendo i pensieri di Nigel.
“Purtroppo no, non ne sapevo nulla.”
“Ma perché fingersi morta?”
“Non lo so. O meglio, penso di averlo capito ma spero Martine abbia preso tutte le precauzioni del caso.”
“Io non ci sto capendo nulla e questa situazione comincia a darmi sui nervi. Sai che ti dico? Arrangiatevi. Mi spiace per voi, ma a questo punto preferisco raggiungere Nottingham assieme a Little John.”
“Certo, comprendo. Ti ringrazio ancora per l’aiuto, ti sarò debitore per sempre. Porgi i miei saluti ai tuoi zii.”
“Sarà fatto. Abbi cura di te e… mi fai un favore?” chiese, facendo qualche passo verso Nigel. “Qualcuno dica a Guy che Martine è viva, sembra tenerci moltissimo a lei.”
“Certo. Farò il possibile.” Nigel attese che Marian sparisse dietro l’angolo prima di allontanarsi dalla parte opposta.
Non avrebbe detto nulla a Gisborne. Più l’uomo si convinceva che Martine era morta, più possibilità avevano che i danni al passato si riducessero. Era crudele e se ne rendeva conto, ma lo faceva per il bene di tutti.
Avanzò lungo il corridoio e si nascose dietro una tenda. Era riuscito a trovare una rientranza nel muro dove la servitù stipava gli oggetti per la pulizia del castello, una specie di sgabuzzino medievale pieno di ceste di stracci e secchi sporchi e puzzolenti. Sporse la testa sollevando un lembo della pesante stoffa scura e, dopo avere guardato a destra e sinistra una decina di volte ed aver appurato la tranquillità nell’area che lo circondava, tornò nel proprio nascondiglio. Mise le mani in tasca e ne tirò fuori gli auricolari, indossandoli subito e cliccando sul pulsante alla base del cordino. Il suono metallico della chiamata in corso si ripeté per quello che a Nigel sembrò un’eternità. Poi un fruscio ed un rumore gracchiante.
“Pronto!”
“Lo sapevo.”
“Nigel! Tutto bene?!”
“Certo. E noto con piacere che sei viva.”

 

 

“Sì, sono viva. Dalla tua reazione deduco che Hadrian ha già parlato con Jack.”
Martine era appena rientrata in stanza quando gli auricolari avevano cominciato a suonare. Si era chiusa immediatamente la porta alle spalle prima che una delle cameriere indagasse meglio sulla sorgente dello strano rumore. Dopo essersi fiondata a recuperare la borsa sotto il letto aveva armeggiato con i fili, che ovviamente risultavano attorcigliati in maniera indistricabile. La fretta non aiuta mai a risolvere i problemi e i polpastrelli ancora grattugiati e poco sensibili non rendevano le cose più semplici. Usò i denti e finalmente sciolse anche l’ultimo nodo, infilandosi rapida gli auricolari nelle orecchie.
“Non hai idea dello spavento che c’hai fatto prendere! Che razza di idea ti è venuta?!”
“Scusami, hai ragione.”
“Jack sta venendo da te.”
“Lo so. Ho un piano.”
“Immaginavo. Ti avevo detto di non fare nulla.”
“E ti pare che ti ascolto? Chi sei tu per decidere cosa devo o non devo fare?”
“Tu e Marian vi siete messe d’accordo per farmi arrabbiare!? Ascolta: Jack è pericoloso, ha il favore del principe e chissà quale altro strano potere. Ovunque tu sia vattene da lì.”
Martine sbuffò. Possibile che Nigel continuasse a trattarla come una bambina? Si conoscevano appena eppure si permetteva di darle degli ordini neanche fosse il suo datore di lavoro. E perché ora la paragonava a Marian? Cercò di contenere il nervoso che le stava salendo prima di rispondere in maniera poco rispettosa.
“Nigel, ho un piano. Fidati. Nel frattempo cerca i pezzi della daga.”
“Sì certo. La fai facile.”
“Beh ma fatti aiutare! C’è Little John lì con te?”
“E’ tornato a Nottingham ad avvisare Robin. C’è il rischio che il principe scateni l’esercito contro la città, visto che lo sceriffo è stato ucciso.”
“Aspetta. Lo sceriffo di Nottingham? Ucciso?! Ma… come? Quando?”
“Guy e Marian. Lo hanno pugnalato a morte.”
Martine cercò di assimilare le informazioni ma sembrava che la situazione andasse complicandosi ad ogni minuto. Lo sceriffo era a York? Che ci faceva a York, ma soprattutto perché Guy e Marian erano implicati nell’omicidio?
“Quindi adesso loro sono con te? Intendo Guy e Marian.”
“Diciamo che sono nel castello.”
Di nuovo quell’atteggiamento vago e distaccato. Martine lo aveva notato anche nella loro ultima conversazione. C’era qualcosa che non andava, ne era sicura.
“Nigel, dov’è Guy?”
“E’… complicato.” Il giovane si schiarì la voce, abbassandone anche il tono.
“No, è semplice. Dimmi dov’è.”
“Prometti che non farai qualcosa di stupido?”
“Ci proverò.”
“Giuralo.”
“Lo giuro.” Martine cominciava a perdere la pazienza ma doveva resistere e acconsentire alle richieste di Nigel, altrimenti non ne sarebbe venuta a capo. Sperava soltanto che le sue parole risultassero convincenti.
“Ok. Guy è stato ferito dallo sceriffo, un pugnale gli ha attraversato il fianco. E’ stato curato ma, quando ha sentito della tua morte, non l’ha presa bene e s’è gettato contro Jack. Credo stia bene, ma non so dove sia adesso.”
Martine si coprì la bocca con le mani, respirando appena. Le girava nuovamente la testa e dei brividi freddi le corsero lungo la schiena e stavolta, ne era sicura, non si trattava dei sintomi della febbre. Guy era stato pugnalato e stava soffrendo. Forse l’aveva cercata ed era finito al castello, dove chissà perché ci stava anche lo sceriffo di Nottingham. Era rimasto ferito per colpa sua e quando Hadrian aveva seguito il piano lui era presente. Aveva sentito che era morta….
“Oddio. Cazzo!” e si mise le mani tra i capelli, cominciando a girare per la stanza per evitare di svenire.
“Sta bene, l’ho visto camminare sulle sue gambe. Il medico del principe Giovanni si prenderà cura di lui. Ora dobbiamo preoccuparci di Jack.”
Ma le parole di Nigel rimasero in sospeso mentre Martine cercava di calmare i battiti del cuore. Si avvicinò alla brocca con l’acqua e si rinfrescò le mani, portandosi le dita umide sulle tempie. Ne ricevette immediatamente sollievo e cercò di riprendere il controllo del proprio respiro.
“Martine? Ci sei ancora?”
“Sì, ci sono. Jack ha già lasciato il castello?”
“E’ appena uscito assieme ad un nobile di nome LeBlanc. A proposito: ma chi diavolo è?! Il nome mi suona familiare…”
“Te lo spiego un’altra volta. Ora devo prepararmi.”
“Prepararti a cosa? Martine, cosa hai in mente? Vengo ad aiutarti.”
“NO! Resta lì! I pezzi della daga hanno la priorità. Non appena recupero il GreenId ti raggiungo, così ce ne andiamo da questa maledettissima città!”
“Martine… il GreenId ce l’ha Guy… se il tuo piano prevedeva di attirare Jack per rubarglielo… beh, al momento credo sia inutile.”
“CHE COSA?!” esclamò la ragazza con voce stridula. Possibile che in un solo giorno le cose si fossero complicate a tal punto? Ora il suo piano di attirare Jack per riprendersi il ciondolo risultava vano.
“Ti avevo detto di non fare nulla” ripeté Nigel, facendola innervosire ancora di più.
“La smetti? Come potevo sapere che in quel castello vi sareste dati ai festini selvaggi?! Santo cielo! Vedi allora di recuperare sia il GreenId che i pezzi della daga.”
“E Jack?”
“A lui ci penso io.”

 

 

La carrozza procedeva lenta sulle pietre sconnesse della strada, fermandosi più del dovuto a causa dell’enorme folla accorsa alla fiera. Jack trasudava nervosismo da ogni parte del corpo. Dopo essersi smangiucchiato sia le unghie della mano destra sia quelle della sinistra, era passato alla danza selvaggia delle gambe che, saltellando a ritmo alterno sul fondo legnoso della carrozza, producevano un fastidioso ticchettio.
“Forse avremmo fatto prima ad andare a piedi” esclamò, sporgendosi poi dalla finestrella e urlando alla folla di farsi da parte. In risposta ricevette fischi e un paio di vecchie foglie di insalata. “Maledetti zotici.”
“Concordo con voi, Lord Sparrow. Inoltre il caldo si sta facendo insopportabile.” Hadrian si tolse il ridicolo cappello, passandosi subito una mano tra la rossa chioma spettinata. In così poco tempo era riuscito a mettere insieme gli abiti più fastidiosi ed eccessivi che teneva in casa, usati solo in quelle rare occasioni dove pavoneggiarsi poteva significare dimostrare il proprio livello di nobiltà. Martine era scoppiata a ridere non appena ammiratone il risultato, ammettendo che con quella roba addosso avrebbe creduto lei stessa alla bugia.
Una bugia. Giuro di dirle la verità non appena le cose si saranno calmate.
Hadrian non avrebbe voluto mentirle, ma il loro incontro era stato talmente improvviso e confuso che aggiungere altra pressione non avrebbe fatto altro che peggiorare le cose. Era già capitato in passato che, sentendo delle sue nobili origini, molte persone di rango inferiore lo trattassero in maniera diversa ed il loro comportamento diventasse automaticamente timoroso e deferente. Hadrian non aveva amici. C’erano dei cavalieri ed un paio di giovani nobili che condividevano con lui idee e progetti per il futuro, ma non era mai riuscito ad entrare in sintonia con nessuno proprio a causa del loro rispetto per il suo rango. Con le donne i problemi aumentavano: se con loro fingeva di essere un giovane londinese in cerca di fortuna veniva trattato come un comune popolano sebbene ben vestito; ma non appena scoprivano che in realtà nelle vene gli scorreva sangue blu le sottane si sollevavano anche troppo facilmente. Quindi il fatto che Martine fosse completamente diversa da qualsiasi altra persona incontrata nella sua vita, e che non avesse storto il naso per il suo dimostrarsi un semplice ragazzo, lo aveva bloccato dal dirle subito la verità. Inoltre non poteva confessarle il reale motivo della sua presenza al banco di spezie. Martine aveva già abbastanza complicazioni per sobbarcarsene delle altre.
“Se desiderate possiamo proseguire a piedi” suggerì, vedendo il pirata farsi aria nervosamente con la mano.
“No grazie, in questi giorni ho camminato già abbastanza. E poi siamo arrivati” e così dicendo scese dalla carrozza. Hadrian guardò fuori dal finestrino, confuso. Si trovavano ancora su Castlegate Road quindi solamente a metà percorso. Senza perdere tempo seguì immediatamente Sparrow, che con passo rapido e ondeggiante aveva nel frattempo raggiunto l’ingresso di una locanda. Hadrian comprese immediatamente che le cose cominciavano ad andare per il verso sbagliato.
“Comprenderete il mio scetticismo, Lord LeBlanc” esordì Jack, indicando al giovane di avvicinarsi ed aprendogli la porta. Hadrian lo precedette all’interno della locanda ed entrambi socchiusero gli occhi per il rapido passaggio ad una luce più cupa. “Prima di seguirvi ho bisogno di parlare con delle persone.”
Jack si diresse ad un tavolo in fondo alla sala, scansando con incredibile precisione una serie di grassi ostacoli ubriachi e traballanti e prendendo posto accanto a due ragazzi. Hadrian lo raggiunse lentamente, ormai conscio del fatto che il pirata non era così stupido come il suo aspetto poteva farlo apparire.
“Venite, Lord LeBlanc. Vi presento questi baldi virgulti di Nottingham. Lavorano per, udite udite, il nostro coraggioso e per quanto mi riguarda fastidioso sir Guy. Sono delle guardie! Giusto ragazzi?”
Il meno affascinante dei due annuì, voltandosi poi a cercare il supporto del compagno che rispose con un sonoro rutto. Il tavolo era un campo di battaglia composto da bottiglie e boccali vuoti che la cameriera aveva rinunciato a portare via.
“Bravi figlioli. Vedo che siete svegli ed intelligenti, ve lo leggo negli occhi. Quegli stessi occhi che ieri sera hanno visto rientrare Mart… Lady Wescott. Ditemi, riconoscete il signore qui di fronte?” ed indicò Hadrian, che nel frattempo aveva preso posto al lato opposto del tavolo. Si sentì osservato e cercò di mantenere la calma, sfoggiando l’aria più infastidita e ‘da nobile’ che conoscesse, ma se ne uscì con una smorfia a metà strada tra un sorriso e uno starnuto.
“Sì, è lui. Stessi capelli, stessa faccia.”
“Però aveva abiti diversi” aggiunse la guardia più attraente, allungandosi sul tavolo per meglio inquadrare il soggetto.
“E’ vero, indossava qualcosa di meno pomposo.”
“Però è lui. Mi ci gioco la paga.”
“Se mai la vedremo” sospirò la guardia più bassa e dal volto pieno di brufoli.
“Magari Lord Sparrow è così gentile da pagare le nostre informazioni” gli sussurrò il compagno, ma non abbastanza sottovoce da non essere sentito dal pirata e dal nobile.
Jack sorrise e magicamente da sotto il tavolo comparve un sacchetto di cuoio che, agitato, produsse un tintinnio invitante ed ipnotico per entrambe le guardie. “Raccontatemi tutto, ragazzi miei.”
“Il signore qui di fronte è entrato dalla porta con Lady Wescott in braccio. Sembrava svenuta, credo fosse svenuta. Tu che dici? Io dico che era svenuta. Almeno a me pareva svenuta.” Alla vista del sacchetto colmo di monete la guardia bassa e bruttina era diventata improvvisamente nervosa e balbettante.
“Boh credo di sì. Ho visto solo che teneva gli occhi chiusi e non parlava, il che era un miracolo perché quella fanciulla non era capace di stare zitta un secondo.”
Hadrian dovette reprimere una risata e cercò di nasconderla coprendosi la bocca con la mano e fissando con sguardo serio i due ragazzi un po’ alticci. La guardia di bell’aspetto continuò raccontando di averlo visto scendere e recuperare un baule.
“Arrivavano strani odori, tipo lavanda o salvia o che ne so io. E questo signore qui se l’è portato su per le scale tutto da solo. Al che ho detto a Sam ‘scommetto che cade di sedere e finisce gambe all’aria’ da quanto sembrava pesante quel baule. Ma non è caduto.”
“No, non è caduto. Io avevo scommesso che non cadeva quindi ho vinto.”
“Fortunello dei miei stivali.”
“Hey Brom, ma finiscila! Non vinco mai nulla, fammi almeno esultare una volta tanto!”
“E dopo cosa è successo? Avete rivisto Lady Wescott? O il qui presente signore?” chiese Jack, frustrato dai dettagli inutili che le due guardie aggiungevano alla storia.
“A me scappava da pisciare, quindi son uscito.”
“A-anche a me scappava… d-da pisciare” balbettò Sam, arrossendo.
“E lì abbiamo scommesso su chi riusciva a…”
“RAGAZZI!” urlò Jack, schiarendosi poi la voce e sorridendo. “Ragazzi miei, veniamo al dunque. Avete visto oppure no Lady Wescott lasciare le sue stanze?”
“Io l’ho vista!” esclamò Sam, alzando pure la mano. “L’ho vista!”
“Ed è uscita orizzontalmente o… verticalmente?” chiese Jack, spostando lo sguardo su Hadrian per coglierne qualsiasi reazione.
“E’ uscita sulle sue gambe” rispose Brom, tirando uno scappellotto al suo amico. “E’ salita su un carretto assieme a questo signore qui e se ne sono andati giù, verso l’ingresso sud. E poi non ho più visto nulla.”
“Perché hai iniziato a vomitare l’anima, femminuccia!” lo accusò Sam ridendo e beccandosi un secondo scappellotto.
“Grazie ragazzi. Ecco, questi sono vostri” e Jack porse loro il borsello. “Andate ad ordinare altre birre.”
Le due guardie non se lo fecero ripetere e, scazzottandosi a vicenda, si allontanarono dal tavolo urtando chiunque sul loro cammino.
Hadrian rimase immobile, senza mai abbassare lo sguardo e con ogni muscolo teso, pronto a scattare al minimo movimento del pirata.
“Bene Lord LeBlanc. A quanto pare qualcuno non è così morto come voi dite.”
“A quanto pare.”
“E quindi adesso che facciamo?”
“Non lo so. Voi che suggerite?”
Tra le mani di Jack comparve un pugnale, con il quale il pirata cominciò a giocherellare intagliando il tavolo. “Non ho nulla contro di voi. Ditemi dove si trova Martine e ve ne andrete anche voi verticalmente.”
“E se non volessi dirvelo?” chiese Hadrian, sobbalzando appena al movimento rapido del pirata, che in un istante aveva infilzato il pugnale tra le travi di legno facendo tintinnare i boccali tra loro.
“Non siate stupido perché non lo sembrate, quindi ditemi dove sta la ragazza.”
“D’accordo.” Hadrian si guardò attentamente intorno prima di tornare a concentrarsi sul pirata e sul pugnale. Si protese verso il tavolo con aria da cospiratore e Jack lo imitò.
“Martine s’è sbagliata” sussurrò. “Non sei il mio tipo.” Così dicendo Hadrian sollevò appena il suo lato del tavolo e scappò in direzione della porta. Il pirata, colto di sorpresa, cadde dalla panca finendo sommerso dai boccali, ma lottando poi per rimettersi in piedi il più in fretta possibile. Le due guardie stavano tornando al tavolo, reggendo un paio di birre a testa e continuando a litigare su un’altra scommessa, ignorando completamente quanto stava succedendo. Hadrian cercò di evitarle ma qualcosa glielo impedì. Un improvviso dolore alla spalla arrestò la sua corsa, facendogli perdere l’equilibrio: Jack era riuscito ad afferrare il pugnale e lanciarlo contro il giovane nobile, e adesso urlava alle guardie di non lasciarlo scappare.
Hadrian era piegato in due e, stringendo i denti, tentò di allontanarsi il più possibile. Ma Brom, la guardia, con una violenta spinta lo fece cadere a terra e, mettendogli un piede sulla schiena, lo bloccò definitivamente. Jack li raggiunse e si chinò accanto al ferito.
“Beh voi invece siete proprio il mio tipo, caro Lord LeBlanc, quindi non posso proprio lasciarvi andare via.”

 

 

Qualcosa era andato storto. Doveva essere passata almeno un’ora da quando Jack e Hadrian avevano lasciato il castello. Era comprensibile un ritardo a causa delle strade affollate, ma il sole stava cominciando a tramontare e della carrozza non c’era traccia. Martine era scesa a parlare con la governante che, con il suo solito tono aspro e senza sentimento, l’aveva per così dire rassicurata che “il signorino sarà stato trattenuto”.
Tornata nella sua stanza piena di ansia e paura, Martine cominciava a temere che a trattenere Hadrian fosse proprio Jack. Forse il piano di attirarlo fin lì non era andato a buon fine ed il pirata non aveva abboccato. Eppure Nigel li aveva visti lasciare il castello quindi erano sicuramente da qualche parte in giro per York.
“Potrei andare a cercarli” esclamò ad alta voce, mentre il suo io interiore con una voce vagamente simile a quella di Faith le ricordava per l’ennesima volta che vagare a caso per una città sconosciuta e piena di gente non era il massimo dell’intelligenza. Martine concordò con sé stessa che le ultime occasioni non erano state molto fortunate, ma non poteva nemmeno starsene tranquilla a far nulla.
La febbre doveva essere scesa perché non sentiva più l’onnipresente cerchio alla testa, così come brividi e sensazione di nausea sembravano spariti. Dopo aver mangiato, bevuto e riposato a dovere cominciava a sentirsi in forze e le ferite su mani e gambe erano ormai guarite del tutto.
La coscienza cercò nuovamente di metterla in guardia, suggerendole di chiedere aiuto a qualcuno.
“E di chi dovrei fidarmi?” le rispose, mentre rovistava tra gli abiti di Hadrian alla ricerca di un completo che non le andasse troppo stretto o che non fosse troppo eccessivo. Scelse una camicia color crema, con maniche lunghe e senza pizzi. Trovò anche dei pantaloni beige con qualche buco e le ginocchia sporche di verde e terra. Molto probabilmente Hadrian le usava quando andava alla ricerca di erbe nei prati.
“Sempre che ci vada alla ricerca di erbe, quel farabutto imbroglione.”
Indossò poi una tunica nera smanicata, chiudendola in vita con un cintura alla quale dovette far fare due giri onde evitare di andare in giro con la coda. Trovò anche un buffo copricapo scuro con una piuma di fagiano spezzata e se lo mise in testa, facendovi sparire dentro i capelli. Indossò gli stivali di Hadrian e ringraziò il fatto che non fossero troppo grandi. Non avrebbe potuto macinare miglia con quelle calzature addosso ma l’importante era che riuscisse a camminare ed eventualmente correre senza problemi.
Prese la borsa e, dopo aver dato un ultimo occhio alla stanza, aprì la porta. Si guardò intorno, aguzzando vista ed udito per cogliere un qualsiasi movimento. Una delle cameriere stava canticchiando dentro una stanza accanto alla sua e dal piano di sotto arrivavano solo voci molto soffuse. Martine uscì lentamente, camminando come se ad ogni suo passo il peso sulle assi del pavimento fosse nullo. Per un attimo invidiò Legolas e la sua maledetta grazia elfica, poi scosse la testa e tornò a concentrarsi sul corridoio. Scese le scale così piano che le ginocchia scricchiolavano peggio del legno. Mano a mano che entrava nella sala grande la luce delle lampade e del camino la rendevano un facile bersaglio.
Dalla cucina arrivava il rumore di piatti impilati di fretta e di coltelli che affettavano veloci, oltre alla voce della governante intenta a dare ordini con quel suo tono duro che non ammetteva repliche. Martine attese qualche istante sull’ultimo gradino e poi scattò, coprendo la distanza tra la scala e la porta d’ingresso in pochi secondi. Le sembrò di aver fatto un rumore assordante ma, una volta fuori dalla casa, non avvertì alcun suono o voce sospetta. Sospirò e riprese fiato, guardandosi intorno. Il sole stava tramontando e nel giro di un’ora sarebbe sparito oltre i tetti delle case.
“Devo sbrigarmi” bisbigliò, prendendo a correre in direzione della porta sud.

 

 

Voleva fermarla in qualche modo ed impedirle di continuare nella malsana idea di affrontare Jack, ma fallì miseramente. Martine era testarda peggio di un mulo e forse anche più di Faith, quindi non c’era da stupirsi se quelle due andavano d’amore e d’accordo. Aveva appena tolto l’auricolare quando la tenda dietro la quale si era nascosto si aprì di colpo. Nigel afferrò la prima cosa disponibile a portata di mano e puntò una paletta sporca di cenere contro lo sconosciuto, per poi immobilizzarsi per la sorpresa.
“G-Gisborne?!” fece in tempo ad esclamare, prima che l’uomo lo afferrasse per i vestiti.
“Con chi stavi parlando? DIMMELO!”
“Ah io… ehm… nessuno.”
“NON MENTIRMI!” gli urlò contro. “Ti ho sentito fare il suo nome. Tu sai dov’è Martine.”
Nigel stringeva ancora la paletta, indeciso se provare a tirarla in testa a Guy oppure cedere e dirgli la verità. La prima opzione era preferibile per continuare a preservare quel poco di continuum e cercare di arrecare meno danni al passato, ma non era sicuro che la forza del proprio braccio sarebbe bastata a mandarlo KO. Guy era molto più alto e fisicato, e sebbene fosse gravemente ferito e debole, Nigel già avvertiva nell’aria odore di sconfitta e violenza. Inoltre la seconda opzione veniva a suo vantaggio, in quanto Guy sarebbe immediatamente corso da Martine, magari impedendo che qualcosa di grave le accadesse. E, cosa più importante, Guy aveva il GreenId.
Lasciò andare la paletta, che cadde a terra facendo più rumore del previsto ed entrambi si guardarono intorno nervosamente. Poi Nigel alzò le mani per dimostrare la sua buona fede. “Lasciami andare e ti dirò tutto.”
“Tu dimmelo e io ti lascio andare.”
Nigel sospirò, stanco di sentire sempre quella frase nelle situazioni di pericolo. Era vero, non poteva definirsi un energumeno pieno di coraggio ed autostima ed erano innumerevoli le volte in cui le abilità di Sidney gli avevano salvato la vita, ma doveva ammettere di possedere qualcosa di molto più prezioso: un cervello che funzionava e un alto senso di autoconservazione. Pertanto non perse tempo a fare giochi di parole con Guy, che sembrava più un individuo da ‘ti prendo a randellate’ che un amante della pazienza e della diplomazia.
“Martine è viva. Si trova a sud della città, esattamente come ha detto quel tipo.”
Nigel sentì la stretta sui suoi abiti farsi sempre più debole e notò la confusione sul volto di Guy.
“E’ la verità?” chiese l’uomo con un filo di voce.
“Puoi fidarti di me. Lei è viva.”
Gisborne lo lasciò andare, alzando le braccia e stringendosi la testa tra le mani. Nigel vide tutta una serie di stati d’animo rincorrersi sul volto dell’uomo: sconcerto, sorpresa, sollievo, felicità ed infine paura.
“Sparrow sta andando a sud della città” esclamò l’uomo, girando improvvisamente i tacchi e dirigendosi a passo veloce ma traballante verso l’uscita del castello. Preso alla sprovvista Nigel si mise a correre, quasi inciampando sulla paletta abbandonata sul pavimento.
“Aspetta! E’ stata una sua idea!” gli urlò dietro, incurante di chi potesse sentirlo.
“Cosa vorresti dire?” chiese Guy, arrestandosi in mezzo al corridoio.
“Martine ha finto la sua morte per attirare Jack e rubargli il GreenId. Quel ciondolo” indicò, intravedendo un bagliore verdognolo attraverso la vestaglia di Gisborne.
“Stupida incosciente!”
“Grazie. Qualcuno che la pensa come me finalmente” sospirò Nigel, senza però aver il tempo di aggiungere altro. Guy era tornato a dirigersi veloce verso l’uscita, quindi gli si mise alle calcagna.
“Cosa intendi fare?” gli chiese con un principio di fiatone.
“Evitare che muoia per davvero.”
“Ma non sappiamo dove andare!”
“A sud.”
“Certo, fin lì c’ero arrivato anch’io.”
Raggiunsero finalmente il portone d’ingresso, sprangato e piantonato da due guardie. Nigel rallentò il passo, intimorito da ciò che avrebbero potuto chiedergli e già pronto a imbambolarli con qualche balla assurda. Ma non aveva fatto i conti con Guy, che si arrestò solamente quando uno dei soldati gli puntò contro la picca.
“Lasciatemi passare.”
“Non posso permettervelo, milord.”
“Non sono libero di uscire dal castello?!” Il tono di Guy era sorpreso ed al tempo stesso alterato.
“Nessuno può lasciare il castello a quest’ora senza il permesso dello sceriffo.”
“E dove posso trovare lo sceriffo?”
La guardia rimase spiazzata da quella domanda e si girò verso il collega, che alzò le spalle.
“Non saprei, milord” rispose, imbarazzato. Solitamente bastava puntare l’arma in faccia agli scocciatori e nessuno si permetteva di obiettare. Ma non era servito con Guy, che continuò imperterrito.
“Ho urgenza di lasciare il castello. Se non posso parlare con lo sceriffo per colpa della vostra incompetenza, credete sia il caso io scomodi il principe per una simile inezia?”
Le due guardie si fissarono terrorizzate, poi si scambiarono un cenno d’intesa.
“No, milord. Prego” e si prodigarono a spostare con rapidità la pesante barra di legno, facendola scorrere sui supporti di ferro e sbloccando quindi il portone. Guy sgusciò fuori dal varco prima ancora che venisse completamente aperto, mentre Nigel si attardava a ringraziare e salutare le guardie.
Erano ormai prossimi alle mura che circondavano il castello, quando una mano afferrò Nigel per gli abiti facendolo urlare per lo spavento.
“Shhh, ma sei impazzito?” sussurrò Marian, guardandosi in giro. Degli uomini intenti a spalare fieno si voltarono a fissarli, per poi perdere immediatamente interesse e tornare alla loro mansione.
“Non avevi detto che avresti raggiunto Little John?!” le chiese, mantenendo il tono basso da cospiratore.
“Ho avuto qualche problema ad uscire dalle cucine” e sollevò le mani, che avevano assunto un color rosso vivido. “Io odio la bieta. Ma tu non dovevi cercare la spada? Che ci fai qua fuori con Gisborne?!”
Nigel vide che l’uomo non s’era fermato e chiese a Marian di raggiungerlo. Quando gli furono alle spalle, la ragazza sussurrò il suo nome e Guy si girò di scatto. Teneva una mano sul fianco ed aveva un’espressione sofferente.
“Marian, cosa ci fai qui?”
“Cosa ci fai tu qui! Sei ferito e te ne vai a spasso per la città?!”
“Lei è viva, devo salvarla.”
“Gliel’hai detto, suppongo” esclamò Marian rivolgendosi a Nigel.
“Diciamo che non ho potuto evitarlo.”
“Complimenti.”
“Ma se sei stata tu la prima a dire di avvisarlo che Martine è viva!”
“Non siete obbligati a seguirmi” intervenne Guy, voltandosi per proseguire verso l’uscita dalle mura con il suo passo rapido ma instabile.
“Io vado con lui. Tu che fai? Raggiungi Little John?” le chiese Nigel, spostando lo sguardo da Marian a Guy, che il quel momento stava parlando con i soldati di guardia.
“Vengo con voi. Sta male e potreste aver bisogno di me. Inoltre non posso perdere l’occasione di conoscere questa Lady Martine.”
Su quell’ultimo commento a Nigel parve di cogliere una nota acida ed infastidita.

 

 

Quando raggiunse Castlegate Road si rese conto che attraversarla non sarebbe stato facile. Sembrava meno affollata della sera precedente, ma una processione di carri colorati occupava tutta la via stringendo al massimo lo spazio dedicato alle bancarelle ed al passaggio della gente. Martine si rassegnò all’idea di camminare ondeggiando tra una persona e l’altra, spalla contro spalla, avanzando alla velocità di una mucca durante la transumanza. Questa volta però prestò maggiore attenzione alla borsa, tenendola ben stretta davanti a sé. Cercava costantemente nella folla un viso familiare ma non riconosceva nessuno.
“Hey tesoro, vuoi un po’ di coccole?”
Martine si sentì palpare il sedere e si girò di scatto. Una ragazza dai capelli di un biondo molto chiaro le stava sorridendo, mettendo ben in mostra dallo scollo del vestito ciò che madre natura le aveva donato con molto affetto.
“No grazie. Magari dopo!” la liquidò, cercando di infilarsi in un lato della corrente dove la folla sembrava andare a passo più svelto. Dovette però arrestarsi davanti ad uno dei carri, che in quel momento presentava uno spettacolo di mangiafuoco. Improvvisamente si sentì schiacciare contro la schiena della persona di fronte e dovette scalciare e tirare pugni per uscire da quella trappola umana. Riuscì ad infilarsi in un vicolo meno frequentato e si concesse qualche minuto per riprendere fiato.
Secondo i suoi calcoli doveva aver percorso poco più di una trentina di metri. La porta sud era infatti ben visibile in fondo alla strada mentre il castello si mescolava tra i tetti delle case. Castlegate Road era bloccata da quella specie di circo ambulante quindi bisognava tentare con strade alternative.
Martine si infilò in una rientranza tra due edifici e, dopo essersi guardata intorno, si sedette a terra, coprendosi il più possibile e cercando di assomigliare ad un barbone ubriaco. Frugò nella borsa alla ricerca del cellulare, pigiò sull’icona del radar e attese che il dispositivo aggiornasse i propri dati. Dopo qualche minuto comparve un reticolo e Martine allargò le dimensioni della mappa per meglio visualizzare le vie di York.
Un’icona a forma di stella indicava la posizione acquisita l’ultima volta che era stato utilizzato il radar. Trovandosi quasi a metà di una larga via che collegava il lato sud al castello, quella stella indicava sicuramente la locanda dei Cavalieri Neri. Ad attirare l’attenzione di Martine fu però un’altra icona, un pallino verde scuro che indicava un edificio di fronte alla locanda. Ci cliccò sopra e comparve una scritta che la paralizzò: GreenId.
“Ma non è possibile” esclamò, aggiornando l’applicazione e ricevendo esattamente la stessa risposta. Come poteva il GreenId trovarsi in quell’edificio se Nigel le aveva detto essere al castello nelle mani di Guy?
Sbuffò sonoramente, ormai stremata dalla continua evoluzione incontrollata degli eventi. Non aveva notizie di Hadrian ed ora il GreenId compariva magicamente in un edifico di fronte alla locanda dei Cavalieri Neri. La loro missione consisteva nel recuperare i pezzi della daga e tornare al più presto nel 2010, e per farlo era necessario recuperare quel ciondolo. Ciò significava abbandonare Hadrian, ovunque egli fosse.
Recupero il GreenId e poi torno a cercarlo.
Osservò attentamente la mappa, memorizzando il reticolo di vicoli e strade che le avrebbe permesso di evitare Castlegate Road e raggiungere rapidamente l’edificio indicato dal puntino verde. Nascose il cellulare in borsa, si rimise in piedi e prese a camminare a passo spedito.

 

 

“Perché sono entrati lì dentro?” chiese Nigel.
“Non è dove ci siamo incontrati ieri?” lo ignorò Marian rivolgendosi all’uomo dietro il quale entrambi si stavano nascondendo. Guy non badò a nessuno dei due, rimanendo concentrato su ciò che stava accadendo a pochi passi dal loro. Erano riusciti a raggiungere la carrozza di Sparrow che, a causa della folla accorsa alla fiera e per l’ingorgo formatosi lungo Castlegate Road per colpa di un chiassoso circo itinerante, aveva proceduto ad una lentezza tale da permettere ad un Guy ferito e debole di tenerne il passo.
Ora se ne stata appoggiato alla parete di un edificio, in precario equilibrio sulle gambe tremanti, lo sguardo fisso sulle due figure che entravano nella locanda. Oltre al dolore costante al fianco si era aggiunto un fastidioso mal di testa, che si irradiava esattamente dal punto dove Robin Hood lo aveva colpito con una trave di legno. Era assetato, affamato e stanco, ma doveva riuscire a resistere ancora un po’, giusto il tempo di raggiungere Martine e metterla in salvo.
Quando Sparrow ed il nobile si chiusero la porta alle spalle, Guy avanzò verso la locanda, seguito da Marian che lo prese sottobraccio.
“Cosa vuoi fare?” gli chiese, facendo in modo di evitare il più possibile la folla festante. Scansarono per un soffio un gruppo di ragazzine con ghirlande tra i capelli, che correvano allegre in direzione di una bancarella di fiori. Marian non ricevette risposta: Guy era troppo impegnato a stringere i denti e tenersi in piedi.
“Non puoi entrare lì dentro in queste condizioni. Hai almeno un piano?”
“No.”
“E cosa pensi di fare?”
“Non lo so.”
Marian arrestò il passo, strattonando il braccio di Guy e costringendolo a fermarsi. L’uomo socchiuse gli occhi e gemette debolmente, prima di voltarsi a guardarla.
“Lì dentro c’è Lord Sparrow” lo ammonì, indicando la locanda. “Sei ferito e non sappiamo cosa aspettarci. Ti prego, ragiona solo un secondo. Prendiamoci qualche istante per elaborare un piano.”
Marian aveva ragione, ma dentro di sé avvertiva l’urgenza di agire subito. Il sole stava nuovamente calando oltre i tetti di York, Martine si trovava chissà dove ed era in pericolo. Doveva riuscire a parlare con quel nobile e scoprire la verità, anche a costo di mettere ancora più a rischio la propria vita. Era bastato un attimo di debolezza e Martine era sparita, e di questo se ne prendeva completamente la colpa. Non avrebbe avuto pace e riposo fino a quando lei non fosse stata in salvo tra le sue braccia.
Si girò nuovamente verso la locanda, le gambe lo abbandonarono di punto in bianco e Guy finì in ginocchio, cadendo di peso sul selciato della strada. Cercò di rialzarsi, ma le fitte al fianco erano troppo forti. Marian urlò a Nigel di aiutarla e pochi secondi dopo Guy si sentì sollevare da entrambi. La testa gli girava e una nebbiolina gli danzava davanti agli occhi.
Non posso svenire. Non posso. Non adesso.
Lo trascinarono verso un basso edificio nascosto dietro una bancarella di pesce. Nigel bussò alla porta con il piede e sull’uscio comparve un ragazzo, che osservò sorpreso gli avventori.
“Vi prego, signore. Si sente male. Aiutateci” implorò Marian. Vedendo l’indecisione sul volto del padrone di casa, aggiunse che lo avrebbero ripagato per la sua ospitalità.
“Falli entrare, Dave. Venite, mettetelo su quel letto” furono le parole di una signora di mezza età, comparsa alle spalle del ragazzo. Indicò loro una branda all’altro capo della stanza e vi adagiarono Guy, che sussultò per il dolore.
“Vi ringrazio infinitamente. Se potete darci dell’acqua e del cibo per il nostro amico… possiamo pagare…” e Marian cercò tra le pieghe dell’abito il borsello col denaro.
“Non fa niente. Conosco i vostri zii. Voi siete Lady Marian.”
La ragazza spalancò gli occhi per la sorpresa e sorrise per la gentilezza della donna, che subito si prodigò a riempire un bicchiere d’acqua.
“Vi ringrazio” sussurrò Guy, mentre Nigel lo teneva sollevato giusto quel poco che gli permise di bere e mangiare un pezzo di pane. “Non vi arrecheremo disturbo a lungo.”
“Oh nessun problema. Mio figlio Dave ed io stavamo uscendo ad aiutare mio marito col banco del pesce. Potete restare quanto volete.”
“Ce ne andremo non appena si sentirà meglio, non vogliamo abusare della vostra cortesia” aggiunse Nigel, ammirando la disponibilità di quella donna nei confronti di un gruppo di sconosciuti comparsi ad un’ora così tarda.
“Nessun disturbo, figliolo. Gli zii di Lady Marian si son sempre comportati con estremo riguardo nei nostri confronti, pertanto prendetelo come un ringraziamento. Inoltre in nostra assenza staremo più al sicuro sapendo che qualcuno è in casa. Abbiamo poco cibo alla vostra altezza” e sorrise a Marian, stropicciandosi le mani. “Ma nella dispensa trovate dell’altro pane e qualche mela. E se dopo avrete ancora fame, potrete scaldarvi il pesce che avanzerà!” Senza aggiungere altro si coprì le spalle con un largo scialle e spinse il figlio riluttante fuori dalla porta.
Guy tentò di alzarsi, ma sentiva un fischio continuo nelle orecchie e la nebbia davanti agli occhi non si era ancora diradata del tutto. Marian gli si sedette accanto, porgendogli un altro bicchiere d’acqua.
“Ho aggiunto del miele. Devi rimetterti in forze.”
“Grazie” rispose Guy, ingurgitando rapido il liquido dolce. Improvvisamente sentì di avere ancora più sete e fame, e si rassegnò all’idea di dover attendere e riprendere energie il più in fretta possibile.
“Da qui possiamo tenere d’occhio la locanda” avvisò Nigel, che da una piccola finestra scrutava la strada. “Se qualcuno entra o esce lo sapremo subito.”
Questo non rassicurava Guy, che avvertiva ancora l’urgenza di agire. Si sentiva inutile, impotente, costretto a starsene immobile per colpa del suo corpo ammaccato e stanco. Possibile che si fosse così rammollito? Era rimasto ferito altre volte eppure mai al punto da non riuscire nemmeno a stare in piedi. Come poteva pensare di difendere Martine se ogni volta l’abbandonava per colpa della sua debolezza?
“Tranquillo, vedrai che si sistemerà tutto.” Marian gli pose affettuosamente la mano sul braccio per consolarlo, ma quando si sentì osservata scattò come se avesse preso la scossa.
“Grazie” sussurrò l’uomo.
“Per cosa?”
“Per essermi rimasta accanto.”
“Sciocchezze.”
“Ho sempre agito credendo di farlo nel tuo interesse, invece pensavo solo a me stesso. Mi spiace averti obbligata ad amarmi e spero potrai perdonarmi un giorno.”
Guy cercò la mano della ragazza e la strinse nella propria, mentre una Marian in evidente imbarazzo cercava di alzarsi dalla branda. Lei lo aveva preso in giro, tradito ed abbandonato sull’altare, ma rimaneva comunque una persona buona, che ora gli stava vicina nel momento del bisogno. Era bella come sempre, anche con quei semplici abiti da sguattera, le mani sporche e i capelli arruffati.
“Ti ho perdonato, te l’ho già detto” rispose in tono brusco, guardando altrove.
“Marian. Ti conosco. Per una volta sii sincera.”
“Se riuscirai a dimostrare di non essere uguale allo sceriffo, allora forse penserò meglio di te” ammise, voltandosi a ricambiare il suo sguardo.
“Quindi se fossi stato più simile a Robin forse saresti riuscita ad amarmi?”
“Non mi sembra il momento…”
“Per te non lo è mai” concluse Guy, lasciandole andare la mano. Marian ne approfittò per alzarsi in piedi e raggiungere il tavolo. Afferrò la brocca d’acqua e riempì il bicchiere, bevendo con foga e rischiando di soffocarsi. Ma questo non le impedì di rispondere alla provocazione dell’uomo steso sulla branda.
“Voi uomini credete basti qualche parolina dolce e dei regali per conquistare una donna. Magari per alcune funziona, ma non con me. Sarò una sciocca ma ho a cuore le sorti della mia patria, e non me la sento di trascorrere il resto della mia vita tra quattro mura mentre là fuori la gente soffre e muore.”
“E questo cosa…” ma non gli permise di terminare la frase. Marian sembrava essersi finalmente decisa ad aprirsi con lui, ed era talmente imbufalita che anche Nigel lasciò perdere il via vai fuori dalla finestra e si girò ad ascoltare.
“Volevi sposarmi per completare il tuo bel quadretto. Dallo sceriffo avresti avuto fama e ricchezze, mentre io avrei fatto la figura della mogliettina fedele e succube.”
“Ti stai sbagliando.”
“Oh davvero? Mi avresti permesso di combattere contro le ingiustizie, di aiutare i più deboli, di sostenere Re Riccardo?”
Guy abbassò lo sguardo, comprendendo cosa aveva sempre reso Marian distante e mandato in fumo il sogno di una vita insieme. Ogni azione compiuta per attirare la sua attenzione non aveva fatto altro che allontanarla sempre più. Era per questo che la ragazza gli aveva preferito quello stupido nobiluccio tornato con gloria dalle Crociate?
“Credi invece che Robin ti lascerà libera di comportarti in questo modo?” le chiese quindi, leggermente infastidito dalla piega che la discussione stava prendendo ma intenzionato a sistemare le cose con Marian una volta per tutte. Si sarebbe definitivamente tolto qualsiasi peso dal cuore e se questo significava perderla per sempre non gli interessava. Ma doveva sapere. Vide la ragazza arrossire e mordersi il labbro, allontanarsi verso il lato opposto della stanza per poi tornare vicino alla branda.
“Tu non capisci.”
“Ah io non capisco?! Sei un’ingenua se pensi di poter fare sempre come vuoi.”
“Beh sono fatti miei!”
“Così facendo non metti a rischio solo la tua vita, ma anche quella delle persone che ti stanno accanto!”
Marian incrociò le braccia al petto e si sedette pesantemente sulla branda. Si vedeva chiaramente che tentava in tutti i modi di trattenersi dal dire qualcosa di troppo, ma Guy notò anche una certa indecisione nei suoi occhi.
“Mi preoccupo per te. Lo farò sempre, che ti piaccia oppure no” le confessò, mettendosi a sedere a fatica. La ferita, dimenticata per qualche minuto, tornò a farsi sentire e Guy gemette. Marian si chinò su di lui, premendo la mano sulla vestaglia e sentendola umida.
“Devo fermare il sangue prima che peggiori” lo informò, strappando dei lembi dal proprio vestito e mostrandoglieli come a chiedere il permesso per curarlo. Guy sollevò la vestaglia quel tanto che bastava, stringendo i denti nel sentire la stoffa grattare la ferita mentre Marian srotolava lentamente la fascia stretta in vita. Alcuni punti erano saltati ma tutto sommato il taglio era rimasto in gran parte chiuso. Del sangue scendeva da uno degli angoli dove il filo sottile aveva ceduto e Marian premette la stoffa per impedirne l’uscita.
“E comunque ti ho già detto che non sono innamorata di Robin” borbottò, mentre si allontanava a prendere dell’acqua con la quale bagnare le garze improvvisate.
“A questo punto penso tu sia innamorata di Re Riccardo” la punzecchiò l’uomo, trattenendo un lamento quando Marian gli premette con troppa forza sulla ferita. Si fissarono per qualche istante e Guy la vide infine sorridere.
“Vorrei solo poter fare qualcosa di più per gli altri, per quelli nati più sfortunati. Nel mio piccolo cerco di essere migliore di tanti nobili che pensano solamente al proprio tornaconto.”
“Marian, tu sei una brava ragazza ma non puoi salvare il mondo da sola. E soprattutto sei una donna. Non ti permetteranno mai di comportarti come desideri.”
“Lo so ed è per questo che continuo a ribellarmi. Prima o poi le cose cambieranno e anche noi donne potremo decidere del nostro futuro.”
Guy avrebbe voluto dirle che non era poi un’utopia, che il suo sogno si sarebbe realizzato portando ad un’epoca dove le donne si trovavano allo stesso livello degli uomini. Martine gliene aveva accennato in quei brevi momenti trascorsi assieme a parlare delle loro vite, spiegandogli che nel futuro il gentil sesso era riuscito a conquistarsi la libertà di poter scegliere. Forse Marian si sarebbe trovata a suo agio in quell’epoca ed avrebbe finalmente avuto una vita serena.
“Scusami, non avrei dovuto accusarti in quel modo. Hai il diritto di avere dei sogni, ma ti prego: promettimi di stare attenta. E se qualcuno decide di offrirti il suo cuore, almeno apprezzane lo sforzo.”
“Prenderò in considerazione le tue parole solo se anche tu mi prometti una cosa: di non commettere brutte azioni nei confronti dei più deboli.”
“Te lo prometto” ammise. Ci credeva davvero, era sua intenzione diventare una persona migliore e di ricominciare da capo. Ora che lo sceriffo era morto, anche la sua onnipresente ombra di malvagità se n’era andata e non avrebbe più dovuto sottostare a nessuno. C’era ancora la questione con il principe Giovanni da sistemare, ma avrebbe gestito la cosa in maniera totalmente diversa. Di questo ne era sicuro.
“Allora farò anch’io del mio meglio per mantenere la parola” confessò Marian, annuendo decisa. “Ora però devo fasciarti nuovamente. Non ho altra stoffa ma se mettiamo questi pezzi tra la ferita e la fasciatura credo staremo tranquilli. Almeno per il momento.”
Guy lasciò che la ragazza lo toccasse, avvertendone il continuo imbarazzo nelle sue piccole mani tremanti. L’aiutò a tenere ferma la fasciatura mentre Marian fissava l’estremità tra i lembi di stoffa.
“Ora cerca di stare tranquillo, va bene? Altrimenti non guarirai mai” lo ammonì, puntandogli contro il dito.
“Agli ordini” ubbidì Guy, stringendole nuovamente la mano in segno di ringraziamento. Marian sbuffò ma sorrise, accettando quel gesto di affetto. Erano riusciti a chiarirsi dopo anni di silenzi e bugie, e Guy avvertiva l’inizio di quella che poteva definire un’amicizia con la donna che aveva sempre amato, quando Nigel lanciò un’imprecazione e uscì di corsa dalla porta.

 

 

Scattò in piedi, lasciando cadere a terra i pezzi di stoffa inutilizzati, e corse verso la porta. Il sole era ormai sceso oltre i tetti e le torce venivano accese un po’ ovunque. I carri colorati e festanti avevano raggiunto la cima di Castlegate Road lasciandosi alle spalle un corteo di bambini saltellanti che raccoglievano i nastri colorati abbandonati lungo il tragitto. Da qualche parte, trasportata dal vento fresco della sera, arrivava una musica allegra e ritmata che invogliava molti alla danza. Il puzzo di pesce si insinuò violento su per le narici e Marian storse il naso, mentre cercava di guardare oltre la bancarella dei loro ospiti. Individuò finalmente Nigel, distante pochi passi ed intento ad abbracciare un individuo. Li vide parlare animatamente ed era decisa a raggiungerli quando lo sconosciuto si diresse correndo verso di lei. Colta di sorpresa Marian fece qualche passo indietro, rientrando nella stanza alla ricerca di qualcosa da usare come arma. Sembrava un ragazzo e doveva essere in qualche modo amico di Nigel, ma lei non si fidava comunque. Lo vide varcare la soglia ed arrestarsi. Si fissarono per qualche istante prima che Guy, spostatosi sulla branda per capire cosa stesse succedendo, urlasse il nome della donna che ormai era diventato il suo chiodo fisso. Lo sconosciuto percorse in un lampo lo spazio che lo divideva dalla branda e si lasciò avvolgere dalle braccia dell’uomo. Nigel entrò nella stanza e si chiuse la porta alle spalle.
“Sei viva! Oddio sei viva!”
“Come stai? Dove ti ha ferito?”
Marian sentì una voce di donna e, quando Guy sfilò il cappello dalla testa dello sconosciuto, vide una cascata di capelli scuri scendere a coprirgli le spalle. Ormai non c’erano più dubbi: quella doveva essere Martine.
Vide Guy afferrarle il volto e baciarla con passione, mentre cercava di stringerla il più possibile a sé. Marian distolse lo sguardo, imbarazzata da quel momento improvviso di intimità, ed incontrò quello di Nigel che sembrava pensarla allo stesso modo. Entrambi non poterono però ignorare il dialogo sussurrato dei due piccioncini perché la stanza era talmente stretta e bassa da togliere qualsiasi riservatezza.
“Scusami.”
“Ho creduto di averti persa.”
“Lo so… scusami… non era mia intenzione farti preoccupare.”
“Stai bene? Hai una botta in testa!”
“Ora va meglio. Ma tu invece sei ferito!”
“Niente che non possa guarire col tempo.”
“E’ tutta colpa mia…”
“Smettila. Tu non c’entri.”
“Certo che è colpa mia! Se non mi avessi conosciuta non rischieresti di morire ogni cinque minuti!”
“E’ un prezzo che sono contento di pagare.”
“Ma non è giusto…”
I sussurri terminarono perché Guy chiuse le labbra di Martine con altri baci, facendo nuovamente calare il silenzio nella stanza. Nigel non aveva smesso di giocherellare con un mestolo trovato su una mensola, dando volontariamente le spalle ai presenti. Marian cominciava ad trovare alquanto insopportabile l’aria che tirava e sbuffò sonoramente, attirando quindi l’attenzione di tutti.
“Martine… lascia che ti presenti Lady Marian di Knighton” esordì Guy sciogliendo l’appassionato abbraccio e sorridendo alla ragazza all’altro lato della stanza.
Marian vide Martine fissarla con sorpresa e alzarsi di scatto per raggiungerla. “E’ un vero onore conoscervi!” esclamò la ragazza con un largo sorriso e stringendole energicamente la mano.
“Il piacere è tutto mio.”
“Ho sentito tanto parlare di voi!”
“Beh anch’io di voi” ammise Marian. Ebbe quindi modo di osservare con più attenzione colei che pareva aver rapito il cuore di Guy. Era di poco più bassa e di corporatura morbida, con lunghi capelli castano scuro e occhi nocciola. Una vistosa botta violacea attirava l’attenzione sulla sua fronte, ma per il resto poteva definirla una ragazza carina senza nulla di eccezionale. Aveva sicuramente un sorriso contagioso perché si ritrovò suo malgrado a piegare le labbra in un gesto forzato di cordialità.
“Vi ringrazio per averli aiutati” continuò Martine, gli occhi ancora lucidi per le lacrime.
“Di nulla, davvero.”
Cominciava a trovare la situazione troppo melensa per i suoi gusti e dentro di sé la decisione di tornarsene a Nottingham si faceva sempre più concreta. Non lo avrebbe mai ammesso, ma vedere Guy felice le aveva messo addosso un’infinita tristezza. Per un istante desiderò che Robin fosse in quella stanza per potersi sentire amata e coccolata. Rimproverò sé stessa per questa debolezza, soprattutto dopo le parole dure rivolte a Guy pochi minuti prima.
Non ho bisogno di nessuno. Ce la posso fare anche da sola.
La morte prematura del padre era un evento troppo recente per non averla lasciata emotivamente vulnerabile e Marian avvertì il groppo in gola per il dolore di quella perdita.
Sono sola. Io sono sola.
Robin aveva insistito affinché si trasferisse nella foresta, ma aveva subito declinato l’invito. Il bisogno di stare per conto suo, superare quella perdita così lacerante e recuperare le forze avevano avuto la meglio sull’affetto che provava per il fuorilegge. Come confessato a Guy, non amava Robin Hood o almeno non ne era ancora sicura. Si era trovata costretta a dover scegliere per così tanto tempo che provare amore per qualcuno lo considerava un obbligo senza scampo piuttosto che un sentimento da custodire gelosamente.
Ma osservando la felicità negli occhi di Guy mentre stringeva nuovamente tra le braccia Martine, Marian avvertì un vuoto immenso nel suo cuore. Incapace di rimane impassibile ancora a lungo decise di uscire dalla stanza, trovando la prima scusa che le passava per la testa.
“Vado a chiedere se c’è del pesce che possiamo cucinare” esclamò di getto, uscendo con tale rapidità da non permettere ai presenti di ribattere qualcosa.

 

 

Era bella. Era davvero bella. Anche troppo.
Comprese finalmente per quale motivo Lady Marian fosse una preda tanto contesa ed il motivo per il quale Guy era rimasto estremamente scottato da quella passione non corrisposta. Come al suo solito Martine si sentì inadeguata, imperfetta, una racchia immonda. Sarebbe caduta nella depressione pesante se Guy non l’avesse accolta in quel modo: con il calore del suo abbraccio, le labbra avide di baci, lo sguardo perso di chi non ha occhi se non per la donna amata.
Si lasciò cullare dalla sua voce bassa e carica di affetto, dalle sue braccia forti e dalle mani che le spostavano dolcemente i capelli. Per qualche istante dimenticò tutto, ricadendo in quella cotta stratosferica che le aveva cambiato l’esistenza.
Fu solamente l’uscita di Marian dalla stanza e lo sguardo preoccupato di Nigel a ridestarla da quel momento di pace e felicità.
“Ma cosa ci fate qui?” chiese, cercando di recuperare quel poco di serietà mentale che ancora le rimaneva. Quando Nigel le era venuto incontro sulla strada avrebbe voluto mettersi ad urlare dalla gioia. Lo aveva abbracciato e lui aveva fatto appena in tempo a dirle che Guy era in quel basso edificio che lei già era corsa via.
“Si è sentito male e abbiamo avuto la fortuna di trovare una santa donna che ci ospitasse” spiegò Nigel, spostando uno sgabello e mettendosi a sedere a sua volta. “Eravamo appena arrivati quando ti ho vista dalla finestra.”
“Ma non dovevi cercare i pezzi della daga? Quando ho visto che il GreenId non si trovava al castello mi è preso un colpo!” e sollevò il cellulare, che in quel momento mostrava la mappa con le indicazioni lampeggianti.
“Dovevo trovarti. Dovevo vederti, sapere che eri viva” ammise Guy, con sguardo colpevole. Martine avrebbe voluto riempirlo di baci ma si trattenne a fatica, mantenendo lo sguardo fisso su Nigel e ricacciando il cellulare in borsa.
“Abbiamo seguito Jack. La sua carrozza si è fermata di fronte a quella locanda ma non sappiamo altro da quando sono entrati lì dentro.”
“Mi stai dicendo che Jack è qui di fronte assieme ad Hadrian?!” esclamò Martine, alzandosi di scatto e correndo alla finestra. Il cielo aveva assunto un colorito rosato, mentre alcune nuvole scure annunciavano che a breve sarebbe scesa qualche goccia di pioggia. Scorse di sfuggita Marian parlare con una signora ma il suo sguardo si concentrò sull’alto edificio al lato opposto della strada. Le lampade erano state già accese, sia all’esterno che all’interno, eppure Martine faticava a riconoscere qualcosa di familiare nelle sagome che s’intravedevano dalle finestre. Inoltre la folla festante che popolava Castlegate Road continuava ad essere una costante scocciatura in movimento.
“Chi è Hadrian?” chiese Guy.
Martine si paralizzò, sentendosi mozzare il respiro in gola. Ecco, ci siamo. Sii disinvolta.
“Lo avete conosciuto come Lord LeBlanc. Mi ha salvato la vita quando la febbre mi stava facendo delirare” spiegò, girandosi verso i presenti e sorridendo appena. “Ha acconsentito ad aiutarmi ad incastrare Jack e adesso temo sia in pericolo.”
Nigel si mise le mani in testa, sospirando sconsolato. “Dimmi che non hai detto tutto anche a lui, ti prego…”
“Ho dovuto!”
“Ma che cazzo, Martine! Ti rendi minimamente conto dei danni che stiamo facendo?!”
“Scusa se sono quasi morta per strada eh!”
“Io son finito in prigione ma non ho spifferato tutto ai quattro venti!”
“Credo sia il caso che voi moderiate il tono della conversazione” s’intromise Guy, fattosi improvvisamente serio.
“Credo voi non comprendiate la gravità della situazione” gli rispose Nigel a tono, per nulla intimorito. Martine notò che era diventato molto più spavaldo rispetto allo studioso goffo e imbranato conosciuto qualche settimana prima, quindi sicuramente anche per lui quell’avventura era stata una bella lezione di vita.
“Ha ragione lui, Guy. Ho sbagliato. Ma ho tutte le intenzioni di rimediare.”
“E come?” chiese Nigel, incrociando le braccia al petto.
“Prima di tutto dobbiamo assicurarci che Jack non interferisca più con quello che facciamo. Quindi è necessario entrare nella locanda e renderlo inoffensivo.”
“Intendi ucciderlo?” Guy si era raddrizzato sulla branda in modo da seguire meglio la discussione. Si vedeva che soffriva molto ma ci teneva a rendersi partecipe di qualsiasi decisione.
“Vorrei evitarlo. No, prima voglio parlargli e poi sedarlo.”
“Sedarlo?” esclamarono in coro i due uomini nella stanza.
“Così da poterlo gestire meglio. Ovvio, se le cose si mettono male, ma solo se si mettono davvero davvero male, potremmo non avere altra scelta se non quella di ucciderlo.”
Martine avrebbe preferito evitare quel genere di violenza. Dopotutto Jack poteva definirsi un innocente coinvolto suo malgrado in qualcosa che non poteva controllare. Le aveva confessato di voler aiutare Imhotep in cambio della restituzione della sua nave, eppure Martine era certa ci fosse dell’altro ed era per quello che nel suo piano era prevista una lunga chiacchierata con il pirata.
“Quindi è questo che avevi in mente” concluse Nigel.
“In realtà l’idea originaria era quella di attirarlo per recuperare il GreenId, ma ci avete già pensato voi.”
“Ed una volta recuperato il ciondolo cosa avresti fatto?”
“Beh ecco… io… dunque… avevo pensato” farfugliò, grattandosi la testa. “Pensavo di travestirmi da Jack, entrare a castello e recuperare i pezzi della daga.”
“Ma sei impazzita?!” esclamò Guy, facendola sobbalzare. Nigel scuoteva la testa sconvolto, incapace di starsene seduto tranquillo sullo sgabello. Infatti si alzò, cominciando a passeggiare per la stanza fissando il pavimento.
“Adesso modera tu il tono” fu la risposta di Martine, offesa da quella mancanza di fiducia. Non era un piano perfetto ma almeno non era rimasta con le mani in mano.
“Voi donne dovete smetterla di comportarvi come delle scavezzacollo.”
“Oh grazie. Vuoi cominciare una discussione sulla parità sessuale? Perché le tue idee medievali sono decisamente retrograde per quanto mi riguarda.”
“Però non ha tutti i torti.”
Si girarono tutti verso la porta, dove Marian era comparsa senza fare alcun rumore. Molto probabilmente aveva ascoltato tutta la loro conversazione standosene ben nascosta dietro le mura della casa. “E’ un piano pericoloso ma l’unico modo per rientrare a castello senza destare sospetti.”
“Grazie” sorrise Martine, soddisfatta che finalmente qualcuno appoggiasse il suo punto di vista e cominciasse ad apprezzarne gli sforzi.
“In fin dei conti può avere senso” aggiunse Nigel. “Rientrare a castello è fondamentale. Sia per recuperare i pezzi della daga, sia per evitare che Guy vada nei casini.”
“Che vorresti dire?” chiese Martine fissando i presenti.
“Diciamo che il principe Giovanni ha un certo… interesse per me” borbottò Guy
con evidente imbarazzo.
“Se scopre che è uscito dal castello potrebbe non prenderla molto bene” aggiunse Marian.
“Interesse… che tipo di interesse?”
“Non sei l’unica a trovare un certo fascino in lui” ed indicò Guy, che cercava di evitare il loro sguardo. Martine sgranò gli occhi e rimase a bocca aperta per qualche secondo prima di scoppiare a ridere.
“Non ci trovo niente di divertente” commentò Guy, evidentemente offeso.
“Scusa scusa scusa! Mpfff… hihihi! Scusa, ok. La smetto. Quindi quale sarebbe il nuovo piano?”
“Entrare nella locanda ed affrontare Jack. Tu ti travesti da pirata e Guy ti accompagna a castello.” Nigel mise le mani sui fianchi, evidentemente soddisfatto della decisione presa. Martine annuì, considerandolo simile al proprio piano originale quindi una buona idea. Il difficile sembrava convincere Guy, che scosse immediatamente la testa.
“Non se ne parla” commentò. “Tu non vai da nessuna parte.”
“Ma se andiamo assieme?!”
“Non mi interessa. E’ troppo rischioso.”
“Guy, lo sai che devo farlo.”
“Ci deve essere un altro modo. Possiamo entrare come hanno fatto lui e Marian.”
“E come ti giustifichi con il principe?” gli chiese Nigel.
“E cosa cambia se entro con lei travestita da Lord Sparrow?!”
Martine trovò la domanda estremamente sensata e, non sapendo cosa rispondere, si girò a guardare Nigel, che era rimasto a sua volta senza parole.
“Ecco appunto” concluse Guy.
“Puoi dire di essere uscito per difendermi” suggerì Marian. “Ci hanno catturati insieme, giusto? Possiamo dire che dopo la morte dello sceriffo Lord Sparrow mi ha tenuta segregata da qualche parte e che tu hai cercato di liberarmi, non sapendo dove mi tenesse prigioniera. Sei uscito dal castello per parlargli, vi siete confrontati e siete giunti ad un accordo.”
Calò il silenzio, mentre tutti ragionavano sulla proposta della ragazza. Martine non sapeva cosa fosse successo a quei tre in sua assenza, ma sicuramente le parole di Marian dovevano aver senso perché Nigel annuì convinto.
“Potrebbe andare. Ma perché Guy sarebbe venuto a cercarti?” le chiese, curioso di avere maggiori dettagli.
“Non saprei… onore cavalleresco?”
“Beh ma sei Lady Marian di Knighton! Voglio dire, conterà qualcosa il tuo nome anche se non siamo a Nottingham, no?” Martine si rese conto che forse il tono era stata un tantino troppo brusco e che si stava comunque rivolgendo ad una nobile. Lo sguardo che ricevette in risposta dalla ragazza avvalorò la sua supposizione, ma fortunatamente Nigel venne in suo soccorso.
“Lady Marian potrebbe avanzare delle lamentele nei confronti di Lord Sparrow per un possibile malinteso. E voi Gisborne, che la conoscete da molto tempo, potreste appoggiarne la causa per difendere il suo onore.”
“Nessuna delle vostre idee spiega perché io me ne sia andato dal castello!” Guy era esasperato da tutti quei discorsi e lo stress per le troppe emozioni lo stava fiaccando. Martine gli si sedette accanto, prendendogli una mano.
“Stai calmo altrimenti rischi di peggiorare la tua situazione.”
“Come posso calmarmi se voi ragazze avete intenzione di rischiare la vita in questo modo? Lo capite che se il principe ci scopre ci fa ammazzare tutti quanti?”
“Noi dobbiamo entrare in quel castello, che ti piaccia oppure no. Se vuoi seguirci, bene. Altrimenti io e Nigel ce la caveremo da soli.” Non avrebbe voluto essere così dura con lui, ma doveva cominciare a preoccuparsi seriamente del vero motivo della loro presenza in quell’epoca. I pezzi della daga andavano recuperati a costo di rimanere uccisi, non avevano altra scelta.
In realtà ci sarebbe sempre la possibilità di tornare indietro nel tempo e rifare tutto da capo suggerì la vocina saccente dentro la testa di Martine. Doc era stato estremamente chiaro sui disastri che una decisione simile avrebbe comportato al continuum, ma se l’altra opzione era perire a causa di un sacerdote egizio con poteri inimmaginabili, beh Martine avrebbe decisamente rischiato di danneggiare lo spazio-tempo. E visto che c’era, avrebbe evitato di tradire Guy.
Magari potresti evitare Guy del tutto controbatté a vocina, e Martine la ignorò tornando a fissare l’uomo al suo fianco. Era pallido, con occhiaie vistose e l’aria di uno con l’estremo bisogno di una lunga vacanza rilassante. Martine si sentì ancora più in colpa e distolse lo sguardo.
“Direi di preoccuparci di una cosa alla volta” prese la parola Nigel. “Intanto affrontiamo Jack e cerchiamo di capire le sue ragioni. Magari rientrare al castello non sarà un problema.”
“Magari il principe ha bevuto troppo e non ricorda bene cosa è successo” aggiunse Marian.
“Potrebbe essere. L’importante è avere una storia plausibile pronta all’uso.”
“E sperare che le guardie non abbiano la lingua troppo lunga.”

 

 

“Vi ringrazio per l’ospitalità. Farò in modo che i miei zii vi facciano avere la giusta ricompensa, ma per il momento accettate questi” e porse alla signora un paio di monete.
“Oh Lady Marian, tenetele. Voi ed i vostri amici ne avrete bisogno per pagare la locanda. E poi la vendita del pesce è andata più che bene, quindi non c’è da preoccuparsi.”
Le diede una leggera pacca sulle spalle e Marian sorrise, grata per la bontà e gentilezza della signora. Raggiunse gli altri, che già stavano attraversando la strada. La folla si stava diradando, diretta molto probabilmente allo spettacolo di marionette nella piazza centrale che il banditore aveva presentato giusto pochi minuti prima.
Si preannunciava una nottata fredda e già alcune gocce di pioggia rendevano scivolose le pietre di Castlegate Road. Avevano dovuto chiedere alcuni vestiti in prestito, soprattutto per Guy, uscito dal castello con addosso solo una vestaglia sporca di sangue. La loro ospite era stata fin troppo generosa, fornendo ad ognuno una mantella calda. C’erano buchi e macchie e le estremità erano sfilacciate, ma erano perfetti per quello che avevano in mente.
Quando tutti ebbero raggiunto la locanda, Nigel spinse la porta facendo strada. Avevano deciso che si sarebbe finto un Cavaliere Nero ed avrebbe mostrato l’anello di Guy come lasciapassare. Pertanto a lui era andato il mantello in condizioni migliori, oltre ad aver fatto a cambio con gli abiti di Martine, che aveva optato per uno dei vestiti dismessi della pescivendola.
Un uomo basso e barbuto li accolse, pulendosi le mani con uno straccio lurido e prodigandosi in un mezzo inchino.
“Una stanza, per cortesia” esordì Nigel, assumendo la voce e l’atteggiamento più nobile che riuscisse ad immaginare. Martine sghignazzava sotto il cappuccio fingendo di tossire e Marian dovette ammettere che la scena era alquanto divertente.
“Certo, mio signore. I vostri servi possono alloggiare nelle stalle.”
“Preferirei mi seguissero nelle mie stanze.”
L’omino barbuto corrugò le folte sopracciglia. “Mio signore, le nostre stalle sono pulite e i vostri servi verranno sfamati a dovere.”
“Ho un particolare affetto verso i miei servi” esclamò Nigel, afferrando le due donne per i fianchi e stringendole a sé. “Scaldano il letto come nessun altro.”
“Certo, mio signore. Comprendo benissimo.” L’oste rise e si grattò la testa, e Marian notò che lo sguardo gli cadeva giusto giusto sulla sua scollatura del vestito. Evitò di ribattere e reagire ed ingoiò il rospo.
“E lui?” chiese quindi, indicando l’uomo alto alle loro spalle. Guy era immobile e il cappuccio rendeva il suo umore pessimo ancora più nero.
“A lui piace guardare” ammise Nigel, facendo spallucce. L’oste avrebbe voluto aggiungere qualcosa ma si trattenne per rispetto verso il cliente, facendo strada su per le scale alla strana combriccola. Marian notò che nella sala grande non c’era anima viva, sebbene sui tavoli fossero presenti dei boccali e dei piatti e che il fuoco scoppiettasse allegro nel camino.
Le sembrò inoltre molto strano che l’oste in persona li accompagnasse alla loro stanza, ma forse era usanza particolare di quella locanda. Eppure la mancanza totale di cameriere o sguatteri la insospettì. Raggiunsero infine la loro camera e l’oste li invitò ad entrare con fin troppa enfasi.
“Ecco, mio signore. Sperò sia di vostro gradimento.”
Nigel si guardò intorno con molta lentezza, passando la mano su una piccola cassettiera ed annusandosi le dita, finendo per provare la morbidezza del materasso. Le assi di legno scricchiolarono sonoramente ed il giovane storse il naso. “Avete altri ospiti? Non vorremmo arrecare loro disturbo.”
“Oh nessun disturbo, solo un paio di signori nella stanza in fond… ehm… ecco, io… io credo non ci sia nessuno, sì ecco. Quindi nessun disturbo, davvero!” L’oste cominciò a sudare e si tamponò la fronte con lo straccio sporco, sorridendo nervosamente ai presenti. Salutò con un inchino fin troppo esagerato e si chiuse la porta alle spalle. Rimasero in silenzio fino a quando il rumore dei suoi passi pesanti sulle scale non svanirono completamente.
Marian si tolse il mantello, mentre Martine scoppiava a ridere e sollevava il pugno in direzione di Nigel il quale, a sua volta, rispose a quello strano gesto ed entrambi si sfiorarono le nocche delle mani. Da parte sua Guy si appoggiò al muro, calandosi semplicemente il cappuccio.
“Lord Sparrow e Lord LeBlanc devono essere in quella stanza” commentò Marian. “Avete visto la reazione dell’oste?”
“E non c’era nessuno in giro” aggiunse Guy. “Fino ad ieri questa locanda era al completo.”
“Esatto. E non ho visto nemmeno una cameriera.”
“Potrebbero essere tutti in giro per la città.”
Marian sbuffò, convinta che quella stranezza avesse sicuramente a che fare con Lord Sparrow. Non poteva dire di conoscere bene quell’uomo, ma dopo i due incontri avuti a castello era giunta alla conclusione si trattasse di una persona inquietante. L’aspetto era decisamente assurdo così come il suo modo di camminare, eppure emanava qualcosa di malvagio e subdolo. Comprendeva quindi bene la preoccupazione di Guy riguardo il piano.
“Almeno possiamo stare sicuri che qualsiasi rumore non attirerà troppo l’attenzione” concluse Nigel, aiutando Martine a togliersi il mantello. Marian convenne con lui che almeno quel fattore andava a loro favore, ma l’espressione di Guy non rivelava alcun sollievo. Anzi, i tristi abiti del marito della pescivendola lo rendevano di aspetto ancora più misero e stanco.
“Guy, siediti sul letto” gli suggerì, avvicinandosi e porgendogli la mano. “Sei ancora debole.”
Quelle parole sembrarono risvegliare Martine, che si diresse ad afferrare l’uomo per un braccio e trascinarlo dolcemente verso il materasso. Marian sbuffò, trovandola una reazione infantile. Mica glielo rubo. Evitò di sorbirsi l’ennesima scenetta da coppia innamorata e rimase sulla porta, appoggiandovi l’orecchio. Non sentiva alcun rumore a parte il brusio distante della gente in piazza.
“Credi sia nella nostra stanza?” Martine si stava rivolgendo a Guy, ora disteso supino sul letto.
“L’oste s’è lasciato scappare che la stanza in fondo è occupata, quindi penso proprio di sì.”
“Bene.”
“No.”
“No cosa?”
“Non puoi andare.”
“Non mi farà del male, fidati.”
“Certo. L’ultima volta ti ha legata solo per amicizia” borbottò Nigel.
“Ma tu da che parte stai?! Sentite, ho combinato io questo terribile casino ed intendo sistemarlo. Se dovessi essere in pericolo potete intervenire, ma lasciatemi tentare.”
Marian avvertì il gelo nel silenzio che era calato nella stanza. Guy fissava Martine con apprensione, quello stesso sguardo che aveva rivolto pure a lei tanto volte, anche pochi minuti prima quando le aveva fatto promettere di non continuare ad agire senza prima riflettere. L’ho sempre giudicato male. Di nuovo provò una fitta alla bocca dello stomaco e scosse la testa.

 

 

“E’ la tensione.”
“Sicura?”
“Si si, certo. Forse ho ancora qualche bacillo della febbre.”
“Vuoi un pezzo di pane? Magari ti fa fondo.”
Martine si morse le labbra, deglutendo con rapidità il liquido amaro che le si ripresentava in bocca. Era stata costretta a vomitare nel pitale, di fronte a tutti. Soprattutto di fronte a Guy, che s’era preoccupato in maniera esagerata e l’aveva nuovamente sgridata per la sua sconsideratezza. Martine aveva ascoltato quei rimproveri a testa bassa, passandosi la mano sul ventre e trattenendosi dallo spifferare tutto.
“Tranquillo Nigel, sto bene. Passami il GreenId.”
Le mani del giovane tentennarono un paio di volte prima di porgerle la catenella, che Martine afferrò con sollievo mettendosi subito il ciondolo al collo. La certezza di poter nuovamente tornare a casa la fece sentire leggera. Sapeva che il furgone del tempo avrebbe funzionato anche senza GreenId, ma avere una sicurezza in più tra le mani la tranquillizzava.
“Stai attenta” le sussurrò Guy, alzandosi a fatica dal letto per abbracciarla. La stringeva talmente forte che era chiaro non volesse lasciarla andare. “Io sarò qui.”
“Lo so. Fidati di me” e rimase a godere del calore del corpo dell’uomo per qualche istante prima di alzare la testa e reclamare un ultimo bacio. Poter di nuovo assaporare le sue labbra le dava un piacere immenso ed allo stesso tempo risvegliava costantemente il senso di colpa.
“Ti amo” furono le ultime parole che lui le bisbigliò nell’orecchio, prima di lasciarla andare. Martine sospirò, ricacciando indietro le lacrime e rispondendo con un timido ti amo ed una smorfia di commozione.
Marian le aprì la porta, accennando un sorriso d’incoraggiamento. Occhio a non sbilanciarti troppo eh pensò dentro di sé, mentre lasciava la stanza e si dirigeva verso la camera in fondo al corridoio. Fin dal loro primo incontro aveva avvertito un accenno di astio nei suoi confronti, come se la famosa Lady Marian fosse gelosa del suo rapporto con Guy. L’hai rifiutato e gettato via come spazzatura, ora vedi di non cambiare idea nobiluccia dei miei stivali. Torna a spupazzare il tuo Robin.
Accostò l’orecchio alla porta, da sotto la quale proveniva della luce. Nessun rumore, nessuna voce. Niente.
Gettò un’occhiata alle spalle ma il corridoio era ormai nel buio più totale e nessuno dei suoi compagni era in vista, anche se stavano sicuramente all’erta e pronti ad intervenire.
Ok, allora io busso.
Toccò la porta tre volte con la nocca della mano destra e le sembrò il rumore più assordante del mondo. Dovette trattenere l’ennesimo stimolo al vomito e provò a deglutire, ma la salivazione si era quasi azzerata. Poi la porta si aprì di scatto, facendola sussultare. Due occhi scuri si fissarono nei suoi, mentre un sorriso si allargava sul volto del pirata.
“Ciao dolcezza. Ti stavamo aspettando.”

 

 

La vide entrare nella stanza e cercò di muoversi, sollevandosi appena sulla sedia, ma le corde alle mani glielo impedirono. Strinse i denti per la scossa di dolore che gli scese lungo il braccio e prese un paio di respiri a bocca aperta. Lei gli corse incontro, sconvolta.
“Hadrian! Cosa ti ha fatto? Che ti è successo?!”
“Il tuo amico desiderava che io restassi a fargli compagnia” le rispose con un mezzo sorriso, sollevato nel rivederla ma al tempo stesso preoccupato per le loro sorti.
“Jack! Lui non c’entra! La devi smettere!” urlò contro il pirata, andandogli vicino e fermandosi a pochi centimetri dal suo naso.
“Tesoro, sei tu che metti in mezzo tutti quanti. Bastava semplicemente che seguissi le indicazioni di Doc e adesso saremmo già tornati a casa!”
Martine arrossì, sembrava furiosa ma al tempo stesso la vide indietreggiare di qualche passo. Non cedere, non dargliela vinta.
“Ok va bene. Adesso sono qui, con il GreenId ed il cellulare. Lascialo andare.”
“Bugiarda. Il ciondolo ce l’ha il tuo cavaliere testardo.”
“Sbagliato” e mostrò al pirata sia l’aggeggio luminoso capace di proiettare immagini e suoni, sia un ciondolo che emanava un vibrante bagliore verde. Hadrian colse la sorpresa sul volto di Jack e immaginò la confusione che gli riempiva la mente perché rimase egli stesso sconcertato dalla scoperta. Era stato testimone a castello della sfuriata di Gisborne e del furto del ciondolo. Come aveva fatto Martine ad impossessarsene in così poco tempo?
“Complimenti, bocciolo di rosa. E me li offri così, senza fiatare?” le chiese, passandole accanto ed andando a sedersi sul letto. Martine si diresse verso lo scrittoio e vi poggiò sopra il cellulare, girandosi poi a fissare il pirata a braccia incrociate.
“Lo sai bene che non posso consegnarteli. Voglio solo che lo lasci andare. Io e te dobbiamo parlare. Da soli.”
“E se non volessi?”
“Non sei stupido. Sai che non sono venuta qui da sola.”
“Tu dici?”
“Vuoi rischiare? Io non credo.”
Jack si mise a ridere e batté i pugni sul letto, prima di alzarsi e tirare fuori un pugnale dalle pieghe del lenzuolo. Martine sussultò e scattò in avanti, pronta ad intervenire.
“Calma, dolcezza. Faccio solo quello che mi hai chiesto” e con un colpo secco recise le corde che legavano Hadrian ad una sedia. Il giovane premette subito la mano sulla spalla ferita e si mise in piedi a fatica, avanzando verso Martine a passo incerto. Lei gli venne incontro, afferrandolo e sorreggendolo.
“Ce la fai a camminare da solo?”
“Non farlo, vieni via” le sussurrò, aggrappandosi con forza e tirandola verso la porta.
“Hadrian, ricordati del nostro piano” gli rispose, spingendolo fuori dalla stanza. “Segui il corridoio, vai a sinistra.”
“Ti devo parlare, ti prego!”
“Fidati di me.”
Furono le ultime parole, accompagnate da un sorriso forzato, che Hadrian sentì pronunciare da Martine, prima che lei gli chiudesse la porta in faccia.

 

 

Data di pubblicazione: 5 giugno 2016
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

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