DAGGER: CAPITOLO 7.4

 

8 Marzo 1193
Giorno 11
Blackrod

“Devo ringraziarti per aver accettato di venire con me questa mattina. Quando sei rientrato in casa ieri sera, ho quasi temuto che avresti fatto i bagagli e te ne saresti andato”
“Per essere sincero Sir Roger…”
Zio!”
“Ok, ok, zio! Non per fare il guastafeste zio, se ci fossimo incontrati qualche tempo fa, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente…”
“Sono contento di averti incontrato al momento giusto, allora” gli sorrise soddisfatto.
Avevano passato le ultime tre ore a cavallo uno al fianco dell’altro con Henry al seguito, attraversando al passo l’intero podere di Blackrod.
Lord Blackrod aveva fatto svegliare Allan da uno dei suoi servitori e gli aveva fatto portare dei vestiti. Erano i vestiti di suo padre. Fabbricati con tessuti di qualità, lavorati per essere belli e comodi, morbidi sulla pelle e per mostrare il rango di chi li indossava. Le gambe erano fasciate da morbidissime pelli di capretto conciate e chiuse da piccoli bottoni lungo l’esterno della coscia e del polpaccio per evitare il fastidio delle cuciture sulla pelle. Sulla casacca di cuoio lavorato chiusa da fibbie, il servitore l’aveva aiutato ad indossare un giubbetto imbottito a cui era agganciato un mantello bordato di pelo scuro.
Allan si sentiva stranamente a disagio dentro quel costume, ma aveva accettato.
Fu ripagato quando, finalmente sceso per incontrare suo zio, quest’ultimo l’aveva accolto con uno sguardo commosso sul volto sorridente.
Si erano messi a cavallo e Sir Roger aveva insistito perché visitassero insieme ogni casa della tenuta, presentando il suo erede ed invitando ogni abitante della sua terra alla festa che aveva organizzato per la sera stessa alla Blackrod Hall. Erano state le tre ore più surreali della vita del fuorilegge. Si sentiva diviso, una parte di se sentiva crescere l’orgoglio all’idea di fare qualcosa di buono, si beava nella soddisfazione che procuravano gli sguardi fiduciosi della gente; l’altra parte, quella che aveva coltivato per più tempo, gli diceva di voltare il cavallo, spronarlo al galoppo e sparire all’orizzonte. Eppure non stava scappando. Non ancora.
Consumarono il loro pasto seduti sulla cima della collina, guardando giù verso la dimora della famiglia Blackrod e nonostante ci fossero, di tanto in tanto, dei lunghi silenzi carichi di imbarazzo era chiaro che i due uomini si piacevano e che conoscendosi sarebbero andati molto d’accordo.
Sir Roger chiedeva ad Allan un parere sincero, dato con gli occhi di un uomo che aveva vissuto per tutta la vita dall’altro lato della società, ed Allan non risparmiava commenti ed aneddoti, costruttivi o meno. Più frequentemente si trattava del secondo caso, per il divertimento di entrambi.
Stavano ritornando verso la casa dopo il loro semplice pasto, scendendo a piedi la collina con i cavalli alla briglia e l’erba alta al ginocchio che inumidiva i bordi dei loro mantelli e la suola degli stivali, quando Sir Roger si fermò e con tono serio di rivolse al suo erede appena ritrovato.
“Allan, mi ero ripromesso di mordermi la lingua, di non intromettermi in questo, ma mi dispiace, non riesco a trattenermi dal dirti che a mio avviso stai commettendo un clamoroso errore”
Allan guardò lo zio con l’espressione di chi non ha la minima idea di quale sia l’argomento di conversazione
“Mio caro ragazzo… Lady Faith…”
“Che c’entra Faith?”
“Io… beh le ho chiesto la sua mano per conto tuo”
“COSA?”
“Lei ha rifiutato… ha detto che tu non la vorresti come sposa, ma io sono convinto…”
“Di cosa sei convinto, zio?!?”
“Allan, ho visto come tu e quella giovane vi… e ho pensato ch-”
“Basta.” Il tono calmo con cui Allan soffiò la parola fra i denti zittì Sir Roger in meno di un istante
“Perdonami ragazzo. Non credevo… Ho agito con le migliori intenzioni, lo giuro”
Allan osservò Sir Roger e vide che era veramente dispiaciuto
“Non c’è problema… è solo… complicato.”
“È quello che ha detto anche lei”
“Quindi ti ha detto che non la vorrei?”
“Si… che le hai chiesto di offrirti la sua amicizia e che non desideri di più da lei”
“Bene”
“Ma…”
“Il fatto è che lei deve andarsene. Ed è meglio separarsi come buoni amici, sperare in qualsiasi altra cosa sarebbe peggio”
“Ma ragazzo, se tu… Henry ti prego, aiutami a fagli vedere ragione…”
“Certo signorino! È chiaro che la ragazza vi vuole bene, e voi dovreste…”
“OH FINITELA!” ruggì Allan, e sia suo zio che il servitore capirono che c’era molto di non detto riguardo alla relazione tra i due giovani.
“Bella voce da Signore e Padrone! Il tono non ha quasi bisogno di perfezionamento. Ottimo volume, voce arrochita al punto giusto, espressione infastidita. Che ne dici Henry?” chiese Sir Roger dopo qualche secondo di passeggiata silenziosa verso valle, con la chiara intenzione di sdrammatizzare
“Mai sentito nulla di più Signorile o più Padronale, Sir Roger” annuì con solennità Henry
“Veramente notevole” continuò Sir Roger
“Dev’essere ereditario” affermò con finta supponenza Allan.
Scoppiarono a ridere tutti insieme.

 

Si svegliò al suono ritmico e cadenzato di una lama che cozzava su un ciocco di legno.
Toc. Frush. Toc. Frush. Toc. Frush. Toc. Toc. Toc. Frush.
Faith si stiracchiò sotto le coperte e poi lentamente strisciò fuori dalle coltri, raccolse una delle pelli che fungevano da copriletto e se la avviluppò sulle spalle. Si diresse verso la finestra ed aprì gli scuri di legno massiccio, lasciando entrare la pallida luce del sole di Marzo. La prima boccata d’aria fresca le riempì le narici dell’inteso profumo di terra bagnata lasciandole immaginare che avesse piovuto mentre stava dormendo.
Frush. Frush. Toc. Toc. Toc. Toc. Frush.
Sotto di lei, nel cortile interno della casa, Esca si stava allenando. Impugnava una lama lunga nella mano destra ed un pugnale in quella sinistra e provava e riprovava le posizioni.
Attacco. Attacco. Difesa. Attacco. Difesa. Difesa. Attacco.
Il suo avversario era una sorta di manichino di legno con due braccia rotanti, a una delle quali era legato un sacco pieno di paglia.
Una folata di vento la costrinse a stringere gli occhi e la fece rabbrividire anche attraverso gli strati di stoffa in cui era avvolta.
Il giovane nordico invece, come la sera precedente, pareva non percepire la temperatura atmosferica. I muscoli del suo torso nudo si muovevano scattanti sotto la pelle chiara ad ogni affondo e ad ogni parata. Al centro della schiena, tra le due scapole Faith poté osservare un altro tatuaggio, spezzato da una lunga netta cicatrice. Come Allan, anche la pelle di Esca era segnata in molti punti, ma Faith, pur non sapendo come, riusciva a percepirne la diversa natura.
Un’altra folata di vento e gli scuri della sua finestra sbatterono violentemente contro il muro esterno della casa. Esca alzò di colpo lo sguardo su di lei, che non poté far altro che salutarlo con un cenno della mano.
“Ben svegliata! Se ti sbrighi a scendere potresti trovare ancora qualcosa da mettere sotto i denti, abbiamo appena finito di pranzare”
“P-pranzare? Ma che ore sono?!?”
“Mezzodì è passato da almeno un’ora”
“C….avolo! Non credevo di aver dormito così tanto!”
“Evidentemente ne avevi bisogno! Chiedi a Grinda di darti qualcosa di caldo. Lei risparmia sempre qualcosa per gli attacchi di fame improvvisa” le sorrise e riprese ad allenarsi, mentre lei tornava strisciando verso il letto e ci si tuffava di faccia.
Scese solo dopo essersi data una rinfrescata, aver spazzolato i capelli che nella notte erano diventati un nido inestricabile, e aver applicato sulle sue varie escoriazioni l’unguento che Djaq le aveva lasciato la sera prima. Prese fra le mani l’album che giaceva ancora aperto, abbandonato ai piedi del letto, ed osservò i suoi ultimi schizzi con un sorriso malinconico. Chiuse l’album e si diresse al piano di sotto.
Quando entrò nella cucina vide che tutti erano indaffarati allo spasimo, sembravano avere il diavolo alle calcagna. L’anziana cuoca Grinda correva da una parte all’altra della cucina, rossa in volto supervisionando un numero imprecisato di ragazze e ragazzi che pulivano, tagliavano, lavavano, spennavano, rimestavano. Tutta quella agitazione le fece passare la fame all’istante. Si ritirò in buon ordine, uscì nel cortile interno, ormai deserto e poi attraverso il porticato che dava sul sentiero che portava dritto all’antico arco ogivale.
Sul ciglio della strada di terra battuta alla sua sinistra, il ceppo di un enorme albero secolare era stato scavato in modo da creare la seduta di una panchina che poteva ospitare almeno tre persone. Si accomodò dando le spalle alla casa, stese le gambe per tutta la lunghezza della panchina, chiuse gli occhi e sollevò la sottana fin sopra le ginocchia per godere del calore che offriva anche quel debole sole coperto da una leggera foschia. Non c’era molto altro che potesse fare. Era bloccata li fino al mattino successivo e non c’era modo di far scorrere il tempo più velocemente.
“Hey! Eccoti! Ho pensato di portarti qualcosa” Esca stava arrivando dalla casa con un piatto in mano. Le palpebre abbassate per godere dei tiepidi raggi, Faith non notò il sorriso asimmetrico che si era dipinto sul volto del giovane. Lo sentì scavalcare le sue gambe e sedersi sullo schienale della panca. Quando aprì gli occhi lui le stava allungando il piatto.
“Non avevo mai notato quanto fosse godibile la vista da questo punto” disse il giovane con un tono giocoso.
Faith si guardò attorno cercando di capire a cosa si riferisse in particolare Esca. Seguì il suo sguardo per capire la fonte dalla suo improvviso interesse e si accorse che il giovane stava fissando le sue gambe, nude fino alle cosce, a pochi centimetri da lui.
“Oh, merda! Scusa!” in un unico movimento repentino coprì le gambe fino alle caviglie e si mise a sedere “Io… cavolo!” imprecò allacciando le mani intorno alle ginocchia.
Esca distolse lo sguardo garbatamente, ma non sarebbe servito un genio per capire che stava cercando di trattenere un sorriso
“Questo dimostra inconfutabilmente che non sei una lady inglese”
Faith diventò paonazza ed abbassò lo sguardo sulle punte dei suoi piedi. Notando il suo imbarazzo Esca aggiunse “Intendevo… Insomma voleva essere un complimento… Le donne, sopratutto quelle di rango, qui sono più… troppo.. rigide.”
Le sorrise tornando a porgerle il piatto di argilla grezza che conteneva delle fette di pane scuro abbrustolito sulla brace e dei sugosi spicchi di mela.
“Ti ho portato da mangiare, mi sa che in quel macello nessuno ti ha dato nulla da mettere sotto i denti”
“Beh no” ammise Faith “Per caso sai dove sono tutti? Robin e la gang intendo?”
“Da quello che ho capito sono andati a vedere come se la cavano i loro mercenari…” non tentò nemmeno di mascherare il suo disprezzo per la categoria “sai, anche se sono del nord, come me…”
“Come te? Come il ragazzo che ha seguito il suo signore in guerra anche da uomo libero?” Faith addentò uno spicchio di mela che si ruppe fra i suoi denti con uno scrocchio secco inondandole la lingua di succo dolce “Anche mio padre è originario delle Highlands, comunque. E non conosco uomo più lontano dall’idea di mercenario”
Il viso del giovane era illuminato da un sorriso allegro e solare che non poteva non essere ricambiato
“Che sta succedendo comunque? Cos’è tutto questo fermento in casa?”
“Stanno preparando la festa per sta sera”
“Quale festa?”
“Quella in onore dell’erede di Blackrod. Sir Roger ha portato in giro per le terre suo nipote tutta la mattina, per presentarlo agli abitanti. E questa sera sono tutti invitati alla festa. Stanno perfino arrivando dei musici dalla città più vicina”
“Non perde tempo il nostro Sir Roger, eh?”
“No, non è nella sua natura”
“Già, mi pareva di averlo capito…” gli sorrise indicando il dito cui secondo Sir Roger lei avrebbe dovuto indossare l’anello matrimoniale. Esca rise con lei.
“Credo che se vi deste un’occasione potreste diventare amici. Tu ed Allan intendo” disse Faith dando voce a un pensiero che si stava facendo strada nella sua mente
“Si?”
“Si. Non conosco te, e conosco lui solo un pochino di più… però parlare con entrambi è così facile. Credo siate due tipi solitari, seppur in modo diverso. Eppure c’è in voi una voglia di condividere con gli altri la vostra allegria, che non è facile trovare. Non da queste parti per lo meno…” Esca la osservò con i suoi penetranti occhi verdi, ma Faith stava fissando un punto imprecisato, lontano nei campi distesi di fronte a loro.
“Avrà bisogno di aiuto”
“Mi stai chiedendo di dare quell’aiuto?”
“Non ho alcun diritto di chiederlo. Però, si, è quello che sto facendo. Ti chiedo di provare ad essergli amico”
“Visto che mi dici che abbiamo tanto in comune… ci farò un pensiero” acconsentì con un sorriso
“E sentiamo, quali altre cose ci accomunano secondo te?” il suo tono era mutato, più giocoso
“Ah, non saprei… bravi combattenti, ottimi cavalieri, tutti e due follemente attratti di me” concluse Faith con una risata finale, mentre con civetteria si allontanava un ciuffo di capelli dal viso, gesto che le impedì di notare lo sguardo del giovane farsi torbido per un attimo, prima che tornasse a sorriderle.

 

Per rientrare alla casa padronale, Sir Roger aveva deciso di deviare verso destra ai piedi della collina ed attraversare il villaggio di Blackrod senza rimontare a cavallo. Quasi ad ogni passo c’erano stati cenni del capo, mezzi inchini, parole gentili e promesse di benvenuto. Ora, mentre si avvicinavano finalmente alla casa, Allan era quasi riconoscente che quel bagno di folla fosse finito e che stessero attraversando il grande arco di pietra che faceva da confine fra il villaggio e la residenza.
Anche da quella distanza Allan poté scorgere, illuminati dal sole, i riflessi ramati dei capelli rossi di Faith. La tintura stava lentamente sbiadendo, ma non erano ancora tornati al suo biondo scuro naturale. Guardando con più attenzione si rese conto che non era sola. Vicino a lei sedeva lo scudiero di Sir Roger. Ad ogni passo che lo avvicinava a loro Allan poteva cogliere nuovi dettagli.
Stavano entrambi gesticolando, ma non poteva udire neppure una parola di quello che si stavano dicendo sopravvento com’era. Vedeva però che stavano ridendo insieme. Non sembrava poi così losco in quel momento. Sentì che lo odiava per non essere losco. Esca stava gettando la testa all’indietro scosso da una profonda risata, mentre Faith si stava piegando in avanti tenendosi lo stomaco, il volto illuminato in una risata così sincera che gli provocò una fitta di gelosia quasi dolorosa.

 

“Wow” li accolse Faith con un’esclamazione quando furono abbastanza vicini
“A chi li hai rubati quei vestiti?” gli chiese trotterellando verso di lui “sono meravigliosi!”
“Erano di suo padre, di Wilford, sapevo che gli sarebbero calzati a pennello.”
“Coraggio fai una bella piroetta e fatti vedere in tutto il tuo splendore!” lo invitò Faith
Allan girò su se stesso senza troppo entusiasmo, le braccia larghe e dondolando leggermente, ma quando tornato alla sua posizione iniziale si accorse che Faith sembrava davvero rapita dalla fattura del suo abito, per un attimo si sentì fiero di indossarlo
“Sir Wilford doveva essere un uomo dai gusti raffinati” commentò Faith più a beneficio di Sir Roger che di Allan, seguendo con l’indice la lavorazione pressata all’altezza della spalla del giubbetto di cuoio
“Certamente più di suo fratello” confermò Sir Roger
“Non capirò mai come voi inglesi riusciate a respirare sotto tutta quella roba” disse Esca divertito alla vista dei tre uomini avviluppati nei loro mantelli, mentre lui indossava una semplice casacca di stoffa
“Non me ne parlare, amico mi sembra di portarmi dietro la pelliccia con tutto l’orso attaccato… e sotto l’orso l’intera mucca…” concordò Allan anche se quelle braghe gli andavano parecchio a genio.
“Una camicia, un mantello impermeabile, una spada al fianco. Tanto basta.” aggiunse Esca
“Io ne preferisco due… di spade al fianco. Senza contare che all’occorrenza, con meno roba addosso… Ci si spoglia più velocemente!” Allan strizzò l’occhio con fare cospiratorio e lo scudiero si picchiettò il lato del naso un paio di volte.
“Esatto” ammise sorridendo Esca dando vita ad un’incontenibile ilarità fra gli uomini che presero a darsi gran pacche sulle spalle e manate fra le scapole in modo ridicolmente virile.
“D’accordo, ho capito l’antifona, c’è troppa mascolinità, tutta compressa in un punto solo, per i miei gusti. Signori…” fece una riverenza volutamente esagerata e si accomiatò con un sorriso. Forse aveva davvero visto giusto, forse Allan avrebbe potuto trovare un amico in Esca.
Non riuscì a fare che pochi passi prima di essere colpita all’altezza del ginocchio, una botta secca che le tolse l’appoggio facendola cadere rovinosamente a terra. Il grido di avvertimento le arrivò alle orecchie quando era già a terra e guardandosi attorno vide che a gambizzarla era stata una palla fatta di stracci annodati. Mentre Esca era già al suo fianco chiedendole se stava bene, sentì che Allan stava ridendo godendosi senza ritegno il suo capitombolo. Ignorò entrambi mentre riconobbe distintamente la voce di Henry che rimproverava qualcuno. Si guardò attorno a vide che le grida del servitore di Sir Roger erano rivolte ad un gruppo di ragazzetti che dovevano avere fra i dieci ed i tredici anni. Saltò in piedi e raccolse la palla di stracci.
“Ragazzi lo accettate un altro giocatore?” lanciò la palla verso l’alto e quando tornò verso di lei la calciò con precisione verso i ragazzi facendola atterrare fra le braccia di quello che sembrava i capobanda
“Certo!” urlarono in coro i tre che probabilmente stavano perdendo.
Si voltò verso Allan ed Esca. “Che ne dite?”
“Perchè no!” accettò Esca
“Io ci sto” confermò Allan
“Ehm… Allan… io ho qualcosa da mostrarti…” disse Sir Roger con tono serio trattenendolo per la spalle.
“Io… certo Sir…. Zio Roger” rispose il giovane evidentemente a malincuore. Forse Sir Roger doveva davvero mostrargli qualcosa, o forse semplicemente non voleva che il suo erede si mettesse a giocare con i figli dei suoi servitori? Faith non lo seppe dire.
“Lady Faith, se prima della festa poteste raggiungermi nelle mie stanze, mi piacerebbe consegnarvi una piccolo presente”
“Certo Sir Roger” acconsentì Faith e trotterellò verso i bambini che li attendevano, accompagnata da Esca. Si voltò leggermente, mentre raggiungeva i suoi compagni di giochi e il suo sguardo incontrò quello di Allan e per un momento le sembrò triste quanto quello che aveva sul volto la prima volta che avevano parlato di Robin.

 

“Entra ragazzo”
Sir Roger aveva condotto Allan lungo il corridoio al piano superiore della casa, aveva sostato davanti ad un’ampia porta a due battenti dipinta di un intenso verde petrolio il tempo necessario per far scattare il chiavistello nella toppa, ed infine aveva invitato il giovane all’interno della stanza.
“Questa erano le stanze dei tuoi genitori. Ora è casa tua.”
“Sir Roger..”
“Zio!”
“Mi dispiace, ma credo mi ci vorrà del tempo, zio. Quello che volevo dire è che…”
“Lo so, lo so che non senti questo posto come casa tua. Ma lo è. E sono certo che imparerai ad amarla. Mi piacerebbe che accettassi di portare le tue cose qui, e ne facessi la tua stanza”
“Le mie cose? Non per fare il guastafeste, ma stai scherzando?” lo guardò divertito allargando il pesante mantello che aveva appena ereditato ed indicando una piccola sacca allacciata alla cintura che conteneva le pochissime cose in suo possesso a cui dava valore
“Io… ehm… mi… non volevo… choff… choff!”
“Non c’è bisogno d’imbarazzarsi nonnetto!” lo tranquillizzò Allan entrando nella stanza e guardandosi attorno “Si trattavano bene i miei, eh?”
“Erano i signori di questa terra!”
“Ora lo sei tu, zio. Come mai non hai preso la stanza padronale?”
“Non lo so… credo perché ci sentivo troppo di Dena e Wilford… e poi avevo già una mia stanza qui a Blackrod”
“Spero non quella accanto a loro… un fratello non dovrebbe mai sentire certe cose… se capisci cosa intendo”
“Ragazzo!” il tono di Sir Roger suonò come un rimprovero, ma la sua espressione lo smentiva.
“Accetti allora. Farai di questa, la tua stanza?”
“Immagino che potrei. D’accordo.”
Entrambi si guardarono intorno senza dir nulla per un lunghissimo minuto.
“Ci sono ancora tutti i vestiti di tuo padre oltre quella porta, manderò Henry ad aiutarti a scegliere il più adatto per la festa, se sei d’accordo” disse infine Sir Roger
“Sarà meglio, vedo già troppe piume e pellicce appese lì infondo, non vorrei finire per sembrare un maledetto fagiano!” ghignò Allan ripensando alle poche battute scambiate prima con Esca. Forse dopotutto Faith non aveva torto. L’unica cosa davvero losca di quel ragazzo è che lo faceva sentire geloso solamente guardando Faith.
“Posso farti un ultima domanda prima di lasciarti preparare?” chiese Sir Roger
“Certo”
“Questa missione a York, sarà pericolosa?”
“Credo che potrebbe esserlo, perché?”
“Sei l’erede di Blackrod adesso, a lungo perduto ed ora ritrovato. Non vorremmo, non vorrei, perderti di nuovo…”
“Cosa mi stai chiedendo, esattamente, zio?” lo fronteggiò Allan, le mani sui fianchi e gli occhi fissi in quelli di Sir Roger
“Con grande, immenso egoismo, ti sto chiedendo di non andare”
“Non posso, e prima che tu lo chieda, no. Non c’è nulla che tu possa dire per farmi cambiare idea”
“Allora i cavalli e la carrozza saranno pronti per domattina all’alba”
“Carrozza?”
“Ho pensato che Lady Faith non sarebbe stata in grado di affrontare un’altra giornata a cavallo come quella di ieri… mi ha stupito vederla correre con quei ragazzini prima, nondimeno credo che questo le faciliterà un po’ le cose domani. In ogni caso non vi rallenterà più di quanto avrebbe fatto la sua inesperienza”
“Sono sicuro che apprezzerà il pensiero, grazie”
Lo lasciò solo chiudendosi la porta alle spalle.
Le stanze di Sir Wilford e Lady Dena erano da sole più grandi dell’intera capanna di Kieran A Dale, il fabbro che l’aveva cresciuto.
Allan si sfilò con malagrazia il giubbetto ed il mantello e li gettò su una seggiola a dondolo dello stesso verde petrolio della porta.
Sbirciò dentro il guardaroba che gli aveva indicato Sir Roger e si sentì soffocare all’idea di indossare uno qualsiasi di quegli abiti. Ci avrebbe pensato più tardi.
Circumnavigò il letto e si insinuò in un altro guardaroba, pieno di abiti femminili. Doveva essere quello di sua madre. Si chiese se avrebbe dovuto sentirsi triste o quantomeno emotivo.
Si, forse provava un po’ di malinconia. Aveva la sensazione di riconoscere il profumo che aleggiava fra quegli abiti. Nondimeno l’unica madre che ricordasse veramente non era il fantasma fra quelle stoffe, ma forte moglie di Kieran il fabbro. Sorrise al ricordo della donna.
Si trovò comunque a studiare quegli abiti e la sua attenzione fu attirata da un semplicissimo abito verde, non troppo scollato, con lunghe file di bottoni ricoperti di stoffa lungo la schiena e su entrambe le maniche tagliate a tre quarti. Se mai avesse dovuto regalare un abito ad una donna avrebbe voluto poter regalare una cosa del genere. Forse ora che era un nobile avrebbe potuto farlo.
Scacciò il pensiero con una scrollata di spalle e tornò al centro della camera.
Fissò il letto e il suo volto si illuminò con un ghigno soddisfatto.
Prese una leggera rincorsa e si lanciò sull’enorme letto sovrastato da baldacchino al centro della stanza. Avrebbe potuto piangere da quanto meravigliosamente morbido era quel materasso. Si stese a pancia in su, le dita delle mani incrociate sotto la nuca e fissò il soffitto. Che altro di inaspettato sarebbe potuto succedergli ancora? E se si fosse svegliato sul pavimento freddo di una cella di Nottingham e tutto quello fosse stato solo un sogno? Per certi versi l’avrebbe quasi preferito. Almeno lì avrebbe saputo giocarsela. Qui stava procedendo alla cieca.
Le risate dei bambini che giocavano nei campi lo strapparono ai suoi pensieri. Si alzò dal letto e si affacciò alla finestra, poggiando gli avambracci sul davanzale.
Faith ed Esca stavano ancora giocando con quei ragazzini, e sembravano divertirsi come pazzi. Avrebbe preferito cento volte essere li a rincorrere quel groppo di stracci piuttosto che essere solo nella stanza padronale di quella grande casa. Aveva lasciato una gabbia per entrare in un altra. Più comoda certo, ma pur sempre una gabbia.
Vide Esca portarsi sulle spalle il più piccolo dei ragazzini e con lui correre verso la zolla di terra che gli avrebbe permesso di segnare il punto, e Faith fingere di non riuscire a fermarlo. Vide Esca e i tre bambini che facevano squadra con lui festeggiare mentre Faith e i ragazzi più grandi fingevano tristezza per la cocente delusione.
“Non riavrete mai più questa palla!” il vento gli portò le parole lontane di Faith mentre lei raccoglieva l’involto di stracci e se lo stringeva al corpo cominciando a correre. Era veloce.
Robin aveva provato ad insegnarle a combattere.
Stupido. Insegnale a scappare. A correre come se da quello dipendesse la sua vita. Potrebbe essere la verità.
Per un momento i bambini le stettero dietro, ma poi lei riuscì a distanziarli. Poi l’unico a rincorrerla rimase Esca, tra le risate ed il tifo dei loro giovani spettatori. Riuscì ad evitare di essere raggiunta con qualche finta e schivando a destra o a manca, seguendo le sconnessioni del terreno, ma Esca le fu velocemente addosso.
La raggiunse e la arpionò con un braccio attorno alla vita tirandola a terra con se. Il tifo si fece ancora più rumoroso.
L’ultima cosa che vide Allan prima di serrare gli scuri della sua camera con un gesto nervoso fu Faith stesa fra l’erba alta al fianco di Esca.

 

“Le ferite alle gambe si sono già richiuse, quelle alle mani si stanno seccando e la tua unghia comincerà a ricrescere presto, basterà che continui ad applicare l’unguento ed in pochi giorni sarai apposto. I muscoli potranno darti qualche fastidio, ma nulla che un po’ di movimento non possa attutire”
“Grazie Djaq. Ottimo. Prima ho giocato con dei ragazzini, le gambe non mi parevano prese troppo male…”
“Domani sarà la giornata peggiore, ma nulla di insopportabile”
“Allora, dove siete stati tutto il giorno?”
“Abbiamo controllato quei mercenari e fatto un giro, cercato di raccogliere qualche informazione, che resti fra me e te, ma temo che Robin lascerà la festa prima del previsto e andrà a montare la guardia”
“Non posso dargli torto… Scoperto qualcosa, comunque?”
“No, nulla. Al villaggio dicono che di tanto in tanto degli strani individui si aggirano per la contea spostandosi verso est, ma questi sono tempi strani, con i cavalieri neri e tutto il resto… nulla di preoccupante in ogni caso”
Tutta quella idea di portarsi dietro un contingente di mercenari stava cominciando a sembrarle un pessimo piano. Che intrufolarsi a York in pochi sarebbe stato più semplice. Che quei mercenari sarebbero stati solo un problema in più da gestire. Ora era certa che avrebbero attirato troppo l’attenzione. Troppo poteva andare storto. Avrebbe preferito camminare fino a York tutto il giorno piuttosto che restare in attesa ed occupare il suo tempo giocando con dei bambini. Non poteva negare di essersi divertita, ma stavano solo perdendo tempo.
Pensò che avrebbe voluto aver già detto addio ad Allan lasciandosi alle spalle il dolore che sapeva avrebbe provato.
“Che indosserai alla festa, allora?”
Djaq la guardò con aria incuriosita poi indicò i vestiti che portava in quel momento, come se la risposta fosse più che ovvia “Perché?”
“Sono stata nelle stanze di Sir Roger prima, e lui mi ha regalato un vestito. Mi ha detto che potevo indossarlo per la festa di questa sera, se volevo. A quanto pare era della madre di Allan”
“Ewwwwch! Ti ha regalato il vestito di una morta?”
“Beh non è che ci sia morta dentro, eh! Comunque, non vorrai mica che sia l’unica in tiro sta sera vero?”
“In tiro?”
“Si, bella da togliere il fiato, vestito all’ultima moda, acconciatura fantastica… questo genere di cose…”
Questo genere di cose non fanno per me”
“Neppure per me, se è per questo, ma lo faccio per Sir Roger. E tu non azzardarti ad abbandonarmi.”

 

Djaq aveva infine trovato il modo di mettersi in tiro. Tra le cose che portava nella sua sacca Faith scoprì esserci uno degli abiti della sua vecchia vita in Terra Santa.
La saracena portava una lunga tunica azzurro intenso stretta in vita da una fascia di seta rossa e dorata. Sotto la tunica un paio di larghi pantaloni bianchi le coprivano interamente i piedi, e sul capo indossava un ampio turbante coordinato con la cintura e che andava a coprirle anche il collo. I suoi occhi scuri erano resi ancora più intensi da una linea di pastoso kajal nero. Era bellissima.
Faith aveva indossato il vestito di Lady Dena, un meraviglioso abito ampio e sfiancato di un intenso blu. Il bordo inferiore, la profonda scollatura a barchetta che lasciava parte delle spalle scoperte, ed i polsi dell’abito erano bordati con un elaborato ricamo bordeaux, lo stesso colore dei lacci che tenevano chiuso il corpetto e le maniche allacciate alle spalle.
Certamente Lady Dena era stata più minuta di Faith, perché la sensazione della giovane era che il suo seno fosse un po’ troppo strizzato verso l’altro in quell’abito. Prima di allontanarsi dallo specchio si era guardata e riguardata indecisa se indossarlo o meno. Si convinse a lasciare la stanza solo dopo che Djaq le aveva giurato che non risultava eccessiva.
Aveva acconciato i capelli in modo da creare una corona puntando con delle forcine le lunghe trecce a spina di pesce che aveva intrecciato ai due lati della testa incorniciando il volto. Pur con tutto il suo impegno qualche ciuffo ribelle era comunque riuscito a sfuggire, un tocco disordinato che, in qualche modo, le piaceva.
Si avvicinarono alla scala sentendo la musica proveniente dal piano inferiore aumentare via via di volume
“Quindi come sono le feste, a casa tua?”
“Molto simili e molto diverse, direi. Il principio è simile, ma la musica e il modo di ballarla sono decisamente diversi”
“In che modo?”
“Beh, innanzitutto, si balla a contatto con il proprio cavaliere”
“Da quel poco che ho potuto vedere anche qui funziona così. Ci si tiene per mano e cose di questo genere”
Faith non poté trattenere un sorriso “No, Djaq, molto più a contatto” poi notando la curiosità negli occhi della giovane aggiunse “Ti faccio vedere. Questo ad esempio è un tipo di ballo molto formale. Mi permetta.” fingendosi il cavaliere Faith si avvicinò a Djaq le prese la mano destra nella sua, e la attirò a se assumendo la posizione del valzer. La guidò per qualche passo, giusto per darle un’idea di ciò di cui stava parlando. Per un momento immaginò che Martine fosse li con lei a scuotere la testa mentre Faith zompettava trascinandosi appresso Djaq. Se c’era una sola cosa che non avevano in comune era la passione per il ballo.
“E poi ovviamente ci sono quelli più… audaci.” continuò Faith
“Più audaci di così?”
“Molto più audaci! Credimi a volte nelle nostre sale da ballo di vedono delle cose che dovrebbero rimanere dietro le porte chiuse di una camera. Ma il punto è che nessuno ci fa molto caso, è una cosa abbastanza normale”
“Mi piacerebbe ballare sta sera” disse sorridendo Djaq
“Anche a me” ammise Faith “non è detto che mi ricapiti…” e Djaq sapeva cosa intendeva
Scesero le scale insieme, confabulando fra loro, Djaq incuriosita dalla vita di Faith nel futuro e Faith felice di poterne discutere con Djaq visto che negli ultimi due giorni non erano mai riuscite a restar da sole.
Un gruppo di quattro musicisti riempiva l’aria con note ritmate e più di qualcuno degli abitanti del villaggio batteva il tempo con le mani o il tacco delle scarpe.
Per questo forse le due giovani non si accorsero che tutte le bocche si erano ammutolite e gli occhi dei presenti si erano puntati su di loro nel momento il cui erano comparse sulla scala. La nobildonna e la saracena. Non era uno spettacolo da tutti i giorni per il piccolo villaggio di Blackrod.
Raggiunsero la grande sala e solo allora si resero conto di quanto fosse stipata.
La maggior parte degli abitanti del villaggio era assiepata attorno alla tavola, imbandita di così tanto cibo da poter sfamare un esercito. E certamente molti di loro avevano bisogno di essere sfamati vista la generale magrezza.
Faith e Djaq scrutarono fra la folla alla ricerca di qualche volto familiare e li trovarono, stretti in un cantoncino della sala. Faith fu certa di vedere gli occhi di Will brillare alla vista della ragazza saracena. Non fecero mancare a nessuna delle due i loro complimenti, tuttavia Faith non poteva far a meno di sentirsi a disagio. Tutte le donne presenti erano popolane ed indossavano i loro migliori vestiti, che erano comunque modestissimi, lei risaltava in quella folla come se avesse indossato un giubbetto catarifrangente.
Trovò uno sgabellino libero accanto ad uno dei grossi montanti di pietra che sorreggeva la cappa del camino e vi si sedette, quasi nascondendosi. Si mise ad osservare gli invitati.
La maggior parte dei presenti si guardava intorno come incredula di trovarsi veramente all’interno della casa del padrone: sfamati, dissetati e divertiti a sue spese.
Gli abitanti di Blackrod non parevano passarsela troppo bene, era chiaro che avevano fatto tutti uno sforzo per presentarsi al loro meglio di fronte al signore di Blackrod Hall, ma era stato un inverno duro ed i loro vestiti erano lisi, le scarpe consunte, le spalle curve e le mani e le facce escoriate dal lavoro o bruciate dal sole, dal vento e dal ghiaccio. Eppure, non di meno, sembravano felici. Per la festa. Per il ritorno del loro Signore. Per la prospettiva di un erede che non li avrebbe abbandonati alla mercé di qualche nobile senza scrupoli.
Henry ed Aethel piroettavano fra la gente reggendo dei pensanti vassoi stipati di boccali di birra e idromele lasciando che ognuno si servisse a suo piacere.
Qualcosa dall’altro capo della sala cominciò a far muovere la folla come una specie di onda uniforme, e Faith si rese conto con immensa sorpresa che si trattava di Allan. Al suo passaggio uomini e donne si facevano da parte e lo salutavano con rispettosi cenni del capo, mentre lui fissava il pavimento ed aumentava il passo facendosi strada a forza di “Permesso” e “Scusate” cercando di non rovesciare il contenuto dell’enorme boccale che stringeva in mano.
Come con lei, anche con Allan Sir Roger aveva fatto un bel lavoro, facendogli indossare un farsetto di cuoio ricamato con fili argentati, grandi fibbie istoriate al centro del petto e due spilloni a martello all’altezza delle spalle dove avrebbe dovuto allacciare il mantello. Anche gli stivali erano di cuoio lavorato con la bordatura ricamata. Sembrava un attore in costume Shakespeariano, fuori dal palcoscenico. Completamente fuori posto.
Qualcuno l’aveva convinto a pettinarsi i capelli e Faith ne era certa, doveva anche aver tentato di farlo radere, ma almeno in quello Allan non aveva ceduto.
Le sue considerazioni furono interrotte da un’anziana e curva signora che per poco non le cadde in grembo inciampando sul piede di un giovane che si muoveva nella direzione opposta alla sua.
“Signora! Vi prego accomodatevi!” Faith si alzò e concesse a malincuore il suo posto alla donna “Vi porto qualcosa? Avete bisogno di nulla?”
“No, grazie Milady, non potrei mai disturbarvi per questo Milady, siete gentilissima mia signora…” rispose l’anziana con voce arrochita
“Io non… oh lasciamo perdere” si dichiarò sconfitta Faith
Tornò ad alzare lo sguardo verso gli invitati ed incrociò quello di Allan che sembrava cercare un punto della sala in cui nascondersi come lei. Lo vide congelarsi sul posto per un istante e sentì il suo sguardo scandagliarla facendola arrossire. Maledisse Djaq per averla convinta ad indossare quel vestito, ma ormai era fatta. Lo salutò con la mano e la traversata dell’erede di Blackrod finalmente acquisì una destinazione.
“Hey!”
Quando fu abbastanza vicino, Faith non poté trattenersi, gli scoppiò a ridere in faccia, cancellando in parte il proprio imbarazzo
“Ohey!” esclamò Allan fingendosi offeso
“Lascia che te lo dica Allan, non farti mai più pettinare così!” e riprese a sghignazzare da sola
“Mi hanno assicurato che era all’ultima moda!”
Faith non riusciva a smettere di ridere
“Sembro un’idiota, vero?”
“Aspetta, ci penso io” gli infilò le dita fra i capelli e cominciò a scuoterli e lisciarli in modo da ripristinare il ciuffo sbarazzino che di solito gli copriva la fronte e che le piaceva particolarmente “Meglio”
“Se nella prossima vita rinasco nobile, uccidimi” le disse con un tono troppo serio per non farle credere che lo stesse pensando veramente, almeno in parte.
Furono raggiunti da Sir Roger ed entrambi sfoggiarono un sorriso tirato, fingendo di divertirsi come non mai. Allan le passò il suo boccale e lei bevve una lunga sorsata.
L’unico che non aveva ancora visto era Esca. Se ne dispiacque, dopo il pomeriggio che avevano passato insieme sperava che avrebbe potuto portarle un po’ dell’allegria che il crescente umor nero di Allan stava risucchiando dalla sala.

 

La tavola, ormai svuotata da quasi tutte le pietanze era stata addossata ad una delle pareti per lasciare spazio alle danze. Prima che il ballo potesse cominciare ufficialmente Sir Roger si portò al centro della sala e richiese l’attenzione di tutti i presenti.
“Gentili ospiti, miei carissimi paesani, signori e signore” alzò leggermente il bicchiere nella direzione di Faith facendola arrossire. Non aveva mai visto Sir Roger così platealmente sorridente, ed a giudicare dai sorrisi e dai cenni di assenso di presenti, la cosa valeva anche per gli abitanti del borgo o della grande casa, che lo conoscevano molto meglio di lei.
“Vi ringrazio per essere accorsi, così numerosi, per partecipare della mia felicità. Quando ogni speranza pareva perduta, finalmente Blackrod ha ritrovato il suo legittimo erede.”
Faith sentì le dita di Allan serrarsi attorno alle sue con una forza tale da farle male, come se stesse cercando un ancoraggio.
“Allan, ragazzo mio, vieni fatti vedere”
Percepì un lieve tremito nella mano del giovane e diede una piccola stretta a sua volta prima che lui lasciasse la presa e si allontanasse.
Era chiaro quanto clamorosamente fosse a disagio, ma Sir Roger, nella sua euforia non lo vedeva. Allan era cresciuto come un ragazzo di strada, sopravvissuto facendo il ladro, scivolando nell’ombra, non visto, sempre schivando l’attenzione della gente.
Ed ora Sir Roger l’aveva messo al centro di una stanza, su un piedistallo.
Forse c’era stato un momento in cui aveva desiderato provare sulla sua pelle anche solo un pallido riflesso della gloria di Robin, solo per sentirne il gusto sulla lingua, ma ora che lo stava assaggiando cominciava a rendersi conto che per lui aveva lo stesso sapore della carne andata a male, sapeva di sbagliato.
Faith era così concentrata ad osservare Allan che non sentì una parola del discorso di Sir Roger, almeno fino a quando non lo vide prendere il polso del giovane e portarselo all’altezza della faccia.
“Quindi, questo è per diritto tuo!” concluse il nobile, infilando al mignolo della mano sinistra di Allan un anello dorato con il sigillo della famiglia: un galletto con il collo allungato nel momento del canto.
Appropriato si disse Faith. Allan a Dale, il Cantagallo. Sorrise scuotendo la testa.
Allan salutò tutti con un gesto della mano, ringraziò mentre si passava una mano fra i capelli e allontanandosi dal centro della sala arpionò un boccale dal vassoio si Henry che gli stava passando accanto e tornò il più velocemente possibile al fianco di Faith.
Non disse una parola, posò la schiena contro il muro della sala e cominciò ad ingollare qualsiasi cosa ci fosse in quel boccale.

 

Dopo un cenno d’assenso del padrone di casa, i quattro musici, accompagnati da due cantanti, attaccarono con il loro repertorio, mentre qualche coppia prendeva già posto sulla pista da ballo. Alternavano brani ritmati a ballate lente e tutti quelli che erano abbastanza giovani per qualche passo e saltello stavano partecipando. Si teneva in disparte Sir Roger, che guardava con soddisfazione la sua festa ben riuscita, e la gang, che continuava a confabulare nel suo angolino. Probabilmente stavano stabilendo dei turni per controllare i mercenari.
Faith però notò che Djaq sembrava distratta e che continuava a lanciare occhiate furtive alle coppie che danzavano al ritmo di una Virelai e teneva il tempo con un piede.
Faith cercò di guadagnare l’attenzione di Will e non appena l’ebbe ottenuta, con un veloce cenno della testa e gesticolando animatamente con le dita, cercò di fargli capire che Djaq desiderava essere invitata a ballare. Lo sguardo di Will, dapprima incuriosito e poi perplesso, si fece consapevole ed infine le rispose con una secca negazione scrollando il capo.
Faith alzò gli occhi al celo e ancora una volta gli accennò al centro della sala con lo sguardo.
“Che stai facendo? Sembri una pazza!” le chiese Allan notando le sue espressioni ridicole
“Sto cercando di convincere Will a chiedere di ballare a Djaq”
“Mpfhhh! Buona fortuna!” Allan si voltò verso l’amico con un ghigno in faccia e lo canzonò accarezzandosi il petto con espressione ridicolmente lasciva e leccandosi vistosamente le labbra con la punta della lingua.
“Piantala!” Faith gli diede uno scappellotto che gli strappò un lamento indignato e poi si diresse verso l’amica, invitandola a ballare.
I ragazzi la fissarono interdetti, ma Djaq accettò sorridendo il suo invito ed insieme piroettarono al centro pista. Le coppie già in posizione erano disposte in due cerchi concentrici. Lei raggiunse quello degli uomini e quando la musica partì, entrambe fecero del loro meglio per seguire i passi. La danza era relativamente facile e ripetitiva ed andava avanti con uno scambio di coppie ad ogni 24 battute, così in realtà Faith si ritrovò a ballare con una buona parte delle giovani presenti, ma pochissimo con Djaq, ma vedendola saltellare fra un cavaliere e l’altro non ebbe dubbi che si stesse divertendo almeno quanto lei. Quando venne il momento di ballare nuovamente con lei un giovane le si fece vicino e le chiese il permesso di prendere il suo posto. Faith alzò gli occhi per trovare il viso sorridente di Will. Gli cedette volentieri il posto, tornando al suo pezzettino di parete saltellando al ritmo di musica. Che fosse stato il suo esempio o il gesto di sfida di Allan poco importava, Will e Djaq stavano ballando, per la piena soddisfazione di entrambi.

 

Non sapeva da quanto tempo stava facendo tappezzeria, persa nei suoi pensieri, accanto ad un Allan più silenzioso e musone che mai, che ormai doveva essere almeno al suo quinto boccale tra birra, sidro ed idromele; quando vide entrare Esca dalla porta che dava sul cortile.
Lo scudiero si avvicinò a Sir Roger e gli parlò all’orecchio gesticolando leggermente con le mani per farsi capire anche con la musica che riempiva l’aria. Quando il nobile annuì, lui gli sorrise e si prese da bere dal vassoio che gli stava porgendo Aethel.
Al contrario di quasi tutti i presenti Esca non si era vestito per l’occasione, indossava una casacca smanicata simile a quella della sera precedente, una cintura di cuoio stretta in vita con un nodo e pantaloni di stoffa grezza stretti al polpaccio con delle fasce azzurre. Rimase per qualche minuto a sorseggiare il suo sidro accanto a Sir Roger osservando gli invitati che si divertivano, quando riconobbe Faith rannicchiata contro la parete vicino al focolare. Le sorrise e si fece strada verso di lei.
“Sir Allan” salutò lo scudiero.
Sir Allan. Certo. Giusto.
“Faith, sei meravigliosa, anche se un po’ troppo inglese per i miei gusti”
“Non me ne parlare…” arrossì comunque al complimento mentre Allan ingollava l’ennesimo sorso dal suo boccale.
“Credo che ci sia qualcuno interessato a ballare con te…” disse ad Esca sbirciando oltre la sua spalla e facendolo voltare verso la fonte della sua intuizione.
“Chi Grace? Oh, non credo che sia guardando me…” e con un cenno indicò Allan che fissava il fondo del suo bicchiere vuoto “Peccato che non sia più disponibile, visti i recenti sviluppi”
Faith lo osservò perplessa “Beh lui ora è l’erede del feudo e lei una servetta di cucina. Non dico di essere d’accordo, ma è così…”
“Come se questo avesse mai fermato nessuno nel corso della storia”
“Sai com’è, si cerca di salvare almeno le apparenze!” commentò allegramente
“Quindi, visto quello che credono tutti di me, se tu mi invitassi a ballare, dovrei rifiutarmi categoricamente?” gli chiese più per curiosità che per sfidarlo. Il viso di Esca si illuminò col sorriso un po’ sghembo che lo caratterizzava.
In sottofondo i musici attaccarono con le note lente di una nuova canzone, lo scudiero tese l’orecchio e sorrise
“La conosco questa…. allora, ti va di sfidare le convenzioni e sollevare quelle sottane?” le chiese con un luccichio di malizia negli occhi
“Ohey!!!” Allan si protese in avanti verso di lui, ma Esca finse di non vederlo
“Si fa un po’ ritmata verso la fine….” spiegò e tendendole la mano la invitò a danzare
“Non conosco i passi…”
“Li conosco io, tu segui me” le sorrise
Faith si chinò a raccogliere l’orlo del suo vestito e lo fissò con un paio di lacci alla cintura, diede la mano ad Esca ed insieme si spostarono al centro della sala. Gli unici ospiti che non li stavano fissando erano quelli in fila insieme a loro, pronti a danzare.
Un semplice scudiero ed una Lady? Una nobildonna con le gambe scoperte? Il Signorino che non faceva nulla per fermare quella che tutti avevano immaginato essere la sua fidanzata?
Sir Roger vide Allan protendersi in avanti per intervenire, ma poi bloccarsi. Era pronto a fare la sua mossa al posto del nipote quando la danza cominciò, e mettersi in mezzo per fermarli avrebbe solo peggiorato la situazione.

 

Cominciarono la danza uno di fronte all’altro, le loro mani si unirono e iniziarono a muoversi insieme, portandosi uno a fianco all’altra con le braccia intrecciate. Ad ogni movimento della musica Esca la guidava spingendola con il proprio corpo o attirandola a se con le mani. Man mano che il ritmo aumentava, aumentava anche la velocità dei loro passi, ruotando ed intrecciano le mani, saltellando avanti ed indietro, con Esca che la faceva volteggiare muovendosi a grandi passi per la sala al ritmo della musica. Diavolo se quel ragazzo sapeva muoversi. Di nuovo uno di fronte all’altra, le mani allacciate, battendo i piedi, roteando alla massima velocità. Con l’ennesima piroetta Esca la avvicinò a se stringendole le mani sui fianchi la alzò facendo mezzo giro su posto e poggiandola di nuovo a terra, si mise in ginocchio, e con la mano la guidava facendola saltellare attorno a lui al ritmo della musica. Il battito del tamburello si fece sempre più incalzante, Esca si rialzò ed allacciò il suo braccio attorno alla vita di Faith, strinse il suo polso e guidò il braccio della ragazza in modo che si posizionasse nello stesso modo, appoggiandosi al ventre e agganciando il fianco con la mano e cominciarono a girare in tondo saltando e scalciando e divertendosi come matti. Faith aveva le lacrime agli occhi per quanto stava ridendo.
“Quando te lo dico, salta!”
“COSA?!?”
“Fidati!”
“Ma sei pazzo?!”
“FIDATI! …Ora! Salta!”
Faith si lasciò guidare e mentre saltava verso l’alto, vide Esca avvicinarsi mentre la attirava a se con un colpo secco delle braccia. Non ebbe idea di come ci era riuscito ma gli finì in braccio. Le sue mani poggiate sulle spalle del giovane e i bicipiti di Esca che reggevano il suo peso all’altezza delle cosce. In quell’istante finì la musica. Faith lanciò la testa all’indietro scoppiando in una fragorosa risata. Non ricordava di essersi mai divertita tanto ad una festa. E certamente non aveva mai ballato in quel modo, festa o meno.
“Come hai fatto?” gli chiese mentre la stava riappoggiando a terra
“La mia compagna di ballo è particolarmente dotata…. E si è fidata”
“Sei davvero bravo, dico sul serio. Da dove vengo io una persona che balla in questo modo… potrebbe costruirci una carriera..”
Esca la osservò perplesso “Senza essere un reietto?”
“Fidati!” gli disse con lo stesso tono che aveva usato lui poco prima
I musici stavano già attaccando con un nuovo brano e le coppie si stavano nuovamente disponendo in due cerchi concentrici, all’interno gli uomini ed all’esterno le donne. Faith si aspettava che Esca la riaccompagnasse al suo posto, ma quello che fece fu lasciarle la mano e prendere posto nel cerchio interno della danza insieme agli altri uomini. Era chiaro quanto, a prescindere dalla compagna, gli piacesse ballare.
“E andiamo” si disse con tono solenne Faith e prese posto fra due giovani ragazze sorridenti ed accaldate che si spostarono gentilmente facendole un po’ di spazio.
I passi erano ripetitivi ed il tempo facile da seguire, e quando si tornava ad incrociare il proprio cavaliere la coreografia mutava, e Faith si lasciava condurre da Esca. E rideva, ed aveva il fiatone, e per qualche tempo dimenticò dov’era e perché.
Faith non sapeva dire per quanto tempo la danza era continuata, sempre allegra, sempre cadenzata, sempre simile a se stessa, ma ad un certo punto vide uno dei musicisti fare un cenno agli uomini al centro del cerchio, a cui questi risposero con moti d’assenso. Alla mossa successiva, quando tutte le donne furono al centro della sala, gli uomini corsero da loro, le sollevarono da terra e reggendole fra le braccia le portarono correndo ai margini della stanza, mentre la musica finiva.
Era il momento per i suonatori di fare una breve pausa.
Tornarono vicino al fuoco e Faith poté cogliere uno sguardo decisamente poco soddisfatto di Sir Roger diretto al suo scudiero, decise di intervenire.
“Sir Roger, non potrò mai ringraziare abbastanza Esca per queste due danze! Mi sono così divertita!” alle suo orecchie la sua voce risultò così affettata che si diede fastidio da sola, ma Sir Roger parve apprezzare ed il suo cipiglio si fece un po’ meno accigliato, e infondo aveva solo detto la verità.
“Bello spettacolo davvero!” le disse invece Allan con malcelato tono di rimprovero e con una punta di cattiveria del tutto ingiustificata che la fece innervosire. Le ricordò troppo quando sua madre la rimproverava per aver perso il suo tempo dopo una giornata di divertimento con gli amici, rovinando tutto. E rispose con lo stesso torno che avrebbe usato con lei.
“Problemi forse?”
“Io? Nessunissimo problema… dico solo che potevi evitare di metterti così in most-”
“In mostra?? Nelle mie condizioni? È questo che stavi dicendo? Stai diventando ripetitivo, Allan. Mi andava di divertirmi. E tu non eri certo dell’umore per farmi compagnia, o sbaglio?”
“E questo cosa c’entra, scusa?” il suo tono indignato la fece innervosire ancora di più.
Lo prese per un braccio e lo tirò in disparte.
“Ascoltami Allan, lascia che te lo dica da amica ed ascoltami bene. Nel momento in cui sei entrato in questa casa non hai fatto altro che irrigidirti, ogni minuto di più. Non è da te. Ti ho conosciuto al castello, non esattamente ad uno dei tuoi massimi storici, eppure… Senti. So che sei spaventato da questa cosa, ma Sir Allan non deve essere diverso da Allan A Dale. È in Allan A Dale che Sir Roger ha visto suo nipote, sii Allan e non Lord Blackrod. Lord Blackrod non esiste senza Allan. Non fare l’idiota e torna te stesso.”
“Sai che c’è?”
“Che c’è? Parlami. Sono qui apposta” fece un passo verso di lei e ora i loro visi erano separati da pochi centimetri
“C’è che non mi risulta che questi siano cazzi tuoi” aveva già visto quell’espressione sul suo viso. Quella rabbia. L’aveva vista rivolta a Robin, solo pochi giorni prima, quando Allan pensava di non avere alcuna speranza di tornare nella gang.
La mascella era tesa e portata leggermente in avanti, le parole gli erano uscite come in un ringhio dai denti serrati, insieme al fiato che sapeva di birra.
“Bene. Come ti pare. Vedi di non ridurti ad uno schifo con tutto quell’alcool. Domani non aspetteremo i tuoi comodi. Ho bisogno d’aria.”

 

Stupido stramaledetto dannato idiota!
L’aria fredda della notte dopo la calura della danza agirono come una sferzata di energia.
Attraversò il cortile interno stipato di ospiti che discutevano riscaldandosi le mani sui bracieri posti ai quattro angoli, e che la salutarono con leggeri cenni del capo o piccoli inchini e si diresse verso le stalle. Si mise a passeggiare seguendo il perimetro dell’edificio senza una meta precisa, cercando di liberarsi la mente.
Era sudata ed accaldata, i capelli le prudevano e il vestito le stringeva il petto facendole mancare leggermente l’aria. Portò le mani alla nuca e con tre rapidi gesti sfilò le forcine che le stavano torturando il cuoio capelluto, ficcandole nella piccola taschina che si apriva sul fianco destro del vestito. Lasciò le le trecce le pendessero liberamente sulle spalle.
Poi le sue dita armeggiarono qualche istante con i laccio del vestito. Allargò il nastro fin sotto il seno in modo da poter respirare liberamente, tanto nel buio della notte nessuno avrebbe potuto vedere la sottoveste leggera sbucare dalla stoffa rigida dell’abito.
Uno fruscio di passi alle sue spalle le fece tirare l’orecchio. Si fermò. Ancora qualche scricchiolio.
Erano dei passi leggeri in avvicinamento.
Sentì il cuore balzarle in gola e i capelli drizzarsi sulla nuca.
“Tutto bene?” la voce di Esca la fece trasalire
“Dannazione Esca, mi hai fatto morire di paura!”
“Scusami, volevo solo esser sicuro che non ci fossero problemi”
“Nessun problema. Allan fa l’idiota, ma non direi che sarebbe da considerarsi una novit-”
Le labbra di Esca la zittirono nel modo più inaspettato.
La mano sinistra del giovane raggiunse la sua nuca e quella destra si appoggiò al fianco attirandola a se mentre, timidamente approfondiva il bacio.
Faith sentì la testa girare, inebriata da un’eccitazione inattesa.
La fece indietreggiare lentamente, a piccoli passi, senza mai staccare le labbra da quelle di Faith, fino a che la ragazza non si trovò con le spalle addossate ad una delle pareti esterne delle scuderie, in un punto in cui non giungeva ne’ il riverbero del fuoco, ne’ la luce bianca della luna.
Il cuore cominciò a galopparle in petto. Dischiuse le labbra e ricambiò il bacio del giovane scudiero quasi senza rendersene conto.
Nel buio Faith poté percepire il ritmo del proprio respiro aumentare assieme a quello di Esca.
Attraverso le sue labbra calde Faith sentì la lingua di Esca muoversi nella sua bocca, esigente, chiedendo di più. Poi d’un tratto si staccò da lei.
“Ho desiderato farlo dal momento in cui ti ho visto scendere quella scala” poggiò la fronte su quella della ragazza e riprese fiato “Cosa c’è in te di diverso da tutte le altre? Sei… così… diversa” disse inframezzando le ultime parole con profondi sospiri
Faith alzò le braccia contro il suo petto, sentendo per la prima volta i suoi muscoli tesi, come la corda di un arco sotto la pelle “Esca io… io non…” stava annaspando in cerca d’ossigeno
D’un tratto la mano del giovane che fino a quel momento era stata agganciata alla sua nuca si spostò sulla sua bocca, imbavagliandola, mentre il braccio che la cingeva la sollevò quasi di peso spingendola verso un punto ancora più buio della costruzione.
Faith poté percepire il proprio cuore mancare un battito, i suoi occhi spalancarsi, prima che Esca la liberasse dal suo abbraccio per portarsi un dito alle labbra chiedendole silenzio e poi all’orecchio, indicandole che era in ascolto.
Pesanti gocce di pioggia cominciarono a cadere attorno a loro, ma il giovane non si mosse, la teneva arpionata alla parete con il proprio corpo, immobile contro di lei, in totale silenzio mentre il suo cuore galoppava, Faith sperò che non lo potesse sentire.
Le poche gocce di pioggia si trasformarono in un acquazzone cominciando presto ad inzupparli, ed Esca ancora non si muoveva. Eppure Faith poteva percepire che i suoi muscoli si stavano rilassando. Forse il rumore che aveva sentito era solo la pioggia. La mano le liberò la bocca e si posò insieme all’avambraccio alla parete accanto alla sua testa, mentre l’altra raggiunse il suo fianco, il pollice che si muoveva lentamente contro la curva del suo seno. Nessuno dei due si era mosso di un centimetro erano ancora l’uno contro l’altra, così vicini che Faith poteva percepire il respiro caldo di Esca contro il suo collo, la sua bocca che saliva lentamente lungo l’arco della mandibola. La gamba muscolosa di Esca che con movimenti impercettibili cercava di farsi strada fra le sue mentre il suo bacino premeva contro il fianco di Faith.
Faith si rese conto che stava cominciando a tremare, non sapeva dire se dal freddo, dall’agitazione o dall’eccitazione.
“Esca” disse con un sussurro tanto leggero che si stupì nel constatare che lui l’aveva sentita “Io non…” la mano di lui si mosse con studiata lentezza verso l’alto, accarezzandole il fianco attraverso la stoffa dell’abito. In un unico movimento mentre le posava un bacio umido e caldo sull’incavo del collo, il ginocchio di Esca si aprì lo spazio fra quelli di Faith strofinando la coscia tesa e solida contro il suo ventre strappandole un lamento involontario che le fece portare una mano alla bocca per silenziarsi. Faith sentì Esca inspirare rumorosamente contro il suo orecchio.
Poi qualcosa cambiò.
Lo sentì tendersi ed alzare di scatto la testa, la fissò per un’istante negli occhi e in una frazione di secondo si allontanò da lei strappandole un secondo lamento mentre lui scompariva nel buio.
Non mosse un muscolo finché non lo vide tornare, un paio di minuti più tardi, spingendo avanti a se un uomo vestito in nero con un occhio pesto, le mani legate dietro la schiena e un bavaglio azzurro sulla bocca.

 

“Rientra, chiama il padrone e i tuoi amici. È uno dei vostri mercenari credo… l’ho già visto qui…” aggiunse indicando il suo prigioniero. Faith annuì e tornò verso la casa.
Corse all’interno casa e localizzò Robin e la gang, ringraziò che Sir Roger fosse proprio accanto a loro e che stesse parlando con il signore di Locksley.
Sfrecciò davanti ad Allan quasi assopito su una sedia, svegliandolo di colpo dal suo torpore, e si diresse dritta su Robin
“Esca ha catturato un uomo. Crede che sia uno dei nostri mercenari…”
I ragazzi della gang si scambiarono dei rapidi sguardi preoccupati, ma nessuno disse una parola. Si alzarono e senza dare troppo nell’occhio uscirono dal salone.
Faith si sentì trattenere, una presa solida sull’avambraccio. Era Allan.
“Che ti è successo?”
“Nulla, perchè?”
Lo sguardo di Allan si abbassò su di lei, sui suoi capelli disfatti e fradici, indugiando sull’abito slacciato fino sotto al seno e la camicia resa trasparente della pioggia che faceva bella mostra di se tra i lacci sciolti ed allargati del corpetto. Faith abbassò lo sguardo per seguire quello di Allan ed arrossì violentemente. Sperò che nessuno avesse fatto caso alle condizioni in cui si trovava. La mano di Allan ancora stretta sul suo gomito la guidò, rasente muro fino all’esterno, coprendola allo sguardo dei presenti con la propria figura. Quando furono all’aperto, nuovamente sotto la pioggia fresca, diretti verso la stalla, Allan le fece per la seconda volta la stessa domanda
“Che ti è successo?” Faith non riuscì a capire se in suo tono esprimeva frustrazione, fastidio o preoccupazione. Forse un po’ di tutte.
“Niente! Io… sto bene.” gli disse semplicemente, divincolando il braccio dalla sua presa e cercando di ricomporsi alla flebile luce della luna. “Solo non riuscivo a respirare in questo dannato vestito”
Era inutile, cercare di richiudere il vestito fradicio d’acqua con il delicato nastrino che avrebbe dovuto stingerle in petto era impossibile. Le sfuggì un’imprecazione a mezza voce.
“Prendi” e senza troppe cerimonie Allan le calò sulle spalle il suo giacchetto di pelle rimanendo in maniche di camicia. Faith si chiese come avesse fatto a portarlo addosso per tutto quel tempo, era la cosa più pesante che avesse mai indossato, ed era sicura che Allan si fosse sentito letteralmente prigioniero fino a quel momento. Ora sotto la pioggia di Marzo, senz’altro che una camicia umida addosso sembrava respirare di nuovo. E sembrava ritrovare un po’ della lucidità lasciata sul fondo di qualche boccale
Sir Roger ed Esca stavano venendo loro incontro.
“Robin dice che è effettivamente uno dei mercenari che erano qui… stava cercando di intrufolarsi e divertirsi un po’, a quanto afferma” disse il nobile
“Posso immaginare che tipo di divertimento” disse rabbrividendo leggermente Faith
Lo sguardo di Esca indugiò per un istante di troppo su di lei, sulle sue mani incrociate all’altezza del petto e sulla giacca sulle sue spalle perché la cosa passasse inosservata
“Dovresti rientrare e metterti qualcosa di asciutto” le disse lo scudiero
“Già, magari un abito che lasci anche qualcosa all’immaginazione” aggiunse Allan ancora una volta con una punta di cattiveria gratuita.
Robin li raggiunse prima che Faith potesse rispondergli a torno ripagandolo per la mortificazione
“È certamente uno di quelli che abbiamo ingaggiato. Avevamo già pensato di fare dei turni di guardia… ora direi che sono d’obbligo. Non credo che rischierebbero di perdere la paga che abbiamo promesso loro, ma non possono neppure considerati innocui. Comunque abbiamo scoperto qualcosa. Dopo l’accoglienza che ha ricevuto da Esca il nostro amico ha pensato che noi lo avremmo gratificato con una seconda sessione, quindi ha deciso di darci qualche informazione spontaneamente. A quanto pare il nostro amato Sceriffo Vasey non si fida più di Gisborne, dalle ultime notizie giunte ai nostri mercenari era in viaggio per York”
“Martine….” il nome che le uscì dalla gola suonò come un lamento mentre cercava di combattere un brivido che la scosse da testa ai piedi
“Robin, voi avete bisogno di riposare, per la vostra missione. Ed ora pare che dovrete affrontare un nemico in più a York. Lascia che mandi qualcuno dei miei uomini da quegli animali. Non sono soldati, ma alcuni di loro sono abbastanza capaci da montare la guardia come si deve. E conoscono la zona meglio di voi. Sarebbero più efficaci nel caso ci fosse bisogno di correre qui e chiedere aiuto.”
“Grazie Sir Roger, ma non credo sia il caso…”
“Non potete cavalcare fino a York e prepararvi ad uno scontro senza aver neppure dormito. Non siamo sotto assedio. Questa e l’ultima cosa che posso fare per aiutarvi Robin. Lasciatemela fare.”
“D’accordo allora Sir Roger. Ma al minimo segno di problemi dovete farci chiamare.”
“Tanto non dormirà comunque… resterà a letto con l’orecchio teso ed un occhio aperto” commentò Allan alzando il sopracciglio in direzione di Robin sfidandolo a negare la sua affermazione. Robin si limitò a sorridere.
Furono raggiunti dalla gang con Much che spingeva avanti il prigioniero ancora con le braccia legate dietro la schiena.
“Che ne facciamo di lui padrone?”
“LUCAS!” urlò Sir Roger ed in pochi secondi fu raggiunto da un uomo con due grandi baffoni folti che ricoprivano buona parte della faccia e un cranio pelato reso lucido dalla pioggia che continuava a scendere in fitte goccioline finissime. Era un omone, avrebbe potuto fare concorrenza a Little John con la sua stazza. “Riporta questo signore ai suoi compari. Raduna Johnathan, Nicholas, Joseph ed Andrew, ed aggiungi pure un paio di uomini che ti sembrano abbastanza sobri e monta la guardia. Non vorremo che qualche altro di questi amici facesse qualcosa di stupido. E se succede qualcosa, mandate subito qualcuno alla Casa. Capito?”
“Chiarissimo mio signore.”
“Bene. Ora torniamo alla festa. Non è successo nulla di grave. Sarà meglio evitare di preoccupare un gruppo di contadini semiubriachi. Finirebbero per voler alzare le mani”
Dalle espressioni dei presenti era chiaro che nessuno aveva più voglia di festeggiare, ma la proposta del padrone di casa era lucida e pratica.
“Bambina, vieni con me. Ti darò un altro abito” e con questo lanciò uno sguardo poco lusinghiero verso il nipote che li seguì a pochi passi di distanza
“Non ce n’è bisogno Sir Roger, posso rimettere il mio”
“Sciocchezze!” le porse il gomito e le fece un sorriso incoraggiante “ la stanza di Esca e qui al piano terra, ti cambierai li, così eviteremo sguardi indiscreti”
“G-grazie” non poteva semplicemente lasciare che si ritirasse nella sua stanza? No ovviamente no.

 

Sedette sul semplice materasso imbottito di paglia di Esca, in attesa che Sir Roger le portasse un nuovo vestito. La camera era piccola, poco più che uno sgabuzzino, e spoglia. Alcuni ganci sul muro reggevano un paio di casacche e delle cinture di pelle. Sulla cassapanca ai piedi del letto erano allineati tre pugnali ed una spada, dietro l’angolo morto della porta era poggiato un arco da cui pendeva libero il budello della corda, in modo che il legno non fosse in tensione.
Un piccolissimo specchietto era poggiato su uno sgabello accanto al cuscino. Lo raccolse e guardò il proprio riflesso.
Le sue spalle sembravano sprofondate sotto il peso della giacca che le aveva dato Allan, la sfilò ed in un moto istintivo la annusò, ma l’odore che trovò non era quello di Allan e per un momento se ne stupì. Lasciò cadere la giacca a terra e tornò a guardarsi. L’acconciatura elaborata fatta solo qualche ora prima era distrutta, ed ora le trecce ai lati della testa rese pesanti dalla pioggia le avevano conferito un’aria a dir poco miserevole. Sciolse i capelli umidi e li raccolse in un treccia che girava attorno alla testa per poi pendere libera sul lato sinistro del suo volto.
Un bussare leggero alla porta la fece voltare e si trovò di fronte la ragazza che Esca credeva interessata ad Allan. Grace, se ricordava bene.
“Signora, Sir Roger mi ha chiesto di consegnarle questo”
“Grazie”
“Se non sono indiscreta, le è successo qualcosa, Milady?”
“Nulla, solo… nulla” concluse prendendo il vestito dalle mani della giovane che la stava squadrando con poca delicatezza
“Avete bisogno d’aiuto?” chiese senza troppo entusiasmo
“No, grazie, torna pure alla festa”
Il vestito che le aveva mandato Sir Roger era diverso. Certamente modesto. Ma altrettanto bello, forse più bello. Di un intenso verde foresta, più accollato del primo, ma con le maniche più corte, che si fermavano a tre quarti dell’avambraccio ed una lunga serie di bottoni ricoperti di stoffa che correvano lungo l’interno della manica. Così come lungo tutta la schiena. Si maledisse per aver mandato via la ragazza prima di aver studiato la fattura dell’abito.
Risolse di chiuderlo completamente e poi tentare di infilarlo dalla testa. Ebbe successo dopo tre tentativi. Allacciò la cintura di lucidi cerchi di ottone all’altezza dei fianchi e spostò le poche cose che aveva nelle tasche del nuovo abito.
Raccolse la giubba di Allan, il suo vestito umido ed uscì dalla stanza. Si trovò faccia a faccia con Esca, che evidentemente attendeva che lei finisse per riappropriarsi della sua camera e mettersi degli abiti asciutti a sua volta
“Grazie per l’ospitalità” gli sorrise
“Quando vuoi”
Aethel le si fece incontro e le prese l’abito dalle mani assicurandole che l’avrebbe messo ad asciugare subito e che sarebbe stato pronto per l’indomani
“Nessun problema, era un prestito di Sir Roger”
“Non un prestito, un regalo” la contraddisse Aethel
“Ma…” la serva le sorrise scomparendo in une delle stanze di servizio

 

Fece un profondo respiro e si immerse nuovamente nella folla che occupava il salone. La gang era nuovamente nel suo angolino sorridendo allegramente e Sir Roger vicino a loro. Fu investita dallo spostamento d’aria causato da una figura piroettante che le stava passando vicino.
“Mi hanno invitato!” era Much, un sorriso da orecchio ad orecchio mentre roteava, le mani allacciate a quelle di una giovane contadina dall’aria gentile. Faith non poté non ricambiare il suo sorriso. Attraversò la sala in diagonale e raggiunse Robin, Djaq e Will e sedette sul posto che Robin lasciò libero per lei.
“Perché non ballate anche voi?” chiese a Will “Mi pare che ve la cavaste bene prima”
“Almeno finché tu e il nordico non avete fatto sfigurare tutti” le disse ammiccando Djaq
“Cosa?”
“Beh mezza sala si è fermata per guardarvi…”
“COME?”
“Davvero non te ne se accorta?”
Faith stava arrossendo violentemente ed i tre amici non trattennero un sorriso
“Ma immagino che ora che tu sei fuori dalla pista potremmo far un tentativo” ammise Will allungando la mano verso Djaq “Che ne dici?”
“Con molto piacere” si allontanarono verso il centro della pista, lasciando Faith in compagnia di Robin. Forse l’idea di un domani incerto dava veramente un motivo di festeggiare quella sera.
“Tu non balli?” chiese a Robin per spezzare il silenzio
“Solo con Marian” ammise lui
“È una donna fortunata”
Faith lasciò vagare lo sguardo sulla sala, soffermandosi sulle coppie che danzavano, sui musici che tenevano il tempo con la punta dei piedi, sugli uomini che a capannelli chiacchieravano almeno quanto bevevano, alle ragazze che producevano risolini divertiti indicando le amiche sulla pista da ballo. Notò che parte della calca iniziale era sparita, immaginò che più di qualcuno degli invitati si fosse già ritirato, e che molti fossero nel cortile a inspirare un po’ dell’ossigeno che sembrava mancare un po’ nella calura della sala.
“Hai intenzione di ridargliela?” Robin la strappò dai suoi pensieri indicando la giacca che stringeva ancora fra le mani
“Oh… si.” Si prese un secondo per localizzarlo nella stanza prima di raggiungerlo
Allan era poggiato al caminetto, la fronte sulla trave di quercia massiccia, in mano l’ennesimo boccale. Guardava direttamente nelle fiamme, assorto, la punta dello stivale che giocherellava con le braci più vicine.
“Non lo abbandonerai vero?” chiese a Robin improvvisamente più preoccupata che infastidita dallo stano comportamento di Allan
“Dovrò tornare a Sherwood”
“Certo, ma…”
“Non lo abbandonerò. Promesso.”
“Bene”
“Vorrei potessi restare” le sorrise mentre si allontanava verso Allan

 

“Grazie” gli disse con tono asciutto porgendogli la giacca.
Allan alzò lo sguardo verso di lei, ma non accennò a muoversi per prendere la giubba che stava già cominciando a farle tremare il polso sotto il suo peso. Allan barcollò leggermente, ma riprese il suo equilibrio reggendosi alla trave del camino. La fissò, poi fissò il suo vestito, ed infine tornò a guardare le fiamme. Non si era cambiato. Aveva lasciato che il calore del fuoco gli asciugasse addosso la camicia di stoffa chiara. Faith si trovò ad arrossire pensando all’ultima volta che entrambi avevano fatto asciugare i loro vestiti al calore di un fuoco. Gli prese il polso e gli cacciò la giacca fra le dita, pronta ad allontanarsi senza una parola
“Questo mi piace di più” le disse prima che fosse fuori dalla portata della sua voce “il vestito intendo”
“Si beh, dubito che avrei potuto mettere qualcosa che ti piacesse di meno, visto il delicato commento di poco fa”
“Beh, mettiamola così, se fossi stata davvero la mia fidanzata come voleva Sir Roger, non ti avrei permesso di indossarlo”
“Oh beh, grazie tante signore e padrone! Non credevo davvero che fossi il tipo d’uomo da mettere il veto su…” Allan non la stava guardando, ma ghignò verso il fuoco
“No, intendo che non ti avrei permesso indossare qualcosa che ti metteva chiaramente a disagio, per quanto fosse un bel regalo…” le lanciò una velocissima occhiata di traverso e fu soddisfatto nel vedere che lei non sapeva come ribattere.
“Allora avresti dovuto rifiutarti di vestirti anche tu così” riuscì a brontolare lei alla fine
“È così evidente?” si stava incupendo di nuovo.
In quel momento Grace si avvicinò a loro con due boccali pieni nelle mani
“Qualcosa da bere mio signore?”
“Mi fai compagnia?” chiese Allan a Faith invitandola a bere insieme a lui
“Meglio di no… e non intendo per me” era chiaro che avrebbe presto raggiunto il limite ed abbandonato la lucidità
“Sciocchezze! Vuoi bere tu come me, ragazzina?” si voltò barcollando verso Grace e sbattendo il proprio boccale contro quello della ragazza cominciò a bere a lunghe sorsate.
Faith si allontanò da lui scrollando la testa. Si diresse verso la tavola che ormai era completamente libera se non si contavano i boccali vuoti abbandonati e sedette sul piano di legno lucido in modo da avere piena visuale sui musicisti che continuavano imperterriti a suonare e battere il tempo. Poggiò il mento sul palmo della mano e perse la cognizione del tempo.

 

Quando si risvegliò dal suo torpore la sala era quasi completamente vuota. Praticamente tutti gli invitati erano tornati alle loro case, rimanevano nella sala solo la gang, Sir Roger, qualche servitore, seduto qui e li a prendersi un momento di riposo, ed Esca che la fissava perplesso.
I musici stavano ricevendo la loro paga da Henry, ed un paio di loro mangiavano qualche avanzo della tavola. Il loro strumenti erano abbandonati sul palchetto che era stato costruito appositamente per la loro esibizione.
Faith scese con un salto dal tavolo e si avvicinò agli strumenti e notò che uno era molto più simile ad una chitarra che non al liuto di Allan. Con uno sguardo al proprietario dello strumento gli chiese il permesso di prenderlo fra le mani e provò a strimpellarlo, giusto per sentire il suono che poteva produrre in quella grande sala, ora vuota.
Provò un arpeggio, l’unico che sapeva fare, l’unico che le aveva insegnato suo fratello diversi anni prima, quando con quella canzone stava cercando di fare colpo su una ragazza. Sorrise al ricordo di Owen che le correggeva il ritmo e la posizione delle dita con finta esasperazione. E dall’arpeggio vennero naturalmente le parole, appena sussurrate, come se stesse cantando per se stessa.

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If you wait for me
Then I’ll come for you
Although I’ve traveled far
I always hold a place for you in my heart

If you think of me
If you miss me once in awhile
Then I’ll return to you
I’ll return and fill that space in your heart

Remembering
Your touch
Your kiss
Your warm embrace
I’ll find my way back to you
If you’ll be waiting

If you dream of me
Like I dream of you
In a place that’s warm and dark
In a place where I can feel the beating of your heart

Remembering
Your touch
Your kiss
Your warm embrace
I’ll find my way back to you
If you’ll be waiting

I’ve longed for you
And I have desired
To see your face your smile
To be with you wherever you are

Remembering
Your touch
Your kiss
Your warm embrace
I’ll find my way back to you
Please say you’ll be waiting

Together again
It would feel so good to be in your arms
Where all my journeys end
If you can make a promise
If it’s one that you can keep
I vow to come for you
If you wait for me

And say you’ll hold
A place for me in your heart.

Non sapeva neppure lei a chi stava pensando mentre le parole delle canzone scivolavano lentamente fuori dalle sue labbra. In parte ad Allan, non avrebbe potuto negarlo neppure volendo, ma anche a Martine, a Nigel, a Claudia, a suoi genitori e ad Owen. A chiunque non avrebbe potuto rivedere se ogni cosa che poteva andare storta lo avesse fatto. Si sentì incredibilmente malinconica. Quando posò finalmente la chitarra ed alzò gli occhi si accorse che i presenti la stavano guardando, ma di colpo distolsero lo sguardo, come se fossero stati colti a spiare qualcuno in un momento di intimità. Si stupì rendendosi conto che per una volta non stava arrossendo e sorrise.
Djaq le si avvicinò e circondandola con un braccio la avvicinò a se “Andiamo a riposare. Domani sarà una giornata lunga” perplessa dalla strana dimostrazione d’affetto, ma sollevata all’idea che la giornata fosse finalmente finita Faith si alzò e si fece accompagnare fino alla sua camera, congedandosi dai presenti con un sorriso.

 

Era seduto a terra con la schiena poggiata alla porta della sua nuova stanza quando aveva sentito qualcuno cantare al piano di sotto. Pensava la festa fosse finita. E comunque era la voce di una donna, non di uno dei due cantanti. Si alzò con lentezza cercando di ridurre al minimo le vertigini che lo assalivano ad ogni movimento. Si aggrappò al parapetto del piccolo pianerottolo della scala e si sporse per sbirciare al piano di sotto. Seduta su uno dei gradini del palchetto Faith stava imbracciando una specie di liuto. Sorrise notando che ogni tanto gli accordi non erano puliti, che non metteva abbastanza forza nelle dita e che qualche nota calava, poi si concentrò sulle parole delle canzone e rimase paralizzato. Non potevano essere per lui. Non avevano avuto abbastanza tempo. Eppure nel profondo sperava, sperava intensamente che fossero rivolte a lui.
Ma lei non sapeva che lui la stava ascoltando.
Si coprì il volto con le mani, scuotendo la testa intrappolato nei suoi pensieri.
Sentì un pizzicore gelido contro la fronte e si fissò la mano. Prima il palmo e poi il dorso. E il grosso anello di metallo con il sigillo con il gallo.
Se lo sfilò con rabbia dal dito e si rintanò nella sua stanza sbattendosi la porta alle spalle.

 

Doveva essere a letto da poco più di un’ora quando una vibrazione sul legno vicino al suo orecchio la richiamò dal suo torpore. La stanza era rischiarata da una luce artificiale che non poteva provenire altro che dallo schermo dell’I-phone. Si alzò sull’avambraccio e raggiunse il telefono studiano l’immagine di notifica che si era formata sullo schermo. Un’immagine simile, ma molto più piccola aveva occupato l’angolo in alto a sinistra dello schermo da qualche tempo, ma Faith aveva deciso di ignorarla. Non era mai stata particolarmente abile con la tecnologia e non aveva voluto rischiare di fare qualche danno. Ma ora che il simbolo era a tutto schermo e che si era fatto sentire in tutta la sua arroganza con quella lunga vibrazione, Faith non poté continuare ad ignorarlo. Si trattava di una grande freccia a forma di goccia, molto simile a quella del posizionamento satellitare, ma leggermente più allungata e con due freccine identiche ma più piccole a i lati .
Faith diede un piccolo colpetto al touchscrren per aprire la notifica ed il cuore le saltò in gola.
Lo schermo si era aperto su una mappa topografica sulle tinte del verde e man mano che l’immagine veniva caricata aumentava lo zoom sulla cartina. Dalla mappa della Gran Bretagna si era rapidamente avvicinata alla zona dell’Inghilterra centrale, zoomando ancora evidenziando il Nottinghamshire e lo Yorkshire e infine stabilizzandosi sulla fascia dello Yorkshire. Ed in quella zona poteva vedere due freccine, la freccia più grossa che culminava con la forma di un furgone stilizzato e quattro puntini lampeggianti, uno tondo e tre romboidali.
Un colpettino su una delle due freccine, quella più a sinistra ed un po’ distaccata da tutti gli altri simboli tutti accatastati poco più in là sullo schermo, e le si aprì una finestra che indicava la latitudine, la longitudine ed il nome del luogo: Blackrod. E sotto in grassetto maiuscolo: POSIZIONE DEL DISPOSITIVO N°2.
Sentì il battito cardiaco aumentare rapidamente mentre con il dito selezionava il gruppo degli altri segnali. Si aprì un’unica finestra che indicava nuovamente latitudine e longitudine ed il nome della città: York.
Subito sotto l’elenco delle icone accavallate su quel punto:
-POSIZIONE DEL DISPOSITIVO N°1
-POSIZIONE DEL GREENID
-POSIZIONE DEL FURGONE
-POSIZIONE DEL FRAMMENTO
-POSIZIONE DEL FRAMMENTO
-POSIZIONE DEL FRAMMENTO

Il cuore le batteva così forte contro la gabbia toracica che si chiese se fosse davvero fisicamente impossibile che saltasse fuori.
“Ce l’ha fatta. Nim ce l’ha fatta! E Nigel è tornato!!!” sentì le lacrime salirle agli occhi. Forse non era tutto perduto! Lei era stata inutile ai fini della missione, ma avrebbero potuto farcela! Doveva solo raggiungerli a York! Il peggio era passato! Domani sarebbe tutto finito! Le lacrime intrappolate fra le palpebre caddero finalmente libere, correndo giù per le guance fino al mento, dove Faith le asciugò con la manica della camicia da notte.
Saltò giù dal letto, fuori dalla porta, percorrendo a passi veloci il corridoio sino a fermasi di fronte alla stanza occupata da Djaq. Doveva parlarne con lei e con Allan. Non le sarebbe servito nessun mercenario! Solo qualcuno che la accompagnasse il più velocemente possibile a York.
Davanti alla porta di Djaq, il pugno già pronto a bussare contro il legno scuro, si rese conto che dall’interno della stanza provenivano delle voci. Djaq stava parlando con qualcuno.
“Che succede?” la voce di Djaq era attutita dalla quercia della porta, ma comunque comprensibile
“Non lo so Djaq. Non so che fare” era Allan.
Faith abbassò il pugno e si protese verso la porta fino quasi a poggiare l’orecchio contro la superficie liscia
“Ho fatto una cosa molto stupida. Molto stupida. Ho sbagliato tutto. Non avrei dovuto…”
Appoggiò per un paio di secondi l’orecchio alla porta, ma le fu impossibile cogliere qualsiasi altra parola. Dal piano terra provenivano dei gridolini divertiti e delle roche risate semisoffocate che coprivano i leggeri suoni del piano superiore. Si avvicinò alla scalinata e scese qualche gradino solo per vedere la causa di tanto divertimento.
Un gruppetto di servitori della casa stava finendo di ripulire la sala, un paio di uomini stavano sganciando le ghirlande di rami che erano state poste a decorazione dell’enorme cappa del camino, altri due stavano risollevando, agendo su delle corde collegate a due grandi carrucole appese al soffitto, gli enormi candelabri ora spogli e ripuliti dalla cera colata durante le lunghe ore in cui le candele avevano bruciato sopra le teste degli invitati. Una paio di ragazze stavano grattando con delle spazzette ruvide il piano del tavolo e altre tre erano inginocchiate a terra lavando il pavimento con degli stracci che inzuppavano nella tinozze che tenevano al loro fianco.
Non aveva ancora capito il motivo della loro ilarità.
Poi sentì uno degli uomini borbottare “Però non puoi incuriosirci in questa maniera e poi lasciarci a bocca asciutta… sai da quanto tempo non possiamo spettegolare su un padrone in questa casa!” e tutti ricominciarono a ridacchiare
“D’accordo d’accordo, se proprio avete tanta fame di dettagli, potrei anche concedervene qualcuno, in cambio di qualcosa però!”
“E cosa vorresti carognetta?” chiese un altro degli uomini
“In cambio qualcuno gratta il pavimento al posto mio…”
“Fatta!”
“Bene!” la ragazza si sollevò da terra e Faith poté vederla in faccia. Era Grace.
La vide camminare fino al tavolo e poi sedersi sulla superficie appena pulita
“Allora?” le chiese una delle ragazze che stava lucidando il punto del tavolo accanto a cui Grace si era seduta
“Beh, è certamente… passionale” disse infine, poi visto che sembravano pendere tutti dalle sue labbra continuò con deliberata lentezza “Beh intanto devo ammettere che farlo sul letto di piume di un nobile… con un nobile… è tutta un’altra cosa” Faith cominciò a sentire le viscere torcersi, mentre la bocca dello stomaco si faceva sempre più stretta
“E allora? Dettagli!” brontolò una delle donne che stava china sul pavimento
“Beh Sir Allan si è avvicinato lentamente, ha lanciato a terra la giacca, si è sfilato la camicia e prima che potessi fare nulla era già su di me. Lasciatevi dire che è un peccato che nasconda quel fisico sotto i vestiti… e a quanto pare non gli piacevano troppo neppure i miei, di vestiti. Me li ha letteralmente strappati di dosso” risatine e cenni d’assenso
“È stato molto focoso… brusco, un po’ animalesco direi… non come ci si aspetterebbe da un nobile. O forse è proprio è come lo fanno i nobili, chissà!” concluse Grace con una stupida risatina.
Faith sentì lo stomaco torcersi e temette che la nausea si sarebbe trasformata in vomito. Per un momento pensò che tutta quella storia potesse essere una meschina fantasia di quella ragazza, poi ripensò a quello che aveva appena sentito fuori dalla porta della stanza di Djaq: Ho fatto una cosa molto stupida. Molto stupida. Ho sbagliato tutto. Non credo avrei dovuto…
Prima che potesse rendersene conto due pesanti lacrime le scesero lungo le guance. Così diverse da quelle che erano scese dai suoi occhi solo pochi minuti prima.
Voleva scappare, ma era inchiodata su quello scalino, impossibilitata a muoversi, le suo orecchie ancora avidamente tese verso la voce di Grace.
“Mi ha sussurrato all’orecchio che non era abituato a donne come me. L’ha detto con un tono tale che mi ha fatto capire che forse non era mai stato soddisfatto da una delle sue signore” poi aggiunse con tono malizioso “penso che possiamo immaginare a chi si stesse riferendo…”
“Dovresti veramente tapparti quella boccaccia larga, lo sai Grace? Non sai niente di Sir Allan…”
“Oh ma qualcosina la so..” ancora qualche risolino
“E certamente non sai assolutamente nulla di quella donna” Il tono di Esca era pacato, ma si poteva percepire un tremito rabbioso mentre pronunciava le parole lentamente. Faith in quel momento sentì una gratitudine smisurata per il giovane che stava cercando di difenderla
“Tu invece sembravi saperne moltissimo di lei questa sera…” continuò Grace con malizia
“TACI!” Esca la strattonò per un braccio, intenzionato a portarla fori.
Ci provò, ci provò davvero, ma Faith non riuscì a trattenere il singhiozzo che le sie era formato in gola, il suono non passò inosservato nel silenzio della casa semiaddromentata.
Il gruppo di domestici alzò gli occhi sulla cima della scala e la vide. E Faith vide la colpa dipingersi sui loro volti mentre abbassavano lo sguardo. Tranne su quello di Grace che guardò semplicemente in un altra direzione. Si divincolò dalla presa di Esca e si dileguò oltre la porta che dava sulle cucine.
Esca era l’unico che aveva ancora lo sguardo fisso su di lei.
La ragazza si asciugò velocemente le lacrime e per un momento il suo cervello fu lucido. Completamente lucido.
Si alzò dalla sua posizione accovacciata, scese lentamente le scale e si fermò di fronte al giovane scudiero.
“Faresti una cosa per me?”
“Qualsiasi cosa”
Lo prese per mano e lo guidò verso la stanza che sapeva essere quella di Esca e si chiuse la porta alle spalle.

 

Sir Roger fu svegliato dal suono acuto di campanelli. Quando era entrato in possesso della tenuta aveva fatto in modo che la voliera fosse spostata sotto la sua finestra in modo da essere il primo a sentire i campanelli che annunciavano il ritorno di uno dei suoi uccelli, e l’arrivo di notizie.
Scese velocemente lo scalone e uscì dalla porta di servizio raggiungendo velocemente la voliera sfidando l’aria frizzante dell’ora più buia della notte, quella che precede l’alba. Riconobbe subito il nuovo arrivato, era posato a terra, esausto dopo il viaggio. Controllò che avesse cibo ed acqua, gli si avvicinò e sfilò il messaggio dalla sua zampa. Tornò rapidamente in casa ed, avvicinandola alle braci della cucina, accese una candela. Srotolò delicatamente il piccolo foglietto e lo avvicinò al viso.
Riconobbe la calligrafia immediatamente, era di uno dei suoi uomini più fidati, Richard.
Nel momento in cui era arrivato a Blackrod, Sir Roger aveva ragguagliato Richard sul motivo della permanenza dei suoi ospiti e l’aveva mandato a York in avanscoperta con l’ordine di comunicare qualsiasi anomalia.

Lo Sceriffo di Nottingham è stato assassinato nel palazzo.
Il Principe Giovanni invia un armata per distruggere Nottingham.

Quella era un’anomalia grande come una castello.
In un battito di ciglia fu alla porta di Robin. In meno di due minuti la gang era stata informata di quello che stava succedendo.
“Dovremmo cambiare i nostri piani” disse semplicemente Robin mentre gli altri discutevano animatamente su come avrebbero dovuto agire
“Faith…” stava dicendo Djaq, ma Allan stava già bussando alla porta della ragazza.
“Che succede?” si voltarono tutti insieme stupiti che la voce di Faith provenisse dalle loro spalle invece che dall’interno della camera. Era in piedi al centro del corridoio, nella camicia da notte che le aveva gentilmente donato Sir Roger. Neppure un passo dietro di lei Esca, i capelli scompigliati, a torso e piedi nudi, si congelò incontrando quell’inaspettato conciliabolo.
Faith vide lo sguardo di Allan superare gli altri, e puntarsi su di lei e per un attimo fu certa che fosse furioso.
Raddrizzò la schiena e allungò il collo. Non aveva nulla di cui vergognarsi.
Eppure tutti la guardavano come se non fosse così. Beh forse Djaq no. Ad ogni modo non diede loro la soddisfazione di vederla arrossire.
“Allora?” chiese alzando un sopracciglio
Robin le si avvicinò lentamente e la guardò dritto negli occhi, sospirò leggermente e poi parlò con voce pacata “Faith, giuro su quello che ho di più caro al mondo che mi dispiace.” il cuore di Faith cominciò a battere all’impazzata, un’introduzione del genere poteva portare solo a brutte notizie, vedendo l’ansia montarle dentro Robin le prese la mani nelle sue “Sir Roger ha ricevuto un messaggio poco fa. Lo Sceriffo è stato ucciso a York e Giovanni sta per mandare un esercito a distruggere Nottingham. Noi… noi… non possiamo accompagnarti a York. Ci serve ogni uomo disponibile. Compresi quei mercenari.” le disse con tono quasi supplichevole. Quel tono sembrava quasi ridicolo sulle sue labbra.
“Martine?” fu l’unica cosa che riuscì a chiedere. L’unica cosa di cui le importava in quel momento.
“Per quanto ne sappiamo è viva. Sir Roger non ha avuto notizie di lei o di Gisborne, quindi crediamo stiano bene”
“Bene” confermò Faith riprendendo a respirare
Evidentemente tutti si aspettavano qualche parola in più perché nessuno si mosse.
Senza rendersene conto i suoi occhi saettarono su Allan, ma lui stava guardando il pavimento le mani calate nelle tasche dei calzoni.
“Non preoccuparti Robin. Capisco. La gente di Nottingham ha la precedenza. Dovete tornare a casa. Anche io ho ricevuto un messaggio questa notte… in un certo senso” tra le facce stupide dei presenti, Faith notò dall’espressione di Djaq che lei aveva capito che uno dei suoi aggeggi tecnologici le aveva dato qualche risposta “Mi serve solo una guida fino a York. Davvero” gli strinse le mani, che erano ancora allacciate alle sue, e sperò che il suo sorriso gli facesse capire quanto era sincera.
“Ne sei sicura?”
“Assolutamente”
“E per il tuo grande condottiero mediorientale?” chiese Will
“Se tutto va secondo i piani, spariremo prima che sappia che siamo mai esistiti.”
“Bene” disse Robin, quasi per scusare se stesso
“Credo che sia il caso che ognuno torni nelle sue stanze” suggerì Sir Roger “domani sarà una giornata pesante per tutti” superò Faith concedendole un piccolo gesto del capo e strattonando Esca per il gomito se lo trascinò dietro sibilando “Tu vieni con me!”
“Grazie” Faith riuscì ad intercettare lo sguardo di Esca che rispose un leggero “Milady…” prima di essere trascinato via.
Tornò a guardare la gang e tutti la stavano fissando
“Beh? Che avete da fissare?” i loro sguardi passarono da lei ad Allan e tornarono su di lei
“Niente… è solo che…” cominciò Much, decidendo in corsa di far cambiare direzione al suo discorso “È solo che dovremmo cercare di tornare a dormire, ora. Lasciamo a domani i preparativi per la partenza, padrone?” chiese stiracchiandosi rumorosamente. Robin confermò con il capo ed entrambi si ritirarono seguiti dopo un attimo da Will. Quando fu rimasta sola con Allan e Djaq, quest’ultima si avvicinò e sussurrò la sua domanda.
“Che novità?”
Faith estrasse il telefono dalla tasca della camicia e lo mostrò alla ragazza saracena
“Nigel è a York. Questo simbolo indica la macchina del tempo. E gli altri simboli indicano Martine e i pezzi della daga. È tutto a York. Devo solo raggiungerli. Nessun bisogno di mercenari. Se per domani sera sarò a York Imhotep non comparirà mai.”
“Ottimo” le sorrise “Anche se domani sarà l’ultima volta che ti vedrò” Faith percepì un movimento alla fine del corridoio dove Allan stava ancora appoggiato alla porta della sua stanza.
“Abbiamo domani per gli addii” disse a Djaq con un sorriso triste e le strinse la mano, prima che lei si ritirasse nella sua stanza.
Si avvicinò lentamente ad Allan e rimase in attesa. Che lui muovesse anche solo un muscolo.
Finalmente alzò gli occhi e la fissò per quello che le sembrò un’eternità.
“Quindi tu e lui…?” chiese infine
Per un momento pensò di rispondergli piccata. Poi ricordò che il tempo a sua disposizione era quasi finito e che non aveva senso sprecarlo con parole acide e sguardi rabbiosi.
Era ferita, ma non poteva essere arrabbiata.
Non dopo che lui aveva messo in chiaro come la pensava e lei aveva accettato.
Era stato bello crederci per un momento. Ma davvero non poteva avercela con lui se lei era rimasta così scottata, non era stato volontario, da parte di nessuno dei due.
Allan stava ancora aspettando una risposta
“Ha importanza?” chiese Faith rispondendo a domanda con una domanda
lo vide fissare le punte dei suoi piedi
“No” ammise Allan in un sospiro.
No, non aveva davvero importanza a quel punto.
“Resta qui domani”
Allan alzò gli occhi su di lei stupito
“Io vengo con te”
“Resta qui domani. Ti prego.”
“Perché?”
“Resta qui”
Si avvicinò e lo spostò spingendolo via dalla porta con il proprio corpo, scivolò attraverso il varco che aveva appena aperto, ma lui le impedì di richiuderlo.
“Perché?”
Non poteva dare una risposta a quella domanda, si limitò a fissarlo
“Non mi vuoi?” chiese lui infine. Sembrava ferito.
Beh siamo in due.
Ma non era per questo che gli chiedeva di restare a Blackrod. Era per cancellare quella tomba. Doc era stato chiaro, non incasinare il passato. Ma doveva farlo. Che ci seppellissero un vecchio contadino in quella tomba. Che nessuno scoprisse se Robin e la sua gang erano mai esistiti. Che la sua vita accademica andasse pure a puttane, chi se ne importava. Doveva farlo.
Gli carezzò la guancia e, alzandosi sulla punta dei piedi, gli posò un lungo bacio sulla fronte.
Faith vide la porta ruotare sui cardini mentre Allan la spingeva lentamente con in proprio corpo e prima che potesse rendersene conto lui la stava abbracciando, quasi rannicchiato contro di lei, nascondendo il volto contro il suo collo. La guancia di Faith poggiata contro i suoi capelli che profumavano di fieno.
“A domani” sussurrò contro il collo di Faith e in un attimo sparì lungo il corridoio lasciando una corrente fredda dove fino ad un secondo prima era stato il suo corpo caldo.

 

 

Data di pubblicazione: 6 maggio 2016
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

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