DAGGER: CAPITOLO 7.3

 

7 marzo 1193
Giorno 10
York

Profumo di pane appena sfornato. Il cinguettio degli uccellini. Due strati di morbide coperte. Una voce dolce…
Aprì gli occhi e a dargli il buongiorno c’era il sorriso di Marian.
“Ben svegliato. La colazione vi aspetta” lo informò, allontanandosi e scendendo le scale. Nigel rimase immobile per qualche secondo cercando di mettere a fuoco la situazione. Lo zaino e gli abiti sporchi giacevano abbandonati sul pavimento, accanto ad un piccolo scrittoio senza sedia. Dalla finestra entrava la tenue luce del sole mattutino ed anche una fresca brezza che gli fece venire la pelle d’oca. Si rivestì in fretta, sciacquandosi il viso con l’acqua gelida del catino e rimpiangendo sempre più la comodità del suo bagno nel futuro. Aveva lasciato la Nottingham del 2010 da poco meno di un giorno eppure la breve permanenza nelle segrete del castello gli aveva messo addosso una terribile puzza di marcio e muffa. Si convinse a lasciare perdere le apparenze e scese le scale.
“Buongiorno” fu il saluto gioviale di una signora di mezza età intenta a tagliare grosse fette di pane scuro. Little John sembrava un pozzo senza fondo e le mascelle non facevano in tempo a svuotarsi che già il gigante riempiva la bocca fin quasi a farla scoppiare.
“Buongiorno” rispose Nigel, imbarazzato. Si sedette sul primo sgabello libero, ovvero quello accanto a Marian. La guardò appena, ancora incredulo di trovarsi vicino ad una donna entrata nella leggenda.
“Ecco qui” continuò la signora, appoggiando un vassoio sul tavolo. “C’è ancora del miele e della marmellata di fichi, ma se volete posso scaldarvi un uovo.”
“Vi ringrazio, ma basta quello che avete così gentilmente preparato.”
“Non fate complimenti, si sente che avete fame” bisbigliò Marian, accennando ai gorgoglii che la pancia di Nigel emetteva ormai da qualche minuto. Il giovane arrossì e si riempì la bocca di pane, cercando di placare in fretta lo stomaco in subbuglio.
“Non so proprio come ringraziarvi. Mia nipote mi ha raccontato tutto.”
Un improvviso attacco di tosse si abbatté su entrambi gli uomini seduti al tavolo, mentre Marian prendeva immediatamente la parola.
“Ho detto a mia zia di come siete stati così gentili da aiutarmi. Non è da tutti gettarsi nel fiume per salvare una sconosciuta.” Ammiccò facendo loro segno di annuire. Nigel deglutì il pezzo di pane e confermò quanto detto dalla ragazza, balbettando parole a caso.
“E di come ci siamo riempiti di fango nel tentativo di trascinarmi all’asciutto” aggiunse Marian. Conosceva bene la poca loquacità di Little John, ma sperava che quel ragazzo bassetto e dagli occhi gentili dimostrasse un po’ più di partecipazione.
“Certo. Ovvio. Per questo eravamo così sporchi. Per colpa del fango.” Nigel sorrise, rischiando di far cadere il miele ovunque. Per fortuna la reattività di Little John venne in suo aiuto ed il gigante spostò ciò che rimaneva della colazione il più lontano possibile dal giovane.
“Esatto, il fango. Il tipico fango rossastro di York” continuò Marian, indecisa se preoccuparsi della loro farsa o ridere della goffaggine di quell’ospite tanto timido e nervoso. Fortunatamente la zia non colse la confusione nelle parole dei suoi ospiti e sorrise a tutti.
“Sono così sollevata” ammise. “Dovete sapere che la mia Riri era un vero maschiaccio. Tutte le volte tornava a casa sporca di erba e terra fin dentro le orecchie, per non parlare di ferite e botte sui suoi braccini paffuti!”
“Zia, ti prego…” sospirò Marian, imbarazzata. Afferrò una fetta di pane e la riempì di miele e marmellata, addentandola famelica.
“Riri?” chiese Little John, ingurgitando l’ultimo goccio di birra rimastogli nel boccale. Faticò a trattenere un sonoro rutto, ma la zia di Marian era talmente lanciata nel mondo dei ricordi che non fece caso neppure a quello.
“Così la chiamavamo. Il mio nome è Mary e sapete cosa mi disse questa signorina qui quando lo scoprì?”
“Oh zia, per piacere.”
“Si arrabbiò tantissimo. Mi accusò di averle copiato il nome e che dovevo cambiarlo. Sua madre le spiegò che erano diversi e che comunque io ce l’avevo da molto più tempo. E lei cosa fece? Si arrabbiò con la madre! Hahahahaha! Così alla sera, dopo una giornata di silenzi e musi lunghi, si presentò tutta impettita e disse che si sarebbe fatta chiamare Riri, e che nessuno doveva più chiamarla col suo vero nome in mia presenza!”
“E’ una bellissima storia, milady” esclamò Nigel, rapito da un dettaglio talmente intimo e sconosciuto che molto probabilmente nessuno storico al mondo avrebbe mai scoperto.
“Grazie zia” borbottò Marian, versandosi birra fino a colmare il boccale.
“Ora vorrete scusarmi. Devo fare degli acquisti prima che la folla diventi troppo soffocante. Vi auguro una buona giornata, spero di vedervi ancora. Se desiderate restare un altro giorno le stanze sono a vostra disposizione e la cameriera sta già scaldando l’acqua per il bagno. Non fate complimenti.” Poi, rivolta a sua nipote, le disse di prepararle il mantello mentre lei andava sul retro a chiamare lo zio. Marian ubbidì immediatamente, alzandosi con ancora la fetta di pane tra le labbra.
“Vostra zia è una persona molto gentile. Se posso fare qualcosa per ringraziarvi o aiutarvi” si offrì Nigel, alzandosi in piedi a sua volta. Little John, vedendo che tutti abbandonavano i propri posti, scostò rapidamente la sedia facendola stridere sul pavimento di roccia. Il fisico possente era ancora piuttosto provato dalle percosse e dalla prigionia, quindi mugugnò per il dolore. Marian se ne accorse e gli si affiancò, appoggiandogli una mano sul braccio.
“John, stai pure qui seduto e finisci la colazione. Vi ringrazio signor Nigel, porterò i vostri ringraziamenti a mia zia. Ora vi prego: aspettatemi qui. Noi dobbiamo parlare.”

“Devi dormire.”
“Non ancora.”
“Ormai è giorno e non hai chiuso occhio.”
“Promesso, tra poco dormiamo.”
“Va bene. Ti dico solo che secondo me è un suicidio. Geniale, ma un suicidio.”
“Ma perché?!”
Hadrian sbuffò, mettendosi il cuscino sopra la faccia. La stanza era illuminata dai primi pallidi raggi di sole che preannunciavano una calda giornata di marzo. Le sottili tende dalla trama semplice ma comunque raffinata ondeggiavano cullate da un leggero vento fresco, che portava i profumi di una York che si svegliava da una notte di festa e pronta ad affrontare un nuovo giorno ricco di eventi e genti di ogni paese e città.
Martine era rimasta sorpresa dalla ricchezza che la stanza presentava. Invece di semplici oggetti di terracotta aveva avuto modo di lavarsi le mani versando l’acqua da una pesante brocca di ferro direttamente in un catino di vetro dai mille colori. Le pareti erano coperte da cornici e arazzi, e dal soffitto pendevano sacchetti profumati di lavanda e salvia. Si era sentita in dovere di togliere immediatamente le scarpe perché il pavimento era totalmente ricoperto di pelli di decine di animali differenti. La solita parte animalista del suo cuore aveva storto il naso ma la sensazione del soffice pelo sotto i piedi non aveva eguali.
Avevano lasciato subito la stanza alla locanda dei Cavalieri Neri, non appena Martine si era sentita in grado di sopportare una breve camminata. Hadrian era stato contrario fin da subito ma la ragazza non voleva restare in quel luogo un minuto di più. Non con Jack Sparrow alle calcagna. Una volta raccolte le poche cose nel baule di Guy si era insinuata sotto il letto e aveva recuperato lo zaino incastrato tra le doghe spesse di legno. Nella sala grande non c’era traccia delle due guardie di Nottingham e Martine si chiese se dopo gli ultimi eventi non avessero definitivamente abbandonato il servizio presso il loro signore.
Hadrian si fece aiutare a trasportare il baule di spezie e, una volta in strada, trovarono un carretto ad attenderli. Aveva dato ordine alla locandiera di fornirgli un mezzo di trasporto e dopo pochi minuti erano in viaggio verso la parte più a sud della città. Martine notò che si avvicinavano troppo alle mura e temeva un controllo dalle numerose guardie che pattugliavano l’ingresso alla via principale. Ma il carretto deviò a destra e seguì la strada per un paio di miglia, entrando un una zona tranquilla e meno trafficata. Le costruzioni erano di dimensioni modeste ma maggiormente curate, alcune con un piccolo angolo d’erba appena di fronte l’ingresso.
Hadrian aveva fatto cenno di fermarsi davanti ad una delle ultime case della via, una bassa dimora color crema dalle scure travi intrecciate a fare da cornice alla facciata. Martine si stupì nel vedere fiori ad ogni finestra ma seguì senza fiatare il ragazzo all’interno dell’abitazione. Un fanciullo li accolse con un modesto inchino e Hadrian gli diede una pacca sulle spalle, mentre una signora alta e segaligna impartiva ordini a destra e a manca. Il giovane le rivolse qualche parola, fece qualche sorriso e aiutò Martine a salire le scale, sorreggendola per le spalle. Era ancora notte fonda ma la casa era illuminata a giorno, il che confuse ancora di più la ragazza, che seguì senza fiatare il passo del suo ospite.
Una volta entrati in quella che doveva essere la stanza padronale, Hadrian l’aveva aiutata a togliersi il mantello e, dopo che Martine si era impuntata a togliersi le scarpe, l’aveva invitata a coricarsi nell’enorme letto assieme a lui. L’invito era stato colto da Martine con fin troppa sicurezza e rapidità, tanto che si sentì in imbarazzo solo quando Hadrian l’avvolse nelle coperte e la strinse a sé.
Mancavano poche ore all’alba ma non riusciva a prendere sonno. La febbre era nuovamente salita e tremava tra brividi di freddo e vampate di calore. Hadrian era sceso a prepararle un altro infuso, ma in sua assenza Martine ne aveva approfittato per ingurgitare la sua provvidenziale bustina di tachipirina. Che avesse effetti collaterali non le importava ormai più di tanto, stava già talmente male fisicamente ed emotivamente che un cocktail di sostanze miste lo considerava il danno minore. Era a pezzi, senza più energie di riserva. Si arrampicò sul letto e vi crollò sopra, senza nemmeno cercare di spostare le pesanti coperte.
Ed iniziò a piangere. Un pianto silenzioso, di quelli che ti tolgono il fiato e ti lasciano alla deriva. Le lacrime le bagnavano il viso caldo e febbricitante, e tentò di asciugarsele con le mani piagate e scorticate. Sentì pungere tra le ferite ed il dolore alla tempia, dove sicuramente ci stava un bel bernoccolo rosso, premeva e pulsava al ritmo del suo cuore distrutto. Pianse fino a provare fitte insopportabili alla pancia e si piegò in due, sentendosi inutile, perduta, alla deriva. Non aveva idea di come sarebbe uscita da quella situazione e il terrore cominciò a scorrerle violento nelle vene.
Era arrivata lì insieme a Faith, considerando tutto alla stregua di un gioco avventuroso da affrontare assieme agli amici. Una missione per salvare il mondo ed onorare la memoria dei suoi genitori. Si era comportata come una stupida ingenua, prendendo tutto alla leggera e non considerando i pericoli in agguato. Cosa credeva, che bastasse mentire e adattarsi alla situazione per recuperare i pezzi della daga? Che il medioevo fosse un episodio di Merlin dove alla fine tutti ridono e scherzano? Non c’era nulla sul quale scherzare. Faith era lontana e chissà se sana e salva, molto probabilmente assieme alla gang di Robin Hood nel bel mezzo della foresta di Sherwood. Inspiegabilmente Nigel si trovava a York con la macchina del tempo e Little John era stato fatto prigioniero. E, cosa ancora più sconvolgente, Jack era loro nemico. Aveva mentito. Aveva mentito a lei e a Doc, e Martine non riusciva ad immaginare cosa sarebbe potuto accadere adesso che la verità era venuta a galla. Imhotep era sempre stato lì, vicino a loro. Molto probabilmente tirando le fila e guidando Jack come un burattino.
Pianse, bagnando le lenzuola con tutte le lacrime tenute dentro fino a quel momento. Aveva fatto una promessa a Guy, ma adesso lui era lontano. Dov’era? La stava cercando? Forse lasciare la locanda non era stata una buona idea, eppure sapeva di doversi allontanare da quel luogo, soprattutto dopo lo scontro con Jack. Forse Guy era prigioniero al castello, magari in quel momento lo stavano torturando per carpirgli informazioni sul cellulare. La crisi di pianto silenzioso le stava togliendo il respiro e la testa le girava. La stanza non aveva più contorni definiti ed il letto sembrava ondeggiare al ritmo dei suoi singulti. Chiamò il suo nome con un filo di voce, come se bastasse a farlo comparire. Ma fu Hadrian ad entrare dalla porta che, preoccupato, si mise accanto a lei. La strinse tra le braccia, accarezzandole la testa e sussurrandole parole dolci. Poco a poco Martine riprese a respirare normalmente, mentre si stringeva forte al ragazzo, trovando il suo abbraccio rassicurante. Lentamente cadde in un sonno profondo senza sogni, che non durò troppo a lungo. Hadrian cercò di farla riaddormentare, ma Martine non aveva voluto sentire ragioni. C’era ancora la paura nei suoi occhi ma evitò di piangere altre lacrime, impiegando il tempo che rimaneva prima dell’alba a spiegare il piano che le girava da ore in testa.
“E se ti fanno domande alle quali non sai rispondere? Se la somiglianza non è tale da imbrogliare tutti? E’ un rischio troppo grande. Soprattutto nelle tue condizioni.”
“Sono nelle condizioni migliori! Instabile, confusa. Farfuglio e ho la voce roca. Ce la posso fare!”
Hadrian si mise a sedere, stringendo tra le braccia il cuscino. Continuò a fissarla fino a quando anche Martine non cercò di raddrizzarsi, ma sembrava più una balena spiaggiata piuttosto che un’aggraziata fanciulla pronta all’avventura.
“Non riesci nemmeno a stare seduta, come puoi pensare di entrare nel castello senza destare sospetti?”
“Non conosci Jack. Lui desta sospetti anche solo respirando.”
“E va bene. Mettiamo caso tu riesca ad eludere le guardie. Mi dici come li trovi i pezzi della daga?”
Alla fine anche Hadrian era venuto a conoscenza della verità. Non aveva avuto altra scelta, Martine era stata costretta dalla situazione ma soprattutto per rispetto verso una persona tanto gentile e premurosa come quel giovane. Non c’era stato nemmeno bisogno di pregarlo di mantenere il segreto, era bastato l’atteggiamento serio e attento ad ogni parola sulla macchina del tempo, Imhotep e la Daga. Martine sperava solamente che tutto ciò non si rivoltasse anche contro di lui.
“Te l’ho detto. Prima riprendo il GreenId e poi trovo i pezzi.”
“Ok, e come lo prendi il ciondolo? Ti ricordo che ce l’ha Jack.”
“Lo so! Per questo prima lo attiro con l’inganno, lo metto KO, mi impossesso del GreenId e poi vado al castello.”
“Sì, e nel mentre io preparo la merenda del pomeriggio. Ma ti rendi conto della gravità della situazione?”
“Fidati, ho un piano!”
“Ah davvero?” e lasciò andare il cuscino, spostandosi rapidamente verso Martine. La spinse con violenza facendola cadere tra le coperte e le bloccò le mani sopra la testa.
“Ma cosa… cosa stai facendo?!” si lamentò la ragazza, presa alla sprovvista. Hadrian era disteso completamente sopra il suo corpo e le impediva ogni movimento. Lo guardò con astio e lui ricambiò lo sguardo con una serietà che la spaventò.
“Lasciami andare. Spostati” gli ordinò, cercando di liberarsi ma invano. Hadrian non parlava e continuava a fissarla, stringendo sempre più forte sui polsi della ragazza.
“Mi fai male. Smettila.”
“E’ così che intendi ingannare Jack?”
Martine s’immobilizzò, rendendosi conto di quello che Hadrian stava facendo. Fisicamente lui ed il pirata erano molto diversi, sia in altezza che in massa fisica, ma Jack avrebbe potuto sottometterla con la stessa facilità del giovane che adesso la bloccava sul letto. Improvvisamente capì di essere inutile e che il piano sarebbe fallito fin dall’inizio. Chiuse gli occhi e piegò il capo di lato, attendendo che Hadrian si vantasse della sua superiorità. Invece le rimase sopra e si chinò a strofinarle il naso sul collo. Martine aprì gli occhi, confusa.
“Cosa… Hadrian… che fai…”
“La pura violenza non risolve le cose. Bastano tatto e delicatezza per abbassare le difese.”
“Ah…”
Sentì le labbra chiudersi in piccoli baci che le solleticavano la pelle. Non sapeva come reagire, o meglio. Avrebbe dovuto reagire, ribellarsi! Invece rimase immobile, mentre un’improvvisa eccitazione le scaldava il corpo, facendole provare brividi per nulla collegati alla febbre. Si sentì una stupida e l’immagine di Guy si fece largo nella sua mente, eppure trovava quella situazione immensamente piacevole. Inclinò la testa e incontrò le labbra di Hadrian. La coscienza le diceva di smettere, ma non aveva più il controllo del proprio corpo. Gli sfiorò la lingua con la propria e sembrò che anche lui provasse lo stesso piacere perché ricambiò subito con passione. Durò pochi istanti prima che Hadrian si staccasse di colpo.
“Hey hey, aspetta. Che sta succedendo?” le chiese, passandosi le mani tra i capelli.
“Non lo so. Dimmelo tu!” Martine si mise a sedere, puntellandosi con le mani per non cadere. Hadrian era rosso in viso e per quel poco che l’occhio aveva indagato nei piani bassi sembrava che anche lui fosse eccitato.
“Io stavo cercando di dimostrare un concetto.”
“Un concetto? Ma che stai dicendo?!”
“Volevo farti capire che con un approccio sensuale forse avresti più successo, piuttosto che usare la violenza su Jack.”
“No dico: ma stai scherzando?” chiese Martine, completamente basita.
“No, per nulla. Solo non pensavo avresti reagito così.”
“Mi baci sul collo mentre mi stai sopra e mi tieni le mani bloccate, e io dovrei rimanere impassibile? Cazzo Hadrian, ti ho detto che ci proverei con te se non fossi innamorata di un altro e ti stupisci se reagisco?!”
“Hahahaha. Vero” sorrise divertito, rilassandosi e distendendosi sulle coperte. Martine rimase a fissarlo, domandandosi se si trattava di un sogno o di una strana fantasia perversa indotta dalla febbre e dal mix di farmaci. Lo raggiunge strisciando sulle lenzuola e gli si distese accanto.
“E se non mi fossi fermato…”
“Non chiedere. Non voglio saperlo” ammise Martine, strofinandosi il viso. Hadrian rise e le cercò la mano per stringerla. Giocherellò con le dita, rimanendo in silenzio per un po’ prima di dare voce ai suoi pensieri.
“Ci devono essere altri modi per prendere quel ciondolo.”
“Tipo appostarci, ucciderlo e scappare con il GreenId?” suggerì Martine, beccandosi subito uno sguardo di disapprovazione. “No, non c’è altra soluzione. Devo affrontarlo e vada come vada.”
“Questo sì che è un piano ben ragionato e sicuro.”
“Lo so, Hadrian. Ma cos’altro posso fare? I miei amici sono chissà dove, Guy è disperso. Sono sola.”
“E io chi sono, l’avventura di una notte? Guai a te se ti rimetti a piangere” l’ammonì, vedendo gli occhi di Martine luccicare. Le diede un bacio sulla guancia e le sorrise. “Adesso riposiamo. Una bella dormita e poi ti prometto che escogitiamo il piano più geniale che esista. A costo di provarci io stesso con questo Jack.”
“Ma sai che forse potresti essere il suo tipo?” rise Martine, stringendosi ad Hadrian mentre lui avvolgeva entrambi con i due strati di coperte.

Non era la comoda vasca con idromassaggio del suo appartamento, ma Nigel si sentì molto meglio dopo essersi levato sporcizia e puzza di dosso. La cameriera aveva requisito gli abiti promettendo di farglieli trovare asciutti e puliti entro la mattina dopo, pertanto fu costretto ad indossare un vecchio completo dello zio di Marian. Si trattava di una semplice tunica lunga fino alle ginocchia, da abbinare ad una giacca in pelle scura dal collo alto. La taglia non era decisamente la sua perché ci navigava dentro, ma Nigel era al settimo cielo: stava indossando dei veri abiti tipici. Little John fu meno fortunato in quanto in quella casa nessuno aveva abiti della sua misura. Si ritrovò quindi costretto dentro una tunica molto stretta sulle spalle e sul giro vita, che coprì immediatamente con la sua lunga giacca in pelle. Non c’era stato verso da parte della cameriera di farsela lasciare per darle una pulita e alla fine la ragazza ci aveva rinunciato.
Marian li aspettava nella stalla, seduta su una panca. Indossava un abito di velluto blu che le metteva in risalto gli occhi chiari. Dopo aver lavato via il sangue rappreso, i capelli erano ora voluminosi e le scendevano come una cascata di riccioli scuri sulle spalle. Nigel non riusciva a staccarle gli occhi di dosso e per i primi minuti capì poco delle parole della ragazza. Fu la domanda di Little John a farlo tornare in sé.
“Senza cercare Martine?”
“John, lo sceriffo è morto. Non so quanto tempo ci rimane prima che il principe Giovanni mandi l’esercito a Nottingham. Dobbiamo avvisare il popolo, dobbiamo fare qualcosa!”
“Robin proteggerà la città” rispose convinto il gigante, incrociando le braccia sul petto pronto all’ennesima replica della ragazza.
“Lui e quanti… altre tre persone? Oh andiamo!”
“Little John ha ragione” si intromise Nigel. “Non credo potremmo fare la differenza. Credo invece sia il caso di restare qui a York per cercare Martine.” Tratteneva a fatica la verità che si nascondeva dietro la necessità di rimanere in quella città. Non era sicuro che il fuorilegge avesse capito qualcosa della situazione, ma poteva contare sulla sua disponibilità nel trovare l’amica dispersa.
“Ok basta. Se volete convincermi ho bisogno di sapere tutto” e fissò entrambi, rimanendo in attesa di spiegazioni. “Avanti, su. Chi è questa Martine e soprattutto chi siete voi” aggiunse, rivolgendosi a Nigel che, dopo un inizio balbettante, fornì a Marian le informazioni che chiedeva.
“Ci siamo presentati a Nottingham come artisti di strada e ci hanno condotto a castello per la festa di compleanno dello sceriffo. Robin ci ha scambiati per Cavalieri Neri e ci ha rapiti, mentre Martine, la nostra amica, è stata fatta prigioniera da Guy e successivamente accusata di spionaggio da parte dello sceriffo.”
Calò il silenzio per quella che a Nigel sembrò un’eternità, mentre intorno a loro l’attività dei servitori aumentava. La cameriera stava stendendo alcuni abiti ancora umidi, mentre le galline la circondavano in cerca di cibo. Lo zio di Marian accennò un rapido saluto mentre conduceva il carro fuori dal cortile, strattonando un asinello poco collaborativo.
“John, è vero quello che dice?”
Il gigante annuì convinto, ma la ragazza continuava ad essere sospettosa. C’erano molte cose che non quadravano, soprattutto non aveva senso l’atteggiamento di Guy nei confronti di questa Martine. “Ma se Gisborne ha fatto prigioniera la vostra amica, perché ora sta cercando di difenderla a costo della propria vita? Ha persino ammesso di amarla!”
“Sul serio?!” esclamò Nigel, sgranando gli occhi. La notizia lo colse talmente di sorpresa da lasciarlo a bocca aperta. Improvvisamente la foto sbiadita del matrimonio di Martine cominciava ad avere senso ed le parole di Marian erano un’ulteriore conferma che si stavano creando danni irreparabili al continuum. “Ho aspettato anche troppo. Dobbiamo trovarla. SUBITO.”
“No! Non rischio la vita del popolo di Nottingham per andare a salvare la nuova tresca di Guy.” Ma ribattere fu inutile.
Nigel era già uscito dalla stalla, diretto all’interno dell’abitazione. Salì rapidamente le scale e afferrò lo zaino, frugando alla ricerca di qualcosa che sperava di non aver lasciato nel futuro. Dopo aver svuotato ogni tasca e rovesciato un paio di bustine di medicinali e delle barrette energetiche, la mano fece presa su di un sottile cordino di plastica tutto annodato collegato ad un’estremità ad una piccola scatoletta rettangolare. Srotolò meglio che poté il filo ed aprì la custodia, tirandone fuori un minuscolo auricolare color rosa pastello che non tardò ad infilare nell’orecchio. Si mise al collo il ciondolo e cliccò sul pulsante che pendeva dal cordino.

“Quindi questa è casa tua.”
“Della mia famiglia, anche se sono io ad usarla più spesso.”
“Non sarai nobile ma i soldi non ti mancano. Sei proprio un ottimo partito…”
Erano state le ultime parole prima di addormentarsi profondamente. Ora però Martine si era svegliata con un estremo bisogno di fare pipì. Con tutti gli infusi che Hadrian le somministrava era un miracolo che ancora non se la fosse fatta addosso. Era sgattaiolata fuori dalla stanza approfittando del sonno beato e profondo del giovane, andando alla ricerca di una stanza vuota e di un pitale disponibile. Era un’usanza terribile che sperava di dover abbandonare al più presto. La febbre era leggermente scesa ma si sentiva ancora piuttosto instabile ed espletare i bisogni in quelle condizioni era anche peggio che usare la turca che tanto odiava. Gettò disgustata il liquido dalla finestra, facendo ben attenzione a non annaffiare qualcuno. Si rese conto che il sole splendeva ormai da ore e che la giornata si faceva sempre più calda. Si strinse comunque nella sottile veste di cotone e con passo felpato tornò nella propria stanza. Aveva però avuto modo di osservare meglio l’ambiente che la circondava e risultava tutto molto pulito e ben curato, come quei piccoli chalet di montagna con spa e massaggi rilassanti inclusi. Peccato che lì il massimo del comfort fosse una tinozza di legno foderata di stracci. Anche se doveva ammettere di non potersi lamentare delle cure di Hadrian. Era stata estremamente fortunata ad incontrarlo e non lo avrebbe mai ringraziato abbastanza.
Salì lentamente sul materasso morbido e s’insinuò sotto le coperte, tremando per il freddo. Il giovane stava continuando a dormire e Martine rimase ad osservarlo. Aveva tratti delicati ed in un certo senso nobili, con la pelle candida e coperta di piccole lentiggini. Era davvero affascinante ed il suo essere colto e disponibile lo rendeva irresistibile.
Maledizione, ho l’ormone in subbuglio. Calmiamoci, eh che cavolo. E’ un bel figliolo ma devo rimanere fedele a Guy. Anche se… anche se una fantasia non può considerarsi tradimento. Oh mannaggia! Non ce la posso fare.
Era decisa a stendersi accanto a lui per guardarlo svegliarsi, quando un rumore la fece sobbalzare. Sembrava un suono metallico ma soffuso. Si ripeteva ogni tre o quattro secondi e Martine rimase immobile cercando di capire da dove venisse. Poi capì.
Si alzò di scattò, sentendo salire improvvisa la nausea ma ricacciandola indietro con tutte le sue forze. Raggiunse lo zaino, ben nascosto sotto le pellicce stese sul pavimento. Il suono sembrava arrivare da lì. Aprendo la cerniera vide una luce verde lampeggiante ed il bip farsi più intenso. Con le dita tremanti s’infilò il piccolo auricolare nell’orecchio e schiacciò il pulsante che continuava ad illuminarsi ad intermittenza.
“Pronto?”
“Martine?”
“Nigel… NIGEL!!”
“Oh grazie al cielo sei viva! Come stai? Dove sei?”
“Nigel!”
Martine sentì un immenso groppo in gola per l’emozione, le mancò il fiato mentre le lacrime le annebbiavano la vista.
“Dove sei?” le chiese ancora la voce metallica.
“Sono a York.”
“Lo so, sono qui anch’io. Martine, dove sei esattamente?”
“In una casa, poco distante dalle mura a Sud. Nigel, Jack è Imhotep e ha i pezzi della daga. Ha il GreenId! Ha detto che eri in prigione, dove sei?”
“Sei al sicuro?”
“Sì sì. Tu dove sei?”
“Sono a casa di Lady Marian assieme a Little John. Adesso ascolta: ho scoperto qualcosa di terribile.”
Martine si sorprese nello scoprire dove fosse l’amico. Era come se la donna tanto contesa tra Robin e Guy fosse improvvisamente divenuta reale. Sapeva che anche lei si trovava in quella città ma non immaginava sarebbe finita per incrociare la sua strada. Distolse immediatamente la mente da quel pensiero, tornando ad ascoltare Nigel.
“Ho riportato Claudia nel futuro. Sta bene, i dottori dicono che non è grave. Il problema è che… abbiamo cambiato il futuro. E’ un disastro. Non dovevamo uccidere Dick.”
“Come? Perché?!”
“Era lui la spia per conto di Re Riccardo. Una persona crudele, ma per nostra sfortuna fondamentale al corso della storia ed al ritorno del sovrano sul suolo inglese.”
“Cazzo.”
“Eh cazzo sì. Quindi cerchiamo di non fare altri danni.”
“Certo, chiaro.”
Silenzio e alcuni ronzii di sottofondo. Martine voleva fare mille domande ma in quel momento le parole non riuscivano a connettersi l’una all’altra.
“Martine. Non fare gesti avventati. Rimani dove sei.”
“In che senso? Dobbiamo vederci, dimmi dove posso trovarti!”
“Non uscire da quella casa, non tentare nulla.”
“Nigel, perché mi dici questo? Io devo uscire, ci sono i pezzi della daga da recuperare. Dobbiamo fermare Jack! E devo trovare Guy!”
“Guy sta bene. Tu rimani dove sei.”
Martine non ascoltò l’ultima frase. Ebbe un tuffo al cuore e premette sull’auricolare, come se schiacciarlo a forza nell’orecchio le permettesse di sentire subito tutto ciò che desiderava. “Tu sai dov’è Guy? Dimmelo! Nigel, dov’è?” ma in risposta arrivarono solo dei fruscii metallici, come se ci fosse una tempesta in corso. “NIGEL! Dov’è Guy?”
“E’ al castello. Sta bene. Non fare cose avventate, rimani dove sei.”
“Cazzo Nigel! La smetti di trattarmi come una stupida?! Io vado dove cazzo mi pare, va bene? Ora dimmi dove sei così ti raggiungo!”
“No.”
“Ma perché?! Tanto scommetto che ti trovo comunque. Sicuramente sul cellulare c’è una funzione per rintracciare il segnale del traduttore! Quindi smettila di fare il cretino!”
“Non puoi rivedere Guy, lo capisci? Abbiamo già fatto danni terribili uccidendo Dick, dobbiamo trovare i pezzi ed andarcene! Senza altri contatti o relazioni!”
“Ma che stai dicendo?”
“Doc aveva detto di non interagire o modificare il passato. Invece hai un legame con quell’uomo che non può, anzi: non deve continuare!”
“Sì lo so, ma…”
“No, Martine. Rimani dove sei e almeno avremo la speranza di non distruggere completamente il nostro futuro.”
“Ma la daga…”
“Troverò il modo. Se siamo riusciti ad evadere dalla prigione senza problemi allora credo saremo anche in grado di rientrare a castello. Non è la prima volta che mi succede. Fidati di me.”
“No Nigel, aspetta!”
“Fidati di me. Tieni sempre acceso l’auricolare, ti ricontatto io. Rimani dove sei.”
“No, Nigel! NIGEL!”
In risposta c’era solo il silenzio, senza nemmeno un fruscio o un ronzio. Martine afferrò il cellulare e provò a cercarlo, schiacciando sull’icona della mappa. Ma lampeggiavano solamente due puntini: uno esattamente sul castello ed un altro a forma di macchinina poco distante dalle mura cittadine.
“MALEDIZIONE!” imprecò, trattenendosi appena dal lanciare il cellulare contro la parete della stanza. Si mise le mani in testa, raggomitolandosi su sé stessa. Sapeva che Nigel era nel giusto e che avevano sbagliato tutto fin dall’inizio. Ma non poteva impedirle di uscire da quel posto lasciandola ad aspettare un segnale senza sapere se mai sarebbe arrivato.
Come avrebbe fatto Nigel a trovare i pezzi della daga senza il cellulare? Vagando a caso per i corridoi del castello, sperando in un incontro fortuito con Jack? Si trattava di Nigel, il tontolone per eccellenza, il topo di biblioteca incapace di qualsiasi azione eroica. Non che lei fosse una combattente nata, ma almeno era riuscita a cavarsela bene fino a quel momento.
Non sono io quella finita in prigione. E nemmeno quella catturata da Robin Hood. Stupido Nigel, stupido stupido stupido.
Improvvisamente si rese conto di non essere sola nella stanza. Si girò di scatto verso il letto e vide Hadrian che la fissava. Era seduto, con le braccia incrociate e lo sguardo serio. Martine gli fece un mezzo sorriso, tirando su col naso e asciugandosi gli occhi ancora umidi.
“Era Nigel. Sta bene. E’ con Lady Marian, pensa te. Ha detto che Guy è al castello. Anche lui sta bene a quanto pare.”
Hadrian si avvicinò, sedendosi per terra accanto a lei e rimanendo in attesa.
“Ha detto che non devo muovermi da qui. Stupido Nigel. Crede di poter fare tutto da solo. Che idiota.”
“Come qualcuno di mia conoscenza.”
Martine si girò a fissare Hadrian con astio, pronta a riempirlo di insulti, ma lo sguardo del giovane era talmente serio da serrarle la bocca. Rimise il cellulare nello zaino assieme all’auricolare, nascondendo il tutto sotto le pellicce.
“Io non sono come lui” borbottò infine, andando verso il letto.
“E’ vero. Non sei stupida e non sei idiota. Ma devi smetterla di metterti al centro di tutto.”
“Stiamo calmini con le parole eh.”
“Non fai altro che dire io faccio questo, io devo andare, io io io. Non ci sei solo tu.”
“Infatti, ma io lo faccio per Nigel, per Faith, per il mondo intero!”
Hadrian si rimise in piedi, raggiungendola sul letto. Le fece una carezza, afferrandole poi delicatamente il mento. “Lo so, ma non puoi pretendere di fare tutto da sola. Devi permettere agli altri di aiutarti, soprattutto in queste condizioni” e ne approfittò per tastarle la fronte. “Senti qua, sei ancora calda. Come pretendi di uscire là fuori e lanciarti verso l’ignoto?”
“Ho solo la febbre. Nel futuro andiamo a lavorare con la febbre, viaggiamo con la febbre, facciamo la spesa al supermercato con la febbre.”
“Al supercosa?”
“Lascia stare. Altrimenti rischio di alterare il continuum” e lo disse imitando la voce di Nigel. “Quindi secondo te cosa dovrei fare? Starmene qui a poltrire mentre gli altri rischiano la vita?”
“No. Adesso andiamo a mangiare qualcosa che ho fame” e si alzò, dandosi una sistemata ai capelli e ai vestiti, e porgendole poi la mano. Martine sbuffò ma accettò l’invito, sentendo improvvisamente lo stomaco reclamare cibo a volontà.

“Con chi stavate parlando?”
Nigel si girò di scatto e sbiancò. Non pensava che l’avrebbe seguito eppure Marian lo stava fissando dalla porta aperta. Che spiegazione poteva darle? Di sicuro non dirle che esisteva un sistema per parlare con qualcuno a distanza, altrimenti si sarebbe reso complice dell’ennesimo danno al continuum. Ma non poteva neppure passare per uno svitato o qualcuno invischiato nella stregoneria.
“Ho bisogno di entrare nel castello” esclamò, evitando completamente di rispondere alla domanda.
“Siete impazzito? Vi ho appena portato fuori da quel posto… e voi volete rientrarci?!”
“Devo recuperare qualcosa di estremamente prezioso e di vitale importanza.”
“Ci sono decine e decine di guardie. E’ una follia.”
“Comprendo le vostre perplessità, ma io entrerò in quel castello. Con o senza il vostro aiuto.”
“Ti aiuto io” si offrì Little John, che proprio in quel momento faceva la sua comparsa nella stanza. Ma Nigel scosse la testa, mettendo le mani avanti.
“Voi dovete tornare a Nottingham e difenderla dall’esercito del principe Giovanni. Ha ragione Lady Marian: il popolo ha bisogno d’aiuto.” Nigel stava cercando di riparare in ogni modo ai danni temporali commessi, anche se questo voleva dire privarsi di un prezioso alleato. “E se vedete Lady Faith, ditele di raggiungerci qui a York.”
Il gigante mugugnò tra sé e sé, sbuffando e guardando a turno i due giovani. Si capiva che era in corso un conflitto all’interno di quella grande testa dalla massa confusa di capelli.
“Martine?” chiese infine, come sollevato nell’aver trovato qualcosa da ribattere.
“Sta bene, è al sicuro. Ora devo solo recuperare i pezzi della daga.”
“Ce li ha Jack. Stai attento. E’ una persona cattiva.”
“Lo so e vi ringrazio per l’aiuto che ci avete dato. E’ stato un onore conoscervi.”
Le ultime parole fecero arrossire Little John, che alzò le spalle e se ne andò dalla stanza, scendendo rumorosamente la scala.
“Daga? Quale daga?” Marian lo fissava esasperata e Nigel capì che avrebbe dovuto darle qualche spiegazione.

“Dici che se torniamo andiamo tanto nei casini?”
“Non abbiamo altra soluzione. Io non ho soldi.”
“Nemmeno io.”
“Giuro che appena si torna a Nottingham me ne vado a lavorare la terra. Preferisco avere le vesciche alle mani piuttosto che frustate sulla schiena.”
“Non so. E’ una scelta drastica. Ci sto bene a castello.”
“Eh perché tu sei quello carino che si sbatte le servette. Io non rimedio nemmeno un servizietto dalla cuoca. E comunque da piccolo mi piaceva piantare verdure.”
“Si ma avresti comunque sir Guy alle costole. Tanto vale prendersi parole e vivere a castello, piuttosto che faticare, pagare le tasse e subire comunque l’ira di sir Guy.”
“Non hai tutti i torti.”
“Lo so. Oltre che bello sono anche saggio.”
“Hey saggio dei miei stivali: pensa a cosa dire al capo quando torna. Lady Wescott ha passato la notte con un altro uomo.”
“Bisogna vedere se torna. Hai sentito anche tu le voci che girano, magari muore e a noi basta riportare indietro la carrozza.”
“Sì ma ci prendiamo le sue cose.”
“Ovvio! Hey aspetta, guarda lì. Non è lo stesso tizio che cercava il capo?”
Avvicinandosi alla locanda dei Cavalieri Neri le due guardie di Nottingham stavano andando incontro ad un Jack Sparrow seguito da una decina di uomini con la livrea reale. S’inchinarono e rimasero in attesa di ulteriori domande.
“Avete visto Lady Wescott?” chiese il tipo strano, ancora più nervoso dell’ultima volta.
“No signore.”
“E’ sicuramente passata di qui. La stanza è in disordine e mancano alcune delle sue cose da donna.”
“Ecco signore, effettivamente è tornata nella sua stanza. Era svenuta e la accompagnava un uomo.”
“Un uomo? Che uomo? Basso, capelli a scodella, occhioni idioti da cucciolo? Oppure grosso, puzzolente ed analfabeta?”
“No signore” rispose l’altra guardia, quella bella. “Alto, capelli rossi, occhi chiari.”
L’araldo li fissò con sguardo allucinato, avvicinandosi a loro e annusandoli.
“Avete un nome, per caso?”
“Quale? Il mio?” chiese la guardia più bassa.
“No, il nome dell’uomo con i capelli rossi.”
“Non lo sappiamo, signore. Ma aveva con sé un pesante baule dal quale arrivavano odori di erbe e spezie. Magari era un commerciante in visita alla fiera.”
“Mmm, vedremo. Voi rientrate e non lasciate la locanda. Due uomini del principe rimarranno qui con voi. Se vedete o sentite qualcosa non esitate ad avvisarmi.” Così dicendo lo strambo soggetto si allontanò in direzione del castello, seguito dalla sua piccola scorta. Le due guardie si guardarono l’una con l’altra.
“Te c’hai capito qualcosa?”
“Sì, che alla fine ci prendiamo sempre ordini. Dai entriamo, vediamo se è avanzata dell’altra birra.”

La nausea tornò a farsi sentire e stavolta fu difficile tenerla a bada. Dovette alzarsi di corsa ed uscire dalla porta semi aperta sul cortile interno, cercando di non imbrattarsi abito e capelli. Hadrian la raggiunse, sostenendola mentre i conati l’assalivano. Ovviamente non vomitò nulla perché lo stomaco era ancora più vuoto della sera prima, ma la sensazione era terribile. Sputò la saliva acida e, aggrappandosi al giovane, rientrò in casa.
“Ho una fame terribile, mi mangerei un bue intero. Non so che mi sia preso.”
“Sei ancora debole, magari comincia col bere un po’ di acqua.”
“Ma io ho fame!!!”
Avvicinò nuovamente il naso alla ciotola di brodo fumante, dove galleggiavano pezzi di cipolla, ceci e pane scuro. Lo stomaco borbottò ma sentì la stessa pessima sensazione di vomito imminente salirle la gola. Si coprì la bocca con la mano e chiuse gli occhi.
“Adoro la zuppa di cipolle, non capisco” borbottò, non appena fu di nuovo in grado di parlare. Era vero. Nel futuro faceva in modo di incastrare cipolla ovunque: nel soffritto o fritta, come contorno, sulla pizza, nelle torte salate. Più di un appuntamento era finito senza bacio della buonanotte per colpa di quella sua ossessione culinaria.
“Tieni, mangia queste. Magari il brodo lo lasciamo per dopo. Intanto metti qualcosa nello stomaco” Hadrian le porse un piatto di rape tagliate a cubetti dalla forma irregolare, porgendole anche un cucchiaio pulito.
“Le odio. Non hai altro pane per caso?”
“Avanti, apri la bocca. Non fare la bambina.”
Martine mise il broncio e, afferrato il cucchiaio, smangiucchiò un paio di pezzi, masticando svogliata. Poi la sorpresa le illuminò il volto, mentre deglutiva il boccone e si lanciava su di un’altra cucchiaiata questa volta colma fino all’orlo di cubetti di rapa.
“E per fortuna non ti piacciono.”
“E shtvaovdinavia, buonishima! Mmm ce ne shono ancova?” chiese, dopo aver ingurgitato il tutto in meno di un minuto. Hadrian chiamò la cuoca che riempì nuovamente il piatto, ma stavolta di rape intere. Martine non perse tempo e, una volta tagliare a fette grossolane, fece fuori anche quella portata.
“Hai ancora fame? Posso far scaldare del latte o un uovo.”
“Ce li hai mica dei limoni?”
“Limoni?!”
“Mi è venuta voglia di limonata fresca per sciacquarmi per bene la bocca.”
“Mi spiace, ma non credo ce ne siano in dispensa. Non sono molto usati in questa zona. Ma c’è della birra ed è fresca” e le porse il proprio boccale di legno. Martine lo afferrò ma, non appena l’odore frizzantino si fece strada per le narici, dovette fermarsi per evitare l’ennesima sensazione di nausea.
“Avete la birra nel vostro secolo?” chiese Hadrian, riprendendosi il boccale e fissandola confuso.
“Sì e la adoro! Ne ho bevuta anche qualche notte fa, ma molto probabilmente cominciavo già a stare male perché mi ha dato subito alla testa, ed io la reggo benissimo la birra. Questa febbre mi ha mandato a quel paese i sensi” commentò scoraggiata, tirando su con il naso e giocherellando con le briciole di pane rimaste sul tavolo.
“Capisco. Vai regolarmente di corpo?”
“Ma che domande sono?!”
“Quando hai sanguinato l’ultima volta?”
“In che senso? Aspetta, quel senso? Hadrian, sta diventando imbarazzante.”
Ma sembrava che l’interrogatorio non dovesse finire lì. Il giovane si alzò dal tavolo, la prese per mano e la invitò a salire nuovamente nella loro stanza. Martine lo seguì, protestando per tutto il mistero sceso improvvisamente sulla loro colazione. Una volta chiusa la porta, Hadrian cominciò a farle una vera e propria visita medica. Le tastò fronte e guance, le controllò gli occhi e l’interno della bocca. Quando le mani scesero a palparle il resto del corpo, la ragazza si allontanò di qualche passo.
“Hadrian, mi vuoi dire che ti è preso?”
“Non so. Non credo tu abbia solo la febbre. I sintomi coincidono, ma c’è qualcosa di strano.”
“Non è grave, spero…”
“Mi auguro di no. Hai avuto casi di aborti spontanei in famiglia? Morte post-parto?”
“Hadrian, mi stai mettendo ansia e non mi piace.” Martine cominciava a capire dove le domande del giovane volevano andare a parare ed istintivamente si portò la mano sul ventre. Non poteva essere possibile, ne era certa. Ci era già passata. “Fidati. Non è quello che pensi.”
“E anche se fosse?”
“No, Hadrian. Ti dico che non può essere.”
“Senso del gusto e dell’olfatto alterati, nausea periodica, stato emotivo confuso. Perché no?”
“Perché non posso rimanere incinta.”
Hadrian rimase colpito dalla risposta secca e per qualche secondo non seppe che altro dire. Si mise a sedere sul letto, fissando Martine come in attesa di una spiegazione. Che arrivò poco dopo, quando la ragazza prese posto accanto a lui.
“Non posso. C’è stato un momento nella mia vita in cui diciamo che ho rischiato di diventare mamma. Nemmeno Faith lo sa, è successo poco prima che diventassimo amiche. Non era previsto dovesse accadere ma per me andava bene. Poche settimane dopo mi sono svegliata e sanguinavo e… e niente. Ho perso il bambino. La follia successiva è stata quella di riprovarci, come se fosse diventato necessario rimanere incinta. Ma niente. I medici hanno fatto tutti gli esami, ma a quanto pare non potrò mai essere madre.”
“Mi dispiace.”
“Anche a me. Quindi credimi se ti dico che è solo febbre.”
Martine sorrise tristemente e si lasciò abbracciare forte, tirando su con il naso e piangendo in silenzio. Hadrian le diede alcuni baci sulle guance passandole dolcemente la mano tra i capelli.
“Pensala così” le sussurrò nell’orecchio. “Se adesso dovessi fare l’amore con te non lo verrebbe a sapere nessuno.”
“HADRIAN!” esclamò Martine, fissandolo prima sconvolta e poi scoppiando a ridere. “Lo saprei io, brutto sporcaccione.”
“Che peccato e che spreco. Non sai che ti perdi.”
“Smettila. Ti ho già detto che ti salterei addosso, vedi di placare il tuo ormone che il mio sta già ballando la samba per conto suo.”
“Sta facendo cosa?!”
“Hahahaha! E’ un tipo di ballo molto energico e sensuale che va piuttosto di moda nel mio secolo.”
“Interessante. Fammi vedere” e si mise in piedi, togliendosi le scarpe e cominciando poi a saltellare sulle pellicce.
“No, cioè. Sono un tronco, non so ballare.”
“Oh avanti, quando mi ricapiterà l’occasione di danzare un ballo sconosciuto con una ragazza che viene dal futuro?”
“E poi non conosco i passi, magari sbaglio pure stile.”
“Che t’importa” le disse, afferrandola per le mani e trascinandola in mezzo alla stanza. “Siamo soli, io e te.”
“Mi vergogno…”
“Ti ho spogliata e vista nuda.”
“Ok, un punto a tuo favore” ammise Martine, arrossendo.
“Dai, insegnami. Dove devo mettermi?”
“Beh non lo so. Più o meno così” e gli prese la mano sinistra, portandosela appena sopra il fondo schiena. Poi gli strinse la destra, sollevandola all’altezza del proprio volto, e si guardò i piedi, cercando di ricordare almeno una puntata di Ballando con Le Stelle. “Credo i passi siano avanti indietro avanti indietro, ma non ho idea dei tempi.” Quando alzò lo sguardo vide che Hadrian si mordeva le labbra.
“Stai ridendo di me?” chiese imbarazzata sciogliendo la stretta sulla sua mano.
“No no, è solo bizzarra come danza. Si sta molto vicini. E’ interessante. Continua.”
“Mmm. Dicevamo. Passi avanti e indietro. Poi credo tu dovresti farmi girare ed io dovrei dimenarmi” e cominciò a muovere il bacino, sfiorandolo appena. Hadrian tratteneva a stento le risate, e anche Martine cominciava a divertirsi.
“Sembra di stare su Dirty Dancing hehehe!”
“Che hai detto?”
“No niente, parlavo da sola. Comunque più o meno si balla così. Forse dovremmo stare più vicini ma non me ne intendo. Ripeto: sono un tronco, la danza non fa per me.”
“Più vicini… così?” le chiese, premendo la mano sulla schiena e stringendola a sé.
“Esatto. Quindi diventa più sensuale perché ci si strofina l’uno contro l’altro, ma molto molto velocemente. Le donne mature dalle mie parti impazziscono per questi balli.”
“Sai vero cosa mi sembra questa danza?”
“Hadrian… a cuccia…”
“Balla con me” le sussurrò nell’orecchio e Martine sentì un’improvvisa vampata di calore salirle dal basso ventre mentre lui cominciava a muoversi contro il suo corpo. Si sentiva estremamente in imbarazzo perché c’era il silenzio totale nella stanza, rotto solamente dal respiro di Hadrian troppo vicino al suo volto. Si disse che lasciarsi andare per qualche istante non avrebbe potuto nuocere a nessuno. Cercò di rilassarsi e seguire i ritmo, anche se la testa cominciava a girarle. Appoggiò la fronte sul suo petto e ne sentì i battiti accelerati.
Gli effetti dello strusciamento non tardarono a rendersi evidenti sul corpo di Hadrian e il rilassamento di Martine andò a farsi benedire. Sentiva caldo ovunque, la salivazione era sparita e ogni cellula del suo corpo desiderava essere accarezzata e baciata.
Le prime ad essere soddisfatte furono le cellule della spalla, sulla quale Hadrian poggiò le labbra, facendola tremare per la sorpresa. Eppure continuò a rimanere avvinghiata a lui, muovendosi sempre a tempo di una samba che nessuno dei due sembrava conoscere ma che le modifiche apportate a quella danza parevano soddisfare entrambi.
Fu lo scricchiolio di una delle assi di legno del pavimento a risvegliare Martine da quell’ipnosi danzereccia. Smise di muoversi, irrigidendosi e cercando di allontanarlo.
“Scusa… è meglio fermarsi…” sussurrò, la voce roca e tremante; ma lui non sembrava essere della stessa opinione. Con la mano destra ora libera Hadrian le afferrò il volto e Martine si sentì spingere verso le sue labbra umide e soffici. La baciò come l’aveva baciata poche ore prima, ma sembrava che stavolta non riuscisse a fermarsi.
Ahia qua si mette male. Reagisci cazzo! Staccati e mandalo a quel paese! Dio come bacia bene… no NO!
Riuscì a staccarsi, allontanandosi di un passo. Hadrian aveva le guance rosse ed il respiro corto, ma rimase a fissarla senza fare nulla.
Ecco, adesso prendi ed esci dalla stanza. Avanti. Un passo dietro l’altro. Vai via. Dannazione, perché sono ancora qui? Cosa… cosa sta facendo?!
Lo vide gettare a terra la corta giacca e sciogliere il nodo che legava il collo della camicia, facendola poi scivolare via e rimanendo a torso nudo. Martine non poté fare a meno di guardare, come se i suoi occhi fossero incollati al corpo di Hadrian. Sentiva la bocca impastata e avrebbe voluto dire qualcosa, ma non le veniva in mente nulla di sensato.
Ma sei rincoglionita? Sì, mi sa di sì. Non so che fare. Giuro che non so che fare.
Hadrian avanzò di un passo, riportando i loro corpi a contatto. Le prese le mani e se le portò alla vita, invitandola a sciogliere i nodi che tenevano su i pantaloni. Riprese a baciarla, confondendola e lasciandola senza respiro.
“Perché mi fai questo…”
“Puoi fermarti ed andartene quando vuoi” le rispose, guardandola dritta negli occhi. Martine dovette chiuderli per non far cadere l’ormai poca difesa rimastale.
“Sei una brutta persona, lo sai vero?”
“Lo diceva anche mio padre.”
“Non posso…”
“E allora vai” le sussurrò, smettendo di toccarla e baciarla, ma rimanendole talmente vicino che Martine poteva sentire sul viso il calore della sua pelle piena di lentiggini.
“Non ci riesco.” L’aveva ammesso e a voce alta. Non riusciva a smettere di pensare al corpo di Hadrian contro il suo, alle dita delicate e alle sue labbra. “Io amo Guy. Lo amo.”
“Lo so.”
“Non voglio tradirlo. Lui mi vuole sposare. Mi ama.”
“E allora perché non te ne vai?”
Martine riaprì gli occhi e cercò quelli di Hadrian. Sostenne il suo sguardo, uno sguardo che desiderava solo una cosa da lei ma che al tempo stesso sorrideva della sua indecisione, come se la trovasse buffa ed ingenua. Questo la fece arrabbiare, dandole infine la grinta necessaria per rispondergli.
“Te l’ho detto e te lo ripeto. Voglio il tuo corpo, lo desidero tantissimo e questi fottutissimi ormoni arrapati mi impediscono di usare il cervello! E ti odio perché sei crudele a giocare così sporco mentre sono in queste condizioni.”
“Quindi cosa hai deciso?” le chiese infine, sollevando le sopracciglia con piglio curioso e continuando a sorriderle senza fare alcun movimento, cosa che rendeva la situazione snervante ed insostenibile.
“Io amo Guy.”
“Questo l’hai già detto.”
Hadrian sentì che i lacci dei suoi pantaloni venivano sciolti e scoppiò a ridere. “Sei una brutta persona, Martine Wescott.”
“Smettila. Spero almeno ne valga la pena.”
“Fidati” ed iniziò a spogliarla, sfilandole prima la vestaglia e poi la sottoveste.
“Ti odio” e si lasciò trascinare a terra tra le morbide pellicce.

Era ormai ora di pranzo e per le strade c’era finalmente un attimo di tranquillità. Era ancora difficile riuscire a camminare senza andare a sbattere contro qualcuno, ma almeno potevano tenere un passo veloce. L’ingresso alla cinta muraria del castello era pattugliata da tre guardie, che in quel momento erano intente a scommettere su chi avrebbe vinto al gioco dei dadi. Poco distante una quarta guardia faceva il pieno di birra da una botte, caricata sul carretto del fornitore del castello.
“Rimani vicino alla ruota e muoviti solo quando mi muovo io.”
Nigel seguì la giovane, che si portò sul lato destro del carretto, ovvero dalla parte opposta a quella dove stavano le guardie. Non appena la ruota di legno cominciò a cigolare sotto il peso del cibo e del beveraggio, Marian fece segnò di avanzare. Indossava un abito da cameriera, preso in prestito dalla ragazza che lavorava presso la casa degli zii. Anche Nigel era stato costretto ad un rapido cambio d’abito, cosa che gli aveva fatto storcere il naso in quanto le vesti non erano altrettanto pulite e curate come quello dello zio di Marian.
Il carretto deviò verso il lato sinistro del castello, fermandosi a pochi metri da una piccola porta di legno. Ne uscirono un paio di cameriere ed un valletto, che cominciarono a scaricare in fretta ciò che sarebbe servito per il pranzo del principe. Marian afferrò una cesta ed accennò a Nigel di fare lo stesso. Carichi di verdure e cacciagione, fecero il loro ingresso nella cucina.
L’aria era satura di fumo e la poca luce che entrava dalla porta impediva di vedere bene chi o cosa vi fosse all’interno. A Nigel bruciarono subito gli occhi ma cercò di resistere, almeno fino a quando non andò a sbattere contro un imponente tavolo di legno. La cesta gli cadde dalle mani, rovesciando cavoli e broccoli su tutto il pavimento.
“Raccogli prima che ti prenda a calci! L’acqua sta già bollendo!”
La voce tonante della capo cuoca lo fece scattare sull’attenti e Marian, una volta posata la cesta con i fagiani, si chinò ad aiutarlo a recuperare le verdure sparse per la cucina.
“Vedi di non farti beccare subito. Dobbiamo riuscire ad allontanarci senza destare sospetti. Tu continua a seguirmi.”
“Fosse facile” brontolò sottovoce, mentre riponeva l’ultimo broccolo nella cesta e andava verso il grande focolare incassato nella parete. “Non si vede nulla qui dentro.”
“Ed è un bene. Ora andiamo via da qui.”
Nigel svuotò in fretta le verdure nel calderone appeso ad un lungo spiedo di ferro, lanciò via la cesta e seguì Marian. La giovane sembrava essere a suo agio in quel castello, come se ne conoscesse già ogni passaggio e corridoio.
“Stanotte siamo usciti da quella porta” bisbigliò, come dando seguito ai pensieri di Nigel ed accennando ad uno stretto passaggio alla loro sinistra. “Se non ricordo male basta andare a destra e dovremmo trovarci davanti alla sala principale.”
“Perfetto.”
“Perfetto un corno. Non sappiamo dove Lord Sparrow tenga i pezzi della spada ed il tesoro.”
Nigel era rimasto molto sul vago, senza fornire troppi dettagli sulla missione e sulla Daga del Destino. Era bastato accennare al fatto che l’arma faceva parte di un grande tesoro di immenso valore, e che se il principe ne fosse entrato in possesso avrebbe acquisito un potere inimmaginabile, e subito Marian lo aveva ascoltato interessata. Era ancora piuttosto diffidente, soprattutto per l’interesse di Nigel verso una semplice spada, ma l’idea di sottrarre al principe Giovanni una tale ricchezza l’aveva infine convinta. Ora il problema era continuare a farle credere a quella bugia.

“Possiamo far portare il pranzo dalle cameriere direttamente in camera, vi eviterebbe una fatica inutile e dolorosa. Non è vero dottore?”
“Esatto, Vostra Maestà.”
“Avete sentito Gisborne? Avanti, fate il bravo: tornate a letto.”
Guy scosse la testa. Era in quella posizione ormai da qualche minuto e sentiva di potercela fare. Le mani stringevano saldamente il bordo rialzato ai piedi del letto mentre cercava di calmare il proprio respiro. Il dolore non era diminuito e si era aggiunto il fastidio della sutura, che gli procurava un terribile prurito. Chiuse gli occhi e provò a lasciare andare la presa sul letto, facendo qualche passo e portandosi a faccia a faccia con le altre presenze nella stanza. Si guardò la ferita e vide che era ancora molto rossa, ma sembrava non uscire alcuna goccia di sangue. Sorrise soddisfatto, abituandosi alle scosse di dolore che lo assalivano ad ogni respiro e movimento.
“Oh Gisborne, cosa devo fare con voi? Disubbidite al vostro signore, non ascoltate il parere del medico. Voi volete davvero farmi arrabbiare!” Il tono del principe era preoccupato ma non c’era traccia di rabbia nella sua voce.
“Desidero solo tornare al più presto in forze per potervi servire meglio, Vostra Maestà.”
“Lo so, lo so! Siete così altruista e devoto, mio caro Gisborne. La sopportazione di tanto dolore pur di stare in mia presenza è una lusinga troppo grande per poterla rifiutare. Vi attendo nella sala grande” e con occhiolino ed un largo sorriso fece la sua uscita dalla stanza, seguito dal fidato valletto che sgambettò rapido per stare al passo.
“Dottore, vorrei che mi fasciaste la ferita.”
“Ma per guarire rapidamente ha bisogno di aria e…”
“Devo potermi muovere senza avvertire dolore ad ogni respiro. Vi prego.”
“Va bene” sospirò l’uomo, cercando nella propria borsa abbastanza bende con le quali avvolgere il torso di Guy. “Ma promettetemi di toglierle prima di andare a dormire. So che è doloroso, ma fidatevi di me.”
Guy gli sorrise e alzò le braccia, serrando i denti per il dolore mentre il medico gli girava intorno, stringendo la stoffa sulla sua pelle e fermandola con un doppio nodo. Lo aiutò ad indossare una vestaglia, cosa che fece storcere il naso a Gisborne. Era un indumento sulle tinte del porpora, molto simile al velluto, con un sottile ricamo lungo tutto il colletto. Si sentiva un perfetto idiota ma l’importante era riuscire a lasciare quella stanza.
“Appoggiatevi a me, vi accompagno dal principe.”
“Siete troppo gentile” ammise Guy, stringendo forte la spalla dell’uomo molto più basso di lui. La fasciatura stretta gli limitava il respiro ma almeno poteva muoversi senza temere la riapertura della ferita.
“Ho visto che avete avuto un altro incidente. Siete stato piuttosto sfortunato di recente.”
“In che senso?”
“La vostra nuca. Ho notato qualcosa mentre vi curavo, e mi sono permesso di rimuovere la sutura. Un lavoro ben fatto, anche se con punti un po’ grossolani. Sicuramente vi ha salvato la vita, una ferita simile non deve essere mai sottovalutata.”
“Ho avuto un’ottima infermiera” sorrise Guy. Sembravano passati mesi da quel giorno alla locanda, quando la trave maneggiata da Robin lo aveva messo al tappeto. Era un ricordo piuttosto annebbiato, sepolto nella memoria dalla serie di eventi accaduti in seguito ma che risalì prepotentemente a galla. Robin Hood. Nottingham. Locksley. Ora che lo sceriffo era morto poteva prenderne il posto e farla definitivamente finita con la sua triste esistenza. Avrebbe avuto un castello, una posizione, un popolo da governare. Al diavolo il villaggio dove era cresciuto, al diavolo quel nobiluccio da strapazzo. Che si tenesse le sue capanne e i suoi contadini straccioni. Che si tenesse Locksley. Lui avrebbe avuto Nottingham.
“Una donna? Ah! Mai fidarsi di una femmina che cerca di fare un lavoro da uomo. Siete fortunato ad essere ancora vivo allora!” esclamò il medico, aiutandolo a scendere le scale. Guy lo ignorò, ripensando che, se era ancora vivo, lo doveva proprio a Martine. Non faceva che pensare a dove la ragazza potesse essere, cosa le fosse accaduto e se mai l’avrebbe ritrovata. Pregava che Marian riuscisse in qualche modo ad aiutarla. Era un’idea assurda e surreale pensare alle due donne assieme, e dentro di sé rise immaginandosele una accanto all’altra comportarsi come amiche.
Che idiozia. Era un’idea irrealizzabile. Marian non avrebbe accettato di stargli accanto una volta preso possesso del castello di Nottingham. Sarebbe sicuramente fuggita con quel codardo di Hood accettando di vivere alla giornata tra gli alberi di Sherwood. E Martine… beh, non ne aveva la più pallida idea. La questione era rimasta in sospeso perché lui non sapeva che decisione prendere. L’amava, di questo ormai ne era più che certo. Ma credere che esistesse un modo per viaggiare nel tempo lo lasciava ancora perplesso, quindi decidere di trasferirsi in un futuro ignoto lo terrorizzava. Ora che lo sceriffo è morto non dobbiamo più temere la sua ira, possiamo restare. Posso prendermi io cura di lei.
“Ancora qualche passo e siamo arrivati. Il principe sarà felice di vedere che riuscite a reggervi in piedi senza problemi. Sapete, era così preoccupato quando vi hanno trovato che mi ha praticamente buttato giù dal letto!”
Il principe Giovanni. Quelle attenzioni così dirette lo mettevano a disagio, ma doveva volgerle a proprio vantaggio. Avrebbe avanzato la sua candidatura a sceriffo di Nottingham, promettendogli fedeltà eterna. Sperava solo di non dover pagare caro questo suo desiderio. Non era disposto ad offrire il proprio corpo in cambio di ricchezza e stabilità, era una cosa ripugnante ed impensabile. E se non accettasse? Se scoprisse che amo una donna e che ho bisogno di tutto questo per poterla sposare e offrirle una vita decente?
“Eccoci. Hey tu, ragazza. Aiutaci per cortesia.” Il medico fece cenno ad una figura semi nascosta dietro una colonna, probabilmente una cameriera visti gli abiti stinti e logori. Guy sgranò gli occhi quando si rese conto trattarsi di Marian. Non aprì bocca ma la fissò sconvolto, mentre lei faceva finta di nulla e spingeva la porta che dava sulla sala grande. Rimase altrettanto sorpreso di vedere il giovane amico di Martine. Come si chiamava? Non ricordava. Ma cosa ci facevano di nuovo a castello, travestiti da servitù, poche ore dopo esservi fuggiti di nascosto?
Continuò a tenere lo sguardo su Marian, che avanzava rapida all’interno della sala, quella stessa sala dove insieme avevano posto fine alla vita dello sceriffo. Il pavimento era stato pulito e ricoperto di paglia, quindi qualsiasi traccia di sangue risultava invisibile o svanita. L’enorme tavolo ospitava un modesto pranzo a base di verdure cotte e un qualche tipo di zuppa densa e scura. Un paio di pagnotte erano state tagliate formando una pila di fette spesse ed al posto della birra era stata preferita una caraffa di vino rosso.
“Gisborne, siete stato velocissimo. Che sollievo vedervi già così in salute! Comincio a dubitare della gravità della vostra ferita hehehe! Prego, accomodatevi. Conoscete già Lord Sparrow, mi dicono ci sia stato un lieve alterco tra di voi nel cortile.”
“Una questione in sospeso, Vostra Maestà” confermò Guy, sentendo la rabbia crescere più si avvicinava al pirata. Jack si ripulì la bocca con il tovagliolo e gli rivolse un sorriso a trentadue denti, accennando un leggero inchino con la testa.
“L’amore per una donna” aggiunse il pirata, sostenendo lo sguardo di Guy, che andò a sederglisi proprio di fronte.
“Una donna?” esclamò disgustato il principe, guardando con espressione triste in direzione di Gisborne. “Vi siete azzuffati per lei? E chi ha vinto?”
“Non lo sappiamo ancora, vero Lord Sparrow?” rispose Guy, rivolgendo a Jack un mezzo sorriso. Sperava di riuscire a carpirgli qualche informazione su Martine, ma non voleva aumentare la curiosità del principe quindi si trattenne dal fare altre domande.
“Presto. Molto presto” fu la risposta del pirata, che tornò a mangiare la sua scodella di zuppa, lasciando Guy ancora più confuso e desideroso di risposte. Stava cercando un modo per rivolgergli ancora la parola quando due guardie fecero il loro ingresso in sala.
“Vostra Maestà” esclamarono all’unisono, inchinandosi e attendendo in ginocchio che il principe accettasse la loro presenza.
“Che succede?” chiese Giovanni, afferrando il bicchiere di vino e sorseggiandone il contenuto con molto interesse.
“Vostra Maestà, portiamo notizie a Voi e Lord Sparrow.”
“Riguardo cosa?” Il principe era sempre più annoiato ed al tempo stesso sempre più interessato al sapore e al profumo del liquido color rubino che il valletto aveva nuovamente versato nel suo bicchiere.
“Lady Wescott, Vostra Maestà. L’abbiamo trovata.”
“L’AVETE TROVATA?” esclamarono all’unisono Jack e Guy, guardandosi poi in cagnesco l’uno con l’altro.
“Mio Dio, signori! Si tratta di quella donna? Tutto questo trambusto per lei? Una zuffa nel cortile, uso improprio delle mie guardie e del sigillo reale, le suppliche vostre, Gisborne, e le vostre, Lord Sparrow. Ora voglio davvero conoscere questa Lady Wescott!”
“Sarà difficile, Vostra Maestà. Prego, fatevi avanti” ordinò la guardia, spostandosi per far passare un giovane. Indossava un abito marrone scuro lungo fino alle ginocchia, ed in testa portava un copricapo sormontato da una piuma. Aveva le manti guantate e scarpe a punta. Dall’aspetto doveva trattarsi di un qualche nobiluccio del posto, forse il figlio di un conte o di un duca.
“Vostra Maestà” esordì, rialzandosi da un profondo inchino. “Sono venuto a conoscenza questa mattina del fatto che le Vostre guardie erano impegnate nella cerca di una donna per la città di York e, non appena sentito il nome della suddetta, mi son sentito in dovere di informarle con rammarico che Lady Wescott è purtroppo deceduta durante la notte.”
“NO!”
L’urlo di Guy rimbombò nella sala, facendo quasi cadere il bicchiere di vino dalle mani del principe colto di sorpresa dalla reazione violenta dell’uomo.
“Come sarebbe a dire deceduta?!” chiese Jack, ancora sconvolto dalla rivelazione.
“Mi duole essere portatore di così tristi notizie, ma Lady Wescott è stata colta da improvviso malore in mezzo alla strada. Destino ha voluto che passassi con la mia carrozza e, spinto da pietà cristiana, ho deciso di aiutarla. Era in terribili condizioni, povera anima” e così dicendo il giovane scosse la testa, visibilmente affranto. “Con mezze parole è riuscita ad indicarmi il luogo dove aveva preso temporaneamente dimora. A nulla sono valse le cure della padrona di casa e del medico da lei chiamato con tanta celerità. Il cuore della poverina ha smesso di battere poco prima di mezzanotte, che Dio l’abbia in gloria.”
“No…” Guy era riuscito a mettersi in piedi a fatica, non tanto per la ferita ma perché le gambe non lo reggevano. Tremava e gli mancava l’aria, eppure fece qualche passo verso lo sconosciuto.
“Febbre fulminante, così ha detto il medico. Il suo giovane corpo bruciava, signore. L’ho sentito io stesso mentre la sollevavo da terra.”
“Non è vero. Non può essere.” Guy chiuse gli occhi, trattenendo a stento il dolore.
“Avete ragione. Lasciate che vi provi le mie parole” ed estrasse da una piccola scarsella una catenina. “Quando ha implorato che l’aiutassi non ha esitato ad offrirmi come pagamento codesto gioiello. Ammetto di averlo accettato d’impulso, ma posso restituirlo senza alcun problema.” La collana era una semplice catena di piccoli anelli, che terminavano con un ciondolo a forma di giglio.
Guy si mise la mano davanti alla bocca, incapace di dire altro. Aveva riconosciuto la collana di Martine. Non può essere. No. Non ci credo. No. Si sbagliano, non può essere lei. No.
“E dove si trova ora?” chiese Jack, alzandosi a sua volta.
“Ho lasciato Lady Wescott in una dimora a sud della città. E’ stata una situazione fortuita incontrare le guardie proprio quando cercavo qualcuno da avvisare. Non vorrei sembrare insensibile, ma mi preme concludere questa triste vicenda quanto prima. Pertanto vi prego di prendervi cura del suo corpo e far pervenire i suoi averi alla famiglia. Me ne occuperei personalmente, ma vedere la morte da vicino mi ha sconvolto” e afferrò un fazzoletto, che usò per tamponarsi gli occhi.
“Certo, certo. Comprendo. Lord Sparrow, occupatevene voi.”
“NO!” urlò Guy. “Vostra Maestà, vi supplico. Fate andare me!”
“No, voi siete ferito e non trovo sensato lasciarvi uscire dal castello in queste condizioni.”
“Maestà, vi prego. Io devo vederla…”
“Gisborne, smettetela! Santo cielo, vi state comportando come uno stupido! E tutto per quella donna? No, se ne occuperò Lord Sparrow. Potrete farvi riferire tutto al suo ritorno.”
“Maestà!”
“QUESTIONE CHIUSA!” Il principe si alzò in piedi, scaraventando a terra il bicchiere. “Non tollererò altra insubordinazione, Gisborne. Siete stato avvisato.”
“Posso almeno ritirarmi nelle mie stanze?” chiese con un filo di voce, senza nemmeno alzare lo sguardo.
“Certo. Vi farò portare il pranzo. Potete andare” e si rivolse un po’ a tutti i presenti nella sala.
Con la mano stretta sul bendaggio, Guy si avviò a passo lento verso la porta. Avrebbe voluto urlare, prendere a pugni qualsiasi cosa in quella stanza, correre via veloce ma soprattutto avrebbe voluto vedere lei. Un’ultima volta, per essere sicuro che fosse tutto vero, che davvero fosse tutto finito. Si fermò e guardò in volto il portatore di tanta tristezza e dolore.
“Ha sofferto molto?” chiese, la voce quasi rotta da un pianto che ricacciava indietro a fatica.
“No. E se può consolarvi, ha fatto il vostro nome” ammise il giovane, sorridendogli appena.
“GISBORNE?!” urlò il principe e Guy non poté fare altro che proseguire verso l’estremità della sala, lasciandosi tutto e tutti alle spalle.
Jack si fece avanti, ancora sconvolto ma al tempo stesso con il sorriso sulle labbra. “Dicevate a sud della città, non è vero?”
“Vi posso accompagnare, la mia carrozza attende qui fuori.”
“Ottimo. Vi ringrazio. Non ci avete detto il vostro nome. Sir…”
“Oh che maleducato, tutte queste emozioni mi hanno terribilmente confuso. Molto piacere: Lord Hadrian LeBlanc. Per servirvi.”

“Dimmi.”
“Cosa?”
“Lo sai.”
“Mmm.”
Hadrian si spostò sopra di lei, fissandola con i suoi curiosi occhi verdi, mentre con le dita le spostava le ciocche di capelli dal viso.
“Ne è valsa la pena, se è quello che il tuo ego vuole sentire.”
“Questo lo sapevo già” le sorrise, dandole un leggero bacio sulle labbra. “Voglio sapere cosa stai pensando.”
“Niente.”
“Bugiarda.”
“Ok. Non mi sento in colpa e paradossalmente questo mi fa sentire in colpa. Va bene?”
“Ma lo rifaresti?”
“Beh… sì.”
“Anche subito?”
“Ma sei davvero una brutta persona!” lo insultò, ridendo.
Hadrian rise a sua volta e si lasciò andare sulle pellicce, sospirando. “Sai che non era mia intenzione forzarti a fare qualcosa contro il tuo volere.”
“Ah davvero? Buono a sapersi, avevo capito il contrario.”
“Eri libera di scegliere.”
“E ho fatto la mia scelta.”
“Perché sei rimasta?”
Martine si girò a guardarlo e si strinse a lui. “Per quello che ha detto Nigel.”
“Ehm… cosa c’entra adesso Nigel?”
“Perché ha ragione, ha perfettamente ragione. Sono stata una stupida ad innamorarmi di Guy e a credere di poterlo portare con me nel futuro. Se uccidendo Dick abbiamo alterato gli eventi, cosa succederebbe se anche Guy sparisse? Metti che sono il frutto di una sua eventuale discendenza, che ne sarebbe di me? Sparirei nel nulla? Oppure potrebbero sparire Faith, Doc, Nigel o chiunque altro io abbia mai conosciuto ed incontrato? Non posso permetterlo.”
“E questo cosa c’entra col fare l’amore con me?”
“Che se devo comunque terminare la mia storia con Guy prima di tornare al futuro, tanto vale che me la spassi.”
“Siete una donna di facili costumi, Lady Wescott. Lasciatevelo proprio dire” esclamò, enfatizzando le parole con tono falsamente sconcertato. Martine si spostò sopra di lui, puntandogli il dito sul petto.
“E voi, messer Hadrian, siete colpevole di avermi portata sulla cattiva strada.”
“Spero non sia stata così cattiva come la descrivete.”
“Al contrario l’ho trovata molto stimolante.”
“Meglio della samba?”
“Decisamente meglio della samba. Anche se i movimenti possono ricordarla molto facilmente” e cominciò a muovere il bacino, strusciandosi sul corpo nudo di lui. Hadrian sorrise senza ribattere, ma sollevandosi a sedere e tenendola stretta a sé. Martine cercò le sue labbra per mordicchiarle mentre lui l’afferrava per i fianchi, pronto ad iniziare una nuova danza.
“Non so perché ma ti trovo irresistibile” gli sussurrò nell’orecchio. “Non riesco a smettere di desiderarti e cazzo se mi odio per questo!”
“La mia teoria della gravidanza potrebbe essere ancora valida” e così dicendo cominciò a morderle i capezzoli.
“Non può essere” esclamò lei, gemendo e sollevandosi per accoglierlo nuovamente dentro di sé.
“E se invece fosse così?” Hadrian chiuse gli occhi e le afferrò il fondo schiena, spingendola per invitarla a muoversi. Ma quella domanda immobilizzò Martine, che lo fissò con uno sguardo perso.
“Sai vero cosa vorrebbe dire? Che… che aspetto un figlio da Guy. Non ho avuto altri prima di lui per mesi e… e ora che ci penso… non ho avuto il mio ciclo.”
“Ne sei sicura?” le chiese, accarezzandole la schiena.
“Ho perso il conto dei giorni, devo aver fatto confusione. E’ possibile.”
“Sai che posso aiutarti se decidessi di non volerlo.”
“Oddio!” e si portò le mani al viso, scoppiando a piangere. Hadrian uscì da lei, la fece stendere e la coprì con una coperta, continuando ad accarezzarla con dolcezza.
“Scusami, non so cosa mi sia preso.”
“Tranquilla. Ora rilassati. Ti prendo un po’ di acqua?”
“No, rimani qui. Scusami, penserai che sono una povera svitata…”
“Shhhh. Vieni qui” e la raggiunse sotto la coperta, stringendola tra le braccia. “Guarda cosa mi tocca fare. Lo sai che dovrei lavorare io? Mmm? Non posso stare dietro ad una piagnona vogliosa come te.”
Martine rise. “Tu sì che sai consolare le persone.”
“Oltre a fare l’amore in maniera eccezionale?”
“Certo. E scusami se adesso… sì, insomma… non abbiamo finito…”
“Lo metto nella lista di quanto mi devi.”
“Allora aggiungi anche quello che ti obbligherò a fare per recuperare la daga.”
“Approfittatrice!”
“No, seriamente” e si mise a sedere, coprendosi le nudità con la coperta. “Te la senti di aiutarmi? Non voglio che rischi la vita per me.”
Hadrian si alzò a sua volta, dandole un buffetto sul naso. “Lo sai anche tu che ormai è troppo tardi. Sono io a voler rischiare per salvarti la vita. E se ne salverò due allora potrò ritenermi soddisfatto.”
Martine capì che si riferiva alla possibilità che lei fosse davvero incinta ed istintivamente si portò le mani al ventre. Cominciava a crederci sul serio e sorrise, ma non voleva farsi troppe illusioni. Avrebbe atteso di gioire veramente solo quando un esame di gravidanza non le avesse provato che era tutto vero e che non c’era il rischio di un altro aborto. Anche se ciò significava mettere al mondo il figlio di Guy, che sarebbe cresciuto senza conoscere mai il proprio padre o addirittura senza sapere mai la verità. Oppure poteva accettare l’offerta di Hadrian e mettere fine a qualsiasi dubbio o perplessità fin dall’inizio, prendendo le stesse erbe della fanciulla incontrata per le strade di York.
“Possiamo tralasciare per un momento la questione bambino e concentrarci sul piano?”
“Prima dimmi solo come ti senti. Sei ancora piuttosto calda” e le mise una mano sulla fronte e sulle guance. “Non posso permetterti di uscire se la febbre non scende.”
“Sto bene. Anzi, se facciamo come dico io, non dovrò uscire di casa fino a domani mattina.”
“Interessante” esclamò, sorridendole con fare sornione.
“Hadrian. Per cortesia.”
“Sono tutto orecchi.”
“Prendi questa e mostrala a Jack” e si tolse la collana con il pendente a forma di giglio. “Sai cosa devi dirgli.”
“Dici che ci cascherà?”
“Dipenderà tutto dalla tua interpretazione.”
“Allora ci cascherà.”
“Mmm quando fai così…” sbuffò Martine, tirandogli addosso la coperta.
“Mi salteresti addosso, eh?”

 

 

Data di pubblicazione: 26 marzo 2016
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

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