DAGGER: CAPITOLO 7.2

 

7 Marzo 1194
Giorno 10
Residenza della famiglia Blackrod

Ad uno dei due capi della lunga tavola, su di un pesante seggio dall’alto schienale di legno intarsiato, sedeva Robin dando le spalle al grande scalone, e a Faith che lo stava scendendo lentamente. Unico nobile al tavolo insieme a Sir Roger, aveva indossato sopra la sua logora casacca verde, l’ermellino che lo qualificava come Conte di Locksley. Faith immaginò che tra i compiti di Much ci fosse anche quello di portare sempre con se e di aver cura dei colori del suo signore.
Scese ancora qualche gradino mentre Robin rideva piuttosto sguaiatamente ad un commento del suo servitore. Alla destra di Robin, Much sembrava entusiasta all’idea di consumare un ricco pasto in una bella casa dopo tanto tempo, probabilmente aveva fatto qualche ipotesi sul cibo. Alla sinistra del fuorilegge di Sherwood sedeva Will, accanto a lui aveva preso posto Djaq e dopo di lei, Allan. Alla destra di Allan campeggiava l’unico posto libero della tavolata. Sul lato opposto della pesante lastra di legno di quercia i cui quattro angoli sporgevano stondati e lucidati da decenni di utilizzo dalla pesante tovaglia di lino bianco, tre volti nuovi.
Una donna anziana, un uomo di colore di mezza età ed un giovane dagli arruffati capelli biondi ed un’espressione decisa sul volto allungato. Nonostante fossero solo i primi giorni di Marzo, e decisamente troppo freddi per Faith, il giovane indossava una semplice casacca smanicata di stoffa ruvida che lasciava entrambe le braccia, asciutte ma muscolose, completamente nude. Faith notò con stupore che il bicipite destro e l’avambraccio sinistro del giovane erano tatuati. La ragazza sapeva che dopo una bolla di Papa Adriano I, redatta quasi 300 anni prima, i tatuaggi erano stati praticamente banditi nel mondo cristiano, quindi ipotizzò che il giovane fosse un pagano, o comunque proveniente dalle regioni poco cattolicizzate del nord. Nonostante non fosse bello, c’era qualcosa nel suo volto e nella sua figura che lo rendeva estremamente attraente.
Mentre, scendendo gli ultimi gradini, Faith si prodigava in queste congetture si rese conto che il giovane stava restituendo il suo sguardo, e che anzi aveva piantando due scrutatori occhi verdi nei suoi. Si sentì avvampare all’istante. Abbassò lo sguardo e scese gli ultimi tre gradini con un unico lungo balzo, non finì lunga distesa a terra solo aggrappandosi al corrimano della scala come se da quello dipendesse la sua vita.
Quando si dice un’entrata ad effetto, brava Faith.
Raggiunse finalmente il tavolo nel momento il cui Sir Roger sedeva a capotavola fronteggiando Robin. Vedendola avvicinarsi, il nobile le sorrise e con un movimento appena accennato della mano le chiese di prendere posto accanto a se. Quando fu abbastanza vicina da accomodarsi, Allan che occupava il posto accanto al suo, con un gesto che probabilmente credeva di estrema cavalleria, allontanò la sedia di Faith dal tavolo con una rumorosa spinta del tallone, guadagnandosi qualche occhiata di disapprovazione dai presenti.
Una volta seduta Faith alzò istintivamente gli occhi sugli ospiti di Sir Roger e si rese conto che il giovane che poco prima aveva attirato il suo sguardo la stava ancora osservando, arrossì di nuovo. Accanto a lei Allan, che pareva leggermente innervosito, sbuffò silenziosamente.
Puntando lo sguardo dritto davanti a se per sfuggire quello del giovane sconosciuto, Faith si trovò di fronte gli intensi occhi scuri, anche se leggermente velati dall’età, di un’anziana signora che portava il velo da monaca, sedutale esattamente di fronte sull’altro lato del tavolo. Accanto alla religiosa, l’uomo di mezza età avvolto in un pesante mantello di lana azzurra era un monaco, ma non di meno un moro come probabilmente l’avrebbero chiamato tutti gli altri commensali. Aveva folti e riccioluti capelli neri che neppure la tonsura era riuscita a domare e scrutava tutti con i suoi attenti e luminosi occhi color ebano.
Sir Roger non tardò ad assumere il suo ruolo di ospite procedendo con le presentazioni.
Vennero così a sapere che la donna era una delle religiose del complesso monastico di Oldham che con i voti aveva rinunciato a proprio nome di battesimo per prendere, come sposa del Signore, quello di Sorella Agnes; mentre il moro, a cui era stata assegnato il compito di accompagnare l’anziana sorella nel suo ultimo viaggio prima di ritirarsi a vita di clausura, aveva detto di chiamarsi semplicemente Tuck.
Faith osservò il frate studiare Robin con più curiosità di quella che ci sarebbe aspettata da un frate di passaggio, tanto più perplessa quanto più sicura, frugando nei suoi ricordi, di non aver mai riscontrato, in nessuna delle sue ricerche, la benché minima allusione al fatto che il famoso frate Tuck fosse di un uomo di colore. Non poté però esimersi dal guardare la gang di sottecchi e sorridere per quello che sapeva sarebbe successo.
Infine Sir Roger presentò loro il suo giovane scudiero, e lo introdusse in modo tale che Faith fu certa che il ricco signore provasse un attaccamento che andava oltre a quello per un proprio sottoposto e che si avvicinasse più a quello per un parente, o un figlio.
“Esca è il stato mio fedele scudiero da quando aveva solo dodici anni, da quando fu condotto in Inghilterra dalla sua terra, l-…”
“Le Highlands” concluse per lui Faith guadagnandosi degli sguardi interrogativi da tutti i presenti, compreso il diretto interessato
“… bhe… i- i suoi tatuaggi non sono..”
“Si, sono pagano, se è questo che volete sottolineare, Milady” disse Esca con sguardo severo facendola arrossire ancora una volta nel giro di pochi minuti
“Esca onora la religione dei suoi padri, e anche se mi rendo conto che può suonare ipocrita da un uomo che ha combattuto le crociate… non ritengo necessario che questo cambi, sopratutto considerando che è un uomo libero” puntualizzò Sir Roger sorridendo a Faith
“Ma io non intendevo minimam..” cominciò Faith ma fu impossibilitata a terminare la frase
“Come libero?” chiese esterrefatta Sorella Agnes
“Gli ho concesso la libertà prima della nostra partenza per le Crociate. Ma ha deciso di restare al mio fianco… La sua lealtà è stata una benedizione. Non troverete un cristiano più onesto di Esca.”
“Sfiorate la blasfemia con queste parole, Sir Roger! Se il nostro amato abate potesse sentirvi…”
“Ringraziamo, allora che non sia qui ad assistere a queste mie debolezze” la monaca non colse il chiaro sarcasmo nella risposta di Sir Roger e si limitò ad annuire soddisfatta
“Dovete capire che questa presenza non può essere un bene per le anime di chi vive sotto questo tetto, Sir Roger. Dovreste saper che il demonio ghermisce i cuori di chi non è saldo nella fede e di chi con loro divide il pane e induce alle peggiori nefandezze” aggiunse Sorella Agnes sporgendosi sul desco per osservare meglio il giovane pagano, mentre quest’ultimo pareva essersi fatto freddo come l’aria di quella notte invernale.
Faith poté quasi percepire fisicamente un brivido di superstizione correre lungo la tavola e non riuscì a trattenere un piccolo sbuffo divertito. E nuovamente lo sguardo dello scudiero incontrò il suo, incuriosito questa volta.
“Sei cresciuto vicino ad un fiume quindi?” gli chiese Faith cercando di sdrammatizzare cambiando argomento. Gli occhi verdi del giovane posati sul suo viso, mostrarono un accenno di sincero stupore mentre Faith per la prima volta dal suo ingresso in sala non si sentiva sotto scrutinio. Aveva fatto la domanda giusta.
“Come lo sai?”
“È il significato del tuo nome, no? Acqua di fiume, giusto? Mi pare derivi dalla parola celtica Isca, se non sbaglio…”
“Si, esatto ma…”
Esca fu interrotto dall’ingresso di Henry e di una delle cameriere con le prime portate della cena.
Faith si chiese per un attimo se non fosse proprio Esca il giovane che Sir Roger voleva tanto che lei conoscesse, per un attimo se lo augurò. Poi però ricordò che il nobile le aveva confidato che fino a poco tempo prima non aveva idea che esistesse un suo erede ancora vivente, quindi non poteva trattarsi del ragazzo che lo aveva servito in tutti quegli anni. Si diede della stupida sentendo che un po’ le dispiaceva. Non conosceva Esca, ma si sentiva attratta da lui e quel poco che lui aveva lasciato trapelare di se le era piaciuto.

“Allan potresti passarmi il pane?”
“Non per fare il guastafeste, ma ci sono un sacco di persone a questo tavolo che potrebbero passartelo” rispose Allan a denti stretti, per poi avvicinarle il cestino di canne intrecciate che conteneva il profumato pane nero che avrebbe accompagnato la cena.
Solo in quel momento, mentre allungava la mano per raggiungere il pane scuro, subito fuori dalla portata del suo braccio, si rese conto che il suo vicino di tavola era rimasto stranamente silenzioso per tutto quel tempo. Si voltò a guardarlo e trovò a fissarla gli occhi azzurri che ormai conosceva così bene.
“Che succede? Ho fatto qualcosa che non va?” gli chiese
“No, nulla… se non consideriamo il pavoneggiarti…” rispose lui ad un volume tale che potesse sentirlo solo lei
“Pavon-… ma che diavolo stai dicendo?”
“Dovresti cercare di attirare meno l’attenzione nelle tue condizioni!”
“Nelle mie condizioni! Allan ma hai bevuto?”
“No! Cioè si… certo che si… ma che c’entra questo? Con tutta la questione di Imhotep… dovremmo cercare di passare inosservati! Per quello che ne sappiamo quell’Esca potrebbe essere una spia! Nessun uomo libero resta a servizio volontariamente” Faith lanciò una significativa occhiata a Much, ma Allan scelse volontariamente di ignorarla
“Lui? Una spia? Perché? E per conto di chi, di grazia?”
“Per conto di qualcuno! Ha qualcosa che non mi piace! Ti fissa! È losco!”
“L-losco?”
“Ma che vuoi saperne? L’hai detto tu che non eri abituata a nulla del genere nel… a casa tua!”
“Certo che posso saperne io?!? D’altra parte sei tu l’esperto di spie a questo tavolo… non dovrei dimenticarlo, errore mio!” gli disse fredda, ma se ne pentì nell’istante esatto in cui le parole abbandonarono le sue labbra.
Notò l’espressione di Allan incupirsi, lo vide rimangiarsi la risposta che aveva pronta e abbassare gli occhi, ferito. Si voltò verso Djaq dandole le spalle.
Bella mossa Faith. Grandiosa.
“Perdonami, ti prego. È stata una cattiveria gratuita.” nessuna reazione. Prevedibile.
“Mi dispiace. Non lo penso davvero. Sai che non lo penso.” gli posò una mano sull’avambraccio per sincerarsi che la stesse a sentire e lo strattonò leggermente in modo che si voltasse nuovamente verso di lei “Scusami… È solo che… questo posto mi rende nervosa” gli disse quando tornò a guardarla, e lei poté vedere tutto il suo corpo rilassarsi leggermente.
“Si. Non so perché, ma anche a me. C’è qualcosa in questa casa…” concordò Allan sfiorandole velocemente la mano con la sua, prima di passarsela fra i capelli nel gesto che Faith riconobbe come quello che generalmente usava per scacciare l’ansia.
La cena che fu loro servita era certamente la più ricca che quella tavola avesse visto da diverso tempo a quella parte. Tutta la servitù si era data un gran da fare nel poco tempo che aveva avuto a disposizione per preparare per il padrone che era stato a lungo assente e per i suoi ospiti inattesi il meglio che la grande casa della tenuta di Blackrod potesse offrire.
Furono serviti vassoi carichi di selvaggina fresca arrostita sulla fiamma viva del caminetto alle spalle di Sir Roger, accompagnati da piatti verze e lattuga stufati, fagioli, ceci, asparagi e spinaci ed ancora tuberi e qualche primizia dai campi.
Durante il pasto la conversazione fu pacata e piacevole, con diversi commensali intenti a partecipare più o meno brillantemente, solo Faith si tenne un po’ in disparte preferendo rimanere per quanto possibile in silenzio. Non voleva ammetterlo, ma il commento di Allan le aveva messo un po’ di agitazione. Era esausta e non voleva rischiare di dire qualcosa di sbagliato.
Finalmente arrivò il momento del dolce e Faith sperava che presto sarebbero stati liberi di andare a coricarsi.
Henry entrò portando un vassoio su cui faceva bella mostra di se un dolce al miele la cui straordinaria e lucida glassatura avrebbe fatto gola anche al più sazio dei commensali.
“Henry, grazie. Vorrei che rimanessi qui ora, siedi per favore” disse Sir Roger al suo più fedele domestico.
“C-certo signore” rispose l’uomo perplesso e prese posto su una della lunghe panche addossate alle pareti del salone.
“Ora che il nostro pasto è quasi finito ti chiederei, ragazzo, di intonare per me, per i miei ospiti e per il buon Henry qui, di nuovo la canzone di questa mattina, se non ti dispiace”
“Nessun problema nonno!” ghignò dal suo posto Allan, alzandosi solo quando ebbe in risposta un sorriso contenuto, ma divertito del padrone di casa.
Con pochi passi raggiunse la panca sulla quale si era accomodato Henry, sedette accanto a lui ed imbracciò il liuto che era stato appoggiato lì per tutta la durata della cena.
Accavallò le gambe, si chinò sullo strumento e cominciò a far vibrare le corde sfiorandole col dorso delle unghie. Poi principiò a cantare.

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Smithe in smithem isern smitand, (Smiths in smithies iron smiting)
Hit werthath warm brond burnand, (Grows it hot, fires burning)
Erme sterkath, stifna kaltiand: (Arms strengthen, voices calling:)
‘Hal thu Thuner, homerhaldand!’ (‘Hail thou Thunor, hammer holding!’)

 

Lentamente alla voce di Allan si unirono prima quella di di Henry e poi quella di una delle donne della servitù che stava sparecchiando la tavola ed infine quella dell’anziana cuoca che stava ancora trafficando sullo spiedo dentro il camino.

 

Ekkera bura, thorstiche, stuviche, (Farmers’ fields, thirsty, dusty,)
Fretlike zerle, benmithiche, (Fretful churls, bone-weary,)
Kinda ondleta, herda, hungriche, (Children’s faces, hard, hungry,)
‘Hal thu Thuner, triowewerthich!’ (‘Hail thou Thunor, trustworthy!’)

In threthhamum thawlika, ezenhringida, (In Thryth-home thewsome, oaken-ringed)
Thuner Almechticha, unbeid, unbrezen, (Thunor Almighty, unbowed, unbroken,)
Erthe sunu radieth reinwolken, (Earth’s son readies rainclouds,)
Homer klinnand, blixen liachtand. (Hammering ringing, lightning flashing.)

Thiu triowe hi haldeth is isern, ezen, (The troth he keeps is iron, oaken,)
Ethe send wichtiche, mein is mechtich (Oaths are weighty, main is mighty,)
Mod is mizil to monnum bisitta (Mood is much to men beset,)
Sa anskir tha tiaga ond wes forthfarand! (So gear the goats and be forthfaring!)

Ad ogni strofa della canzone, Henry, Aethel e Grinda, così si chiamavano le due donne che si erano sedute sulla piccola panca posizionata vicino al fuoco, guardavano il loro padrone, sempre più sbalorditi. Ai loro sguardi lucidi si era aggiunto anche quello di Esca che fissava Sir Roger come se volesse sostenerlo trasmettendogli la propria forza. Faith sentiva che qualcosa stava per succedere in quella stanza, e percepì un piccolo nodo stringersi alla bocca dello stomaco.
Quando il canto giunse alla fine, Henry si rivolse direttamente al menestrello
“Dove avete imparato questa canzone, signore?” gli chiese lentamente
“Come dicevo a Sir Roger stamattina, credo di averla sempre conosciuta, non ricordo di averla sentita dalla voce di altri se non dalla mia. Non capisco tutto questo interesse per una vecchia ballata in una lingua dimenticata… e comunque non sono un signore” gli fece l’occhiolino
“In questa casa quel canto ha un grande valore, ragazzo. È come una specie di inno della famiglia. Le parole e la musica furono scritte personalmente da mio nonno in memoria delle antiche tradizioni di questa terra e… non negherò che era anche un po’ auto celebrativa” un veloce sorriso increspò il volto di Sir Roger “L’arma da battaglia di mio nonno era un enorme martello a due mani… La canzone è sempre stata tramandata all’interno della famiglia. A mio padre, a me, a mia sorella e a mio nipote ” concluse il padrone di casa, poi rivolgendosi alla monaca seduta alla sua sinistra “Un nipote che molti anni fa fu affidato alle vostre cure, sorella”
Ecco che si arriva all’erede perduto si disse Faith passando lo sguardo da Sir Roger alla vecchia suora.
“Ricordo bene il giovane signorino di Blackrod… oh era un bimbetto quando arrivò ad Oldham, non era neppure alto come questa tavola. Già così piccolo aveva degli occhi meravigliosi, ipnotici…” e così dicendo la monaca fissò Allan come se i suoi occhi azzurri gli ricordassero in qualche modo quelli del bambino di cui stava parlando
“Lo sapete Sir Roger, è per questo che sono qui, per chiedere perdono” disse alzando il capo in un moto di orgoglio
“Sapete se esiste un modo per riconoscere un infante a voi affidato anche a molti anni di distanza?” le chiese lui, senza dar seguito all’affermazione della donna
“Oltre alla mia memoria? Intendete una prova più tangibile?”
“Esatto”
“Allora come ora, erano molti i bambini che ci venivano affidati e non tutti coloro che si avvicinavano ai possedimenti del monastero erano ben intenzionati. Tutti i bambini che venivano accettati in custodia ricevevano un piccolo marchio a fuoco sotto il tallone sinistro, una lettera che corrispondeva al monastero d’appartenenza. Per il nostro, ovviamente si trattava di una piccola O”
“Anche io ne ho uno! Il mio vecchio mi diceva sempre per scherzare che me l’aveva fatto lui perché rischiava di dimenticarsi la mia faccia, ma la verità è che ero scappato da chissà quale monastero che sfamava orfani. Ho un ricordo piuttosto annebbiato di quel posto… se non consideriamo il fatto di averne prese tante” affermò Allan allegramente
“Vuoi dire che Tom non era tuo fratello?” chiese Djaq incredula, palesando lo stupore dipinto sulla faccia di tutta la gang.
“Fratello in tutto tranne che nel sangue” le strizzò d’occhio e fece sparire una piccola pagnotta che aveva di fronte fra le pieghe del suo giacchetto e facendola riapparire dietro lo schienale della sedia di Djaq, costringendola a mascherare un sorriso divertito.
Faith nel frattempo osservava le reazioni dei commensali. La monaca sembrava schifata, come se di fronte a lei uno scarafaggio stesse banchettando con una briciola d’avanzi della cena. Il frate sembrava divertito, cosa che le fece salire un leggero moto di simpatia nei suoi confronti, mentre Esca fissava il suo piatto.
È in attesa. Sa cosa sta succedendo. Lo sa già, Sir Roger lo ha informato.
“Allora è giunto il momento di scoprire se la mia teoria è corretta, non è vero Sorella Agnes? È il momento delle spiegazioni.” riprese la parola Sir Roger
“Spiegazioni?” chiese a quel punto Robin perplesso “Non preferite che vi lasciamo da soli, Sir? Capisco che si tratta di una cosa personale…” il fuorilegge di Sherwood sembrava già pronto ad alzarsi e lasciare il desco, ma fu trattenuto dalle parole di Sir Roger.
“Mio caro Robin, ho una confessione da farvi. Non sono stato del tutto sincero con voi ed i vostri amici, e l’avervi portato qui non è stato solo frutto di un moto d’altruismo, per quanto io desideri veramente aiutarvi Lady Faith” le disse posandole una mano irruvidita dai calli sul polso nudo.
“Ed infatti vi abbiamo aiutato con la questione dei mercenari…” commentò sospettoso Much
“Certo, certo e ve ne sono infinitamente grato… ma c’è un’altra questione… vedete… nel breve tempo in cui sono stato in vostra compagnia sono nati in me dei sospetti…”
“Sospetti?” chiese Much quasi indignato questa volta, acquietato subito da un cenno di Robin
“Speranze se preferite… sopite da molti anni. E Sorella Agnes è qui per permettermi di capire se mi sono solo illuso, o se è effettivamente possibile”
“Non per fare il guastafeste, ma continuo a non capire noi che ci facciamo qui, nonno” puntualizzò Allan riprendendo il suo posto a tavola accanto a Faith.
“Beh, mi servono… dei testimoni e… credo che a qualcuno di voi chiederò anche qualcosa di più..”
e così dicendo diede una leggera pacchetta al dorso della mano di Faith che sentì la gola seccarsi leggermente. C’era qualcosa di strano… era sicura che in un angolino del suo cervello le sinapsi stessero lavorando per farle elaborare dei dati importanti che aveva sotto il naso, ma ancora non era arrivata l’illuminazione.
“Credo che sia il caso di cominciare dall’inizio allora” Sir Roger si versò un bicchiere di vino speziato, fece una grossa sorsata, e spostò lo sguardo sul soffitto come se stesse cercando di ricordare qualcosa di molto lontano nel tempo
“Ho ereditato queste terre sapete, ma non mi appartenevano in origine. La mia famiglia ha sempre posseduto i terreni oltre il fiume ad ovest, confinanti con il più ampio e certamente più ricco terreno dei Blackrod. Ora le due tenute sono divenute una sola: Blackrod e Standish. Ho ereditato da mia sorella, Dena.
Dena aveva solo 17 anni quando sposò il mio amico Wilford, lui era Lord Blackrod.
Non ci volle molto perché rimanesse incinta, per la gioia di tutta la famiglia ovviamente, non starò qui ora a raccontarvelo. Ma più la gravidanza progrediva e più Dena si indeboliva, così quando finalmente nacque il bimbo, lei era lo spettro di se stessa. Ringraziammo tutti il signore quando ci rendemmo conto che, nonostante tutto, la gravidanza non le sarebbe stata fatale, e più il tempo passava più lei riacquistava le forze.” mentre Sir Roger raccontava i tre servitori che si erano fermati nella stanza annuivano e sorridevano, ricordando assieme al loro padrone.
“Quei primi anni furono fantastici, il bambino era forte, mia sorella stava rifiorendo e Wilford era il giusto signore di un ricco possedimento. Devo ammettere con un certo rammarico che la più grande preoccupazione di quel periodo fu causata proprio da me quando durante una battuta di caccia ferii per errore il bambino che Wilford aveva insistito a portare con noi. Quasi gli perforai un polmone con la mia dannata freccia barbata, ci volle mezza giornata per strappargli quell’affare dal corpo senza causargli ulteriori complicazioni. Gli cantai quella canzone decine e decine di volte stringendogli la mano, per tenerlo calmo, mentre il cerusico operava. Aveva appena compiuto cinque anni. Il dottore disse che il ragazzo era forte come un toro.
Qualche mese dopo, contro il parere dei medici ed anche contro il mio, Dena rimase nuovamente incinta e la seconda gravidanza non fu più facile della prima. Dopo nove mesi la bambina nacque morta. Mia sorella era prostrata dal dolore e più debole che mai. Inizialmente persino troppo debole per alzarsi dal letto. Fu in quel periodo che venne la chiamata di Re Enrico durante le rivolte dei suoi nobili figli e dei baroni del continente. Io e Wilford fummo costretti a partire, ma non potevamo lasciare che Dena si occupasse del bambino, era troppo malata. Così Wilford decise di affidarlo al complesso monastico di Oldham, lì sarebbe stato accudito ed acculturato pensavamo. E partimmo.
Fu solo diversi anni dopo che riuscimmo a fare ritorno a casa, spossati dalle fatiche e da quello che avevamo visto sui campi di battaglia. Ma la notizia più orribile venne proprio appena varcata la soglia di casa. Dena era morta e nessuno aveva più notizie del bambino.
Seguirono altre partenze troppo lunghe ed altri ritorni troppo brevi, Wilford di recò più di una volta ad Oldham, ma pare che non riuscì a trovare notizie certe e si diede per vinto. Poi vennero le crociate e dovemmo partire ancora una volta.
Wilford ora giace sepolto in Terra Santa. E lo sarei anche io, se non fosse stato per Esca.”
Nessuno guardò il giovane scudiero direttamente, ma molti in quella stanza sapevano cosa significava avere un debito di vita verso qualcuno, e quanto questo richiedesse rispetto. Poi Sir Roger riprese.
“Ed infine il caso. No. Non il caso… il destino, io credo.
Nella foresta di Sherwood vidi qualcosa che mi fece tornare a sperare che quel bambino, ormai uomo, potesse essere ancora vivo.”
Sir Roger tornò a abbassare lo sguardo sui suoi ospiti per la prima volta da quando aveva cominciato il suo racconto, e sorrise nel vedere i volti pieni di incertezza dei commensali. Eppure gli parve di notare nella giovane donna che sedeva al suo fianco un tenue lontano barlume di consapevolezza. Era certo che sarebbe stata la prima a capire.
“Quando siamo arrivati qui, liquidata la questione dei mercenari, la prima cosa che ho chiesto ad Henry è stata di cercare qualcuno che potesse portare un messaggio ad Oldham. Mi ha risposto che non ce n’era bisogno. Che una delle monache più rispettate del monastero era ospite della canonica del villaggio. Che desiderava parlare proprio con me. L’ho preso come un altro segno del destino. Ed ora lei è qui.” si rivolse alla monaca seduta alla sua sinistra “E credo sia venuto il vostro turno di parlare Sorella Agnes”
L’anziana monaca drizzò la schiena ed intrecciò le mani sul tavolo, all’altezza del petto, e con tono piatto cominciò la sua parte del racconto
“Quando Lord Wilford accompagnò per la prima volta suo figlio al monastero, pensammo tutte che sarebbe stato un onore accudire ed istruire il figlio di un grande signore. Aveva il viso di un angelo, folti capelli biondo ramato e quegli occhi… ma fu presto chiaro che ci eravamo sbagliate. Mi addolora essere brutale con voi Signore, ma quel ragazzino aveva il demonio dentro di se” la vecchia pensò di sottolineare quelle poche secche parole con una lunga pausa in cui Faith notò Sir Roger torcersi infastidito sulla sedia. Evidentemente non condivideva l’opinione della monaca.
“Era un bimbetto di cinque anni quando arrivò da noi, agile e veloce, sempre di corsa, sempre con il riso sulle labbra, sempre con un’espressione di scherno. Nonostante la tenera età aveva già una spiccata propensione per il furto, la menzogna e il disprezzo delle regole”
“Diavolo, potrebbe essere la mia descrizione!” sbottò Allan divertito guadagnandosi un rimbrotto dalla monaca che non aveva apprezzato il linguaggio.
“Comunque quella piccola canaglia era incorreggibile, rubava il cibo dalla mensa e lo portava ai bambini che per punizione erano stati messi a digiuno solo per destabilizzare le nostre regole, non ascoltava, non si pentiva, non migliorava nonostante le punizioni frequenti, le lavate di capo, le vergate, i digiuni. Non potemmo far altro che giungere alla conclusione che quegli occhioni che avevano conquistato tutte noi al suo arrivo dovevano essere una maschera di Satana”
Faith non riuscì a trattenere uno sbuffo mentre alzava gli occhi al cielo
“Si, mia cara giovane, Satana” sottolineò la vecchia come se quelle poche lettere avessero potuto davvero agitare Faith
Sorella, stai parlando direttamente al 21° secolo, Satana è oldfashon, baby.
Sembrò infastidita dalla mancanza di reazione di Faith, in compenso Much fu più che contento nel soddisfarla facendosi un plateale segno della croce. Gesto che fu accompagnato da un’altra risata che questa volta Faith non tentò neppure di trattenere a cui si unì anche quella di Esca. I loro occhi si incontrarono per un momento e sorrisero insieme.
“Non so come tu sia stata cresciuta figliola….”
“L’educazione di Lady Faith non è in discussione in questo luogo Sorella… la prego prosegua” la spronò il padrone di casa
“Come desidera Sir… dunque… Il bambino restò con noi per quasi tre anni. La madre venne a trovarlo una mezza dozzina di volte, anche se era chiaro che era un peso anche per lei fargli visita. In quei momenti pareva quasi che quel demonietto potesse essere salvabile, ma nell’ultimo periodo le visite si diradarono ed infine, quando gli demmo la notizia che non avrebbe mai rivisto la madre perché aveva lasciato questo mondo, divenne del tutto intrattabile, quegli occhi così azzurri, così simili a quelli della madre sprizzavano malizia. Tentammo con ogni mezzo di piegarlo, lo minacciammo, lo picchiammo, giungemmo anche a confinarlo in una cella con la catena ad una caviglia.”
In quel momento Faith sentì qualcosa nello stomaco torcersi violentemente.
Aveva già visto i segni di una catena alla caviglia.
Click! Infine le sinapsi stavano facendo il loro lavoro.
Voltò la testa di scatto e fissò negli occhi Sir Roger con un cenno del capo gli chiese conferma e lui le sorrise ed annuì lentamente.
Stava finalmente cominciando a capire, a collegare tutti i puntini, i racconti, i ricordi, le mezze parole, i silenzi, gli sguardi carichi di significato, persino il discorso che le aveva fatto Sir Roger quella stessa mattina cominciava ad assumere tutto un nuovo significato. Si sentì arrossire. Poi posò il suo sguardo sulla tronfia monaca che le sedeva di fronte e sentì la rabbia montarle dentro per ogni parola che aggiungeva.
“Ma non riuscimmo mai a correggerlo. Finché, dopo una reclusione di un paio di settimane, riuscì a fuggire. Fuori dalla cella, lungo il corridoio sotterraneo, insinuandosi un piccolo canale di scolo, e poi via attraverso i campi. Nessuno cercò di riacciuffarlo. Pensammo che sarebbe stato un problema in meno. Un piccolo diavolo allontanato dalla casa del signore. È per questo motivo che dopo tanti anni sono venuta da voi. A breve mi ritirerò definitivamente a vita di clausura, ma prima dovevo chiedervi perdono. Per averlo lasciato andare. Per non aver cercato di sradicare il male da quella piccola anima scellerata.”
“Anima scellerata? Oh questo è davvero troppo!” sbottò Faith incapace di trattenersi
“Come prego?” chiese sconcertata la monaca
“Chiedete perdono per cosa? Per non aver cacciato il demonio? Si, certo! Immagino sarebbe troppo banale, troppo plebeo, chiedere perdono per aver abbandonato un bambino dopo averne abusato per così tanto tempo! Troppo banale chiedere perdono per l’avidità anche… perché mi faccia indovinare madre, i soldi per il suo mantenimento avete continuato ad incassarli nonostante lui fosse sparito, un problema in meno, ma moneta in più…” Faith sapeva di aver sputato fuori quelle parole come fossero veleno amaro, ma non le importava. Sentiva che era ancora poco. E l’espressione della vecchia le fece capire che aveva colpito nel segno.
“Come ti permetti, ragazza?” le chiese inferocita la vecchia
“Come mi permetto? COME IO MI PERMETTO? Un bambino! Aveva otto anni! Otto! E voi l’avete abbandonato dopo averlo maltrattato per anni! Ah no, aspetti, sono certa che probabilmente è stato meglio così, chissà che altro avreste potuto fargli se non fosse fuggito!” Non sapeva neppure lei da dove le veniva quella rabbia così viscerale, ma non riusciva a tacere
“TACI! SCIOCCA RAGAZZINA! NON SAI CON CHI STAI PARLANDO!”
“Ah certo! Si arriva sempre al punto in cui chi non ha argomenti si gioca il “non sai chi sono io…” Dovevo aspettarmelo! Beh se lo lasci dire sorella, È LEI che non sa chi sono io!” senza neppure rendersene conto si era spinta in avanti sul tavolo
“Oh illuminami, cara bambina”
“IO….” sentiva che era pronta a scavalcare la tavola e prendere per il collo quella vecchia gallina spennata quando si sentì trattenere. Su ognuno dei suoi avambracci era serrata una mano, a sinistra quella di Sir Roger, a destra quella di Allan che nel frattempo le aveva circondato la vita con il braccio libero. Lo sentì sussurrare al suo orecchio “Calmati, non ne vale la pena… ci sono cose peggiori a questo mondo” le si inumidirono gli occhi.
Si costrinse a fare un profondo sospiro e tornare a sedere in posizione eretta.
Solo quando la videro calma, Allan e Sir Roger mollarono la presa. Tutti al tavolo la stavano fissando, ma Faith si impose di restituire un solo sguardo, quello della donna seduta di fronte a lei.
“Quindi… dopo tutto l’amore e la carità cristiana mostrata negli anni in cui era bambino… Sorella Agnes sarebbe in grado di riconoscere l’erede di Lord Blackrod senza temere di sbagliare. È questo che stiamo dicendo?” chiese con tono forzatamente pacato Faith
“Si, arrogante ragazzina, è esattamente questo”
“Come?”
“Quel marchio sotto il piede… il signorino Blackrod aveva oltre al tatuaggio….”
“Allan?” Faith interruppe la monaca
“Si?”
“Togli lo stivale sinistro” Faith vide con la coda dell’occhio gli occhi di Sir Roger dilatarsi e il suo volto aprirsi in un sorriso speranzoso seppur contenuto. Allungò una mano e strinse forte quella della ragazza facendola trasalire leggermente per il dolore causato dalla scorticatura sul palmo.
“Non per fare il guastafeste…”
“Allan, togli quello stramaledetto stivale!” il tono non ammetteva repliche
“Sissignora!” il giovane sembrava incerto se essere allarmato o divertito
Allan sfilò faticosamente il pesante calzario di cuoio e la calza di lino dal piede
“Ora, ti prego di mostrare il tallone alla signora
Allan fece come gli era stato detto, una volta tanto senza commentare e tutti attorno al tavolo poterono vedere l’espressione della vecchia monaca farsi stupefatta e poi richiudersi nella sua arcigna superiorità
“Non ci sono dubbi. Quei tre piccoli nei sono la vostra conferma Sir Roger. È lui.”
Calò il silenzio. Tra l’incredulità di alcuni dei presenti e la confusione degli altri. Fu Sir Roger a rompere l’incantesimo di immobilità che sembrava aver colpito la stanza.
“Buon Dio. È davvero lui?”
“Non ho alcun dubbio, Sir. Anche se avrei dovuto capirlo dagli occhi…”
Un altro lungo silenzio. E tutti lentamente, uno dopo l’altro si volsero a fissare Allan.
“Beh? Ve l’avevo già detto di avere la stessa bruciatura, no?”
Esca sbuffò divertito “Non ci è arrivato, vero?” chiese guardando prima Sir Roger e poi Faith
“Non per fare il guastafeste, ma arrivato a cosa?”
Sir Roger diede una piccola stretta alla mano di Faith che stava ancora tenendo nella sua, come a spronarla a parlare al posto suo, come se sapesse che le avrebbe trovato le parole giuste, ma lei scosse leggermente il capo, facendogli capire che quella era una cosa che poteva fare solo lui.
Faith si voltò verso il giovane che fissava alternativamente lei, Sir Roger, e la mano del nobile che stringeva quella della ragazza.
Sir Roger si schiarì la voce e parlò direttamente ad Allan.
“Sai, ragazzo, dicono che non capita mai più di una coincidenza per volta. Sei uno sveglio, questo ho potuto capirlo, so che sai benissimo di cosa stiamo parlando” il giovane continuava a fissarli senza dire nulla “D’accordo, forse hai bisogno di sentirlo dire ad alta voce da qualcun altro.” Sir Roger alzò la mano libera, quella che non era ancora artigliata attorno al palmo dolorante di Faith e cominciò a contare sulle dita “La tua ferita alla scapola, ricordi che te ne ho chiesto spiegazione al vostro rifugio? Ero certo di averne già vista una così… il tuo intercalare poi, non pensi potresti averlo preso da qualcuno?… Le stalle! Che tu sembravi conoscere ancor prima di averle viste… La canzone di questa famiglia… Gli occhi di mia sorella … E il marchio sotto il piede… Non possono essere tutte coincidenze, Allan. Tu… tu sei l’erede di Blackrod. Il mio unico nipote. Scappato dal monastero di Oldham e allevato da…”
“Da un fabbro di nome Kieran A Dale” le parole di Will furono poco più di un bisbiglio, ma Sir Roger riuscì a coglierle
“Da un fabbro che avrà per sempre la mia gratitudine” concluse Sir Roger.
Allan scoppiò nella sua aperta e fragorosa risata.
“Oh questa è bella! Non per fare il guastafeste, so di essermelo meritato con la questione del tradimento e tutto il resto, ma bastava segare una gamba a uno sgabello e farmi dare una capocciata al pavimento per punirmi con uno scherzo! Tirare dentro addirittura un gruppo di sconosciuti… non vi sembra di aver esagerato?” la risata gli si seccò in gola quando si rese conto che nessuno dei presenti stava sorridendo oltre a lui.
Passò in rassegna i volti dei suoi amici “Robin? Much? Djaq? Will…. andiamo Willy almeno tu dimmi la verità” ma tutti erano seri “Ohi, ragazzi non ci crederete davvero? Andiamo! Non è possibile!”
“Impossibile? No, non impossibile Allan, solo improbabile. E, riportando le parole di un uomo di straordinaria intelligenza: una volta escluso l’impossibile ciò che rimane, per quanto improbabile, non può essere che la verità. L’hai detto tu che questo posto aveva qualcosa di strano, che ti innervosiva. Prova a pensarci, la verità è che in qualche angolo della tua memoria, tu lo ricordi”
“Faith, ma ti stai ascoltando? Tutto questo è ridicolo!” si alzò di scatto facendo stridere rumorosamente la sedia contro il pavimento di pietra “Lo scherzo è durato decisamente troppo”
“Dove vai?”
“Porto il mio nobile fondoschiena lontano da qui” afferrò il suo liuto e si dileguò oltre la soglia nella fredda aria della notte.
Sembrò come se tutti i presenti avessero trattenuto il fiato fino a quel momento e stessero ricominciando a respirare tutti assieme.
Esca si avvicinò al suo signore e poggiando il sedere contro il piano della tavola, le braccia nude incrociate sul petto guardò Sir Roger
“Beh è andata bene, direi…” e gli sorrise, senza malizia
“Gli servirà tempo” ammise il nobile “concediamogli un po’ di spazio”
“Posso congedare i presenti, Sir?”
“C-certo, grazie Esca”
in pochi minuti la sala si svuotò, Sir Roger si accomiatò dai due chierici e dal modo in cui lo vide annuire, Faith fu certa che stesse concedendo il perdono alla vecchia strega. Tuck salutò tutti con un cortese gesto del capo, poi si avvicinò a Robin, gli disse qualche parola in privato ed i due si strinsero la mano.
Infine, uno alla volta i fuorilegge di Sherwood salirono la scalinata che conduceva alle camere lasciando il grande salone. Sicuramente si sarebbero radunati in una delle stanze al piano superiore a discutere di tutto quello che era successo quella sera.
Solo Robin non li seguì. Si avvicinò a Faith e le posò un leggero bacio sulla fronte, poi le sorrise e uscì dalla porta principale, nella notte, alla ricerca di Allan. Faith ne fu contenta. Voleva che tornassero ad essere veri amici.
Faith si avvicinò al fuoco e tese le mani verso la fiamma per scaldare le dita che si erano congelate. Nel salone erano rimasti solo lei, Sir Roger ed Esca. Lo scoppiettio dei ciocchi sul fuoco rimbombava nella grande sala vuota. Henry e Aethel avevano finito di sparecchiare la tavola e si erano ritirati e Faith si sentiva più stanca che mai, eppure non riusciva a costringersi a salire la scalinata di legno ed andare a coricarsi. Il suo corpo era spossato, ma la sua mente era troppo attiva. Sedette sulla piccola panca vicina all’enorme focolare e sfilò gli stivaletti e le calze avvicinando anche i piedi alle fiamme, godendo del tepore che emanavano.
Fu Esca il primo ad avvicinarsi, si chinò all’interno della cappa del focolare e con un lungo attizzatoio avvicinò un po’ di braci ai piedi della ragazza che lo ringraziò con un sorriso. Poi lo scudiero tornò alla sua posizione a braccia conserte contro il tavolo.
“Credo che ora possiate capire meglio il mio discorso di questa mattina…” Sir Roger le sedette accanto e le parlò con voce pacata
“Sir Roger io… non… non so davvero cosa dire”
“Lo so che ci tenete a lui… vi importa di lui… allora perché non sposarlo?”
Lo scricchiolio prodotto da Esca mentre si allontanava per permettere loro di parlare liberamente fu sovrastato da una rumorosa vampata del fuoco, quindi Faith si accorse della sua mancanza solo qualche tempo dopo, quando radunate le idee, alzò lo sguardo per rispondere a Sir Roger
“Sir Roger, io davvero non… posso.”
“Non potete?”
“No, io non posso restare, fra pochi giorni dovrò partire, lasciare queste terre e non tornare più… ed anche se così non fosse…”
“Se così non fosse?”
“Allan non vorrebbe” gli sorrise pacatamente
“Come prego? Oh ragazza mia, sarò cieco a molte cose… ma il modo in cui quel ragazzo, mio nipote, ti guarda…”
“È complicato”
“Non per fare il guastafeste, ma cosa c’è di complicato? Vi piacete, vi sposate, fine delle complicazioni”
“Non è quello che Allan vuole da me”
“E cosa vuole da te?” chiese Sir Roger perplesso
“Un’amicizia. Un’amicizia sincera. La prima vera amicizia della sua vita. Mi ha chiesto se potevo offrirgliela, ed io ho accettato. E ne sono felice”
“E come potrai essergli amica quando te ne sarai andata?”
“Farò del mio meglio nel poco tempo che ci rimane, immagino…”
“Non c’è nulla che io possa fare per convincerti a cambiare idea?”
“Temo di no” gli sorrise un’ultima volta, raccolse le scarpe e le calze e si avviò a piedi nudi verso la scala che portava al piano superiore.
“Ah, Sir Roger…”
“Si?”
“Allan… si è sempre chiamato Allan?”
“È interessante che tu lo chieda, visto il significato del nome che gli aveva dato sua madre… Deorwine. Significa caro amico” le sorrise e tornò a fissare il fuoco.

 
“Ti nascondi?”
“Immagino di si”
Robin trovò Allan steso su una lunga panca invasa dall’edera rossa che correva lungo la parete esterna della stalla, il volto nascosto dal suo braccio sinistro.
“Che notizie eh?”
“È ridicolo che stia capitando a me”
“Sai come si dice, attento a quel che desideri, potrebbe avverarsi
“Credo di ricordare alcune cose di questo posto… sono più delle sensazioni, degli odori e dei rumori familiari… È assurdo… Ero soddisfatto di essere rientrato nella gang. Non desideravo altro… Io non ho mai chiesto…”
“Una famiglia? Soldi? Terre? Conoscenze? Protezione? Andiamo Allan è tutto quello che hai sempre voluto! Come mai non ti vedo fare i salti di gioia?” Allan si mise a sedere, i gomiti poggiati sulle cosce e le mani che penzolavano fra le ginocchia “Non vuoi più queste cose?”
“Certo che le voglio…. è solo che… Robin è tutto diverso ora. Mi avete permesso di tornare nella gang e… Una volta non mi sarebbe importato, avrei sfruttato al massimo la situazione e quando le cose si fossero messe male avrei preso le mie quattro cose e me ne sarei andato per la mia strada… Ma ora è tutto cambiato. Io sono cambiato, forse. Ma temo che non sarò in grado di essere la persona che si ferma ed affronta le responsabilità” si passò una mano fra i capelli
“Di cosa parli, Allan?”
“Beh, immagino che essere l’erede di un posto come questo comporti delle responsabilità verso chi ci vive e chi ci lavora, la gente del villaggio, i braccianti, la terra… credo che tu ne sappia qualcosa, anche se hai lasciato Locksley sei ancora responsabile…”
“Sei terrorizzato dall’idea di fare la cosa giusta? Benvenuto nell’età adulta Allan”
“Non è solo questo… è che… mi chiedo… se lei se ne va ed io torno ad essere quello che ero? Il vecchio Allan? Il ladro? Il bugiardo? Quello che molla? Non… Oh perché è così difficile dirlo a te e così facile dirlo a lei? Non voglio deludere nessun altro, lei mi ha cambiato”
“Ho pensato molto a tutto quello che è capitato. Quello che ci è capitato. E no, non credo che lei ti abbia cambiato. Ma credo che abbia avuto, a differenza nostra, a differenza mia, la capacità di darti da subito la fiducia di cui avevi bisogno per diventare questo te”
“Amico, la cena deve esserti rimasta sullo stomaco se ti metti a parlare di filosofia con me” gli sorrise dandogli un colpetto con la spalla
“Allan… riesco a capire come ti fa sentire… Io e Marian…”
“No, Robin. Non è… Con tutto il rispetto, ma no. Noi non… Io le sto dicendo addio” disse in un sussurro
“Allora non farlo.” disse con una scrollata di spalle Robin
“Come non farlo? Non è che io abbia molta scelta. Lei deve andare. Ci sono in ballo cose più grosse di me, e di lei. Non posso e non devo fermarla. Piano A: la aiutiamo e lei se ne va. Piano B: la aiutiamo e lei se ne va…”
“Mi dispiace fratello… Dovresti pensare ad un piano C”

 
La schiena e la nuca appoggiate contro la parete intonacata del corridoio che portava alla sua stanza, Faith giaceva immobile, i piedi nudi sul ruvido legno del pavimento. Fissava la formella di bronzo appesa al muro di fronte a lei. Quella che poche ore prima Allan aveva detto di trovare familiare. Ora anche quello aveva un senso.
Più osservava il profilo della donna ritratta all’interno di quel tondo annerito dagli anni e più le pareva chiara la somiglianza con Allan. Il taglio degli occhi, il profilo allungato del naso, persino la forma del labbro inferiore.
Era così assorta nell’osservazione dei dettagli di quel ritratto che non si era resa conto di non essere più da sola.
“Sir Roger ne ha uno più bello nelle sue stanze” la voce al suo fianco la fece trasalire.
“Perdonatemi, non intendevo spaventarvi Milady” si scusò Esca
“No.. io… ero… sovrappensiero”
“Le somiglia davvero” aggiunse lui
“Somiglia anche a Sir Roger, non so come ho fatto a non accorgermene prima”
“A volte vediamo le cose solo nel momento in cui dobbiamo vederle. Milady.” e con un leggero cenno del capo fece per accomiatarsi oltre la porta che dava sul camminamento sul tetto.
“Esca?”
“Si Milady?”
“Non chiamarmi così, ti prego. C’è stato una specie di malinteso. Un fraintendimento. Non sono di nobile nascita.”
“Sapete, durante le crociate ho visto i più importanti cavalieri d’Inghilterra scappare alla vista di un esercito in lontananza, ed il più umile degli stallieri strapparsi una lancia dal corpo per difendere un cavallo morente… quindi no, non credo che la nobiltà sia un diritto di nascita: è determinata dalle proprie azioni, Milady.”
“Allora, proprio per questo, non dovresti chiamarmi così. Non ho fatto nulla per meritare quel titolo. Sono Faith. Solo Faith, per favore”
Lo scudiero le rispose con un dolce sorriso leggermente asimmetrico, e un cenno del capo.
“Posso… posso unirmi a te per un minuto? Ho davvero bisogno di una boccata d’aria fresca”
Senza dire una parola Esca aprì la porta e vi si appiattì contro per lasciarla passare.
“Huuuh! È fresca davvero!” Furono accolti da una folata che profumava di erba bagnata.
Percorsero qualche metro lungo il camminamento poi si fermarono poggiando gli avambracci contro il parapetto scolpito con una teoria di tralci di edera. Faith si strinse nelle spalle per combattere i piacevoli brividi che le correvano lungo la schiena ad ogni folata di vento.
Mentre Esca fissava l’orizzonte verso est lei poté studiare un po’ il ragazzo che le stava a fianco. Era alto più o meno quanto lei, asciutto e muscoloso, come se non avesse un filo di grasso sotto la pelle, tanto che riusciva a percepire attraverso la stoffa della sua casacca la forma dei muscoli della schiena. Il viso era riscoperto da una rada peluria dello stesso biondo scuro dei capelli che gli scendevano arruffati davanti agli occhi. Il tutto gli conferiva un’aria trasandata che gli donava particolarmente. Lo trovava incredibilmente attraente chiuso nella sua espressione assorta.
Si impose di smettere di fissarlo e si concentrò sul cielo, la nebbia era così bassa sul suolo umido che la volta risultava perfettamente limpida, piena di stelle, così tante come Faith non ne aveva mai viste in tutta la sua vita. E la luna, pallida e grande illuminava il profilo dei campi e delle colline per chilometri tutt’attorno.
“È un brav’uomo?”
“È… ha avuto dei momenti difficili”
“E chi non li ha?”
“Si, è un brav’uomo”
“Accetterà di restare?”
“Spero che lo faccia. Lo spero davvero”
Rimasero in silenzio per qualche minuto scrutando il cielo e respirando la frizzante aria della notte
“Quindi, non sei nobile… ma sei la sua donna?” la domanda arrivò secca ed inaspettata, come se gli fosse caduta dalle labbra senza intenzione
“C-come scusa?”
“Mi chiedevo se tu e lui… ?”
“Io e Allan?”
“No, tu e Sir Roger…” non si era aspettata di trovare del sarcasmo in quel giovane dall’espressione seria. Le piaceva il sarcasmo. Sorrise suo malgrado.
“Io.. No. Non sono la sua donna.”
“Ma lo sei stata”
“No… Cioè si… Cioè no… Come hai…?”
“Nella sala, prima. Quando ti han fermata prima che saltassi al collo di quella vecchia. Il modo in cui ti ha abbracciata. Nessun uomo tocca una donna in quel modo se non l’ha già fatto. E tu ti sei comportata se fosse una cosa normale.” rimase interdetta per qualche secondo, poi si limitò a replicare “È un po’ complicato”
“Quindi la risposta è si, lo sei stata. Ma… non lo sei più?” sembrò tirare ad indovinare, mentre compariva nuovamente quel sorriso quasi timido sul volto
“No.”
“Allora non lo sposerai?”
“No. Direi proprio di no. Non in questo luogo e non in questo tempo. No. Siamo solo amici”
“Si può esserlo?”
“Basta volerlo, immagino”
“E che ha fatto quel poveraccio per meritarsi questo?” Esca trattenne una risata mentre si dondolava avanti ed indietro reggendosi al parapetto per scaldarsi
“L’ha chiesto” il giovane si bloccò di colpo e fissò la ragazza con una strana espressione, passarono tre lunghissimi, interminabili secondi prima che distogliesse lo sguardo e riprendesse a muoversi.
“Che idiota” Faith arrossì violentemente al palese complimento, sorrise ed abbassò gli occhi. Fissando il pavimento si rese conto di essere ancora scalza e improvvisamente sentì che il gelo le aveva irrigidito le dita tanto da renderle doloranti
“Scusami, devo andare… i miei piedi stanno diventando blu…”
“Certo. Ovviamente. Ah, Sir Roger ha dato ordine di non svegliarvi, potrai riposare tutto il tempo che ti serve”
“Grazie”
“Buonanotte”

 
Entrò nella sua stanza si concesse un lungo e profondo respiro.
Sedette alla toletta e si guardò nello specchio annerito alla tremolante luce di una candela.
Si vide così diversa da quando era partita da casa. Gli occhi che la fissavano attraverso l’opaca superficie riflettente sembravano quelli di un’altra persona. Più vecchi. Più consci. E più vivi.
Frugò nella tasca del suo giacchetto e recuperò l’I-phone che, come aveva suggerito Doc alla loro partenza, aveva tenuto sempre sulla sua persona. Fece scorrere l’indice sullo schermo e selezionò la galleria di immagini, da quelle più recenti, rubate a Sherwood o a Nottingham, fatte a Robin, alla gang e ad Allan mentre non la osservavano; alle più vecchie, che risalivano al 20 luglio, il giorno in cui avevano lasciato il presente. Faith e Martine si erano scattate diverse foto con grandi sorrisi e pollici verso l’alto, incoscienti di quello che le avrebbe aspettate una volta giunte a destinazione. Poi, fra le tante foto di loro, ne comparve una di gruppo, lei e Martine, una accanto all’altra con Claudia e Nigel al loro fianco che sorridevano alla fotocamera.
Annerì lo schermo del telefono e lo lanciò con stizza. Era in balia degli eventi e non avevano più tempo.
Si sentì incredibilmente stanca. Triste e sola.
Certo avrebbe raggiunto Martine a York e l’avrebbe ritrovata a qualsiasi costo. Qualsiasi. Si augurò con tutto il cuore che fosse almeno riuscita a recuperare il pezzo della daga. Si sentì incredibilmente inutile. Doveva almeno raggiungerla. Il maledetto egizio si sarebbe palesato nel punto in cui si trovava il suo adorato pezzettino, ma avrebbero cercato di fermare Imhotep con ogni mezzo. O almeno avrebbero cercato di rendergli il recupero il più arduo possibile. Anche se Nigel non fosse più tornato.
Si chiese per l’ennesima volta cosa aveva potuto trattenere Nigel dal tornare da loro, ma era una domanda che non avrebbe mai avuto risposta se non l’avessero rivisto.
Ed infine si chiese cosa avrebbero fatto loro due, bloccate in quel posto, in quel tempo, senza possibilità di tornare al presente. Desiderò così intensamente che Martine fosse con lei che, se avesse creduto nella telepatia, sarebbe stata certa che l’amica avrebbe percepito il suo pensiero.
Frugò nella borsa per trovare la bustina dei medicinali e ingurgitò due pasticche di antidolorifico, sicura che le avrebbe fatto comodo tenere a bada i muscoli doloranti per l’indomani mattina. Mentre riponeva nella borsa le poche cose che ne aveva estratto prima di scendere per la cena, le capitò fra le mani il suo album da disegno, quello che portava sempre con se anche agli scavi. Sfogliò le pagine dagli angoli arrotolati e leggermente smangiati ed arrivò all’ultimo disegno che aveva fatto prima di partire. Un veloce schizzo della loro scoperta. Della tomba di Allan, lontana nella Sherwood del 2000. La fissò per un tempo infinito.
Poteva farlo? Avrebbe rischiato così tanto?
Si spostò sull’ampio letto caldo portando con se l’album.

 

 

Data di pubblicazione: 16 marzo 2016
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

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