DAGGER: CAPITOLO 7.1

 

6 marzo 1193
Giorno 9
York

La febbre stava salendo ed anche molto in fretta. Tremava al punto da non riuscire a camminare e l’aria umida e fredda di quel interminabile giorno di marzo penetrava nelle sue ossa come mille spine acuminate. Aveva la vista annebbiata e le palpebre roventi, ma continuava a vagare per i vicoli di York senza ben sapere dove volgere il passo. Ricordava di essere già passata davanti a quella porta e di essersi scontrata con lo stesso ubriaco puzzolente pochi minuti prima, eppure non aveva alcuna intenzione di fermarsi. A parte per vomitare e fu proprio quello che fece in quel vicolo poco illuminato. Per la seconda volta.

Jack ci ha traditi. Ha il GreenId e ha Nigel. Devo tornare subito da Guy.

Raggiunse finalmente un incrocio che non ricordava di aver già attraversato. L’odore di spezie e cipolla si insinuò violento nelle narici ed un paio di conati la costrinsero a fermarsi, ma lo stomaco era talmente vuoto che non c’era più nulla da vomitare. Quel poco cibo ingerito alla locanda era ormai sparso per le vie di York a fare compagnia all’onnipresente putridume degli scoli cittadini.

Jack è posseduto dallo spirito di Imhotep, dobbiamo fermarlo prima che sia troppo tardi.

La luce degli immensi bracieri e delle torce quasi l’accecò, ma fu felice di trovarsi finalmente in una zona più trafficata. La gente si spingeva, urlava, rideva, cantava e soprattutto mangiava e beveva. C’erano spiedi giganti con due maiali infilzati che giravano e colavano grasso sul grande fuoco nella piazza in fondo alla strada. Bambini e cani gareggiavano per chi riusciva a rubare più pezzi di carne caduti a terra. Non c’erano molte panche dove sedersi ma sembrava che mangiare in piedi non dispiacesse a nessuno. Anzi, permetteva di camminare e continuare a sbirciare nelle bancherelle ancora cariche di merci che i mercanti presentavano come le migliori di tutta Inghilterra.

Spero non abbia ancora trovato il cellulare. Devo fare in fretta.

Martine si lasciò sballottare dalla folla sperando che il flusso la portasse lontana da quell’ingorgo umano. La puzza di sudore e sporco era insostenibile e dovette farsi forza per ricacciare indietro una nuova ondata di nausea. Qualcuno le pestò il piede, rischiò addirittura di scaraventare a terra una vecchia con un cesto di cavoli ed infine una bambina le andò contro come un bulldozer rovesciandole addosso qualcosa di molto appiccicoso. Si sentì strattonare ed istintivamente portò la mano al borsello. Due occhi sbarrati la fissavano, mentre una manina sporca e livida stringeva saldamente alcune monete.
“Hey! Hey, quelle sono mie!” urlò, mettendosi a correre dietro il piccolo ladro. Diciamo che più che correre si fece largo tra la folla sempre più compatta, costringendosi a nuotare negli spazi vuoti tra braccia e gambe. Il bambino, un insieme di stracci e ossa alto poco meno di un metro, doveva essere un esperto perché riuscì a distanziarla in pochi secondi. Martine cercò di accelerare ma la vista le venne improvvisamente meno, perse l’equilibrio e terminò la propria corsa contro una bancherella. La fronte urtò le assi di legno ma fortuna volle che l’impatto non fosse così violento. Rimase a terra stordita, mentre un dolore pulsante cresceva all’altezza della tempia destra. Piccole stelle bianche danzavano davanti ai suoi occhi mentre la nausea tornava a farsi sentire.
“Ragazza, tutto bene?”
Qualcuno la mise in piedi rapidamente, tanto che le gambe non ebbero il tempo di sorreggerla e per poco non rischiò di finire nuovamente a terra.
“Dai, su! Vieni qui, siediti.”
Martine cercò di mettere a fuoco il suo salvatore, mentre il velo di stelle si diradava. Era un giovane poco più alto di lei, con corti riccioli rossi e occhi verdi molto chiari. Non sembrava muscoloso ma era riuscito a sollevarla con estrema facilità. La fece sedere su di uno sgabello e la scrutò attentamente, spostandole alcuni ciuffi dalla fronte.
“Mmm. Un bel taglio ma non sembra grave. Non più grave di questi altri” esclamò, osservandole i polsi e le mani. “Devi stare attenta quando cammini.”
“Io sono attenta. E’ stato quel demonio, mi ha rubato i soldi. Ahio, fai piano!”
Il ragazzo le mise un pezzo di stoffa sulla fronte. Era umido e odorava di qualche strana mistura di erbe. Scosse intense di dolore la fecero sobbalzare ma durarono poco, lasciando spazio ad una piacevole sensazione di fresco.
“Che ti dicevo? Devi stare attenta quando cammini” e le sorrise, tamponando la ferita. Martine arrossì e distolse lo sguardo. Era un bel ragazzo, curato e gentile. Aveva mani delicate e abiti puliti, così come il suo modo di parlare era elegante ed educato. Le assi di legno sulle quali aveva impattato pochi minuti prima erano coperte da una tovaglia ricamata con fili dorati che ospitava numerose ampolle, scatole e sacchetti di stoffa.
Un mercante di spezie, fu la conclusione alla quale arrivò Martine, mentre tornava a fissare il ragazzo. Non era troppo giovane per essere un mercante? Lo seguì con lo sguardo quando lo vide allontanarsi per prendere alcune scatole da un baule. Fu allora che i suoi occhi incrociarono la propria immagine riflessa in un grande specchio e trasalì per ciò che vide. Era sporca, spettinata, con gli abiti laceri e macchiati. Il poco trucco messo quella mattina si era come sciolto, accentuando le scure borse sotto gli occhi. Era sicuramente dimagrita, poteva vedere gli zigomi e la mascella sporgenti oltre che le guance incavate. Le labbra erano un intrico di tagli e i capelli sembravano non aver visto uno shampoo da mesi. Lo shock le fece girare la testa e, sebbene ancora seduta, sentì l’equilibrio venirle meno. Ma ancora una volta le mani del mercante la sorressero.
“Devi farti vedere da un medico. Hai sicuramente la febbre” constatò, sfiorandole la fronte con la mano fresca e profumata. “Spero solo le ferite non siano infette. Hai un posto dove andare?”
“Sì… sì. Solo non ricordo bene la strada. C’era una piazza molto grande e potevo vederla dalla finestra della locanda”.
“Dev’essere Castlegate Road. Non sei distante, basta scendere lungo quella via e girare a destra. Non posso accompagnarti ma promettimi di stare attenta. Puoi aspettare qui fino a quando non ti sentirai in grado di camminare”.
Martine sorrise, accennando un leggero inchino con la testa. “Grazie. Sei gentile.”
“Eri in difficoltà e non potevo ignorarti.”
“Beh certo, non dopo che ti ho quasi distrutto la bancarella.”
“Eh già. Sarebbe stato proprio difficile ignorarti!” e scoppiò in una risata. “Mi chiamo Hadrian e sono un mercante di spezie.”
“Martine Wescott, imbranata con sede a Londra.”
“Londra? Che coincidenza! La mia famiglia ha una bottega vicino al Tamigi. Speziali da tre generazioni.”
“Allora verrò sicuramente a distruggerti la vetrina” esclamò, ed entrambi si misero a ridere. Vennero però interrotti dalla presenza di qualcuno davanti alla bancarella. Sembrava una ragazza molto giovane e spaventata, che teneva stretto il mantello intorno al corpo. Disse qualcosa sottovoce che Martine non capì ma vide Hadrian sorriderle e cercare tra le erbe. Con un cucchiaio attinse da varie scatole e riempì un piccolo sacchetto di stoffa, chiudendolo poi con del filo spesso.
“Acqua calda, bollente. Basta un pizzico in ammollo per pochi minuti. Cinque volte al giorno” e le porse il sacchetto. La ragazza glielo prese dalle mani con rapidità, nascondendolo sotto il mantello. Martine fece appena in tempo a vedere un abito ricco di ricami e motivi floreali, mentre la mano tremate della ragazza porgeva delle monete al mercante.
“Se avete bisogno mi trovate qui tutta la fiera. Non fate cose avventate, mi raccomando.”
La giovane trasalì, fece un leggero inchino e sparì rapidamente tra la folla. Hadrian sistemò le scatole e ripulì il bancone dai resti di erbe cadute.
“Non credo le servano per cucinare l’arrosto” osservò Martine, avvertendo profumo di salvia e rosmarino.
“Quella è Lady Beningbrough, figlia di Lord Beningbrough, signore di… Beningbrough, per l’appunto. Il padre è impegnato ogni giorno a castello a chiedere udienza al principe. Pare che Lord Beningbrough voglia istituire una tassa nautica per transitare lungo il tratto del fiume che attraversa le sue terre, ma credo non si aspettasse la presenza a corte di Lord Stinton, qui anch’egli per la medesima idea.”
“E tu come diavolo lo sai?!”
“Li vedo passare ogni giorno, uno più pomposo dell’altro, ostentando cavalli e paggetti. Uno spettacolo pietoso ma divertente.”
“E quindi la figlia nel frattempo…”
“Credo sia incinta di qualche mese. Le ho già somministrato una dose leggera qualche giorno fa ma pare non essere servita, quindi presumo la gravidanza sia in stato avanzato. Ora dovrebbe riuscire a risolvere i suoi problemi perché ho aggiunto…”
“Ortica e trifoglio. Oltre ad altre foglie che non riesco a riconoscere.”
“Molto bene. Ti intendi di erbe?” le chiese, apparendo piacevolmente sorpreso.
“Mia madre. Ha sempre amato studiare la composizione degli antichi metodi di medicazione. Nel giardino dietro casa avevamo una piccola serra piena zeppa di erbe e pensa che una volta mi fece una tisana talmente rilassante che dormii per due giorni di fila. Da quel giorno mio padre la definì la sua streghetta preferita!”
Martine sorrise tristemente al ricordo dei suoi genitori ma si riscosse nel notare che Hadrian la stava fissando molto intensamente. Si rese conto che dare della strega a sua madre non era stata una mossa intelligente.
“Non… io non… non sono una strega… e nemmeno mia madre, sia chiaro.”
“Tranquilla, non devi avere paura. La magia non esiste, sono solo sciocche credenze per menti ottuse. Io credo nella scienza e nel giusto utilizzo delle risorse che il mondo ha da offrire.”
Martine tirò un sospiro di sollievo, cercando di immaginare come avrebbe reagito Hadrian se avesse saputo dell’esistenza di Imhotep e della Daga del Destino, per non parlare di viaggi nel tempo con furgoncini a motore. Improvvisamente il ricordo della missione le rimise la paura e l’ansia addosso, e scattò in piedi.
“Io… io devo andare. Grazie ancora dell’aiuto e ti auguro ogni… ogni… bene.” La vista tornò ad annebbiarsi e dei brividi violenti le percorsero il corpo. Hadrian le mise una mano sulla fronte.
“No, non stai bene. Ti riporto subito alla locanda.”
“Lascia stare, non devi disturbarti per me. Posso farcela. Qui hai la tua merce da vendere, il tuo lavoro…”
“Il mio lavoro è curare la gente. Se ti lasciassi andare in queste condizioni non me lo perdonerei mai. Dammi solo il tempo di chiudere tutto, d’accordo?” e le sorrise, porgendole una fiaschetta in pelle. Martine accettò senza fiatare e trangugiò il liquido gelato, strizzando gli occhi per il dolore alla gola irritata dal troppo vomitare ma avvertendo immediatamente un po’ di sollievo.
“Sei troppo gentile. Davvero.”
“E tu sei troppo carina.”
“Forse sei anche un po’ cieco, guarda in che condizioni sono!” e tornò a fissare la sua triste immagine riflessa nello specchio. Con la fiaschetta in mano e l’instabilità che la faceva ondeggiare da un piede all’altro, oltre agli abiti sdruciti e la sporcizia fin dentro le orecchie, Martine rise del suo aspetto da donnaccia ubriaca. Bevve ancora un goccio d’acqua e, continuando a fissare la sua copia sbiadita nella cornice di legno, il sorriso lentamente svanì.
“Sembro… Jack…”
“Hai detto qualcosa?” le urlò Hadrian semi-accovacciato a terra, intento a trascinare il pesante baule pieno di erbe e spezie su di un carretto a due ruote. Si raddrizzò appena in tempo per vedere Martine cadere a terra priva di sensi.

 

 

 

“Lascialo andare, non puoi ucciderlo!”
Gli occhi dello sceriffo fissavano il soffitto, mentre i rantoli si facevano sempre meno frequenti. Aveva smesso di ribellarsi ed il corpo ormai pesante costringeva Gisborne a piegarsi verso il pavimento.
“Guy, lascialo!” Marian afferrò la spada dal tavolo e la puntò contro l’uomo che sembrava non volerla ascoltare ma continuava a mantenere salda la stretta sul collo. “Se lo uccidi il principe Giovanni manderà un esercito a distruggere Nottingham! Che ne sarà del popolo?”
“Se lo lascio vivere il popolo soffrirà comunque.”
“Ma quando il re tornerà…”
“CRISTO SANTO, SMETTILA MARIAN!”
L’urlò di Guy era carico di rabbia repressa da anni di silenzi, sopportazione ed obbedienza cieca. Con violenza lasciò cadere lo sceriffo, che si dimenò tra bava e colpi di tosse.
“Sei solo una sciocca ragazzina con stupidi ideali” continuò, avvicinandosi a Marian. “Credi davvero basti il ritorno del re per sistemare le cose? Balle! Gli uomini di potere pensano solo ed esclusivamente ad una cosa: a se stessi.”
La ragazza continuava a tenere alta la spada ma indietreggiò di pochi passi, andando ad urtare il tavolo con la schiena. Non aveva mai visto quello sguardo folle negli occhi di Gisborne e per la prima volta temeva davvero per la propria vita.
“Ho conosciuto il tuo Riccardo, il tuo adorato re. In Terra santa non faceva che bere, sbattersi prostitute e uccidere innocenti. La mattina si alzava barcollando, pieno di vomito e piscio nei vestiti, e chiedeva perdono al prete. E’ questo l’uomo che tanto ammiri? E’ questo l’uomo che ci salverà da esseri schifosi come lui?” Guy diede un calcio nello stomaco dello sceriffo, che con le poche energie appena recuperate si piegò in due piagnucolando per il dolore.
“Tu non sei diverso da loro se preferisci la violenza alla pace ed al dialogo” lo accusò Marian. “Uccidilo e sarai uguale a tutti quei potenti che ottengono ciò che vogliono solo con soprusi e inganni. Non devi per forza essere come loro. C’è del buono nel tuo cuore, io lo so.”
“Non mi è rimasto alcun cuore dopo quello che mi hai fatto! Io ti amavo, lo capisci?” e l’afferrò per le spalle, cogliendola di sorpresa. La spada cadde a terra e nel silenzio della stanza il rumore fu quasi assordante. “Hai mai davvero provato qualcosa per me? O mi stavi usando e basta mentre di nascosto ti facevi sbattere da Robin?”
Uno schiaffo lo colpì in volto, mentre Marian si liberava dalla presa. “E’ questo che pensi di me? Sono una sgualdrina adesso?”
“Non rispondere con altre domande! Abbi la decenza di dirmi la verità, una volta per tutte! Hai mai provato qualcosa per me? RISPONDIMI!”
“SI!” gli urlò in faccia, mentre gli occhi si riempivano di lacrime. Per Guy la risposta fu più violenta dello schiaffo. “Sebbene non avessi che odio per il tuo comportarti da schiavo di quell’essere immondo” e puntò lo sguardo sullo sceriffo. “Sebbene non avessi alcuna intenzione di avere a che fare con te, ho cominciato a trovare lati positivo nei tuoi gesti e nelle tue parole. La mia risposta è sì: ho provato qualcosa per te.”
“Certo, come no. Pietà e disgusto” sibilò Guy, sentendosi preso in giro per l’ennesima volta.
“No! Ci sono stati dei momenti in cui ho… provato… affetto per te.”
“Affetto?! Oh Marian… non sono un cane al quale basta una carezza per essere felice. Ammettilo e facciamola finita una volta per tutte. Hai sempre mentito per salvare l’unica vita della quale ti interessasse davvero: la tua. E hai il coraggio e la spudoratezza di farlo anche adesso. Preferisco la verità, ovvero che non mi hai mai amato e che nel tuo cuore c’è sempre stato spazio solo per Robin.”
“Ma non sarebbe la verità! Io… io non amo Robin!” Le lacrime cominciarono a scendere lungo le guance arrossate di Marian.
“Balle. SMETTILA DI MENTIRMI!”
“Io non… non lo amo! Perché allora non sono andata a vivere con lui dopo averti lasciato sull’altare?”
“Eri preoccupata per tuo padre, non volevi lasciarlo solo.”
“Mio padre adesso è morto e non mi pare di essere scappata tra le braccia di Robin.”
Guy continuò a fissarla con diffidenza, incapace di credere ad una sola parola. Eppure le lacrime che rigavano il volto di Marian sembravano sincere e, cosa ancora più strana, lo stava guardando dritto negli occhi.
La figura dello sceriffo che strisciava sul pavimento attirò l’attenzione di entrambi. Era riuscito a mettere sufficiente distanza tra loro da lasciarsi il tavolo alle spalle ed avere la porta della servitù ad un paio di metri. A Guy bastarono pochi passi per raggiungerlo e bloccarlo, schiacciandogli la schiena con lo stivale e spostando tutto il peso sulla gamba. Vasey lanciò un urlo e tossì, raschiando il pavimento con le dita fino a lasciare piccoli segni rossi sulle pietre.
“Lasciami… andare…” implorò con un filo di voce.
“Guy, lascialo andare” aggiunse Marian, avvicinandosi. “Andiamocene prima che si accorgano di qualcosa.”
Ma l’uomo non sembrava voler lasciare la sua preda. Finalmente lo schiavo si era rivoltato contro il padrone e Gisborne cominciava a trovare piacevole la sensazione di superiorità. In fin dei conti lo sceriffo non era altro che un vecchio, servo a sua volta di qualcuno che lo stava usando. Eppure il piacere di schiacciarlo come un insetto lo inebriava.
“Guy… potrai occuparti di lui in un altro momento… andiamocene…”
“Ascoltala, Gisborne. Lasciami andare.”
Dei rumori attirarono l’attenzione di Marian, che corse verso la porta principale appoggiandovi poi l’orecchio. Sentì uno sferragliare ritmico e dei passi lenti che fortunatamente si allontanavano.
“Guy! Sbrigati! Non c’è più tempo!”
L’uomo annuì a Marian e, dopo aver dato un ultimo calcio allo sceriffo, si allontanò a passo lento. Troppo lento. La lama lo raggiunse rapida e silenziosa, trapassandogli il fianco destro. Guy urlò e si piegò sulle ginocchia, mentre con la mano toccava la parte ferita del suo corpo.
“LEBBRA, GISBORNE! STUPIDO CAPRONE, DOVEVI UCCIDERMI QUANDO POTEVI! ORA MORIRAI!!”
Lo sceriffo spinse la lama con tutte le forze appena riacquistate. Presi com’erano dalla loro conversazione, Guy e Marian non si erano minimamente accorti di come Vasey avesse estratto un pugnale dal proprio stivale. Il valletto, che fino a quel momento non aveva mosso un muscolo, ne approfittò per scappare dalla porta di servizio, chiudendosela alle spalle.
Gisborne tentò di rimettersi in piedi ma il dolore era troppo forte e ricadde a terra. Marian rimase paralizzata, incapace di agire. Si guardò intorno alla ricerca di un’arma qualsiasi ma la sala era quasi completamente vuota di qualsiasi suppellettile che non fosse un piatto, un bicchiere o una posata. Purtroppo la spada si trovava ai piedi dello sceriffo e cercare di raggiungerla sarebbe stato un suicidio.
“Eri destinato alla gloria ed ora morirai come un debole. Che spreco” esclamò lo sceriffo, scuotendo la testa e sfilando con uno scatto violento il pugnale dal corpo di Guy. L’uomo urlò dal dolore mentre il sangue scendeva copioso ed una pozza si allargava sul pavimento.
Vasey non vide Marian comparirgli alle spalle minacciandolo con un appuntito coltello da tavola premuto contro la schiena. “Getta la spada!” gli urlò, ma lo sceriffo non ubbidì e si girò di scatto. Con la forza di quel movimento cercò di colpire Marian, che si scansò appena in tempo per evitare che la lama le squarciasse il ventre.
“COLPA TUA! E’ SEMPRE STATA COLPA TUA” Vasey aveva lo sguardo allucinato, mentre tornava all’attacco con il pugnale, fendendo l’aria più con violenza che con precisione. Marian si avvicinò al tavolo e cominciò a lanciargli qualsiasi cosa trovasse: bicchieri, pezzi di maiale, ciotole di zuppa. Lo sceriffo evitava tutto con un’agilità sorprendente mentre la rabbia lo portava rapidamente ad una follia omicida.
“Morirai, maledetta! Se non avessi sedotto Gisborne adesso non saremmo in questa situazione! Tu e quel fuorilegge dovete morire!”
La lama sfiorò appena il braccio di Marian, che con uno scatto rapido si portò a distanza, ma il pavimento reso scivoloso dal sangue e dai resti di cibo la fece cadere a terra. Tenendosi la mano sul fianco ferito e gemendo per il dolore, Guy strisciò vicino alla ragazza, pronto a difenderla col proprio corpo. Tutto questo disgustò definitivamente lo sceriffo.
“Mi hai deluso, Gisborne. Eri come un figlio per me. Ma tutto questo per l’amore di una donna…” e così dicendo appoggiò la punta del pugnale sul petto di Guy. “Addio Gisborne.”
Marian stringeva ancora il coltello nella mano e lo conficcò nel piede dello sceriffo. L’uomo lanciò un urlo terribile e si piegò in due, lasciando cadere il pugnale. Conscia di dove agire in fretta, la ragazza si gettò contro lo sceriffo, scaraventandolo a terra e puntandogli il coltello al collo.
“Uccidilo Marian… uccidilo” la incitò Guy con voce roca.
“Ma Nottingham cadrà…”
L’attimo di indecisione permise allo sceriffo di sbilanciarla e la spinse sotto di sé, bloccandole a terra la mano con il coltello.
“Davvero, Gisborne. Non capisco cosa ci trovassi in lei. Avrei dovuto eliminarla subito invece di fidarmi delle tue suppliche e dei tuoi lamenti da animale in calore. Adesso la guarderai morire ma consolati: la raggiungerai presto.”
Vasey cercò di togliere il coltello dalla mano di Marian, ma la ragazza si dimenò e con una ginocchiata mancò di qualche centrimetro la parte sensibile in mezzo alle gambe dello sceriffo. L’uomo lanciò comunque un urlo ma continuò a fare forza sul braccio di Marian, tirandolo a sé. La ragazza gemette per il dolore mentre la lama seghettata calava verso il suo collo.
Un colpo secco e lo sceriffo ebbe uno scatto improvviso, sollevandosi dal corpo di Marian. Guy era riuscito a mettersi in piedi e, raccolta la spada, l’aveva conficcata tra le scapole dell’uomo.
“Gisborne…” rantolò lo sceriffo, mentre la forza sul coltello andava scemando. Marian non perse tempo. Appoggiò la lama alla gola e, con tutta la forza che l’adrenalina le aveva messo in corpo, lo sgozzò come un maiale. Il sangue esplose dallo sceriffo schizzando ovunque, mentre l’uomo si accasciava a terra squassato da spasmi violenti. C’era la sorpresa sul suo volto ma non riuscì a dire nulla, mentre il sangue gorgogliava fuori dalle sue labbra aperte e piene di schiuma.
Marian lasciò andare il coltello e corse accanto a Guy. L’uomo era ricaduto a terra con la mano premuta sul fianco. Fissò la ragazza sconvolto ma non disse nulla: il dolore era troppo forte e sentiva le energie venirgli meno molto rapidamente.

 

 
Era stata una pessima idea legarla in quel posto. Un posto scelto a caso al quale non riusciva a tornare. La fretta gli aveva fatto commettere un terribile errore e continuare a sbagliare strada non era sicuramente d’aiuto. Dopo aver girato alla cieca per una decina di minuti, riconobbe infine l’insegna spezzata e i vetri rotti della bottega del fabbro e sospirò per il sollievo.
La porta era mezza aperta e se la memoria non gli faceva cilecca ricordava di averla chiusa. Entrò con cautela tenendo la mano alla cintura, pronto a sguainare la spada in caso di bisogno. L’aria era satura di polvere e si ritrovò a tossire violentemente. Non appena gli occhi si furono abituati al buio, notò che qualcosa non andava. Dove prima c’era una scala di legno che portava al piano superiore ora c’erano solamente travi accatastate l’una sull’altra in maniera disordinata. Si chinò ad osservare più da vicino e raccolse da terra quello che rimaneva della corda usata per legare Martine. E ovviamente Martine non c’era.
“Dannazione!” imprecò, tornando sui suoi passi e lasciandosi la bottega alle spalle.
Dove poteva essere andata? Al castello a salvare Nigel ed il suo amico gigante? No. Per quanto volesse bene a quei due idioti non avrebbe rischiato così tanto. O forse sì? Forse non la conosceva abbastanza. Dopotutto appena arrivati a Nottingham non si era fatta problemi ad affrontare prima Gisborne e poi lo sceriffo, quindi perché non doveva lanciarsi in una missione suicida di salvataggio? D’altro canto ora sapeva che lui stava cercando il cellulare per far funzionare il furgone, e che suggerire Nigel era stato solo un depistamento. Quindi avrebbe cercato il cellulare. Ma dove? Martine e Guy erano arrivati quella mattina ed avevano preso alloggio alla locanda ai piedi di Castlegate Road, quindi il cellulare non poteva che essere lì.
Jack si sfregò le mani e si diresse verso il quartier generale dei Cavalieri Neri. Impiegò meno tempo del previsto evitando la strada principale e la folla che la riempiva, e sgusciando rapido e silenzioso per stretti vicoli bui. Arrivato alla porta della locanda non fece altro che esibire il sigillo reale ottenuto anche troppo facilmente dal principe Giovanni. Si guardò intorno, avanzando con cautela. Una cameriera stava pulendo con la scopa sotto i tavoli, mentre un piccolo cane la seguiva scodinzolando e smangiucchiando i resti di cibo abbandonati sul pavimento. Due giovani se ne stavano in silenzio davanti al fuoco. Indossavano la livrea delle guardie di Nottingham e Jack si diresse verso di loro.
“Scusatemi. Per caso sapete se sir Guy è qui?”
La guardia più bassa lo fissò da capo a piedi, incuriosito dallo strano aspetto dell’avventore. Era sicuro di averlo già visto, anche perché non si dimentica facilmente una persona simile.
“Sir Guy è uscito da ore, non sappiamo quando farà ritorno.”
“Oh che peccato. Credete possa quindi parlare con Lady Wescott?”
“Non c’è nemmeno lei. Ma voi chi siete?”
“Un caro, vecchio amico. Bene, vorrà dire che ripasserò. Buona serata ragazzi!” e si allontanò, lasciando le due guardie a fissarsi confuse per qualche istante.
Facendo attenzione a non essere visto, Jack salì le scale che portavano al piano superiore. Scrutò dentro le stanze vuote, sbirciò da sotto le porte dove intravedeva luce e poggiò l’orecchio dove sentiva voci. Riconobbe finalmente lo stemma di sir Guy su di un baule e si chiuse la porta della stanza alle spalle. Rovistò ovunque ma del cellulare non c’era traccia. Non trovò nemmeno la borsa di Martine quindi forse era arrivato tardi. Le guardie avevano detto di non averla vista ma dal puzzo di birra uscito dalla bocca di quel giovane non poteva essere sicuro avessero fatto attenzione ad ogni particolare.
Prossima mossa? Tornare al castello.

 

 

 

Era talmente pallido che Marian si stupiva fosse ancora in piedi. Era riuscita in qualche modo a fermare l’emorraggia con dei tovaglioli ma la stoffa, che prima era bianca candida, era ora di un intenso color rubino.
Avevano abbandonato la sala ed il corpo senza vita dello sceriffo. La porta della servitù conduceva ad un semplice magazzino dove un valletto tremante cercava di nascondersi dietro casse di mele e polli spennati. Tentare di scappare dall’uscita principale era fuori questione quindi Marian decise che prima di tutto doveva assicurarsi che Guy non morisse dissanguato. L’uomo camminava lentamente e respirava a fatica. Il pugnale gli aveva attraversato il fianco destro ma non troppo in profondità, quindi c’era la speranza che non avesse leso parti importanti. Ma aveva perso troppo sangue e le energie servivano a malapena a tenerlo in piedi.
“Dobbiamo salire quella scala. Un passo alla volta, aggrappati a me.”
Guy non parlava più ma comunicava con cenni e versi. Annuì e mise il braccio intorno alle spalle di Marian, cercando comunque di non caricarla troppo del peso del proprio corpo. La ragazza non aveva smesso di tremare un attimo ed era visibilmente terrorizzata, eppure dimostrava un coraggio che diede la forza necessaria a Guy per proseguire. Ogni gradino era una fitta lancinante al fianco, come se la lama del pugnale lo trapassasse nuovamente ad ogni movimento. Dopo una salita che sembrò interminabile raggiunsero un lungo corridoio. Marian lo fece appoggiare ad una parete e si allontanò per tentare di trovare una stanza dove potersi nascondere. Stranamente ebbe fortuna e la prima porta si aprì senza problemi, rivelando una piccola camera dal semplice mobilio. Tornò sui suoi passi e aiutò Guy ad entrare, adagiandolo con cura sulla piccola branda in fondo alla stanza. Cercò una candela e l’accese non senza qualche difficoltà. Le mani le tremavano ed erano umide di sangue, ma una delle scintille uscite dallo sfregamento della pietra focaia produsse una piccola fiammella che si allungò con il passare dei secondi. Marian si diresse quindi alla porta e la chiuse, bloccandola con una sedia.
Guy aveva gli occhi chiusi ed era sempre più pallido, anche se Marian si convinse che la poca luce della candela rendesse la situazione molto più grave di quanto non fosse. Aveva paura e non voleva pensare al peggio. Si sedette vicino all’uomo e gli parlò a voce bassa.
“Devo toglierti i vestiti e chiudere la ferita. Farà male ma se non fermiamo il sangue morirai.”
Guy fece due profondi respiri ed annuì, mettendosi faticosamente a sedere. Marian sciolse i lacci e gli sbottonò la giacca, cercando di sfilarla nel modo più delicato possibile; ma il dolore era troppo forte e l’uomo si morse il labbro per non gemere e fare rumore. Gli tolse la camicia ormai zuppa di sangue e gettò via i tovaglioli. Fortunatamente l’emorraggia sembrava essersi ridotta ma la ferita era comunque molto grave. Marian strappò dei pezzi dal lenzuolo che ricopriva la branda e li immerse in un catino mezzo vuoto appoggiato accanto al letto.
“Farà male” lo avvisò e Guy non distolse lo sguardo da lei per tutto il tempo, soffrendo in silenzio mentre la ragazza ripuliva la ferita dal sangue rappreso. Lentamente i contorni si fecero più definiti ed il sangue usciva più lentamente, cadendo in piccole gocce sul sottile materasso.
“Non ho ago e filo, ma possiamo fare una fasciatura stretta” spiegò, raccogliendo quello che restava del lenzuolo e piegandolo in modo da farne una fascia spessa ma alta una trentina di centimetri. “Riesci ad alzarti in piedi? Aggrappati a me.”
Guy le mise le mani sulle spalle e si issò, stringendo gli occhi per il dolore mentre un fiotto di sangue imbrattava le pietre del pavimento. Marian ripulì la ferita prima di fasciare la vita dell’uomo, facendo tre giri intorno al suo corpo tremante ed instabile, e fissando la stoffa con una spilla per capelli. Aiutò Guy a sedersi e prese posto accanto accanto a lui. Rimasero in silenzio, il respiro pesante dell’uomo che soffriva per il dolore a riempire la piccola stanza mentre Marian ascoltava il pulsare del proprio cuore nelle tempie. Guy le afferrò la mano, stringendola. Erano entrambe fredde ma quel piccolo contatto li fece sentire meglio. Marian appoggiò la testa sulla spalla nuda di Guy ma l’imbarazzo di quella strana intimità la mise a disagio. Scattò in piedi e si guardò intorno nervosa.
“Non possiamo stare qui troppo a lungo. Troveranno lo sceriffo e il castello verrà setacciato. Dobbiamo andarcene quanto prima. Pensi di potercela fare?”
L’uomo fece un respiro profondo, passandosi la mano sopra la fasciatura spessa. Gli girava la testa e si reggeva seduto a fatica, ma Marian aveva ragione. Prima o poi qualcuno sarebbe entrato nella sala principale ed il suono delle campane avrebbe dato l’allarme.
“Da qui c’è sicuramente un accesso ad una delle torri” continuò la giovane. “Se troviamo la scala possiamo fuggire percorrendola fino alla base. Il cortile era piuttosto buio, se rimaniamo rasenti al muro possiamo passare inosservati. O almeno spero.”
Guy continuava a fissarla e Marian si sentì a disagio.
“Ci sono molti se in questa fuga ma non mi viene in mente altra soluzione.”
“Lasciami qui.”
“Come?”
“Lasciami. Scappa.”
“No, non ti lascio.”
“Sono ferito e non mi reggo in piedi. Devi andare via senza di me.” Ogni parola gli procurava dolore ma cercò di non darlo troppo a vedere, anche se era evidente che soffrisse terribilmente. Marian si chinò di fronte a lui, prendendogli le mani.
“Ho detto che ci tengo a te, quindi non ti abbandono. Non questa volta.”
“Non devi dimostrarmi nulla. Mi hai salvato la vita in quella sala.”
“E ho intenzione di portarti fuori da questo castello, quindi vedi di collaborare. Siamo intesi?”
“Marian…”
“No Guy. Ora facciamo come dico io.”
“Abbiamo sempre fatto come volevi tu. Eri la mia dea, pendevo dalle tue labbra.”
“Guy, non mi sembra il momento” e gli lasciò andare le mani, raddrizzandosi.
Con una forza che la sorprese, l’uomo si mise in piedi. Tremava e soffriva per il dolore, ma riuscì a non ricadere sul letto. “Io ti ho amata così tanto… e credo che il mio cuore provi ancora qualcosa per te. Ed è per questo che devi salvarti e lasciarmi qui.”
“Non ci penso nemmeno…”
“Ascolta. Devi trovare Martine. E’ in pericolo. Ti prego.”
Marian lo fissò colpita. Era davvero innamorato di quella donna, lo vedeva nei suoi occhi. Era visibilmente preoccupato per lei, forse più della propria vita. In fondo al cuore si sentì gelosa di tanto attaccamento ma scacciò via il pensiero: non c’era tempo per sciocchezze simili.
“La troveremo insieme, ma ora sta zitto e non fare sforzi. Vado a controllare se qualcuno ci ha seguiti.”
Marian aprì lentamente la porta, che cigolò appena. Era troppo buio per vedere qualcosa ma sembrava che il corridoio fosse ancora tranquillo. Si sentivano delle voci salire dalle scale ma non riusciva a comprendere cosa dicessero.
“Guy, andiamo” e allungò la mano per invitarlo a seguirla. L’uomo si avvicinò a passo lento ed instabile, le mise una mano dietro la schiena e la attirò a sé. Marian cercò di dire qualcosa ma lui le chiuse le labbra con un bacio lasciandola paralizzata e sconcertata. Rimasero in quella posizione per qualche secondo, fino a quando il volto di Guy non si fece distante. Anche alla poca luce della candela Marian vide che sorrideva.
“Grazie” le sussurrò, lasciandola andare e appoggiandosi alla porta semi aperta.
“Io non… non capisco…”
“Io invece sì. Ho capito che non smetterò mai di amarti e che tu non sarai mai parte della mia vita, ma che è giusto così. Non mi fa male, è come se… come se fossi finalmente guarito. Adesso so di poter sopportare più amore di quanto potessi immaginare.”
“E l’hai capito con un bacio!?”
“Non sto impazzendo. O forse sì. Forse sto solamente delirando e tra poco morirò. Ma qui dentro” e si mise una mano sul petto. “Qui dentro ora c’è solamente lei.”
Marian sospirò, stanca di ascoltare quell’elogio interminabile all’amore per una donna che nemmeno conosceva ma che tutti le chiedevano di trovare e salvare. Cominciava ad odiarla, anche se forse avrebbe dovuto ringraziarla per aver finalmente spostato le attenzioni di Guy verso qualcun’altra. Eppure il suo ego non era completamente soddisfatto.
“Per questo dobbiamo uscire di qui al più presto!” lo incitò, spingendolo fuori dalla porta. Qualcosa però non andava. Alle spalle di Guy la luce cominciava ad aumentare, rendendo nitide le pietre dei muri e del pavimento e allungando le ombre sulle porte. Il rumore dei passi echeggiò sulla volta assieme a frasi ora comprensibilissime.
“Sono andati di qua!”
“Sui gradini, ecco altro sangue!”
“Fate in fretta!”
Marian si lanciò fuori dalla stanza e cominciò a correre, mettendo quanta più distanza possibile tra lei e le voci. Arrivata a metà corridoio si girò e vide che l’uomo non la stava seguendo. Era rimasto immobile davanti all’uscio della stanza e teneva lo sguardo fisso su di lei.
“Guy! Andiamo!” urlò la ragazza, tornando sui suoi passi.
“Vattene Marian.”
“Vieni via!”
Ma Guy raccolse le poche forze che ancora lo tenevano in piedi e si avviò verso le scale. Marian ringhiò per la rabbia, indecisa se seguire la scelta suicida dell’uomo o sfruttare l’occasione per fuggire. Le guardie avevano ormai raggiunto gli ultimi gradini e, quando le sentì urlare a Guy degli ordini, tornò sui suoi passi e riprese a correre verso la torre.
“Sei uno stupido” disse sottovoce, mentre spariva nel buio del corridoio.

 

 
Era distante ma Nigel riconobbe il suono di una campana. La guardia appisolata in fondo al corridoio scattò in piedi troppo in fretta e cadde dalla sedia. Si ricompose in fretta, guardandosi alle spalle per qualche istante prima di risalire rapidamente la rampa che portava ai piani superiori.
“Sta succedendo qualcosa” disse più a sé stesso che a Little John. Il gigante russava ormai da mezz’ora, crollato in un sonno profondo che Nigel gli invidiava. Aveva passato quel tempo a fissare la guardia, anch’essa appisolata e tranquilla, ma soprattutto le chiavi appese ad un gancio di ferro conficcato nel muro. Quelle stesse chiavi che pendevano ora sole solette dopo la fuga del loro carceriere.
Come fare a prenderle? Nigel aveva già rovistato nelle proprie tasche ma sfortunatamente erano vuote. In ogni caso la distanza era troppa per permettergli di tentare qualcosa. Si lasciò scivolare a terra, la schiena contro le sbarre, mentre la campana continuava a suonare.
“Che succede?” Little John aprì gli occhi e si raddrizzò, guardandosi attorno e cercando di assimilare le nuove informazioni.
“Qualcuno ha dato l’allarme. La guardia è corsa via. Anzi, forse sta tornando indietro.”
Il rumore di passi svelti che scendevano le scale attirò l’attenzione dei due prigionieri e rimasero stupidi nello scoprire che non si trattava del loro carceriere.
“Marian!” urlò Little John, cercando di alzarsi. Nigel si mise in piedi e aiutò il compagno di cella ad aggrapparsi alle sbarre.
La ragazza afferrò le chiavi appese al gancio e corse da loro, guardandosi sempre alle spalle. Le mani le tremavano ed erano sporche di sangue, così come gran parte del suo volto e dei vestiti. Nigel la fissò così come si fissa una star del cinema. Aveva di fronte la compagna del leggendario Robin Hood e doveva ammettere che le storie sulla sua bellezza non le facevano onore, anche adesso che appariva totalmente sporca ed arruffata.
Tra un’imprecazione e l’altra finalmente Marian trovò la chiave giusta e la porta di ferro si aprì con un cigolare sinistro.
“Dobbiamo andarcene immediatamente. Ce la fate a correre?”
“Marian, cosa ci fai qui? Cos’è quel sangue?”
“John, le domande più tardi. Su quel tavolo ci sono una spada e qualche pugnale, possono essere utili.”
“Non me ne vado senza il mio zaino” esclamò Nigel. Afferrò i suoi averi e corse dietro alla ragazza ed al gigante che già stavano a metà della scala.

 

 

 

Stelle nascoste da nuvole scure. Vento freddo. Puzza di urina. Zoccoli. Una lanterna. Un’insegna. La guardia. Fuoco. Scale. Il letto. Vapore. Qualcosa di caldo. Mani. Solletico. Occhi azzurri. Pelle. Caldo. Molto caldo.

Martine si svegliò ma non aprì subito gli occhi. Voleva continuare a dormire. Era stanca e quel letto era davvero comodo. Tentò di sistemarsi meglio le coperte ma qualcosa le impediva i movimenti, era come se ci fosse un peso sopra il suo petto. Lentamente spostò la mano e sentì che quel qualcosa era caldo. E morbido. Aprì gli occhi.
Un braccio la cingeva e Martine sollevò la coperta. Era nuda e, seguendo la linea di quel braccio scoprì che apparteneva ad un corpo altrettanto nudo. Il corpo di Hadrian.
Lasciò andare le coperte all’istante, fissando lo sguardo sul soffitto. Cosa era successo? Quanto tempo era passato? Non ricordava, eppure non aveva bevuto. Forse lui l’aveva drogata e stuprata! No, non poteva essere, Hadrian sembrava una così brava persona. Eppure su cosa si basava la sua opinione? Su qualche minuto insieme, una confidenza ed un impacco sulla fronte? Girò lentamente la testa e guardò il ragazzo in volto. Era sveglio.
L’imbarazzo raggiunse il culmine e Martine si paralizzò, incapace di muovere alcun muscolo e respirare normalmente. Hadrian da parte sua le sorrise e si avvicinò, sollevandosi sul gomito e appoggiando la testa sulla mano. Con l’altra mano, quella che fino a qualche istante prima stava sotto le coperte avvinghiata a Martine, le tastò la fronte e le guance.
“Sembra andare meglio. E’ ancora alta ma credo il peggio sia passato. Preparo un altro infuso.”
“NO! FERMO!”
Hadrian rimase dov’era, sorpreso dalla reazione di Martine, che a sua volta continuava ad essere paralizzata sotto le coperte.
“Cosa ci facciamo nudi?” chiese, deglutendo e schiarendosi la voce. La gola le faceva malissimo e la domanda le uscì roca e flebile.
“Sei svenuta. Eri gelida ed il tuo battito rallentava ad ogni minuto. Ti ho riportata alla tua stanza ma non era abbastanza calda. La cameriera si è offerta di mettere immediatamente una pentola sul fuoco ma ci avrebbe messo troppo tempo. Ti ho somministrato subito un infuso potente di erbe e messa sotto le coperte.”
“Dimmi che mi ha spogliata la cameriera…”
“Mi dispiace deluderti ma è tutta opera mia. Eri troppo fredda, rischiavi di morire se non ti scaldavo subito.”
“Oh santo cielo…” e si nascose sotto le coperte. Sentì il materasso spostarsi e i passi di qualcuno per la stanza. “Ti prego, indossa qualcosa…”
“Tranquilla, ho capito che non ti piaccio” esclamò allegro, tirandosi su i pantaloni e armeggiando poi con il baule delle erbe.
Martine rimase nascosta fino a quando non sentì nuovamente un peso spostare il materasso. Abbassò le coperte quel tanto che bastava per far uscire gli occhi e vide Hadrian con un bicchiere in mano. Indossava i pantaloni ma era comunque a torso nudo. Aveva un fisico tonico sebbene fosse piuttosto magro, e i pochi riccioli rossi sul petto erano piuttosto buffi. Non se ne era resa conto nel buio della strada ma il corpo del ragazzo era pieno di chiare lentiggini che lo rendevano ancora più affascinante.
Martine si ammonì mentalmente. Possibile che dovesse sbavare per qualsiasi essere di sesso maschile che le prestava un minimo di attenzioni? Doveva darsi una regolata, soprattutto in vista di un futuro come donna maritata.
Improvvisamente si mise a sedere, senza badare che le coperte le coprissero o meno il corpo nudo. Si guardò intorno con ansia e sarebbe scattata in piedi se il pudore non si fosse fatto finalmente vivo. Si coprì il seno quel poco che bastava.
“Dov’è Guy? Hai visto Guy? E’ qui?”
Hadrian scosse la testa e poggiò il bicchiere su di una mensola accanto al letto. “Non c’era nessuno nella stanza, però le guardie hanno nominato un certo sir Guy di Gisborne non appena ti hanno vista. Mi hanno aiutato a portarti qui sopra, ma son sparite pochi istanti dopo.”
“Devo trovarlo! Jack ha detto… ha detto che gli avrebbe fatto del male se…” e dovette fermarsi perché stava tremando così forte da perdere l’equilibrio. Hadrian la fece sdraiare, sistemandole meglio i cuscini dietro la testa e coprendola fin sotto il mento.
“Ora rilassati altrimenti tutti i miei sforzi risulteranno inutili. E dovrò rimettermi nudo nel letto.” Le sorrise, spostandole i capelli dal viso e accarezzandole la guancia.
“Ma tu chi diavolo sei?!” gli chiese Martine, ancora incapace di inquadrare quel ragazzo tanto misterioso quanto premuroso.
“Solo il figlio di uno speziale” rispose candidamente, prendendo nuovamente il bicchiere e invitandola a berne il contenuto fino all’ultima goccia. “Ora fammi controllare le ferite. Ho visto che quella sul ginocchio sinistro ha un brutto aspetto.”
“NO! Lascia che prima mi vesta!” urlò Martine, quasi soffocandosi con il potente infuso.
“Non ha senso. Poi dovresti spogliarti nuovamente. Dai su” e spostò appena l’orlo della coperta per far uscire la gamba sinistra. Effettivamente appena sotto il ginocchio era comparsa una grossa bolla giallognola dai contorni arrossati, ed Hadrian la sfiorò delicatamente con le sue dita affusolate. Martine sobbalzò ma lo lasciò fare.
“Non è grave ma sarebbe meglio incidere e disinfettare” e senza attendere autorizzazioni si diresse al baule a prendere il necessario.
“Comunque… grazie” brontolò la ragazza seguendolo con lo sguardo.
“E ci mancherebbe altro: ti ho salvato la vita.”
“Oh santo cielo! Non capisco se dovrei odiarti o strapazzarti di coccole!”
Entrambi scoppiarono a ridere e dentro di sé Martine lo ringraziò una seconda volta. Era preoccupata per Guy, aveva rischiato di morire nella bottega del fabbro e la febbre l’aveva quasi avuta vinta sul suo corpo provato. Chiuse gli occhi e strinse i denti mentre Hadrian si occupava anche del suo ginocchio.
“Fatto. Basterà non rotolarsi per terra e guarirà nel giro di un paio di settimane. Mi raccomando: tieni sempre pulita la ferita.”
“Certo, lo farò. Grazie.”
“Bene. Ora che febbre ed infezioni sono state curate, credo sia venuto il momento di pagare.”
“Pagare?!”
“Certo. Ho abbandonato il mio banco ed i possibili guadagni, ti ho portata in braccio fino a qui, ti ho salvato la vita e dovrei andarmene insoddisfatto? Non penso proprio!” e così dicendo si inabissò sotto le coperte, rispuntando fuori a pochi centimetri da Martine.
“E che soddisfazione dovrei darti? Non intenderai…”
“Immaginavo l’avresti pensato. Sei una ragazza biricchina” e le diede un buffetto sul naso. “Sei chiaramente invischiata in qualcosa e mi farebbe piacere poterti aiutare. La tua storia sarà il pagamento, a meno che tu non voglia davvero soddisfarmi in altro modo.”
Martine si mise a ridere e gli raccontò quel tanto di verità che le avrebbe permesso di non apportare ulteriori sconvolgimenti nel continuum spazio-temporale. Ovvero che era scappata da Nottingham dopo che lo sceriffo l’aveva accusata di spionaggio, dividendosi così dai suoi compagni di viaggio. Che il suo carceriere si era trasformato nell’amore della sua vita e che doveva trovarlo quanto prima.
“Povera ragazza, comprendo perché ti sei ridotta in questo stato. Ma non puoi andare di nuovo lì fuori e sfidare la sorte. Non nelle condizioni in cui versi.”
“Ma i miei amici rischiano la vita e non so dove sia Guy! Io devo trovarli!”
“Puoi attendere almeno l’alba? Qualche ora di sonno, le mie cure, un bel bagno e diciamo che sarai in grado di reggerti in piedi.”
Martine annuì. Non era convinta ma stranamente si fidava ciecamente delle parole del giovane. E aveva bisogno di tutte le forze per attuare il suo piano. Era stata la sua stessa immagine riflessa nello specchio a darle l’idea. Era una pazzia ma non aveva altra soluzione.
“Lo ami così tanto?” le chiese, distraendola dai suoi pensieri. La ragazza sentì il proprio cuore mancare un battito e gli occhi riempirsi di lacrime. Annuì, tirando su con il naso.
Hadrian sorrise e sospirò, distendendosi poi a fissare il soffitto. “Ho amato anch’io fino a star male e non lo auguro a nessuno. Ne porto ancora le cicatrici” e le mostrò una linea bianca ormai sbiadita che partiva dall’ascella e scendeva fino al fianco coperto dai pantaloni. “E’ stato mio padre. Una brava persona, ha solo usato un metodo un po’ drastico per separarci.”
“Non approvava la ragazza che amavi?”
“No, non approvava il mio compagno.”
Martine inarcò le sopracciglia, presa alla sprovvista dalla rivelazione. Improvvisamente non sentiva più imbarazzo nel trovarsi nuda sotto le coperte assieme ad Hadrian.
“Era il figlio di un conte” continuò, senza badare alla reazione della ragazza. “Era spesso malato e passava in bottega a comprare delle foglie particolari molto costose. Parlavamo per ore di erbe, sembrava non averne mai abbastanza. Mi chiedeva di uscire insieme a raccogliere fiori e radici, ed io ero felice. Eravamo così diversi ma talmente simili. Quando la malattia peggiorò fui io a portargli le medicine, e cominciai a trattenermi nella sua stanza anche la notte. Eravamo cauti ma i sospetti intorno a noi crebbero. Mio padre venne a saperlo per caso e impazzì. Mi raggiunse nel bosco dove stavo cogliendo delle piante e mi minacciò con un coltello. Avrei dovuto dire addio a Francis per sempre e farmi prete per espiare i miei peccati. Ovviamente mi rifiutati e lui mi ferì. Non voleva uccidermi, lo so. Ma fu una ferita grave perché si infettò e persi molto sangue. Non vidi Francis per un mese e seppi solo in seguito che non lo avrei più rivisto. La malattia se l’era portato via nel sonno pochi giorni dopo il mio incidente.”
“Mi spiace tantissimo” ammise Martine, incapace di dire altro.
“A me no. Francis ha avuto il mio amore prima di morire ed io ne conserverò il ricordo per sempre. Non ho rimpianti, solo qualche sogno spezzato. Ma quelli si possono riparare con un altro amore.”
Hadrian sorrise e Martine lo abbracciò stretto.
“Sei una persona meravigliosa, sono sicura troverai il ragazzo giusto per te” gli sussurrò, rilassandosi nel calore che il suo corpo emanava.
“Anche una ragazza andrebbe bene” aggiunse, ricambiando l’affetto con un bacio sulla guancia di Martine, che si allontanò di scatto.
“Aspetta. Tu amavi Francis. Lui era un maschio. Tu non… sì insomma, a te…”
“Non vedo perché precludermi il divertimento limitando la scelta” fu la sua risposta, accompagnata da un enorme sorriso divertito.
“Sei terribile” esclamò Martine, rintanandosi nuovamente fra le coperte ma senza riuscire a trattenere una risata. Quel ragazzo era una forza della natura.
“Ricorda: essere felici è la migliore medicina del mondo. E se trovare questo Guy ti farà stare meglio, allora cercherò di aiutarti.”
“Sarò ripetitiva ma grazie. Davvero. Se non fossi già innamorata persa di un altro credo ti avrei fatto una corte spietata.”
“Lo so. Ed io ti avrei fatta soffrire per vederti implorare.”
“Sei davvero terribile!” e gli lanciò addosso un cuscino.

 

 

 

“Ma cosa diavolo… che è successo?!”
Jack si fece largo tra le guardie e fissò lo sguardo sulla pozza di sangue. Lo sceriffo aveva gli occhi sbarrati dal terrore e la ferita alla gola era profonda ma irregolare. Il pirata si inginocchiò accanto al cadavere e raccolse il coltello da cucina immerso nel sangue. Piccoli brandelli di pelle pendevano dalla lama seghettata e Jack lo gettò a terra schifato.
Delle impronte di scarpe si allontanavano dalla scena direttamente verso la porta principale. Due serie di diversa grandezza, quindi quasi sicuramente le impronte di un uomo e di una donna.
“Li avete trovati?” chiese il pirata.
“Solamente sir Guy, Milord. E’ gravemente ferito.”
“E la ragazza?”
La guardia guardò i compagni, che fecero finta di osservare attentamente qualcosa dalla parte opposta.
“Sparita, Milord.”
“Sparita.”
“Sì, Milord.”
“Un castello pieno di guardie e vi siete lasciati sfuggire una ragazza.”
“E due prigionieri.”
“Che prigionieri?”
“Il fuorilegge gigante e il suo compagno di cella, il giovane catturato vicino le mura.”
Jack chiuse gli occhi, si mise le mani in testa ed uscì a passo rapido dalla sala, brontolando tra sé e sé.

 

 

 

“Fortunatamente non sembrano esserci danni agli organi interni, ma avete perso molto sangue. Tornerò più tardi per un controllo. Ora riposate.”
L’uomo si alzò dal letto, portando con sé l’ago ed il filo con i quali aveva suturato la ferita. Era un tizio bassetto, con folti capelli ricci ed uno sguardo sveglio. Si sciacquò le mani nel catino accanto al letto ed uscì dalla porta. Guy lo sentì parlare a bassa voce con qualcuno ma senza comprendere alcuna parola. Si rilassò sui freddi cuscini di un grande letto a baldacchino, respirando lentamente per allontanare il dolore dalla mente e dal corpo.
Ancora non capiva perché non lo avessero gettato in prigione o ucciso. Era certo che il corpo dello sceriffo fosse stato trovato, eppure le guardie si erano prodigate subito nel fargli avere immediatamente le cure del medico del principe.
Guy si guardò intorno. La stanza era illuminata solamente da un paio di candele accanto al letto e dal fuoco che scoppiettava allegro nel camino, ma si capiva subito che si trattava di un ambiente riservato ad ospiti di una certa importanza. C’erano mobili dagli intagli ben rifiniti, argenteria lucidata con cura e abiti di stoffe pregiate adagiati su di una enorme poltrona rivestita di velluto rosso. Passò una mano sulle soffici lenzuola profumate di lavanda, rese umide dal suo sangue e dall’acqua usata dal medico per pulire la ferita.
“Spero non abbiate freddo, ho chiesto di far portare subito delle coperte. Purtroppo la stanza non era ancora stata sistemata per ospitarvi, ma provvederò a punire chi di dovere.”
Guy fissò lo sguardo sull’uomo che avanzava e trasalì. “Vostra Maestà…” sussurrò, cercando di mettersi a sedere, ma una scossa di dolore lo incollò al materasso, costringendolo a chiudere gli occhi e a trattenere le lacrime.
“Non vi muovete, vi prego.” Il principe Giovanni gli fu accanto e si sedette sul bordo del letto. “E’ stato lo sceriffo, non è vero? Per sua fortuna è morto, altrimenti lo avrei ucciso io stesso.” Osservò il corpo di Guy, soffermandosi a fissare preoccupato la ferita ricucita con cura dal medico.
“Guardate qua… santo cielo, che cosa terribile. Scommetto che state soffrendo moltissimo! Ma mi prenderò io cura di voi” aggiunse, sorridendo e appoggiandogli delicatamente la mano sul braccio. Istintivamente Guy cercò di spostarsi ma l’idea del dolore lo costrinse a rimanere immobile. Si sentiva a disagio ed aveva una brutta sensazione.
“Vostra Maestà… perché… cosa ci faccio qui?”
“Siete mio ospite, Gisborne. Attendevo lo sceriffo di Nottingham per la prossima settimana, quindi sapere da Lord Sparrow che la vostra visita era stata anticipata mi ha riempito di gioia.”
“Lord Sparrow. Maestà, lui… non dovete fidarvi di lui.” Guy si mise a sedere, stringendo i denti e aggrappandosi con forza alle lenzuola. Il principe lo aiutò, sorreggendogli la schiena.
“Oh Gisborne, siete così forte e coraggioso. E vi preoccupate per me. Oh, sono così felice voi siate qui! Non vorrei apparirvi egoista e crudele, ma in fondo sono contento che siate stato ferito così gravemente poichè potremo trascorrere molto più tempo assieme. E senza quell’omuncolo fastidioso dello sceriffo ad infastidirci.”
Guy cercò di mantenere una certa distanza, ma poteva sentire lo sguardo dell’uomo che lo scrutava con interesse. Aveva sempre avuto la strana impressione che quelle particolari attenzioni da parte del principe non fossero molto normali. Già dai primi incontri segreti dei Cavalieri Neri Giovanni trovava sempre il modo di stargli vicino, scambiare quattro chiacchiere per niente inerenti alla missione e terminando ogni riunione con un lungo abbraccio fin troppo affettuoso. Cercò quindi di cambiare argomento e di sollevare le lenzuola sul suo corpo mezzo nudo.
“Lord Sparrow ha rapito una donna. Si chiama Martine Wescott. Tutto quello che vi ha raccontato è una menzogna. Ho bisogno che mi crediate e che mandiate subito qualcuno a cercarla.”
Giovanni si fece improvvisamente serio, arricciando le labbra dove prima troneggiava un sorriso beato. “Voi dite?”
“Credetemi, sire. Sul mio onore di Cavaliere Nero e vostro umile servitore.”
“Capisco. Quindi quella donna conta molto per voi?”
Guy annuì, evitando di aggiungere parole che avrebbero potuto offendere la sensibilità del principe. Se davvero Giovanni aveva un debole per lui, perché non sfruttarlo per i propri comodi? Si sforzò di sorridere e di ricambiare lo sguardo del principe nel modo più amichevole possibile. E funzionò.
“Farò il possibile. Domani le guardie controlleranno a tappeto la città.” confermò Giovanni, stringendo la mano a Guy per rassicurarlo.
“Grazie Maestà.” Avrebbe preferito alzarsi da quel letto e fiondarsi alla ricerca di Martine, ma era troppo debole ed il dolore pulsante della ferita gli impediva di muoversi senza soffrire. Pregò che la ragazza stesse bene e promise a sé stesso che Jack l’avrebbe pagata.
Il principe si avvicinò al volto di Guy, dandogli un leggero ed inaspettato bacio sulla guancia. Sorrise e si rimise subito in piedi, riuscendo a contenere a fatica la gioia. “Vi lascio riposare. Avremo tempo per parlare. Per qualsiasi cosa non esitate a chiamarmi. Qualsiasi cosa.” Ammiccò e rise, allontanandosi dal letto quasi trotterellando, chiudendosi la porta alle spalle e lasciando Guy nel più totale terrore e sconforto.

 

 

 

La guardia lo lasciò entrare nella stanza del principe. Jack si diresse rapido alla scrivania, dove Giovanni stava finendo di firmare delle carte, imprimendo il sigillo reale sulla ceralacca fumante.
“Ditemi, Lord Sparrow. Vorrei andare a riposare quanto prima, è stata una giornata ricca di sorprese e mi attende un giorno radioso.”
“Maestà, i prigionieri sono scappati e…”
“E lo sceriffo è stato ucciso. Sì, lo so. Arrivate tardi questa volta. Ma per fortuna ci sono io a tenere tutto sotto controllo.”
“I miei più sentiti complimenti, Vostra Maestà. Vorrei però mettere l’urgenza nella ricerca dei fuggitivi.”
“Ancora per quella storia? Che noia. Beh fate come volete.”
“Maestà, avrei bisogno di un ulteriore lasciapassare per compiere al meglio le vostri regali veci.”
Il principe sospirò e, frugando sulla scrivania carica di documenti, raccolse qualcosa che tintinnò sonoramente. Appeso ad una solida e spessa collana di anelli d’oro pendeva un ciondolo grande quasi quanto il palmo di una mano. Un enorme pietra verde incastonata in una cornice anch’essa dorata come la collana e lavorata finemente dal migliore degli orafi sormontava il sigillo reale.
“Questa collana apparteneva a mio padre ed è stata lasciata in eredità a mio fratello. Quando Riccardo è partito per la sua stupida missione, l’ha ceduta a me come riconoscimento delle mie mansioni di reggente in sua assenza.”
“Maestà, non posso accettare un simile oggetto” protestò il pirata, seppur desiderando ardentemente di stringere tra le mani tanta opulenza.
“Non ce ne sarà più bisogno. A breve sarò riconosciuto monarca di questo regno, quindi non avrò bisogno di un gingillo simile per dimostrare i miei reali diritti al trono. Inoltre è talmente pesante che il solo indossarlo diventa frustrante. Prendetelo pure” e glielo gettò tra le mani. Jack lo afferrò appena in tempo, sorpreso dal peso del gioiello e dalla facilità con la quale riusciva a ottenere le cose. Fece un profondo inchino e lasciò la stanza, sorridendo alle opportunità che lo attendevano al sorgere del sole.

 

 

Data di pubblicazione: 15 marzo 2016
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

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