DAGGER: CAPITOLO 6.7

7 Marzo 1193
Giorno 10
Strada per Blackrod

 

Il vecchio arrancava sotto il peso dei propri anni lungo il sentiero polveroso, lasciando che l’asino acciaccato quasi quanto lui, sorreggesse il carico dei suoi attrezzi da lavoro e parte della sua stanchezza. Aveva sgobbato tutta la notte ed ora si preparava a godersi il meritato riposo all’interno della piccola capanna che lui chiamava casa. Il sole ancora basso sull’orizzonte nonostante fosse già mattina inoltrata gli illuminava la faccia con lunghi raggi leggermente appannato dalla foschia. Conosceva ogni sasso ed ogni sconnessione di quel sentiero, per questo proseguiva un piede dietro l’altro, lasciandosi trasportare dalle gambe ad occhi chiusi, godendosi il tepore dei raggi di marzo. D’un tratto la mano poggiata sul garretto del vecchio Bill, percepì una vibrazione sotto l’ispido e spesso pelo dell’animale. Lo sentì ragliare un richiamo prima ancora di poter aprire gli occhi. Quel richiamo gli salvò la vita, facendolo fermare di scatto. Il vecchio spalancò gli occhi nell’esatto momento in cui dall’erba alta che fiancheggiava il sentiero alla sua destra, a meno di un metro dalle morbide froge di Bill, un cavaliere si fiondò al galoppo sul sentiero tagliandogli la strada e poi svoltando a nord. Il vecchio non ebbe il tempo d’imprecare che il primo cavaliere fu seguito da un secondo e da un terzo e da altri ancora. Sette cavalieri uno dietro l’altro, al galoppo lanciato. Sette figure ammantate nei colori della foresta.
Se non fossero stati cavalieri non avrebbe esitato ad insultarli, senza tante cerimonie. Ma gli unici a possedere dei cavalli erano nobili o soldati, e una sola parola contro di loro gli sarebbe costata la lingua, dopo aver rischiato la vita. Inghiottì il rospo, carezzò le lunghe orecchie del suo animale per tranquillizzarlo e si preparò a rimettersi in marcia. Un rumore di zoccoli alle sue spalle lo fece voltare sospettosamente. Il gruppo di cavalieri si era fermato e due di loro stavano tornando al trotto verso di lui. Fece un profondo sospiro ed attese che gli rivolgessero la parola.
“Scusaci nonno, ti abbiamo quasi travolto”
Il vecchio si limitò ad annuire con il capo. Ma non abbassò lo sguardo, lo puntò dritto negli intensissimi occhi azzurri del giovane che gli aveva parlato, che lo fissavano da un volto dall’espressione furba e disinvolta.
“Siamo diretti a nord, verso Blackrod e ci chiedevamo se da queste parti potremmo trovare un posto dove abbeverare i cavalli, li abbiamo affaticati parecchio” il secondo cavaliere, quello che ora gli stava parlando, indossava una strana cuffietta sulla testa e sotto il mantello una bislacca tunica colorata che assomigliava più una rete da pesca. Dovevano essere un ben particolare gruppo di cavalieri.
Il vecchio lanciò uno sguardo verso il gruppo che era rimasto un po’ in disparte e poi tornò ai suoi interlocutori. Non sembravano nobili. Ma non sembravano neppure predoni. E poi si erano scusati. Decise che ad aiutarli non avrebbe fatto nulla di male.
“Seguendo il sentiero verso nord a qualche miglio da qui vi inoltrerete in una fitta boscaglia. Sul lato sinistro della strada troverete una grossa roccia verticale ricoperta di muschio. Addentratevi nel verde ed arriverete ad un ruscello che piega verso est. L’acqua è buona. La sorgiva è poco distante.”
“Grazie amico. A buon rendere!”
“Avete detto che andate a Blackrod?”
“Si signore”
“Mia nipote serve nella grande casa. Ditele che il vecchio Bill la saluta”
“Sarà fatto”
“Come si chiama la ragazza?”
“Grace”
“Diremo a Grace che il vecchio Bill la saluta”
Il vecchio annuì e diede una pacca sulla groppa al suo asino. Si rimisero in marcia e sparirono lungo il sentiero.

Avevano cavalcato al galoppo per diverse ore e Faith si sentiva completamente intorpidita. Se l’orgoglio non glielo avesse impedito avrebbe pianto dalla stanchezza. Ringraziò la sua buona stella che Robin avesse quasi travolto un vecchio immettendosi al galoppo sul quel sentiero, perché questo l’aveva fatto sentire in obbligo di fermarsi. La pausa durò solo pochi secondi. Much ed Allan avevano parlato con il contadino ed ora tutta la compagnia li stava seguendo nuovamente al galoppo lungo il sentiero. Poco più avanti, al lato della strada, si stagliava un grande menhir ricoperto di muschio. Allan e Much svoltarono a sinistra e si inoltrarono nel fitto boschetto di noccioli. In meno di due minuti raggiunsero un limpido corso d’acqua a cui i cavalli si avvicinarono trotterellando per bere avidamente.
Robin chiese loro di non scendere di sella. Non sarebbe stato il caso di raggiungere una casa piena di mercenari dello sceriffo una volta calata la notte, quindi non avevano tempo da perdere, non potevano fermarsi.
Una volta che i cavalli si furono dissetati si rimisero in marcia, questa volta finalmente abbandonando il galoppo. Non potevano rischiare di spingere le loro cavalcature oltre il punto di fatica massimo. Dovevano lasciarli riprendere un po’.
La tensione della galoppata si sciolse, ripresero il sentiero e gli animi si alleggerirono. E ricominciarono a chiacchierare.
Faith credeva di non aver mai vissuto una giornata più lunga, faticosa ed impegnativa di quella, ma vedere le facce attorno a lei illuminarsi nella convivialità la fece sentire subito meglio.
Uscirono dal noccioleto e ripresero il sentiero verso nord. Su ogni lato si stendevano ampie distese di cereali in maturazione. L’aria profumava di erba tagliata e Faith si chiese se dovessero ringraziare il vecchio che avevano incrociato sulla strada e la falce trasportata dal suo asino. Proseguirono al passo per qualche miglio e parve quasi che la loro urgenza fosse svanita. I ragazzi scherzavano fra di loro e Sir Roger e Robin confabulavano come se stessero già programmando la grande entrata ad effetto a Blackrod.
Su entrambi i lati del sentiero crescevano maestosi dei vecchi ciliegi, tra un grosso tronco e l’altro si potevano ancora vedere le verdi spighe dei campi che si stendevano a perdita d’occhio interrotti di tanto in tanto da muretti di pietra a secco. Sopra le loro teste i rami dei ciliegi già verdi di boccioli si intrecciavano chiudendo fuori il cielo azzurro.
“Pensa quando saranno in fiore..” disse Faith senza rivolgersi a nessuno in particolare
“Pensa quando saranno in frutto!” commentò Much accompagnando la frase con un sonoro brontolio dello stomaco.
In quel momento, sotto quella volta di ciliegi, Allan cominciò a cantare.
I discorsi degli altri si fermarono e tutti si misero ad ascoltare mente lui mormorava un motivo lento e delicato. Allan sembrava non esser conscio dell’effetto che stava avendo sulla compagnia, ma Faith riuscì a leggere nelle loro espressioni la gioia nel riscoprire qualcosa che era loro mancato.
Quando Allan cominciò a cantare veramente Faith ne rimase senza fiato.

* CLICK *

When Joseph was an old man, an old man was he,
He courted Virgin Mary, the Queen of Galilee.

When Joseph and Mary were walking one day,
Here is apples and cherries so fair to behold.

Then Mary spoke to Joseph so meek and so mild:
“Joseph, gather me some cherries, for I am with child.”

Then Joseph flew in anger, in anger he flew:
“O let the father of the baby gather cherries for you.”

So, the cherry-tree bowed low down, low down to the ground,
And Mary gathered cherries while Joseph stood down.

Then Joseph took Mary all on his right knee,
Crying, “Lord, have mercy for what I have done.”

When Joseph was an old man, an old man was he,
He courted Virgin Mary, the Queen of Galilee.

Faith non aveva la minima idea che Allan potesse essere così intenso quando cantava. Lasciava trasparire qualcosa di se e probabilmente non se ne rendeva conto. Si guardò attorno, ma notò che l’unica meravigliata era lei. La gang conosceva quel lato di Allan. Era una novità solo per lei. Un’altra scoperta su di lui che le avrebbe fatto sentire la sua mancanza. Non voleva pensarci.
“Quindi sapevi fin dall’inizio che non eravamo cantanti, il giorno che ci hai trovati nella foresta” lo constatò più che chiederglielo. Allan scoppiò in quella sua risata piena che Faith aveva scoperto da così poco.
“Certo! Senza offesa, ma era abbastanza chiaro che stavate cercando una scusa qualsiasi per non farvi ingabbiare! Forse avreste fatto meglio a dire che eravate pellegrini!” rise ancora di gusto
“Si beh vallo a dire a Nigel.”
Si alzò leggermente sulla sella per cercare di sgranchire le gambe, ma il risultato fu solo un’intensa stilettata di dolore. Tornò a sedersi nella stessa identica posizione che aveva avuto qualche momento prima e il dolore, se non l’intorpidimento, parve placarsi.
“Cantane un’altra. Solo un’altra” chiese guardando la volta di rami di ciliegio
Allan si voltò verso di lei sorridendo.
“Non me la cavo male, allora?”
“No. Decisamente no” gli occhi di Allan brillarono
“Vuoi il mio cavallo di battaglia?”
Quando la voce calda di Allan cominciò ad intonare le prime note, Faith si stupì nel non capire in che lingua stesse cantando.
Era una lingua dura, colma di consonanti eppure il suo suono risultava dolce e vellutato.
Sir Roger fissava Allan con gli occhi azzurri vividi, come se fosse in attesa di qualcosa. Come se quella canzone gli avesse rivelato qualcosa di mistico. Fissò il ragazzo e poi spostò lo sguardo rapidamente sulla gang, fermandolo su Faith per qualche secondo e poi nuovamente su Allan.
“Come conosci questa canzone ragazzo?” gli chiese quando ebbe finito di cantare
“La conosco da che ho memoria a dire il vero, perché?”
“È una canzone particolare, non accade molto spesso di sentir cantare in sassone”
“Sassone?” chiese Djaq incuriosita
“I ragazzi forse non lo ricordano, ma molti dei loro genitori o i loro nonni parlavano sassone come prima lingua, almeno finche non arrivarono i nobili normanni…” spiegò Sir Roger alla giovane saracena
“Ricordo che mio padre, conosceva il sassone. Quand’ero bambino forse lo parlava anche con me, ma è morto da tanto tempo, ed io non ricordo che qualche parola” confermò Robin
“Comunque è bellissima, anche se sembra malinconica” ammise Faith
“Parla di un amore perduto, in effetti”
“Se per te va bene ragazzo, ti chiederò di cantarla ancora quando arriveremo a Blackrod. È molto amata nella mia casa” chiese Sir Roger ad Allan mentre Djaq si affiancava al giovane menestrello e gli borbottava qualcosa all’orecchio facendolo voltare verso di lei.
“Ma piantala!” rispose Allan, ma era arrossito leggermente “Ehm.. certo Sir Roger, con grande piacere. Almeno qualcuno qui apprezza la mia arte” terminò fissando Djaq, ma guadagnando solo uno sguardo divertito in risposta.

“Visto che ora abbiamo rallentato un po’ il passo, potremmo mettere qualcosa sotto i denti senza bisogno di fermarci per il pranzo, mezzodì è passato da un pezzo… che ne dite padrone?” chiese Much rivolgendosi a Robin.
“Buona idea, eviteremo di perdere altro tempo, recupera i viveri e distribuiscili ai ragazzi”
Much fermò il suo cavallo e a mano a mano che i suoi compagni gli sfilavano accanto uno dietro l’altro, porgeva loro una piccola pagnotta, un pezzo di formaggio ed una striscia di carne secca salata. Robin aveva deciso di utilizzare un po’ del cibo che generalmente consegnavano ai villaggi per quella missione.
Faith accettò con gratitudine il cibo ce le veniva offerto. Si sentiva così stanca.
Stava annusando rumorosamente il suo pezzo di formaggio di pecora stagionato quando venne affiancata da Sir Roger.
“Come va, ragazza? Mi dicono che non siete molto abituata a cavalcare”
“Oh, un tantino indolenzita, ma nulla di drammatico, grazie Sir Roger” Faith cercò di minimizzare le sue condizioni, in realtà si sentiva il corpo tanto intorpidito da non aver più alcuna sensibilità dalle reni in giù. E cominciavano anche a farsi sentire i crampi. Addentò avidamente il pezzo di formaggio che Much le aveva offerto.
“Quindi, se ho capito bene… Voi siete nobile.”
“Cosa?” chiese con tono stupito, ancora ruminando il suo boccone.
“Beh l’altra sera avete detto che la vostra famiglia ha delle terre…” perché non se n’era stata zitta? Una piccola, microscopica affermazione per lei del tutto innocua, e tutti erano pronti a trarre delle conclusioni. Non che le creasse effettivamente dei problemi essere creduta nobile, ma le dava fastidio che le persone si facessero un’idea sbagliata di lei. Si maledisse per la sua bocca larga.
“Ah già… dimenticavo… beh io… è complicato…” deglutì rumorosamente per poi tornare a sorridergli
“Siete una donna istruita”
“Direi… direi di si, so leggere e scrivere e far di conto -maluccio a dirla tutta-, se è questo che intendete”
“E graziosa…”
“Grazie Sir” arrossì imbarazzata.
“E siete certamente una donna fuori dal comune…”
“Non vorrei essere brusca, ma dove volete arrivare, Sir?” gli chiese allora Faith, che cominciava a sentirsi sotto esame. Il nobile le sorrise di rimando. Un sorriso dolce, quasi familiare, che gli illuminò gli occhi azzurri.
“Era così palese?” le chiese, mentre Faith rispondeva con un’alzata di sopracciglia.
Il nobile rise di nuovo, evidenziando due profonde fossette ai lati del mento, che fino al giorno prima, quando aveva dovuto fingere di essere una monaca, erano rimaste nascoste sotto la leggera peluria che gli copriva tutta la mascella ed il labbro superiore.
“Siete libera da impegni sentimentali, giusto? Nel luogo da dove provenite intendo… Non siete promessa ad un uomo?”
“Come di grazia?!” la discussione stava prendendo una piega decisamente inaspettata.
“Sapete mia cara, la mia famiglia è stata piuttosto sfortunata negli ultimi anni. Io ora detengo i diritti su Blackrod, ma non ho un erede…”
“Signore… io sono dispiaciuta, ma non vedo come potrei…”
“Lasciate che finisca di spiegami, ve ne prego” la fissò dritto negli occhi, avvicinando la propria cavalcatura alla sua
“C-certo” acconsentì a malincuore Faith sentendo il battito cardiaco accelerare e il disagio farsi strada nel suo animo.
“La verità è che non ho eredi diretti, come vi dicevo. E fino a poco tempo fa non credevo di avere nessun parente in vita che alla mia morte potesse ereditare il titolo, i possedimenti, i miei diritti, e doveri. Ma di recente ho scoperto che forse la mia casata non è perduta, che il mio sangue non si sta estinguendo con me. Sono venuto a conoscenza della possibile esistenza di un nipote… Un nipote che potrebbe essere l’erede del titolo e dei beni. Un erede che avrebbe più diritto persino di me su Blackrod, ma che credevo perduto. Del mio sangue, capite…”
“Mi rallegro con voi Sir Roger, sono contenta che la vostra speranza per un discendenza non sia del tutto perduta, anche se non capisco perché scegliete di parlarne con me…” si sentì subito sollevata, per un momento aveva temuto che le stesse chiedendo di sposarla. Che idea stupida.
“Dovete capire, che da quanto mi è stato permesso di intendere, il ragazzo è un tipo un po’ particolare, non ha vissuto come ci si può aspettare da uno del suo rango. E non è più un bambino. Non sarà facile…. rieducarlo, diciamo”
“Non sarà né primo né l’ultimo nobile d’Inghilterra con una vita stravagante” cercò di sdrammatizzare Faith “Dovete capire che la sua storia… Il fatto è che una lady non… una lady probabilmente non riuscirebbe ad adattarsi ai suoi modi. Nessuna delle giovani lady che ho avuto modo di incontrare riterrebbe opportuno impegnarsi con…”
“Oh credetemi Sir Roger, mi spiace ammetterlo, ma esistono donne che per una rendita ed un titolo venderebbero ben più che la loro mano”
“Certo, lo so… ma per quanto mi è possibile.. è il mio unico parente in vita e vorrei che fosse felice…”
“Questo vi rende certamente merito signore, ma non vedo come potrei aiutarvi”
“Il fatto è che una donna particolare come voi siete, che non teme di accompagnarsi a dei fuorilegge comuni… credo che potreste piacergli… insomma voi non interagite solo con Locksley che è vostro pari…” e con queste parole lanciò un’occhiata carica di significato alle sue spalle, dove affiancati cavalcavano Allan, Much e Will “Forse voi… In pratica mi chiedevo se per caso… potreste prendere in considerazione di…” Sir Roger non riuscì a completare la frase, la fragorosa risata di Faith lo interruppe prima che potesse formulare una proposta. La sua idea che la stesse chiedendo in matrimonio era stupida, ma non così tanto, evidentemente.
“State davvero parlando di quello che penso che stiate parlando?!” quasi soffocava dal ridere. Le ci volle qualche secondo per ricomporsi.
Poi notò che Sir Roger si era rattristato.
Faith i sentì subito in colpa, immaginò la difficoltà, la vergogna forse, di Sir Roger di parlare ad un’estranea di un membro della famiglia… particolare. Chissà cosa intendeva Sir Roger con quella parola.
“M-mi dispiace signore, è solo che… davvero, io non credo proprio di poter essere la persona giusta per una cosa del genere.” Si affrettò a dirgli con gentilezza
“Ma, tuttavia..” stava per replicare Sir Roger quando venne interrotto
“La persona giusta per cosa?” c’era qualcosa di esasperante nel modo in cui Much riusciva sempre ad insinuarsi nelle discussioni altrui nel momento meno opportuno. Ruminava un grosso pezzo di crosta di pane sbriciolandosi addosso con soddisfazione. Faith pensò che fosse una buona idea spezzare la tensione che aveva colto sul volto di Sir Roger
“Oh, nulla di che… Per un matrimonio!” rispose con forzata allegria Faith
“Non credi di essere un po’ troppo vecchio per lei, nonno?” si intromise allora Allan, il riso negli occhi azzurri
“Non ho suggerito nulla del genere, sciocco ragazzo!”
“Vi assicuro che non vi sarebbe nulla di male Sir Roger, siete un uomo affascinante e piacente, sarebbe certo un onore, e se non altro vi conosco di persona” gli sorrise Faith. E non le erano costati quei complimenti, il nobile le piaceva.
“Allora concedetemi solo una gentilezza. Acconsentite a conoscerlo quando arriveremo a Blackrod. Spero scoprirete che per voi è di bell’aspetto e di buona compagnia, nonostante tutto…” le sorrise di rimando Sir Roger costringendola con la sua richiesta ad un cenno affermativo.
“Non per fare il guastafeste nonnetto, ma lei non è fatta per un nobile!”
“E questo che cavolo vorrebbe dire, Allan?” chiese la ragazza gli occhi stretti a fessura, il fastidio che montava, il tono di voce leggermente più piccato di quanto avrebbe voluto.
“Che un nobile non potrebbe mai darti la libertà di cui hai bisogno” le disse con un sorriso compiaciuto che avrebbe steso un cavallo. Ecco. Dal nulla se ne usciva con una frase del genere. E lei cosa avrebbe dovuto rispondere? Stramaledetti fossero lui e la sua parlantina. Sperò che nessuno avesse notato come era arrossita. Fu Sir Roger a salvarla dall’imbarazzo.
“Quindi intendi forse dire che invece è fatta per un fuorilegge, ragazzo?” gli chiese il nobile con un ghigno soddisfatto che aveva poco da invidiare a quello che aveva sfoggiato Allan pochi secondi prima. Faith sentì Allan sbuffare divertito.
“Si divertirebbe certo più a fare la ladra nei boschi con noi, che a ricamare arazzi in un castello”
“Penso proprio un nobile potrebbe offrirle molti svaghi, e tra i più disparati, nella privacy di una grande casa, al riparo da occhi indiscreti…”
No, Sir Roger, i cui occhi ora brillavano di divertimento, non la stava salvando dall’imbarazzo, le stava tenendo la testa sotto cercando di farcela affogare lentamente. Quei due avrebbero dovuto stringersi la mano, darsi gran pacche sulle spalle, ghignare maliziosamente a destra e a manca e, non per fare i guastafeste, andare a conquistare le gonnelle di tutte le contee limitrofe.
Ne aveva abbastanza di quella conversazione assurda e poco confortevole. Si sporse leggermente verso Allan e con un rapido gesto della mano gli rubò dalle dita la sua carne salata poi fece scartare verso sinistra Ruby, ne invertì la marcia e lo fece affiancare, pur con un po’ di fatica alla cavalcatura di Djaq.
“Visto?” disse trionfante Allan voltando il cavallo e raggiungendo Much per cercare di sgraffignare qualcosa dalle sue bisacce.
Quando tutti ebbero finito la loro razione ripartirono al galoppo. E dopo meno di un quarto d’ora Faith sentiva già l’interno delle cosce in fiamme. Cercò di concentrarsi sul proprio respiro e non pensare al fastidio.
Continuarono a seguire il sentiero per almeno un’altra ora. La strada ora era riparata su entrambi i lati dai pendii verdi delle colline, ed a poche miglia da li avrebbero trovato ancora maggior riparo. Se era vero che si erano allontanati velocemente da Nottingham e che presumibilmente nessuno li stava inseguendo, era anche vero che meno avessero dato nell’occhio meglio sarebbe stato. Sul lato sinistro del sentiero, lungo il pendio della collina ad occidente si cominciavano a distinguere le prime tracce di vegetazione, a breve si sarebbero addentrati in un bosco. Si stavano lentamente avvicinando alle terre di Sir Roger, così il nobile si portò alla testa della compagnia e prese il comando della spedizione.
“Queste terre pullulano di lupi. Sarebbe il caso di cercare di attraversare questa zona il più silenziosamente possibile. Seguite me, non allontanatevi dal piccolo sentiero che percorreremo e saremo fuori in un paio d’ore.”
Si addentrarono nel fitto del bosco nel punto in cui il sentiero si apriva con una piccola diramazione che sarebbe passata inosservata a chiunque non avesse saputo cosa cercare. In quel punto, oltre una consunta pietra miliare con il numero romano coperto da erica bianca, la terra battuta si sostituiva alla pietra e ghiaino della strada ed i lunghi rami spinosi dei rovi si intrecciavano all’altezza del petto di un uomo, impedendo la vista sul corridoio creato dai rami degli abeti e betulle a solo mezzo metro di distanza.

“U-un gran peccato d-dover abbattere una meravigliosa pianta come questa per gli scavi, no?”
Faith aveva allontanato gli occhi dalla maestosa betulla secolare che il Professor Hughes aveva deciso di far abbattere per facilitare gli scavi, e li aveva posati sul giovane sconosciuto che le aveva appena rivolto la parola. Doveva essere poco più vecchio di lei, caschetto di capelli castani e occhi chiari nascosti dietro un paio di occhialetti dalla montatura di osso.
“Betula Pendula, s-se non sbaglio” aggiunse il giovane con il naso puntato verso l’alto osservando la chioma verde dell’albero. Era straordinariamente sudato per essere appena arrivato al campo, era la seconda settimana di agosto, ma non era stata un’estate troppo calda fino a quel momento.
“Già, ma al professor Hughes non interessa molto la storia geologica dei siti di scavo. Piuttosto antiquato come modo di vedere una campagna archeologica, ma è lui che comanda.”
“A-antiquato?”
“Beh, per come la vedo io anche questa pianta dovrebbe far parte della nostra indagine storica, avevo già contattato un botanico, ma Hughes non la pensa allo stesso modo. Credo sia per questo che ha nominato un suo tirapiedi per supervisionarmi”
“A dire il vero non conosco molto bene il Professor Hughes…”
“Certo, scusa. È solo che mi pare un peccato buttare giù questa meraviglia. Non ha neppure voluto lasciarmi fare un’indagine con uno dei giocattolini che ci ha inviato la sezione di ingegneria dell’università. Potrebbe non esserci nulla li sotto, ma per lui accendere quei bei marchingegni scintillanti è come tradire la vera archeologia”
“M-magari ascolterà una seconda opinione”
Detto questo il giovane le porse la mano per aiutarla ad uscire dalla conca in cui stava accovacciata, in una posizione che gli ricordò un ricevitore del baseball.
Faith prese la mano che il ragazzo le porgeva, ma invece di aiutarla ad uscire dalla leggera depressione del terreno, fu lui a franarle addosso. Se lo trovò praticamente disteso sopra.
“Vedo che hai conosciuto il tuo compagno di avventure!” Donna li stava guardando dall’alto e non si sforzava minimamente di trattenere l’ilarità.
“Cosa?!?” Faith guardò incredula il ragazzo che si stava alzando paonazzo ed impolverato
“Beh io.. si… Nigel Bailey, piacere” le disse porgendole nuovamente la mano questa volta in segno di saluto.
“Faith Ainsworth” rispose incredula Faith
“E-e sono d’accordo con te, c-chiederò al Professor Hughes di seguire il tuo consiglio, riguardo alla Betula Pendula”
“Sarà meglio per te, se vorrai sopravvivere al campo gestito da Faith” gli strizzò l’occhio Donna.
“Non starla ad ascoltare! Vieni ti faccio fare un giro del campo”
Da quel giorno in poi Nigel aveva fatto parte della suo quotidianità diventando suo amico.

In quel momento, nel silenzio di quella foresta sconosciuta, Faith percepì forte la mancanza di Nigel della sua presenza e della sua generosità nell’offrirle sempre, silenziosamente, il suo aiuto ed appoggio.
Si chiese per la millesima volta perché Nigel non fosse tornato.
Si chiese che sarebbe stato di lei e Martine se non fosse riuscito a tornare.
Avrebbe potuto vivere con la gang? Ne avrebbe avuto la forza? La voglia? Avrebbe avuto scelta?
Sapeva che doveva per forza essere successo qualcosa nel futuro per impedirgli di tornare da lei. Nigel era la persona più attendibile che avesse mai conosciuto. Una di quelle persone a cui ci si può affidare ad occhi chiusi.
Si sentì molto più triste di quanto avrebbe mai immaginato all’idea di non rivedere mai più Nigel, non sentire più la sua voce pacata, il suo tocco gentile sulla spalla ogni volta che le faceva i complimenti per il suo lavoro.
Cercò di immaginarlo seduto alla sua scrivania, immerso fra enormi tomi rilegati in pelle, mentre cercava la soluzione per tornare nel medioevo.

Fu un raggio di luce aranciata a catturare la sua attenzione e distrarla dai suoi pensieri.
Si guardò attorno e notò che la foresta era calata nella penombra e che quel lampo di colore che aveva catturato i suoi occhi era un indizio del tramonto che si stava nascondendo dietro la cresta della collina. Doveva aver perso la cognizione del tempo. Erano entrati in quel bosco subito dopo il loro frugale pranzo in movimento ed ora stava già sopraggiungendo la sera.
Fu in quell’esatto momento che Sir Roger si voltò verso di loro ed annunciò che erano quasi al limitare della zona boscosa.
“Una volta allo scoperto potremo lanciare nuovamente i cavalli al galoppo. Ancora venti miglia e saremo a Blackrod.”
“Oh no.. basta galoppo vi prego” borbottò Faith a mezza voce, parlando a se stessa
“Sir Roger, se mi permettete un consiglio…”
“Certo Locksley, dite pure” Robin lanciò una veloce occhiata verso Faith
“Dividiamoci. Voi, io e Much ci muoveremo velocemente, e prenderemo i contatti con i mercenari. Se riusciremo a convincerli a passare dalla nostra parte esporremo ad una delle finestre della vostra casa delle lenzuola bianche, così che gli altri ci possano raggiungere con più agio, e con i soldi, successivamente e correndo meno rischi. In caso contrario… potranno prepararsi al nostro salvataggio” concluse con il suo sorriso sghembo
“D’accordo, mi sembra una buona strategia”
Robin placò le proteste sul nascere, sembravano tutti ansiosi di correre avanti verso l’avventura, indossò la maschera del capo e nessuno ebbe più nulla da dire.
Robin e Much sfilarono le armi dalle sacche sulla sella dei cavalli, lo scudiero mise all’avambraccio il suo scudo tondo istoriato e Sir Roger allacciò al fianco il suo spadone da crociato.
I tre cavalieri salutarono gli amici, si sistemarono meglio sulla groppa delle loro cavalcature e, dopo lo sprone, si lanciarono in direzione del crepuscolo.

Proseguirono al passo per diverse miglia scambiandosi poche parole. Faith era distrutta, ma anche i suoi compagni di viaggio certamente non erano freschi come rose.
Seguivano in piccolo sentiero tutto curve e giravolte che dal bosco si srotolava lungo il fianco della collina guidandoli fino alla pianura erbosa che si stendeva fino al mare ad occidente. Il paesaggio intorno a loro, in quel momento della giornata in cui in un minuto la luce cambia l’aspetto del mondo, appariva sempre nuovo, sempre ampio, sempre magnifico. Ancora un’ultima svolta e si sarebbero trovati immersi nell’erba alta della prateria.
Sul lato opposto della distesa erbosa oltre diverse fila di muretti a secco, difficili da focalizzare a causa della foschia che si stava già alzando, potevano vedersi i tetti di paglia di un piccolo borgo. Blackrod era in vista.
“Gara?” Allan si voltò verso di loro con tono di sfida. Non potè vederlo, ma Faith riuscì a percepire il sorriso di Djaq in risposta. In meno di due secondi si erano lanciati al galoppo attraverso l’erba alta. Will e Faith li seguirono con lo sguardo mentre si allontanavano a tutta velocità, saltando come degli ostacoli da gara i muretti di pietre impilate. Sotto sotto a Faith sarebbe piaciuto gareggiare con loro, ma non ne era minimamente in grado e le faceva tutto così dannatamente male che sarebbe trasalita semplicemente spronando Ruby con i talloni.
“Non avrebbe avuto senso dir loro che non era questo il piano. Non avrebbero ascoltato. Facevano un sacco di queste cose quando Allan era nella gang. A volte mi spaventa quanto sono simili” le confidò Will con un sorriso offuscato da una leggera malinconia.
“Djaq non è interessata ad Allan, se è questo che ti preoccupa” gli sorrise Faith
“C-cosa? No, n-non intendevo questo.. Io… Te l’hanno detto i ragazzi?”
“No, è abbastanza evidente… ma tranquillo il tuo segreto è al sicuro con me” e si fece una piccola croce sul cuore a mo’ di giuramento “E credo che sia proprio perché sono così simili che sei affezionato ad entrambi…”
“Tante volte mi chiedo se quel giorno nella foresta fossi stato zitto… se le cose non sarebbero state diverse con Allan”
“Che intendi?”
“Durante una delle incursioni al castello, quando ancora nessuno al di fuori della gang sapeva che Djaq era una ragazza, lei venne catturata e tenuta prigioniera. Robin era come impazzito, qualcosa a che fare con Guy, fatto sta che non intendeva andare in città a salvarla… In quel momento Allan disse ai ragazzi che Djaq gli piaceva, ma io… io dissi che ne ero innamorato. Da quel momento Allan si è trasformato in un semplice amico per lei. Più nessuna battutina, più nessuna allusione. Mi chiedo se l’avessi tenuto per me… forse l’influenza di Djaq avrebbe fatto la differenza”
Faith guardò l’orizzonte ovattato farsi violaceo mentre si avvicinavano lentamente al borgo. Ripensò a quello che poche ore prima le aveva confidato Allan. Che li aveva traditi perché aveva paura di rimanere solo. E si disse che forse i sospetti di Will non erano del tutto infondati. Poi le tornò alla mente il modo in cui aveva visto Djaq guardare il giovane carpentiere. E il modo in cui lui la studiava credendo di non essere visto.
“Si possono dire tante cose di Allan, Will. Ma certo non è né cieco, né sciocco. Avrebbe capito. Avrebbe capito presto. E vi avrebbe reso la vita un inferno con le sue continue frecciatine. Sicuramente non lo conosco bene quanto te, ma credo che la tua confessione sia stata semplicemente la via più rapida” lo guardò negli occhi e gli strappò un sorriso timido.
“Forse hai ragione. È un tipo strano”
“Questo è un eufemismo”
“Mi ha colto di sorpresa quando ci ha traditi. Non lo credevo possibile, dopo come si era comportato con la questione di Djaq…”
“Era terrorizzato” Will la fissò incredulo “Eravate l’unica vera famiglia che avesse mai avuto e sentiva che con il ritorno di Riccardo vi avrebbe persi tutti. Le persone spaventate fanno cose spaventosamente cretine”
Will annuì lo sguardo puntato verso il tramonto che ora cominciava a virare sull’indaco intenso.
“Mi spiace che tu te ne debba andare sai? È assurdo, ti ho conosciuto ieri.. eppure penso che avresti fatto bene alla Gang. E lo pensa anche Djaq. E anche Robin se è per questo” mentre le diceva queste parole cominciò a frugarsi all’interno della giacca
“Se stai tentando di farmi arrossire…” non fece in tempo finire la frase che Will la zittì porgendole un piccolo involto di lino ingiallito
“Abbiamo deciso che la meritavi”
Faith aprì delicatamente la stoffa logora ed al suo interno trovò una targhetta di legno rettangolare dagli angoli smussati che pendeva da una cordicella da appendere al collo. Al centro della targhetta, intagliato nel legno, il simbolo della casata Locksley, un arco ed una freccia inscritti in un cerchio, facevano bella mostra di se.
“Con questa sei ufficialmente un membro della gang”
“Io… non so cosa dire… se non… grazie” sentì che sarebbe potuta scoppiare a piangere dalla commozione.
Era felice ed incredula e malinconica. Stava vivendo più in quei pochi giorni che in tutta la sua vita.
Gli occhi lucidi tornò a rivolgersi a Will. Lo ringraziò ancora una volta e poi indossò la targhetta con lo stesso orgoglio con cui avrebbe portato una medaglia.

Fu così che si avvicinarono lentamente al borgo lasciandosi trasportare dal passo tranquillo dei cavalli. Quando furono abbastanza vicini alle case del villaggio notarono che per raggiungere la casa principale, quella nobiliare, avrebbero dovuto girare attorno al lato est dell’agglomerato di capanne ed imboccare la strada di ampie lastre di roccia che si dipanava oltre un vecchio arco ogivale in pietra semi crollato ed in rovina.
Ci vollero loro diversi minuti per aggirare il villaggio e dal punto in cui si trovavano ora, esattamente al centro dell’arco d’ingresso, poterono vedere il lontananza la grande abitazione. Una struttura in legno e calce, con le travature ben visibili e definite lungo le pareti dei due piani sormontati che formavano la casa di Sir Roger. In grande tetto di paglia e lastre di pietra a spiovente incappucciava il secondo piano sporgendosi a tratti verso l’esterno nei punti in cui le finestre si aprivano come occhi scuri nelle pareti bianche. Da una di quelle finestre del secondo piano, quella più grande, sventolava un ampio lenzuolo bianco. Il segnale che Si Roger e Robin avevano avuto successo.
Avvicinandosi lentamente al semplice e severo edificio Faith notò su entrambi i lati del sentiero filari di coltivazioni, su cui una mezza dozzina uomini e donne stavano ancora piegati al lavoro. Le loro cavalcature li trasportarono autonomamente alla fine naturale di quel sentiero che era, di fatto, un antesignano dei moderni vialetti d’accesso. Si trovarono quindi di fronte alle stalle di Sir Roger, un lungo edificio di legno che avrebbe potuto contenere facilmente qualche decina di cavalli, meravigliosamente e malinconicamente ricoperto dalle folte ramificazioni di vecchie piante di edera rossa. Capì in quel momento perché Allan aveva detto che aveva sempre immaginato che la stalla perfetta fosse così, aveva ragione. Era perfetta.
“Hey! Pensavamo ci foste venuti dietro prima! Mi stavo preoccupando quando non ti ho più visto!” era Allan che le stava venendo incontro.
“Non c’era niente di cui preoccuparsi, io e Will ce la sappiamo benissimo cavare da soli”
“Questo lo so, è solo che.. arrivare con questo buio e la nebbia.. potevate azzoppare un cavallo” cominciò Allan mentre Will sbuffava divertito scendendo di slancio dalla groppa e lasciando le redini all’amico
“Prendi, controlla pure” un altro sbuffo
“Si è tranquillizzato quando gli ho detto che dal camminamento sul tetto avrebbe potuto tener d’occhio tutta la vallata…” Sir Roger stava aprendo il chiavistello dell’ampia porta a due battenti della stalla e trascinando Ruby per le redini fino ad un cubicolo dove era già pronta acqua ed avena.
Si fermò poco prima dell’ingresso del box per permetterle di smontare di sella. Ma Faith non si mosse.
Non sapeva bene quando era cominciato, ma ad un certo punto del pomeriggio le braccia erano diventate doloranti e lentamente si erano trasformate in due macigni appesi alle spalle completamente privi di scopo, le mani scorticate le bruciavano ed era certa che stessero spurgando sotto la fasciatura fatta quella mattina, i muscoli delle cosce si erano dapprima intorpiditi e in seguito irrigiditi rendendole impossibile seguire in modo fluido i sobbalzi del cavallo, infine avevano cominciato a mandarle delle stilettate di dolore ad ogni cambio di posizione. Fino a quel momento non aveva detto niente. Ma non riusciva a muoversi. Era come se fosse pietrificata dentro i propri muscoli. Solo l’idea di sollevare il peso del suo corpo e riuscire a scendere da quell’altezza le risultò impossibile.
“Signorina Faith, ha messo radici?” le chiese guardandola da sotto in su Sir Roger ancora con le redini del cavallo fra le dita
“Non per fare il guastafeste, ma preferisco non sapere da dove le son spuntate… le radici” scherzò Allan sfoggiando il meglio della sua innata delicatezza.
In quel momento, affamata, bloccata sulla sella, dolorante sfinita e costretta a chiedere aiuto, Faith trovò la battuta tutto fuorché divertente. Lo fulminò con uno sguardo di puro odio.
“Posso aiutarla a scendere?”
“S-sarebbe molto gentile da parte sua Sir Roger” accettò Faith, la voce carica d’amarezza nel prender atto della propria debolezza. Sir Roger si avvicinò a lei e molto cavallerescamente le sollevò il piede verso l’altro fianco di Ruby, poi fece il giro della cavalla e prendendola per i fianchi la aiutò a poggiarsi a terra. Non appena il nobile lasciò la presa sui suoi fianchi Faith cadde a terra come un sacco di patate.
“State bene?” le chiese l’uomo concitatamente.
“Sto bene, solo non mi sento più le gambe. E le braccia. Scusate.” ammise tristemente
“Non hai nulla di cui scusarti bambina” le sorrise il nobile di rimando e, con una facilità che non avrebbe creduto possibile in un uomo di quella età, e battendo in velocità Allan che si stava già chinando verso di lei, la sollevò fra le braccia.
“Lega il cavallo ragazzo, io la porto dentro”
“Grazie Sir Roger”
Con Faith ancora in braccio Sir Roger uscì dalla stalla e colmò la distanza dal porticato che conduceva alla corte interna della casa, ed infine al portone. Aveva quasi passato l’ingresso quando incrociarono un uomo più o meno della stessa età di Sir Roger che la accolse con un sorriso e che chinò leggermente il capo in segno di rispetto verso il nobile.
“Henry, questa è Miss Faith Ainsworth, il viaggio l’ha un po’ provata. Puoi provvedere a farle trovare un bagno caldo nella stanza rossa?”
“Certo signore” confermò il capo della servitù lanciando al suo padrone uno sguardo carico di significato, ed allontanandosi verso il lato opposto della corte dove c’era un ingesso delle cucine.
“Ah, un’altra cosa Henry”
“Sir?”
“Ho bisogno che mandi uno degli stallieri al complesso monastico di Oldham. È incredibilmente urgente. Digli che deve tornare con qualcuno che vivesse li venticinque anni fa. E che avesse contatti diretti con i ragazzi. Massima urgenza Henry.”
“Oh non credo ce ne sarà bisogno, signore”
“Come prego?”
“Una vecchia monaca di Oldham è arrivata al villaggio qualche giorno fa. Diceva di aver saputo del vostro ritorno e che voleva incontrare il creatore con la coscienza pulita riguardo un fatto accaduto più di venti anni fa. Le ho offerto ospitalità, ma non ha accettato. È ospite della canonica. Desiderate che la inviti per il desinare?”
“Certo, si, benissimo.”
“Sembra quasi un segno del destino eh, signore?”
“Esatto Henry”
A quel punto Faith, che giaceva ancora fra le braccia di Sir Roger si schiarì la voce, come per richiamare la sua attenzione
“Oh perdonami bambina!”
“Che c’è nonnetto, bisogno di un aiuto?”
“Nonn-?!? Sai che c’è ragazzo, credo di si… non ho più la resistenza di un tempo” e così dicendo strizzò l’occhio a Faith prima di lanciarla letteralmente fra le braccia di Allan
“La camera è quella” disse Sir Roger indicando una piccola finestra accanto al muro esterno di quello che in seguito Faith avrebbe scoperto essere il salone principale “Goditi le rampe di scale” e mollandogli una bella pacca sulla spalla si allontanò allegramente
“Oh fantastico!”
“Mettimi giù, mi sento già meglio, le dita formicolano” e si dimenò leggermente per sottolineare il punto
“Agli ordini signora” la poggiò delicatamente a terra e la mise in piedi, ma appena lasciò la presa su du lei, le gambe nuovamente non la ressero e si ritrovò seduta sui talloni.
“Siano stramaledetti i cavalli e tutte le miglia di foresta da Nottingham a qui!” imprecò Faith
“Nervosetti eh?”
Con una facilità disarmante Allan la prese nuovamente in braccio e si diresse verso la sala grande.
Nella nuova posizione ebbe modo di vedere da vicino i tre graffi sul collo di Allan che quella mattina l’avevano incuriosita ed infastidita. In quelle ore il loro aspetto era peggiorato. Ora oltre alla lacerazione si vedeva un ampio livido violaceo. Ora le sembravano più i segni di una colluttazione. Si sentì imbarazzata dalla sua ingiustificata gelosia.
Passando sotto un piccolo arco di pietra posto sulla sinistra del disimpegno in cui si erano fermati, si ritrovarono nell’ampio salone, che si stagliava imponente occupando in altezza quelli che nel resto della casa erano due piani. Al centro della sala un lungo tavolo di legno massiccio veniva preparato da un gruppo di domestiche che canticchiavano.
“Hey! Qualcuna di voi bellezze è Grace?” chiese il fuorilegge
“Sono io signore” una formosa ragazza mora gli si avvicinò sorridendo
Oh certo teniamo tutti conversazioni private mentre abbiamo Faith in braccio, grazie!
“Come posso esservi utile?” altro ampio, sorriso
“Venendo qui abbiamo incontrato un vecchio che ha detto che Bill ti salutava”
“Il nonno? Oh grazie signore!” ennesimo sorriso
“Figurati bellezza, è stato un piacere” le strizzò rapidamente l’occhio
Ti verrà una paresi carina, se non la pianti di mostrare i denti.
“Certo fingiamo tutti che io non sia qui!”
“Ti sto dando il tempo di riprenderti… a che punto è arrivato il formicolio?”
Il giovane aveva ripreso a muoversi ed ora si stavano inerpicando su una stretta scala di legno che si appendeva alla parete di fondo del salone. Giunti al piano rialzato percorsero un corridoio a U che sul lato destro si apriva in piccole ferritoie verso l’esterno della casa, mentre sul sinistro ospitava le varie camere. Le fredde pareti di calce erano ricoperte da arazzi e alberi genealogici e qui e li si poteva vedere anche qualche piccolo ritratto stilizzato.
“A-allora con i mercenari?”
“Robin ha detto che è stato più facile del previsto. Dice che sono un branco di zotici. Ma appena hanno sentito odore di soldi hanno cambiato bandiera. Robin ha aggiunto anche un extra per farli sloggiare dalla casa. Dice che li hanno sistemati nel granaio del villaggio. Saranno pronti a muoversi dopodomani”
“Dopodomani!? Ma non abbiamo…”
“Tempo? No, non molto. Ma in ogni caso i nostri cavalli non sarebbero in grado di viaggiare fino a York domani. Li abbiamo sfiancati oggi”
“Solo i cavalli?”
“Sei stata brava, hai resistito alla grande”
“Già è per questo che mi sta portando in camera a braccia”
Allan sbuffò una risata mentre si fermava ad osservare un piccolo ritratto bronzeo appeso alla parete. Rappresentava il profilo di una donna con lunghe trecce allacciate dietro la nuca e un naso leggermente allungato dalla punta arrotondata.
“Che c’è” chiese Faith, stupita dall’improvviso interesse di Allan per un qualsiasi manufatto artistico
“Non saprei. Ha qualcosa di familiare” e senza aggiungere altro riprese a camminare.
Arrivati alla fine del corridoio si trovarono di fronte due porte di spesso legno di quercia. Quella alla destra nascondeva qualche scalino che saliva ad un camminamento esterno coperto che faceva il giro di tutta la casa passando sopra il tetto, quella di sinistra conduceva alla stanza che Sir Roger aveva destinato a Faith.
La ragazza ruotò il chiavistello ed Allan la aprì con una leggera pressione del piede.
La stanzetta era piccola, ma incredibilmente accogliente .
“Grazie Allan, credo mi riposerò un po’ prima di scendere di nuovo. Mi manderesti Djaq?”
“Stai male?”
“No. Solo, credo che le mani abbiano bisogno di qualche medicamento, e sono incerta per le gambe”
“D’accordo, riposati. Vedremo di recuperare un paranco per farti scendere a cena!” e dopo averla depositata sul letto fece per andarsene fischiettando.
“Posso chiederti una cosa?” lo fermò lei
“Certo, chiedi!”
“Che ti è successo al collo?” Allan parve indeciso se risponderle o meno, poi le si avvicinò e sedette accanto a lei sul letto
“Dollie” Allan potè vedere gli occhi della ragazza spalancarsi, ed ebbe l’impressione che un’ondata d’ira l’avrebbe fatta asplodere in un battito di ciglia
“COOOOSAAA? LEI… DICK…… COME HAI..?” non riuscì a finire la frase. Allan la bloccò, una mano sulla nuca e l’altra sulla bocca. I loro visi tanto vicini da permettergli di vedere il luccicchio delle lacrime che le si stavano formando negli occhi.
“No” disse semplicmente guardandola negli occhi “Abbiamo avuto una discussione… accesa. Ci tenevo a farle sapere che se tu fossi tornata a Nottingham non le sarebbe convenuto giocarsela come ha fatto. Non è stata molto contenta della mia visita” lasciò andare la presa e vide Faith abbassare lo sguardo e annuire leggermente.
“Scusa” gli disse con un filo di voce.
“Figurati, è stato un piacere” ghignò soddisfatto alzandosi dal letto e dirigendosi alla porta “È bello per una volta essere quello che riceve le scuse, invece di doverle porgere” e sparì nel corridoio.

Una volta sola Faith ebbe finalmente tempo di guardarsi attorno e scrollarsi di dosso il leggereo imbarazzo che quella piccola discussione le aveva causato.
Tutte le pareti della stanza erano coperte di pesante stoffa rossa che la isolava dal freddo vento esterno che la calce e il legno non riuscivano a tener fuori totalmente. Al centro della stanza si stagliava un grande letto di pino ricoperto da pesanti coltri rosse e un paio di pellicce di mucca. Ai suoi piedi un’enorme cassapanca splendidamente istoriata. Accanto al letto faceva bella mostra di se una toeletta sormontata da un grande specchio annerito. Non si trattava di una stanza preparata sul momento, era certamente ammobioliata così abitualmente. Forse una camera per gli ospiti.
L’ampio finestrone che si apriva sulla corte interna lasciava entrare gli ultimissimi lontani bagliori di quella lunga giornata.
Le candele erano già accese ed in un angolo della camera la vasca attendeva solo di essere riempita di acqua calda. Nello spazio fra il letto e la vasca una porzione di muro sporgeva di almeno una cinquantina di centimetri dal resto della parete.
Mmmmm lì passa lo sfiato del camino del gran salone… fra poco questa camera sarà meravigliosamente tiepida constatò con appagamento Faith. Notò con soddisfazione che i piedi stavano riacquistando piena sensibilità. In quel momento entrò Djaq.
“Allora? Cosa non ti fa male?” le sorrise la giovane saracena
“Nuuullaaaaa” frignò Faith scherzosamente.
“Fammi vedere le mani intanto”
Mentre Djaq ispezionava la ferita alle mani, la ripuliva con l’acqua della toeletta e applicava nuovamente la lozione, una cameriera bussò alla porta e seguita da una processione di altre ragazze munite di secchi colmi d’acqua fumante le riempirono la vasca.
“Grazie, e scusate per il disturbo”
“Di nulla signora” e sparirono rapidamente come erano arrivate
“Fammi dare un’occhiata alle gambe adesso”
“Credo dovrai darmi una mano a spogliarmi se non ti dispiace”
Faith dovette setendersi sul letto e servirono le forze congiunte di entrambe le ragazze per sfilarle i pantaloni di pelle che le si erano incollati addosso.
Djaq prese la candela e la avvicinò alle cosce della giovane osservandole con piglio professionale.
“Hai qualche vescica sull’interno coscia, una è scoppiata e sta sanguinando, ma nulla di grave, con un po’ di riposo passerà tutto. Per il resto hai solo muscoli contratti. Una massaggio e un bagno caldo e sarai come nuova.

Tre colpetti veloci alla porta.
“Signora, la cena sarà pronta fra qualche minuto, Sir Roger chiede se avete bisogno di aiuto per scendere”
“No grazie, scenderò da sola”
Il dolorosissimo massaggio di Djaq e il bagno erano davvero stati un toccasana.
Raccolese i capelli in due morbide trecce cucite lungo la testa e si preparò a scendere. I primi passi furono lenti e malfermi, ai primi gradini sentì i muscoli delle gambe ancora appesantiti e tremanti, ma appena si scaldarono un po’ acquistò un’andatura quasi decente. Quasi.
Dal corridoio poteva già sentire il vociare allegro e rumoroso dalla sala grande. Scese lentamente lo scalone agganciato alla parete cercando di passare inosservata. Fu aiutata dall’ingresso di Sir Roger che in quel momento accompagnava al desco una anziana monaca ingobbita.

 

 

Data di pubblicazione: 18 febbraio 2016
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

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