DAGGER: CAPITOLO 6.6

 

6 marzo 1193
Giorno 9
York

“E… e… etcì! Etcì, etciù, etciùùù!!!”
Dopo la terza serie di starnuti nel giro di un minuto si rassegnò all’evidenza: aveva preso il raffreddore.
Ma non c’era motivo di preoccuparsi troppo: sarebbe bastato assumere al più presto una dose pesante di tachipirina e la fastidiosissima goccia al naso avrebbe sloggiato nel giro di mezza giornata. C’era solo un piccolo problema: era legata ad una scala in quella che sembrava essere la bottega abbandonata di un fabbro.
“Etciù! Aaargh, stramaledetto pirata!” imprecò a voce alta, cercando di sciogliere i nodi delle corde che, per sua sfortuna, le capacità marinaresche di Jack avevano intrecciato in modo perfetto.
Il sole doveva essere tramontato ormai da un’ora perché non riusciva a vedere oltre un metro dal proprio naso. Ogni tanto la stanza polverosa veniva rischiarata da una fiaccola di passaggio nella strada, ma le tenebre avrebbero presto ingoiato tutto lo spazio che la circondava.
“Pensa, pensa, pensa…” ma anche quel semplice gesto le faceva girare la testa. Si lasciò cadere sul gradino della scala, chiudendo gli occhi e respirando con molta calma per far passare quella brutta sensazione di imminente svenimento.
Raffreddore. Giramenti di testa. Una serie di brividi freddi seguiti da vampate di calore.
“PORCA DI QUELLA STRAPORCA DI UNA VACCACCIA LADRA!”
Se poteva permettersi di buscarsi un’infreddatura, era da considerarsi inaccettabile oltre che rischioso farsi mettere all’angolo da un bel febbrone da cavallo. Doveva immediatamente liberarsi da quelle corde e imbottirsi di tachipirina.
Aguzzò la vista, cercando nella semi oscurità qualcosa che la potesse aiutare. La bottega risultava abbandonata a sé stessa e sommersa da polvere e feci di topo, ma il precedente proprietario doveva aver sloggiato molto in fretta perché gli attrezzi da lavoro giacevano sparsi un po’ ovunque.
Sciogliere i nodi con il solo aiuto delle proprie mani, tra l’altro già messe a dura prova dal freddo e dalla scorticatura della notte precedente, era da escludere e l’aveva accettato a malincuore.
“Ma se riuscissi a raggiungere quel coltello…”
Impacciata dagli abiti stretti e dalla gonna fastidiosamente lunga, Martine sfruttò il più possibile la ben misera lunghezza delle proprie gambe e strisciò sul pavimento sporco quel poco che le permettevano le corde alle mani. Una piccola lama poco affilata, arrugginita e spezzata in punta se ne stava abbandonata sotto strati di polvere e terra.
“Dai… dai…” borbottò, mordendosi il labbro e strisciando il piede nel tentativo di avvicinare la lama a sé. La stanchezza accumulata, unita allo stress e alla febbre che saliva, le fece partire il crampo al polpaccio. Crollò a terra, sollevando una nuvola di polvere e una sfilza di imprecazioni.
“Prometto che quando torno a casa riprendo a fare yoga. La smetto con le patatine e vado in palestra. Ma ti prego, amico polpaccio: non abbandonarmi proprio adesso.”
Con l’aiuto dell’altra gamba cercò di massaggiare il muscolo contratto, impossibilitata com’era ad usare le mani. Si concesse qualche istante di pausa rilassandosi come meglio potè in quell’assurda posizione. Quando il dolore prese a diminuire, Martine ritentò. Ormai era talmente sporca ed impolverata da poter far benissimo parte dell’arredamento.
Si spalmò nuovamente contro le scale, le braccia tese in alto e le mani aggrappate mentre la gamba strisciava in direzione del coltello.
Un leggero rumore metallico la fece sobbalzare: aveva sfiorato la lama, che adesso risultava più vicina.
“Dai… dai… vieni da mammina… avanti…”
Il crampo si stava facendo nuovamente sentire e Martine avvertì il muscolo protestare. Strinse i denti e, con il piede mezzo paralizzato, diede un colpo secco e la lama finì rumorosamente contro la scala di legno.
“Sì! Grande!” esultò, lasciandosi cadere sul primo gradino. “Ohi ohi… ohi…o… e… e… etcì!”
Purtroppo l’esultanza ebbe vita breve perchè ora doveva sollevare la lama e portarsela alle mani. Rise nervosamente e fissò il coltello, come se il solo guardarlo bastasse a risolvere il problema.
Le era capitato spesso di usare i piedi al posto delle mani per evitare di chinarsi: staccare una spina da una presa o raccogliere una penna da terra erano cose semplici. Perchè non provare col coltello?
Sempre aiutandosi con l’altra gamba e piede sfilò la scarpa dal piede tecnicamente più abile. Non altrettanto semplice fu sfilare la calza che, ironia della sorte, aveva indossato poche ore prima dopo giorni e giorni di freddo e pelle d’oca. Si prese un’altra pausa di qualche secondo, mentre la testa si faceva sempre più pesante. Attese che l’ennesima sfilza di starnuti finisse e si lanciò in un numero da circo.
Le dita mezze congelate del piede fecero presa sulla lama. Non vedeva molto bene, sia per il buio sia per la posizione scomoda, quindi non strinse subito onde evitare di tranciare via parti del corpo alle quali teneva. La lunga gonna non rendeva le cose più semplici, impedendole movimenti fluidi e precisi, ma il coltello rimase immobile tra le dita e Martine ringraziò per la prima volta il fatto che i suoi piedi fossero quasi sempre umidicci di sudore.
“Uff, al primo tentativo. Meglio di una scimmia.”
Ma non rimase a lungo ad autocongratularsi. Fece qualche respiro profondo, pregò che nessuno starnuto si facesse vivo e si lanciò nella seconda parte di quel numero da contorsionista.
Sollevando molto lentamente la gamba, fece passare il coltello stretto nella morsa del piede tra sé stessa e le travi mezze marce che sostenevano il corrimano della scala. Prima che le dita congelate e vicine alla paralisi perdessero la presa, riuscì ad appoggiare la lama sullo scalino più alto.
Stava sudando e aveva sete. La testa cominciava a farle davvero male, un dolore pulsante sincronizzato con i battiti accelerati del cuore. Strinse i denti, tirò su col naso e, serrando nuovamente le dita sulla lama, sollevò la gamba, scuotendola con cura per far scivolare il più possibile la gonna di lato, e cercando di portare il piede vicino alle mani legate.
Il corrimano non si trovava ad un’altezza eccessiva ma la poca flessibilità di Martine, unita alle condizioni di salute che peggioravano di minuto in minuto, resero l’impresa più difficoltosa del previsto. Chiuse gli occhi, trattenendo a stento un lamento per il dolore ai polsi legati, ma quando finalmente sentì tra le mani la fredda e ruvida lama, si lasciò cadere contro il corrimano.
Poi accadde tutto nel giro di pochi secondi: una serie di rumori inquietanti di qualcosa che si spezza molto rapidamente, la trave del corrimano che la trascina a terra assieme a parti della scala, una nuvola di polvere che si solleva e la seppellisce in mezzo a frammenti di legno e mezzo metro di sporcizia e metallo arrugginito.
Impiegò qualche minuto per riprendersi dallo spavento e per liberarsi dal groviglio che l’aveva sotterrata, ma quando si rimise in piedi era libera. I polsi erano ancora legati, e sanguinavano in più punti dove la corda aveva fatto attrito con la pelle, ma non era più schiava del corrimano. La trave giaceva ora ai suoi piedi, disintegrata in mille pezzi.
Martine scoppiò a ridere, al punto che le lacrime cominciarono a rigarle il volto reso pallido dalla polvere che la ricopriva da testa a piedi. Non riusciva a smettere e soltanto un violento starnuto mise fine a quell’attacco nervoso di ilarità. Si guardò intorno e vide un’ascia incastrata in un ceppo di legno. La parte di lama esposta le permise di liberarsi con sollievo dalle corde e, dopo essersi coperta i polsi feriti con pezzi di stoffa strappati dal proprio abito, decise che era arrivato il momento di uscire da quel posto infernale. Ma non prima di aver raccolto qualcosa da terra.

 

 

Cadde pesantemente sulle pietre ricoperte da un sottile strato di paglia umida. L’uomo urlò per il dolore, mentre la guardia richiudeva la porta a chiave con un assordante tonfo metallico.
Nigel la seguì con lo sguardo mentre si allontanava lungo il corridoio e, quando l’eco del tintinnare delle chiavi si disperse, si chinò sull’amico.
“John! John, sono io! State bene? Beh, no. Ovvio che non state bene” esclamò, aiutandolo a mettersi seduto e sentendolo mugulare ad ogni minimo movimento.
John si appoggiò al muro della cella, gli occhi chiusi ed il fiato corto.
“Che… che ci fai tu qui?” chiese con un filo di voce rivolgendosi al giovane, mentre con le mani appurava di non avere ossa rotte.
“Non lo so. Mi hanno catturato fuori dalle mura e gettato qui senza alcuna spiegazione.”
John mugugnò e sospirò. Nigel si spostò verso l’altro lato della cella, raccogliendo da terra una piccola scodella e facendo attenzione a non farne cadere in contenuto.
“Ecco, bevi. Sa un po’ da muffa ma è pur sempre acqua” spiegò, mentre lo aiutava ad ingurgitare a piccoli sorsi quel poco di liquido rimasto sul fondo. John si leccò le labbra per non perderne nemmeno una goccia e si lasciò nuovamente andare contro la parete umida e fredda.
Nigel lo coprì con quella che un tempo doveva essere stata una coperta e gli si sedette accanto.
“Mi hanno colto di sorpresa. Pensavo di essere al sicuro ed invece… invece eccomi qua”.
“Dobbiamo andarcere. Subito.”
“E come? Tu sei a pezzi, io sono praticamente inutile.”
“Lo sceriffo. E’ a York.”
“Lo sceriffo… quale sceriffo… aspetta, quello sceriffo? Lo sceriffo di Nottingham?!”
John annuì, cercando una posizione che gli risultasse meno dolorosa. Ogni respiro, ogni parola era una sofferenza ma doveva assolutamente dire tutto quello che sapeva.
“Guy. Ha seguito Guy. Vuole catturare Martine e… ucciderla.”
“Che cosa? Ma… perchè?!?!”
“Jack…”
“Jack? Cosa c’entra adesso Jack? A proposito, dov’è? Non eravate partiti assieme?”
“E’ stato Jack. E’ colpa sua se siamo qui.”
“… come scusa?!”

 

 

C’era silenzio nella sala lunga e stretta, occupata solamente da un lungo tavolo imbandito e da una serie di torce tutt’intorno che illuminavano con luce tremolante il volto dei pochi presenti.
Lo sceriffo smise di mangiare, pulendosi le mani sull’abito del valletto venuto a versargli altro vino.
“Ottimo. Dopo tante emozioni ci voleva una buona cena per concludere una così bella serata. Vero, mia cara?” chiese l’uomo, sporgendosi verso Marian. La ragazza stava seduta dritta, le mani legate dietro la schiena e la bocca imbavagliata, ma non esitò nel rivolgere allo sceriffo uno sguardo truce.
“Aaah finalmente abbiamo trovato il modo di zittire quella vostra boccuccia saccente e fastidiosa. Avremmo dovuto pensarci prima, vero Gisborne?”
Dalla parte opposta del tavolo, Guy continuò a fissare il piatto vuoto trattenendo a stento la rabbia. Non c’erano corde a legarlo ma sentiva le mani chiuse a pugno prudere mentre le unghie affondavano nei palmi fin quasi a lacerarli. Gli era stata tolta la spada e qualsiasi altra cosa portasse addosso a parte gli abiti.
“Devo ammettere che Lord Sparrow si è rivelato un prezioso alleato per la causa del principe. In pochi giorni è riuscito dove voi avete fallito in tanti anni. Presto avremo Hood e tutta la sua gang, e quella maledetta strega di Lady Wescott sarà la ciliegina sulla torta.”
“Voi non avete idea di quello che sta succedendo.”
Guy aveva parlato per la prima volta da quando, contro la sua volontà, era stato condotto nella sala principale del castello di York. Una delle guardie lo aveva indirizzato lungo i bui corridoi, tenendogli la punta della picca conficcata nella schiena come monito contro qualsiasi tentativo di resistenza. Marian veniva trascinata dallo sceriffo, che stringeva personalmente tra le mani la corda che la legava, provando un immenso piacere nel trattarla come un cane. L’ordine alle guardie era stato di non far entrare nessuno nella sala e l’immenso portone di pesante legno scuro era stato sbarrato dall’esterno. L’unica via di fuga era una piccola porta al capo opposto della sala e veniva usata dalla servitù.
“Oh voi credete, Gisborne? E cosa dovrei sapere? Uhm?”
Guy alzò lo sguardo e incontrò quello di Marian, che lo fissava incuriosita esattamente come lo sceriffo.
“Non dovete fidarvi di lui. Non è chi dice di essere.”
“Uhm interessante. E di chi mi devo fidare? Dopo tutto quello che ho fatto per voi…”
“Non avete mai fatto nulla per me.”
“Ah davvero? Davvero?” ripetè alzando la voce, e gettando un acino d’uva contro Guy. “E’ questa la vostra riconoscenza? Eh, Gisborne?”
“Smettetela” sussurrò Guy, evitando il proiettile di frutta. Ma lo sceriffo non smise di provocarlo, continuando a lanciargli contro l’intero grappolo d’uva, acino dopo acino.
“Siete uno stupido! Potevate avere tutto: soldi, terra, donne. Bastava rimanere leali alla causa! La causa dei Cavalieri Neri, la causa del Principe Giovanni! Bastava rimanere leali a ME!”
Lo sceriffo si alzò di scatto e si diresse a passo veloce dall’altro lato del tavolo. Sebbene fosse molto più basso di Guy, che era scattato in piedi a sua volta, non si fece problemi ad fermarsi a pochi centimetri dal lui. Ovviamente il fatto di stringere tra le mani una spada bastava a dargli il coraggio necessario a sfidare un uomo fisicamente più giovane e prestante.
“Vi ho sempre trattato come un figlio e mi ripagate in questo modo? Per cosa, poi? L’ennesimo paio di occhi dolci? Non vi è bastata la figuraccia che la signorina qui presente vi ha fatto fare?” ed indicò Marian, puntandole contro la spada. Guy distolse lo sguardo, fissandolo sul pavimento. Provava rabbia, si sentiva umiliato ed impotente.
“Io vi conosco, Gisborne. Meglio di chiunque altro” continuò lo sceriffo, appoggiando la spada sul tavolo e puntando il dito contro il petto di Guy.
“So cosa c’è nel vostro cuore. Cosa bramate, cosa desiderate fin da quando vi ho accolto a castello.”
“No… voi non…”
“Desiderate la gloria. Desiderate che l’onore del vostro nome sia ristabilito. Non è così, uhm?”
Guy sussultò ma non rispose. Lo sceriffo conosceva bene i suoi punti deboli e lui non voleva cedere all’ennesimo ricatto, perciò rimase in silenzio.
“Non manca molto. Il principe Giovanni ha già riunito coloro rimasti fedeli alla causa, e presto avremo ciò che ci spetta di diritto! E voi godrete assieme a me della fama e della gloria. Potrete avere una contea tutta vostra e Gisborne non sarà più solo un nome ma un simbolo di potere e prestigio. Non sarete più un semplice cavaliere ma un lord al quale portare rispetto. Lord Guy, signore di Gisborne. Suona bene, non trovate?”
Guy si prese la testa tra le mani e prese a camminare per la stanza. Le parole dello sceriffo avevano colto nel segno. Possibile che quel maledetto omuncolo pelato riuscisse sempre a sconvolgerlo a tal punto? Purtroppo doveva ammettere che tutto ciò che gli veniva offerto era ciò che desiderava con tutto il suo essere. La dignità del suo nome ristabilita e la giusta ricompensa per le fatiche affrontate e i torti subiti.
“Se… se accetto di aiutarvi… di servirvi… voi lascerete perdere tutto il resto?”
“Tutto il resto. Mmm. Tutto il resto. Non capisco, Gisborne.”
“Non fate questi giochetti con me. Rispondete e basta.”
“Volete che lasci andare Hood!?”
“Non mi interessa quel bastardo. Catturatelo, scuoiatelo, impiccatelo. Non mi importa. Voglio che lasciate stare Martine. E liberiate Marian.”
“Oh mia cara, ha pensato anche a voi. Fossi nei vostri panni mi emozionerei” commentò lo sceriffo, rivolgendo un sorrisino alla ragazza legata e imbavagliata.
“SMETTETELA!” urlò Guy, riportando l’attenzione su di sé e avvicinandosi nuovamente al tavolo. Era imponente e la sua ombra oscurò lo sceriffo, che non sembrò minimamente spaventarsi e mantenne il suo sorriso di sfida e superiorità. Fissò a lungo il giovane prima di rompere il silenzio con una leggera risata.
“Lascerò andare Lady Marian. Per questa volta posso, sfortunatamente, considerarla una vittima innocente degli eventi.”
“E Lady Martine?”
“Oh non siate sciocco, Gisborne! Smettetela di ragionare con quello che avete tra le gambe e usate quello che avete tra le spalle! Quella sgualdrina vi ha fatto il lavaggio del cervello, vi ha manipolato e usato per i suoi scopi! E ha umiliato me! ME! Sa troppo di voi, sa troppo di noi, dei Cavalieri Neri e della causa. E’ una maledetta spia e verrà punita come si deve! E non avrò pace fino a quando non la vedrò smembrata e data in pasto ai corvi!”
“Voi non lo farete…”
“E chi mi fermerà? Voi? Uno stupido ragazzotto di campagna? Aprite gli occhi, Gisborne! Siete solo una pedina nelle mie mani e posso distruggervi così come vi ho creato.”
La mano di Guy fu rapida nell’afferrare il collo dello sceriffo, che non si aspettava una reazione tanto veloce. Inciampò sui propri piedi nel tentativo di sfuggire alla stretta ma ottenne solo che Gisborne usasse anche l’altra mano per aumentare la pressione. Il volto dello sceriffo cominciò a cambiare colore, mentre una bava leggera scendeva dal lato della bocca. Rantolava e scalciava, ma Guy sembrava una statua di marmo.
Marian scattò in piedi, gettandosi sul tavolo e cercando di raggiungere il coltello infilzato nel pezzo di maiale ormai congelato. Il grasso della carne le fece scivolare la lama tra le mani, ma dopo vari tentativi riuscì a staccarla dal maiale e scendere dal tavolo. Corse in fondo alla sala e con il piede diede qualche colpo alla piccola porta di legno. Non dovette attendere molto prima che il valletto si rifacesse vivo. Con un calcio sulla schiena lo fece cadere a terra e chinandosi rapidamente gli mise il coltello sotto il mento. Marian farfugliò qualcosa ed il valletto era talmente terrorizzato da non essere in grado di urlare. Così la giovane agitò la testa per indicare il bavaglio che le stringeva il volto. Le dita tremanti del ragazzo non riuscirono a sciogliere subito i nodi e Marian appoggiò con maggior vigore il coltello sul collo del valletto. Una goccia di sangue disegnò una linea retta sulla pelle prima di toccare il freddo pavimento della sala.
Tra lacrime e i balbettii il ragazzo lasciò perdere i nodi e, con un movimento secco, tirò verso il basso il bavaglio. La ragazza urlò, sentendo la ruvida stoffa grattarle le labbra e un caldo liquido dal sapor ferroso riempirle la bocca. Sputò a terra e minacciò nuovamente il valletto.
“Le corde! Sbrigati!” gridò, girandosi un attimo per vedere cosa stesse accadendo dall’altro lato della sala.

 

 

“Stavo costeggiando le mura da una mezz’ora, seguendo il flusso della folla diretta a York. Mi sono fermato a poca distanza dalla porta principale perchè non sapevo che tipo di controlli facessero le guardie. Qualcuno mostrava loro delle carte, altri dei monili come collane o anelli, altri ancora offrivano merci in cambio. Non avevo denaro o merce da poter offrire quindi aspettai, in attesa di un’idea o di un’occasione per entrare. Devo essermi distratto ad osservare qualcosa e mi hanno circondato. Con una spada puntata alla gola e una picca che mi spingeva tra le scapole non ho potuto fare altro che lasciarmi catturare.”
“E’ stato Jack.”
“Ma perchè? Cioè, non capisco!”
“E’ successa la stessa cosa con me. Un attimo prima eravamo insieme, un attimo dopo le guardie mi legavano e gettavano qui dentro.”
“Che si sia lasciato corrompere dallo sceriffo? Ma se anche fosse, quando sarebbe successo? Maledizione, non doveva andare così.”
Little John osservò Nigel andare avanti ed indietro nello stretto spazio della cella. Il giovane si smangiucchiava l’unghia del dito e si guardava intorno come un animale spaventato.
“Ma tu… tu cosa ci fai qui?”
“Come scusa?”
“Eri con Robin. Perchè sei qui?”
Nigel cominciava a trovare altamente stressanti quel tipo di domande alle quali non poteva rispondere con la verità.
“Ah beh, ecco. Diciamo che… sì, insomma… facendola breve… dovevo… dovevo… dovevo dire qualcosa di molto importante a Martine. Di fondamentale importanza. Molto, molto importante. Estremamente. Già.”
Little John lo fissò, come in attesa di qualcosa. Nigel sospirò, grattandosi la testa.
“Sì, cioè. Dovevo dirle una cosa. E’ un segreto. Mi spiace. Mi spiace ma non posso parlare” ammise, scrollando le spalle e sperando che bastassero quelle parole a calmare la curiosità di Little John. Il gigante buono non gli staccò gli occhi di dosso per qualche secondo, prima di sbuffare e scuotere la testa.
“Oh ma con me puoi parlare, mio caro Nigel. Ed immagino anche di cosa si tratti.”
I due prigionieri si girarono di scattò verso la voce. Nel buio delle segrete riconobbero senza problemi la figura di Jack, che li salutava agitando la mano.
Little John ringhiò rabbioso, gettandosi subito contro le sbarre di ferro; ma la violenza subita lo aveva infiacchito e ricadde sulle sue stesse gambe, trattenendo a stento un rantolo di dolore.
Nigel rimase immobile, come pietrificato.
“Sei venuto a cercare la tua amichetta, vero? Che tenero.”
“Dov’è Martine?”
“Santo cielo quanta fretta! Eppure hai tutto il tempo del mondo.”
“Come… di cosa stai parlando?”
Jack si avvicinò ed iniziò a fare tintinnare la chiave della cella contro il ferro delle sbarre, producendo un’eco metallica nell’oscurità.
“Puoi prendere in giro questi zucconi medievali, ma io so bene come sei arrivato qui a York. Non sei un ragazzo molto sveglio e ora capisco perchè Faith preferisca il furfante traditore ad un tontolone come te.”
Nigel si gettò a sua volta contro le sbarre, fissando con odio il pirata che si allontanava con uno scatto felino.
I timori che lo avevano afflitto nel futuro durante tutto il tragitto tra Nottingham e York erano ora diventati tristemente realtà. Il suo arrivo non era passato inosservato, Jack doveva aver scoperto il furgone o qualcuno lo aveva informato di qualche strano evento poco distante dalle mura della città.
“Lo ammetto: sei stato sfortunato che ci fossero guardie ovunque a causa della fiera” ammise Jack, riavvicinandosi. “Ma ormai non ha più importanza. Ti hanno perquisito? I tuoi oggetti personali?”
Nigel rimase in silenzio, mentre alle sue spalle Little John sbuffava peggio di una caffettiera. Osservò Jack rovistare nello zaino che la guardia gli aveva sequestrato prima di chiuderlo in cella.
“Che cosa stai cercando?” gli chiese, vedendo il pirata gettare con stizza lo zaino a terra. Alcuni oggetti rotolarono sul pavimento sporco e Jack gli diede un calcio, prima di tornare alle sbarre e fissare con sguardo da pazzo i due reclusi.
“Dammelo.”
“Non so di cosa stai parlando.”
“Il cellulare. Dammelo.”
“Il cellulare? Quale cellulare?”
“Cos’è un cellulare?” chiese Little John, mettendosi in piedi a fatica.
“Tu stai zitto” gli urlò Jack. “Avanti Nigel, non costringermi ad ucciderti.”
“Hai tu il pezzo della daga, vero?”
Jack si stupì, inclinando la testa e sorridendo.
“Non sei così stupido in fin dei conti. Dovrò dirlo a Faith.”
“E’ per questo che ti sei offerto di seppellire Dick, per spogliarlo e perquisirlo.”
Jack rabbrividì, disgustato. “Detto così sembra una cosa alquanto depravata, ma sì. E puzzava. Molto.”
“Ti sei offerto di raggiungere Martine perchè era lei ad avere in Greenid. Ma certo. Ora tutto ha un senso.”
“Calma ragazzo, trattieni tutta questa improvvisa intelligenza per quando ci sarà anche Faith. Se non ti dispiace avrei fretta. Il cellulare della macchina del tempo. Mi serve. Adesso!”
“Io non ho alcun cellulare. Hai visto anche tu, nello zaino non c’è.”
Jack lo fissò in silenzio per qualche istante.
“Tiralo fuori!!!”
“Non ce l’ho! Non ce l’ho, Jack.”
“Smettila di mentirmi!!!”
“Li hanno sempre avuto Faith e Martine! Io sono troppo imbranato, lo avrei perso subito e non oso immaginare cosa Faith mi…”
“Aspetta aspetta aspetta. Vuoi dirmi che ci sono due cellulari?!”
Nigel si morse il labbro, imprecando tra sé e sé. Era tornato nel passato per sistemare le cose e aveva appena messo nei guai la donna che amava.
Nel frattempo Jack si picchiettava la fronte con la chiave della cella, bisbigliando parole che i prigionieri faticavano a comprendere.
“Quello è pazzo” esclamò Little John, tenendosi a malapena in equilibrio e poggiando tutto il suo peso sulle sbarre.
“No, è molto più sveglio di quanto sembri. Lo abbiamo sottovalutato, fin dall’inizio. Ha ingannato tutti, a cominciare da Doc. Spero solo Martine sia ancora viva.”
“Beh vado subito ad appurarlo” esclamò Jack, uscendo dal suo monologo incomprensibile e facendo un inchino. “Con permesso, il mio lasciapassare per il futuro mi aspetta.”
Si allontanò a passo svelto, lasciando i due prigionieri ammutoliti.
“E ora che facciamo?” chiese Little John.
“Prega solo non trovi il cellulare.”
“Ma cos’è un cellulare?!” chiese il gigante esasperato, prima di lasciarsi cadere a terra.

 

 

20 luglio 2010
Nottingham

Il suono insistente del telefono lo costrinse ad uscire da un sonno ottenuto con molta fatica e quattro bicchieri colmi di whisky. Il pavimento ondeggiava violentemente sotto i piedi e le gambe intorpidite, anche se Doc sapeva bene trattarsi del risultato di una banale ed alquanto stupida sbronza triste. Il telefono smise di suonare e la spia luminosa della segreteria tornò a lampeggiare.
Doc tentò comunque di raggiungere la cornetta ma, quando fu in grado di avvicinarla all’orecchio, dall’altra parte c’era solamente il suono intermittente di una chiamata terminata.
Senza rendersene conto e senza badare al buonsenso e all’educazione, la mano si diresse spedita al pulsante per l’ascolto dei messaggi.

BIP. MESSAGGIO UNO – Signorina Ainsworth, sono l’agente di polizia Lucas. Avremmo bisogno di farle qualche domanda a proposito dell’agressione alla signorina McFayden. Se sente questo messaggio ci richiami immediatamente, il numero della centrale è 1159 670999. In caso non riuscissimo a metterci in contatto, passerò personalmente tra un paio d’ore. Certa della sua disponibilità, le auguro una buona giornata signorina Ainsworth. BIP. MESSAGGIO UNO ASCOLTATO.

Doc brontolò qualcosa senza senso, massaggiando con forza il volto per risvegliarsi dal torpore. Doveva solo sperare che le ragazze tornassero al più presto o sarebbero aumentati i problemi.

HAI ANCORA UN MESSAGGIO DA ASCOLTARE.

La voce della segreteria interruppe uno sbadiglio molto profondo e la saliva gli andò di traverso, costringendolo a tossire. Un altro messaggio? Eppure aveva sentito il telefono squillare solo una volta. Probabilmente in quel momento il sonno era talmente profondo che nemmeno gli squilli lo avevano risvegliato. Cliccò nuovamente il pulsante play.

BIP. MESSAGGIO NON ASCOLTATO DEL 20 LUGLIO – Donnaaaa, macciaooo!!! Cavoli, speravo di beccarti invece mi tocca lasciare un messaggio in segreteria. Fa niente! Indovina dove sono? A Londra! Sono appena atterrata all’aeroporto, stiamo aspettando i bagagli. Pare si siano persi la valigia di papà, quindi immagina la tragedia. Ah no, aspetta. Ci stanno indicando di andare all’altro rullo, aspetta… ok, eccola! Avevano messo la valigia di papà negli arrivi da Dubai. Risolto in fretta, grazie al cielo! Ascolta, pensavamo di fare un salto a salutarti, che dici? E’ una vita che non ci si vede e mamma vuole assolutamente mangiare il tuo pollo arrosto con patate. Quindi adesso prendiamo la macchina e veniamo su a Nottingham! Stiamo in hotel, vai tranquilla! Ora chiudo, richiamami appena senti il messaggio! Ciao ciccia! BIP. MESSAGGIO ASCOLTATO.

Un messaggio di Martine, niente di preoccupante. Un altro sbadiglio e Doc si diresse a passo instabile verso la cucina, alla disperata ricerca di qualcosa di bere. Aveva una sete terribile e la tosse di pochi minuti prima gli bruciava ancora in gola. Vide la brocca e quello che rimaneva del caffè. Lo versò in una tazza, aggiunse acqua e mise il tutto nel microonde. Mentre l’elettrodomestico scaldava la bevanda, Doc rimase a fissare come ipnotizzato la tazza che girava. Nel momento in cui il timer segnò zero e trillò che il caffè era pronto, l’uomo si paralizzò spalancando gli occhi.
“Oh. Grande. Giove” e corse a riascoltare il messaggio in segreteria.

 

 

Data di pubblicazione: 5 dicembre 2015 / 18 febbraio 2016
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

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