DAGGER: CAPITOLO 6.5

 

6 Marzo 1194
Giorno 9
Sherwood Forest

“Dobbiamo studiare un piano” li accolse Robin.
“Grandioso” si sfregò le mani Allan riguadagnando la postazione sul suo giaciglio “cominciamo subito?”
Fu la ragazza saracena la prima a parlare.
“Il tuo amico Nigel, e tu stessa qualche giorno fa, avevate anticipato ai ragazzi che siete qui alla ricerca di un oggetto particolare. Dopo quello che mi hai raccontato, mi sono presa la libertà di spiegar loro che la vostra missione di recupero riguarda un’arma potentissima. Che il vostro nemico è un formidabile guerriero che viene dalla valle del Nilo. Che il suo nome è famoso nelle terre del Saladino per la sua crudeltà. E che voi volete fermarlo prima che metta mano su questa Daga leggendaria” ricapitolò Djaq rivolgendosi all’unica altra donna nel rifugio. Faith pregò che la relativa penombra del rifugio mascherasse il rossore dei suoi occhi.
“Eh, si… già… grazie… ottimo” confermò grattandosi la nuca incerta su come comportarsi con la gang e con quel grande segreto che del tutto segreto più non era.
“Ma esattamente cos’ha questa daga di tanto speciale da renderla così pericolosa?” indagò Will
“Huh… beh…” Faith non era mai stata brava a mentire, ne ai suoi genitori, ne a scuola, ne ai suoi ex-fidanzati, ne tantomeno agli amici. Arrossiva, e gli altri capivano al volo. Ed in quel contesto il suo cervello non era pronto a creare una spiegazione anche minimamente plausibile.
“A quanto pare è stata forgiata con una particolare fusione di metallo che le permette distruggere qualsiasi altra lama o protezione su cui riesca ad abbattersi, le taglia come il burro. Può mozzare braccia e teste senza il minimo sforzo fisico per chi la brandisce.” rispose Allan mentre si limava un unghia con la lama di uno dei suoi coltelli, completamente a suo agio nel mentire.
Faith guardò Allan con gratitudine: Grazie Signor A Dale, grande e potente maestro di menzogne improvvisate, mi inchino di fronte alla tua immensa abilità!
“E se questa Daga cadesse nelle mani di questo leggendario guerriero, un guerriero praticamente imbattibile anche con una spada normale…” a questo punto Allan guardò Djaq cercando una conferma che arrivò sotto forma di un piccolo cenno d’assenso “..la userebbe per spargere morte e distruzione. Diventerebbe inarrestabile.”
“Non con una freccia al centro della fronte”
“Possiede un armatura quasi completa che lo protegge dalle frecce” riuscì ad improvvisare Faith, sarebbe risultato un po’ strano se nessuna delle risposte fosse giunta da lei, visto che teoricamente doveva essere quella che meglio conosceva quel terribile nemico.
“Non sugli snodi del movimento”
Non capiva perché diavolo Robin doveva fare così il puntiglioso in questo frangente. Ok, era uno dei migliori combattenti del suo tempo, ma non poteva bastargli sapere che avevano a che fare con qualcosa di pericolosissimo da non sottovalutare? Insomma d’accordo che non stava raccontando loro tutta la verità, ma perché non poteva semplicemente fidarsi? Sarebbe stata costretta a raccontare per l’ennesima volta tutta la storia rischiando questa volta di esser presa davvero per una squilibrata posseduta dal demonio? Perché non si fidava? Come il Professor Hughes, neppure lui si era mai fidato di lei. Sentì il sangue salirle al cervello e il nervoso esplodere fuori dalle labbra “OH E VA BENE! In linea teorica chiunque può essere battuto, d’accordo, lo sappiamo! Ma mi farebbe tanto tanto TANTO piacere se riuscissimo a non fargli arrivare fra le grinfie questa STRAMALEDETTISSIMA DAGA! SONO IN QUESTO POSTO DIMENTICAO DA DIO SOLO PER QUESTO!” senza quasi rendersene conto aveva alzato la voce, e le parole avevano cominciato ad uscire concitate e nevrotiche. Non aveva mentito, ma si trovò comunque ad arrossire adesso che tutti guardavano in ogni direzione tranne che nella sua, cercando delicatamente di non farla sentire una pazza scatenata. Quella premura da parte di individui che in fin dei conti erano poco più che estranei le scaldò il cuore. Erano davvero delle brave persone, tutti loro.
Fece un respiro profondo e riprese “Scusate. Scusate. È solo che ogni giorno che passa ci avvicina all’arrivo di Imhotep e senza Martine non abbiamo speranza di recuperare la Daga” e tutte queste emozioni, così ravvicinate, così forti, mi stanno sfibrando pensò fra se e se.
“Perché? Perché serve la tua amica?” le chiese Much. Ecco un’altra bella domanda. Quei fuorilegge erano tutti dannatamente sagaci.
“Perché… Lei… Ha con se una… Sorta di mappa…”
“Ha importanza?” si intromise Allan salvandola una seconda volta da una risposta raffazzonata “le dobbiamo una favore. Un grosso favore.” E con queste parole alzò lo sguardo su Robin
“Allan ha ragione. Ti aiuteremo. Non hai bisogno di darci altre spiegazioni.” Passò una mano sulla schiena della ragazza per rassicurarla.
“Tu hai la certezza che questo guerriero sta arrivando?”
“Si, a giorni”
“Viaggia da solo?”
Faith riusciva quasi a sentire gli ingranaggi del proprio cervello ticchettare alla ricerca della risposta più giusta. Ci pensò un istante e poi rispose con un secco “No.”
In fin dei conti Imhotep non era solo, aveva degli enormi poteri magici a fargli da esercito.
“Credo si muova con qualcosa di simile ad una compagnia di guerrieri ben addestrati”
“Pensi che ci sia la possibilità di incontrarlo prima che abbiate messo mano su quest’arma?”
“Più a lungo stiamo lontani da Martine, più aumenta la possibilità di incontrarlo”
“Ci muoveremo alla svelta allora”
“Grazie”
“Ma ci serviranno degli uomini”
“Uomini?”
“Non per fare il guastafeste Robin, ma gli unici uomini che puoi sperare di impiegare sono in questa stanza” obiettò Allan
“Non necessariamente” affermò inaspettatamente Sir Roger, guadagnandosi un’occhiata interrogativa dall’intero gruppo “Ma bisognerà allungare la strada di diverse ore” Tutti si voltarono verso il nobile che sedeva su un alto sgabello accanto al fuoco, attendendo una spiegazione.
“Potremmo recuperare molte spade a Blackrod”
“Blackrod?” domandarono Djaq e Will del tutto all’oscuro della storia di Sir Roger, raccontata solo la sera prima.
“Le mie terre. Il mio podere è presidiato da molti uomini al soldo dello sceriffo. Tutti mercenari. E noi ora abbiamo denaro in abbondanza per garantirci il loro cambio di fazione, direi” con un cenno della testa indicò in direzione dell’uscita del rifugio e della parete rocciosa in cui era stato nascosto il suo carro ancora carico d’oro.
“Pfhhhh hahahaha! Si certo, come se Robin potesse veramente lasciarci usare il denaro recuperato per…” la frase morì in gola ad Allan come pure la risata, vedendo l’espressione seria di Robin “Non dirmi che lo faresti davvero?” lo stupore si dipinse sul volto del giovane. Allargò le braccia in segno di resa mentre Robin guardava lui e poi Faith.
“Se non fosse per Faith, non avremmo mai recuperato questo tesoro. Questo metterà in scacco i piani dello sceriffo per molto, molto tempo. Mi sembra la cosa più giusta usarli per aiutarla a fermare quest’altro pazzo.” Robin osservò a turno, negli occhi, ognuno dei suoi uomini. E loro ad uno ad uno annuirono di rimando.
“È deciso. Partiremo domattina in direzione di Blackrod, ci assicureremo quanti più uomini possibile. E da li faremo una sortita a York per trovare la tua amica.” Un sorriso ampio e sincero si aprì sul volto di Faith. Con l’aiuto di Robin e della gang si sarebbe finalmente ricongiunta con quella testona di Nim.
“Oh grazie Robin!” Faith si gettò di slancio fra le sue braccia e gli stampò un sonoro bacio sulla guancia, tenendosi lontana dal livido violaceo che gli si stava formando attorno al naso tumefatto.
“È un piacere” rispose lui sorridendo contro il suo collo mentre rispondeva all’abbraccio.
Allan si alzò di scatto dal suo giaciglio e si allungò verso i due giovani abbracciati.
“Scusaaate, permesso” li costrinse a staccarsi l’uno dall’altra e, protendendosi verso il tavolo, raggiunse la caraffa di birra da cui si versò il torbido liquido schiumoso nel bicchiere. Stando ancora in piedi fra di loro trangugiò l’intero contenuto del boccale in un’unica lunga sorsata, che lo costrinse ad un respiro quasi affannoso quando staccò le labbra dal recipiente. “Che sete! Mai avuta così tanta sete in vita mia!”
Faith vide Djaq sussurrare qualcosa all’orecchio di Will ed entrambi risero sotto i baffi.
“Allora” chiese a quel punto Much che stava sprimacciando il cuscino del suo giaciglio “come ci dividiamo i letti sta notte? Non bastano per tutti”
“Sir Roger può avere quello di John” disse Robin “Much, lasci il posto a Faith?”
“Ma padrone… io..”
“Robin?! A parte il fatto che se offri un letto non dovrebbe essere quello di qualcun altro…” disse la ragazza puntandogli l’indice contro e guadagnandosi in cambio un dolce sorriso di gratitudine da Much “comunque non intendo rubare il letto a nessuno. Dormirò a terra. Mi basta una coperta”
“Non essere sciocca, sei un ospite, non puoi dormire sul pavimento”
“Beh guardami!” e detto questo incrociò le gambe e sedette a terra.
“Oh andiamo non fare la testarda, ti sei meritata una dormita decente, possiamo dividerci il mio materasso” le offrì Djaq facendosi da parte e mostrandole come, stringendosi, avrebbero potuto occupare il suo giaciglio in due.
“Ripeto che non ho intenzione di scomodarvi a casa vostra” incrociò velocemente le gambe assumendo la posizione del loto. Peccato avesse scordato che le era saltata l’unghia del piede e quel movimento le strappò un lamento di dolore.
“Al tre?” chiese Robin ad Allan sopra la sua testa
“Al tre cosa???”
“Uno, due, TRE!” compitarono insieme i due fuorilegge. Ognuno la arpionò sotto un’ascella e con fastidiosa facilità l’alzarono in piedi a forza.
“Ma che cavolo!”
“Prendi il mio. Comunque faccio fatica a dormirci, non ci sono più abituato” mentì Allan.
“Perfetto” concordò Robin “Visto, tutto sistemato!”
“Fantastico!” concluse Faith con una smorfia e, incrociando le braccia all’altezza del seno, si mise a sedere di scatto sul giaciglio a cui l’avevano avvicinata mantenendola sollevata dal suolo.
Rimpianse di non aver accettato l’offerta di Djaq. Almeno si sarebbe sentita meno in colpa dividendo un letto che non occupandolo interamente.

 

Mentre Much si prodigava versando un’altra porzione di stufato ad ognuno di loro, facendo attenzione a non perderne nemmeno una goccia, Will si alzò di scatto da tavola e si mise a rovistare in una delle casse che giacevano addossate alla parete destra del rifugio.
“Avevo quasi dimenticato” disse, mentre estraeva dal profondo baule composto da tavole grezze un grosso involto pigniforme e lo passava ad Allan. Il giovane sembrava sorpreso.
“Nooooo, oh andiamo! L’hai terminato? Davvero?”
“L’avevo quasi finito, quando… te ne sei andato. Ho pensato che era un peccato sprecare tutto quel lavoro”
Con una delicatezza che Faith non credeva possibile, Allan scartò l’involto e nelle sue mani vide comparire la forma panciuta di uno strumento musicale. Era qualcosa di molto simile ad un liuto, ma era chiaro che era stato rimaneggiato perché la tastiera era di un legno molto più chiaro, più grezzo e ruvido della cassa di risonanza. Evidentemente Will doveva averlo riparato.
Allan ne pizzicò le corde e cominciò ad armeggiare con le chiavi che sporgevano dalla parte uncinata del manico per trovare l’accordatura. Quando si ritenne soddisfatto fece scorrere le unghie della mano destra sulle corde tirate. Un unico movimento fluido che produsse un suono dolce ed armonioso.
“Suona addirittura meglio di prima! È magnifico Will!” sembrava eccitato “Non è buffo? A pensarci bene è finita che vivendo in un castello mi sono quasi perso l’unico oggetto di valore che avessi mai posseduto.” Così dicendo diede un paio di colpetti con le nocche alla cassa di risonanza dello strumento che produsse un eco ovattato. Alzò gli occhi lucidi di commozione su Will “Grazie” disse semplicemente.
Quindi anche quella parte della leggenda era vera? Faith lo fissava sbalordita. Allan a Dale il ladro, il traditore, il fuorilegge, il condannato a morte, tornava ad essere davanti ai suoi occhi il menestrello di Sherwood?
Allan trangugiò in fretta e furia la sua cena, poi sedette a terra, poggiò la schiena contro una delle zampe del tavolo, distese le gambe incrociandole all’altezza delle caviglie e con gli occhi chiusi, cominciò ad arpeggiare pizzicando le corde dello strumento con le punte delle dita.
Una melodia dolce, lenta e malinconica riempì lo stretto spazio ricavato nel fianco della collina.
Con gli stomaci pieni, appagati dal trionfo di quella lunga giornata, accoccolati nel relativo comfort dei vari giacigli, cullati dalle note calde e vibranti del liuto, uno ad uno gli occupanti del rifugio lentamente si assopirono.
Nessuno era più sveglio quando la musica si perse infine nel silenzio.
Il fuoco fu l’ultimo ad addormentarsi quella sera.

 

 

6 Marzo 1194
Giorno 9
Greenwood Lodge

Due bussate veloci, con le nocche. Una sorda, a palmo aperto. Altre due veloci con le nocche.
Uno scalpiccio lungo le scale e la porta si aprì e si richiuse velocemente dietro di lui. I profumi della cena a base di stufato e birra aleggiavano ancora al piano terra della locanda, il legno delle travi ne era impregnato.
“Non devi farti vedere in giro! Sei ricercato! Almeno hai avuto il buon senso di venire di notte. Andiamo nella mia stanza.” Lo prese per mano e lo guidò oltre il salone, schivando le panche ed i tavoli, attraverso la cucina, superando l’enorme focolare e le botti umide, sotto un arco di pietra grezza fino ad una stanzetta addossata alla parete ovest dell’edificio, oltre la quale si stendeva la stalla per i cavalli e le capre. Non aveva finestre, ma era certamente la camera più calda della locanda. Lo spinse dentro e, dopo aver oltrepassato la porta, la donna se la chiuse alle spalle e tirò il catenaccio.
“Non credevo che saresti venuto, con la questione della taglia” gli disse con un sorriso. Si avvicinò a lui e gli poggiò le mani contro il petto. Quelle del giovane scattarono e si strinsero attorno ai polsi della locandiera allontanandoli dal proprio torace.
“Non hai un minimo di vergogna? Non hai idea di cosa hai fatto?” le chiese in un sibilo veemente
“Io? Non è certo colpa mia se i tuoi uomini sono dei folli sadici!”
“I miei u-..?” stringendo la presa Allan fece un paio di passi avanti finché la locandiera non si trovò con le spalle addossate alla parete “So benissimo la parte che hai avuto in questa storia Dollie, non provare nemmeno a negarlo!” ringhiò a pochi millimetri dal suo orecchio.
“Non dirmi che tutto questo è per quella insipida che ti sei portato appresso l’altra notte? Ti sei rammollito, dolcezza”
“Non so davvero che ci trovavo in te”
“Uno spirito affine, tesoro” gli disse lei sorridendo nonostante i polsi cominciassero a dolerle “Uno spirito affine”
Era per quello che era così furioso? Perché lui era come Dollie ed in altre circostanze sarebbe stato capace di un gesto del genere? Era un opportunista, certo. Ma sarebbe potuto cadere così in basso? Se fosse rimasto con lo sceriffo, si. Forse si.
Lasciò andare la presa sui polsi della donna e indietreggiò.
“Sono venuto a saldare i miei debiti” le porse un borsello di velluto rosso contenente una discreta quantità di monete. La donna lo soppesò fra le mani e lo guardò con aria perplessa.
“Se siamo spiriti affini, allora quelle varranno più di mille parole” le disse
“Cosa vuoi comprare con queste?” gli chiese ammiccando mentre faceva tintinnare le monete all’interno della saccoccia, lui finse di non cogliere l’allusione
“Se per qualsiasi ragione quella ragazza dovesse tornare da queste parti e io non ci fossi, farai la brava. Non deve succederle nulla. Sono stato chiaro?”
Dopo tutto quello che Faith gli aveva raccontato quel pomeriggio Allan si ritrovava stranamente lucido.
Era conscio di non aver capito appieno la portata delle informazioni che lei aveva scelto di affidargli. Ogni parola uscita dalla bocca della giovane aveva dell’inconcepibile, del mistico, del blasfemo quasi, eppure Faith si era fidata tanto di lui da rischiare le conseguenza dell’esporsi in quel modo. In un altro momento della sua vita, di fronte ad una donna diversa, Allan non avrebbe ci avrebbe pensato due volte ad urlare alla strega ed a darsela a gambe levate. Ma con Faith era diverso. C’era una forza, un magnetismo strano, qualcosa di esterno a se stesso che lo portava a crederle nonostante tutto.
Sapeva che non gli aveva mentito, se c’era qualcuno in grado di beccare un bugiardo era lui. Ma era anche un pragmatico ed era per questo che i piani B erano la sua specialità. Nella remota possibilità in cui la storia di Faith alla fine si fosse rivelata un suo folle incubo, si sarebbe ritrovata in quel tempo, in quello che per lei era il passato e sarebbe stata vulnerabile.
E se lui per qualche motivo non avesse potuto esserci, Allan sapeva che lei avrebbe avuto bisogno di protezione. L’ultima cosa che le serviva erano dei nemici.
“È vero quindi!” la voce di Dollie lo strappò dai suoi pensieri
“Mio Dio! Allora avevo ragione? Tutto questo per quella troia di quarta categoria??”
In un attimo Allan le fu addosso, la mandibola della donna stretto come in una morsa fra le sue dita.
“Quel minimo d’onor cavalleresco che mi ritrovo mi vieterebbe di farti sul serio del male, ma tu ce la stai mettendo davvero tutta per farmi venir meno ai miei altissimi principi”
Dollie cercò di divincolarsi dalla sua presa, ma fu lui a lasciarla andare ritraendosi di colpo. Inaspettatamente la donna gli saltò al collo. Allan riuscì ad intercettare la sua presa ed allontanare le sue mani dal proprio viso, ma si ritrovò con tre profondi graffi orizzontali sul lato sinistro del collo.
“I soldi volevano essere un modo gentile per approcciare la questione, ma visto che hai sempre preferito le maniere forti…” mentre la guardava si massaggiava il collo nel punto in cui era stato graffiato “Robin sa tutto. Tutto. E la ragazza è diventata uno dei suoi. Quindi stai molto attenta. Non vorrei che finissi per fare qualche gesto avventato”
“Mi stai minacciando Allan?”
“Si. È esattamente quello che sto facendo Dollie. Addio”
Detto questo lasciò la stanza e silenziosamente uscì dalla locanda per tornare al rifugio.
Era già in vista della sua meta quando il primo chiarore dell’alba si fece strada fra i rami di Sherwood.

 

 

7 Marzo 1194
Giorno 10
Sherwood Forest

“Scusate, ma esattamente quanto ci vorrà ad arrivare a Blackrod” chiese Faith mentre montava in sella ad un bel cavallino arabo dal manto color della terra
“Sono circa un’ottantina di miglia… Se manteniamo i cavalli freschi, viaggiando ad un’andatura costante non troppo sostenuta, dovrebbe volerci all’incirca una giornata”
“U-una giornata! Intera? Oh questo farà male, questo farà molto male”
“Che succede?”
“Credete che sia troppo tardi per informarvi che non ho mai cavalcato per più di un’ora di seguito?”
“Allora si, ti farà male davvero!” sghignazzò Allan comparendo dal nulla e sfilandole affianco con il suo pezzato bianco e nero
“Oh grazie, grazie tante!” gli fece una linguaccia che lo fece scoppiare a ridere.
“Tranquilla non andremo troppo veloce” la rassicurò Much passandole accanto
“Usciremo dalla foresta al trotto, e poi cercheremo di mantenere un galoppo contenuto. Ci farai subito l’abitudine, Ruby ha una falcata molto delicata” aggiunse Robin, poi lanciò un’occhiata in tralice ad Allan che gli annuì di rimando.

 

I timidi raggi rossastri di un sole appena spuntato facevano capolino fra le fronde sempreverdi degli abeti e fra i rami magri e grigi delle decidue, che solo da qualche giorno avevano cominciato ad inverdirsi di nuove gemme di foglia.
L’andatura ondeggiante della sua cavalcatura, a quell’ora del mattino, le mise in corpo un torpore rilassato che spense i suoi pensieri permettendole di ammirare come trasognata quello che la circondava. Una teoria di verdi di ogni luminosità e calore, i marroni dei tronchi e della terra, i bianchi delle betulle ed i rossi degli aceri, sfilarono senza soluzione di continuità di fronte ai suoi occhi assonnati.
La loro carovana si muoveva silenziosamente utilizzando sentieri poco battuti nella foresta in direzione nord-ovest. Prima di partire Much e Will avevano provveduto ad agganciare su ogni sella delle bisacce che in alcuni casi contenevano cibo e acqua ed in altri oro, monete e gemme del tesoro di Nottingham. A Ruby era toccato parte di quest’ultimo carico: visto che Faith pesava meno dei ragazzi, il cavallo non si sarebbe affaticato troppo e la sua andatura dolce avrebbe evitato tintinnamenti sospetti, lo stesso valeva per il destriero di Djaq.
Faith cavalcava concentrata sui movimenti che sapeva dover eseguire per assecondare il passo di Ruby, le redini strette fra le punte delle dita, per evitare di irritare i palmi scorticati, e lo sguardo fisso sulla schiena del cavaliere che la precedeva. La macchia rossiccia ondeggiante del mantello di Will la mantenne in uno stato di semi ipnosi per diversi minuti, mentre attorno a lei sentiva le voci della gang.
Ad un tratto si rese conto che lungo la fila della carovana i ragazzi erano ammutoliti e si stavano scambiando dei segnali. Emettevano dei fischi e dei trilli, simili al canto degli uccelli.
Notò Robin, che apriva la fila di cavalieri, voltarsi e fermare lo sguardo su un punto dietro di lei. Si voltò a sua volta e vide che Allan stava indicando al fuorilegge qualcosa nel fitto della foresta. Tutti erano silenziosi e guardavano nella direzione segnalata. Ad un tratto vide anche lei quello che aveva catturato l’attenzione dei suoi compagni. Un animale maestoso, una bellissima cerva stava addentando i germogli freschi di un cespuglio qualche metro oltre il tracciato del sentiero, sulla loro destra. Robin tirò le redini e lentamente la loro carovana si arrestò. Un altro fischio vibrato emesso da Robin ed Allan estrasse silenziosamente il suo arco lungo dalla custodia allacciata alla sella e ne fissò la corda di tendine. L’arco saraceno di Robin era più preciso, ma meno potente. Allan recuperò una freccia e si mise in posizione di tiro. Faith non aveva mai partecipato ad una battuta di caccia, ma qualcosa le disse che quell’attesa nervosa di tutti i presenti fosse una costante nel momento prima del tiro. Non le piaceva l’idea di veder ammazzare di proposito quello splendido animale, ma quello era l’unico sostentamento per i fuorilegge di Sherwood, quindi si sarebbe limitata a guardare dall’altra parte finche non fosse tutto finito. D’un tratto un fruscio a qualche metro di distanza dalla cerva attirò la sua attenzione: un piccolo cerbiatto che faceva ancora fatica a mantenersi in equilibrio stava cercando di raggiungere la madre.
“Oh no” bisbigliò così piano da non riuscire a sentire la sua stessa voce.
Si voltò di scatto verso Allan che era pronto per scoccare la sua freccia. Sapeva che aveva una buona mira. Non avrebbe mancato il colpo. Non aveva il tempo per fermalo, in una frazione di secondo il colpo sarebbe andato a segno.
“AAAAAH” urlò accompagnando il suo grido al battito di mani più forte che fosse in grado di produrre. La cerva scartò di colpo, raggiungendo in un balzo il suo piccolo e mettendosi tra il cucciolo e quell’inaspettata fonte di rumore. La freccia di Allan partita nello stesso istante in cui lei aveva urlato, sfilò tra i cespugli e andò a conficcarsi contro il tronco di un faggio a diversi metri di distanza da loro, vibrando sonoramente.
In un attimo un coro di protesta si levò dai suoi compagni di viaggio, qualcuno girò la sua cavalcatura e qualcuno avanzò, così si trovò accerchiata da facce scure che le chiedevano perché aveva fatto scappare il pranzo migliore che avrebbero potuto avere da diversi mesi a quella parte.
“M-mi dispiace”
“Non per fare il guastafeste, ma con quello ci avremmo mangiato per giorni! Ma che ti è saltato in mente? Avevo già l’acquolina in bocca”
“Hai fatto bene” l’affermazione di Robin calmò all’istante le proteste del gruppo e Faith ne fu quasi infastidita. Qualcuno prima o poi le avrebbe dovuto spiegare cosa c’era in Robin che gli permetteva di avere quell’influenza sugli altri, perché se c’era un modo per acquistarne un po’ le avrebbe fatto un gran comodo. “Non l’avevo notato” aggiunse il fuorilegge
“Notato cosa? Ne avremmo potuto fare un arrosto con i fiocchi!” piagnucolò Much
“Il cucciolo” rispose Will
“Era così piccolo…” disse a mo’ di scusa Faith
“Probabilmente poche ore di vita. Non sarebbe mai sopravvissuto senza la madre. Ben fatto Faith. Ben fatto davvero. Ottimo sesto senso.” Le sorrise. E lei gli sorrise involontariamente di rimando. Maledetto il suo fascino! Ecco cos’era, puro e semplice, magnetico fascino.
“Non vorrei mettervi fretta giovani ma se non proseguiamo non arriveremo mai a Blackrod entro il calar del buio…” era la voce profonda di Sir Roger che li richiamava all’ordine, chiaramente ansioso di tornare alle sue terre e riprendersi la sua casa.
Riacquistarono le loro posizioni in fila indiana e si rimisero in marcia. Il silenzio irreale della caccia era sparito. Much fischiettava, Djaq e Will parlavano fra loro così come Robin e Sir Roger.
“Non per fare il guastafeste, ma non ti facevo così sentimentale. Non con il cibo quanto meno… non mi sembravi altrettanto dispiaciuta per le lepri ieri, almeno a giudicare da come hai fatto sparire lo stufato”
“Tutta colpa di un trauma infantile”
“Che sarebbe?”
“Bambi”
“B-Bambi?”
“Si una favola per bambini. Il protagonista è un cerbiatto di nome Bambi. Nella prima scena un cacciatore gli uccide la mamma. Ogni bambino da dove provengo io è stato traumatizzato dalla storia di Bambi”
“Avete dei bambini molto fortunati, allora” lo disse con tono leggero, come se fosse una semplice constatazione.
Faith si rese conto di quello che implicava quell’affermazione e si sentì subito in colpa. Allan non sembrava tipo da farsi traumatizzare facilmente, ma probabilmente era quello che tra i presenti aveva avuto l’infanzia più schifosa. Da quello che sapeva grazie ai suoi studi e da quello che aveva intuito captando qualche frase qui e li, Much era stato cresciuto a Locksley da una madre ed un padre amorevoli al servizio del padre di Robin, il quale aveva amato il proprio figlio più di ogni altra cosa. Djaq aveva perso un gemello in guerra, ma non poteva esser successo che pochi anni prima, suo padre e sua madre erano due persone colte, e lei una donna istruita, cresciuta certamente in un relativo benessere. Will era vissuto con la sua famiglia fino al ritorno di Robin dalla Terra Santa, sua madre era morta di stenti, e certo questa era cosa da traumatizzare chiunque, ma era stato innegabilmente molto amato. Dell’infanzia di Allan nessuno sapeva più di qualche accenno casuale. Stava quasi per chiedergli qualcosa a riguardo, quando rimase ammutolita da quello che le si presentò davanti agli occhi.
Erano sbucati di netto fuori dalla foresta. Un metro più indietro erano ancora circondati da foglie, rami, alberi ed arbusti, ed un metro dopo erano nella distesa verde e completamente aperta di una prateria. Il vento muoveva i lunghi steli d’erba resi quasi violacei dai raggi di un sole ancora rossastro. Sembrava di camminare fra le onde del mare, era una visone magnifica e selvaggia.
“È ora di macinare qualche miglio ragazzi! HA!” Robin diede di talloni alla sua cavalcatura che con una leggera impennata si proiettò in avanti partendo al galoppo. Uno alla volta i cavalieri seguirono il fuorilegge attraverso la prateria creando delle scie di erba calpestata. Faith non dovette neppure agitare le redini, Ruby partì al trotto seguendo i cavalli che la precedevano. Era la cavalcatura perfetta per una principiante, si muoveva come se fosse telecomandata, adattò il proprio passo a quello degli altri cavalli e Faith non doveva far altro che concentrarsi sul mantenersi in sella ed assecondarne l’ondeggiare ritmico. Robin le aveva detto che sarebbe stato facile galoppare in sella a Ruby, e probabilmente era vero, per chiunque con un po’ più di esperienza, per chiunque con un po’ più di allenamento, per chiunque non dovesse concentrarsi con intensa costanza su ogni singolo movimento del proprio corpo per mantenerlo sempre in sincrono con quello del cavallo.
Ora non si spostavano più in fila indiana, ma a piccoli gruppi distanziati di qualche metro. In testa cavalcavano Robin, Much e Sir Roger, seguivano Will e Djaq e per ultimi venivano Faith ed Allan
“Così se dovessi cadere nessuno di noi finirà per calpestarti” le aveva detto divertita Djaq da sopra una spalla
“Tanto finirebbe per farsi male il cavallo, rigida com’è” rincarò la dose Allan “pensa se avesse dormito sul pavimento!” il giovane aveva alzato un po’ la voce perché il gruppo di testa li stava distanziando.
“Beh io almeno ho dormito… tu dov’eri invece? Non c’eri quando ci siamo alzati…” doveva ammetterlo, per un momento, quando si era svegliata e non l’aveva visto in mezzo agli altri, aveva temuto che se la fosse squagliata. Ma Robin le aveva detto che sarebbe tornato in tempo per la loro partenza. Ora era puramente curiosa.
“Io? Sono… Andato a far visita a qualcuno.”
“Qualcuno. Vago. Davvero molto vago. Interessante.”
“Interessante?”
“Hai un sacco di segreti Mr A Dale!” gli sorrise, era curiosa certo, ma era anche abbastanza sicura che quel suo restare sul vago fosse un gioco, visto che sapeva che era uscito su ordine, o quantomeno su accordo di Robin
“Nessun segreto! Vuoi la verità? D’accordo! Sono andato a salutare le mie famiglie, dare un bacio ad ognuna delle mie numerose donne, a mettere a letto i miei vari figli illegittimi, a rimboccare diverse coperte, cambiare qualche pannolone puzzolente e farmi di corsa in lungo e in largo tutta la contea per non scontentare nessuna. Che ci vuoi fare, sono richiestissimo” Faith scoppiò a ridere.
“Sei un cazzone più che altro!”
“Come prego? Sbaglio o mi stai dicendo che pensi che io sia… ben dotato?”
“COSA???” Faith diventò paonazza e per qualche istante non riuscì ad articolare una risposta “Voleva essere una specie di insulto, cretino!” perché doveva sempre vedere il doppio senso in quello che lei gli diceva???
“A me sembrava un apprezzamento più che un insulto” disse lui in tono di trionfo
“Beh se vuoi la verità allora, ne ho visti di ben più grandi” fu il turno di Allan di testare a bocca aperta, e Faith non aveva alcuna intenzione di specificare che effettivamente aveva visto uomini ben più dotati, ma mai dal vivo.
“Cioè.. tu…?” lui la stava fisando e lei non poté far a meno di arrossire di nuovo.
“Sai le cose sono un tantino diverse nel 2010. Le donne non son più costrette a rimanere caste e pure in trepidante attesa dell’uomo della loro vita, mentre gli uomini se la spassano per tutta la contea”
“Ah no?”
“No”
“Beh mi sembra… interessante” Allan non riuscì a nascondere un lampo di malizia nei suoi occhi
“I-interessante?” aveva forse trovato l’unico uomo medievale con un’apertura mentale maggiore di tanti del 21 secolo??? Quella discussione stava sfociando nel ridicolo.
“Interessante, si. Forza dammi qualche dettaglio!”
“Dettaglio? Oh mio caro, non ho alcun intenzione di fare questa discussione con te!”
“E perché?”
“Come perché? Perché no!”
“Con Martine le fai queste discussioni però immagino…” sembrava quasi offeso
“Certo, ma lei.. è una ragazza!”
“Quindi ti imbarazza perché sono uno uomo?” ghignò divertito
“Ma cosa?”
“E anche Martine… ti racconta le sue avventure?”
“Ovvio”
“Beh se ti vergogni a parlare delle tue, potresti raccontarmi le sue… dai sono curioso!”
“Non se ne parla neppure! Martine ed io ci raccontiamo cose che non diremmo a nessun altro, con la cieca fiducia che l’altra non ne parlerà ad anima viva. Non dovresti neppure avermela chiesta una cosa del genere!!” Faith si rese conto di esser rimasta indispettita da quella richiesta più di quanto sarebbe stato ragionevole aspettarsi. Il botta e risposta era finito, ed ora entrambi cavalcavano in silenzio guardando di fronte a loro.
“Mi spiace” le disse ad un tratto Allan “Io non ho mai avuto qualcuno come Martine è per te. Lo sai. Sto ancora imparando.”
“Certo” rispose lei continuando a guardare di fronte a se. Non era arrabbiata, era triste. Era triste pensare che lui non sapesse cosa voleva dire avere un’amicizia di quel tipo, e che il suo tempo per coltivarne una stava per scadere. Restarono in silenzio per qualche tempo.
D’un tratto Allan ruppe il silenzio.
“Se ti racconto una cosa, prometti che non la dirai a nessuno?” Faith si voltò verso di lui e lo fissò. In un istante le tornò alla mente la loro discussione di poco tempo prima. Quando lui le aveva chiesto di essere solo sua amica:

“Cavolo… io non ho mai raccontato nulla a nessuno, sembra difficile”
“Viene naturale, una volta che cominci.”
“Fatico e crederci”
“Aspetterò un tuo racconto. Quando avrai voglia di parlarmi di qualcosa, una qualsiasi cosa, io sarò li ad ascoltarti..”

“Promesso” gli confermò annuendo.
“Quando ci siamo conosciuti, io ero un uomo di Gisborne. Un uomo dello sceriffo. Nessuno di loro ha voluto sapere perché l’ho fatto. Nessuno me l’ha chiesto. Me l’hai chiesto tu, però. Una ragazza che non conoscevo e che non mi conosceva. Ma nessuno di loro.” Faith poté percepire una punta di dolore nella sua voce
“Immagino che fossero sconvolti. E feriti.”
“Robin era infuriato. Mi ha sputato addosso la sua rabbia, ed io ho fatto lo stesso. Ma non mi ha chiesto nulla. Nessuno mi ha chiesto il perché.”
“Perché?” domandò allora lei in un soffio
“Vedi?” fece un mezzo sorriso “la verità è che ero terrorizzato. Non ci dormivo la notte. Ci crederesti? Io? Paralizzato dalla paura.”
“Paura di cosa?”
“Di restare solo credo. E senza nulla in tasca. È strano a pensarci perché gran parte della mia vita sono stato solo e povero e non mi era mai pesato un gran che… solo che adesso sapevo cosa voleva dire avere qualcuno che ti guarda le spalle e perdere questa conquista mi faceva paura. All’epoca le voci del ritorno del Re si facevano sempre più forti. E questo voleva dire che tutto sarebbe cambiato. Robin sarebbe stato perdonato, avrebbe riavuto le sue terre, avrebbe sposato Marian. Much avrebbe avuto Bonchurch. John sarebbe tornato da Alice. Will e Djaq sarebbero stati costretti a dichiararsi e sarebbero andati per la loro strada. Io sarei rimasto solo.”
“Sai cosa pensano gli altri vero? Pensano che tu li abbia traditi per denaro. E penso non ti abbiano chiesto nulla per paura che confermassi i loro sospetti”
“No, non l’ho fatto per i soldi. E non l’ho fatto per le torture. Quando Robin ha capito che c’era una spia nel campo, ho cercato di uscire, ma era troppo tardi. Che idiota.”
“Già. Li hai abbandonati per paura che ti abbandonassero. Risultato finale? Identico. Stima altrui? Compromessa. Un piano geniale direi.” confermò Faith, ma infondo poteva capire una debolezza del genere. Essere soli faceva schifo. E la paura faceva fare le cose più sceme alle persone più intelligenti.
Lui si voltò a guardarla e le sorrise “Sapevo che avrei potuto contare su una tua parola di conforto”
“Potrei dirti un sacco di parole di conforto, ma non te le meriti. Sei stato un vero idiota a pensare che ti avrebbero abbandonato. Guardali. Pensi davvero che l’avrebbero fatto?”
“Volontariamente? No.”
“E adesso sei qui, di nuovo al loro fianco, cosa è cambiato?”
“Non è cambiato nulla. Mi mancavano loro, mi mancava la mia vita al campo, mi mancava tutto questo. Da quando me ne sono andato dal castello non c’è stato un istante in cui mi sia mancato qualcosa della mia vita lì. Tranne le donne forse…” ghignò fissandola negli occhi.
“Sei sempre il solito!” gli sorrise di rimando. Era una sensazione piacevole sapere di avere la fiducia di un uomo che non si fidava di nessuno, pensò con una punta di orgoglio.
Poi Allan spronò il suo cavallo per ridurre la distanza con il resto del gruppo.
Allo scatto in avanti il vento gli gonfiò il mantello facendogli scivolare il cappuccio dalla testa e scoprendo tre lunghi segni rossi sul collo proprio sotto la mandibola sinistra. Faith sapeva che la sera prima non c’erano.
Quando Ruby finalmente la portò al fianco del giovane ebbe modo di osservare meglio i tre segni superficiali, ma non appena lui si rese conto che lo stava studiando portò una mano al collo coprendo le tre righe rosse. E poi rapidamente si tirò il cappuccio fino agli occhi.
Non c’era alcun dubbio che quelli fossero segni di unghie. Graffi di unghie piuttosto lunghe.
A quanto pareva una delle donne che gli mancavano tanto della sua vita al castello l’aveva incontrata quella notte stessa sgattaiolando via dal rifugio. Per un momento dimenticò tutto quello che lui le aveva appena confidato e il suo stomaco fu attanagliato da una fitta di gelosia che le fece salire una leggera nausea.
Se non fosse stato per quei tre graffi gli avrebbe sorriso, gli avrebbe chiesto come si sentiva dopo quella prova di amicizia, tutto quello che riuscì a fare fu di spronare Ruby.
Aumentò l’andatura e si portò al fianco di Djaq, lasciando indietro Allan. Erano nel bel mezzo di una guerra transtemporale che avrebbe potuto determinare la fine del mondo e lui trovava il tempo per andarsela a spassare con una delle sue donnette? Fantastico. Allora poteva andare a confidare a lei le sue paure. Che si preoccupasse lei per lui e per i suoi drammi psicologici.

 

Avevano attraversato l’immensa prateria che costeggiava la foresta di Sherwood ed ora si stavano avvicinando ad un sentiero di terra battuta che proveniva da ovest e si dirigeva a nord insinuandosi nelle valli delimitate dalle colline ferrose che si stagliavano a qualche chilometro di fronte a loro.
Sir Roger e Robin decisero che erano sufficientemente lontani da Nottingham per avventurarsi sulla strada battuta, così si diressero nel punto il cui le radici delle colline si incontravano a formare una vallata e da lì si immisero sul sentiero.

 

 

Data di pubblicazione: 6 luglio 2015
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

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