DAGGER: CAPITOLO 6.4

 

6 marzo 1193
Giorno 9
York

Lo avevano legato ed imbavagliato. Si agitava invano, facendo tintinnare le pesanti catene alle caviglie che gli impedivano di camminare normalmente. Una guardia gli tirò l’ennesimo colpo allo stomaco e l’uomo si piegò, le urla di dolore soffocate dalla stoffa sulla bocca.
“Muoviti! Altrimenti farai tardi alla tua morte!” lo istigava, punzecchiandolo sulla schiena con la spada, mentre percorrevano la via principale della città. Si era radunata una folla enorme, che urlava ed imprecava. John non avrebbe saputo dire se ce l’avevano con lui o con le guardie, ma ogni tanto qualche frutto marcio lo colpiva di striscio e non poteva fare altro che fissare con rabbia quei volti sconosciuti.
Il profumo di pane appena sfornato e l’aroma di spezie pregiate gli riempì il naso, mentre entravano nella piazza principale. Lì era praticamente impossibile muoversi e le guardie dovettero impiegare la violenza per farsi strada. Le bancarelle piene di mercanzia erano sparse un po’ ovunque e numerosi carri erano stati abbandonati in mezzo alla strada perchè impossibilitati a proseguire. John non aveva mai visto una fiera così grande e ne sarebbe rimasto piacevolmente sorpreso se in quel momento non avesse avuto corde e catene a trattenerlo. Riusciva a malapena a fare mezzo metro ad ogni passo, sentendo il ferro scarnificargli lentamente le caviglie.
Raggiunsero una specie di podio rialzato, composto da travi di legno spesse ed una stretta scaletta. Lo spinsero su e John inciampò quasi ad ogni scalino, scorticandosi le mani. Gli tirarono calci e pugni, sollevandolo malamente per poi lasciarlo cadere una volta arrivati in cima alla scala.
La folla si accalcò tutt’intorno, urlando e ridendo. Quando le trombe smisero di suonare scese il silenzio ed una figura comparve in cima al podio. Indossava un mantello nero, aveva la carnagione ambrata e un’andatura poco stabile. Ma quello che più catturava l’attenzione erano i capelli. Li portava lunghi, intrecciati in varie forme e carichi di perline colorare, con una bandana rossa a coprirgli il capo. John lo fissò con odio, cercando di urlare qualcosa, ma venne zittito da una guardia che lo colpì al fianco con un calcio.
“Gente. Popolo di York. Nobildonne e nobiluomini, contadini, mendicanti e… tu, sì. Proprio tu, con quel bel sorriso” e mandò un bacio ad una ragazzina sotto il podio, mimando la frase ci vediamo dopo. Lei sorrise imbarazzata, alzando le spalle mentre tutti si giravano a fissarla. “Ma anche tu… e tu… hey, tu soprattutto” ed indicò una signora dal possente davanzale, che gli rispose facendo l’occhiolino.
“Siamo qui oggi riuniti per assistere all’uccisione di un fuorilegge. Signore e signori, la spettacolarità dell’evento è dovuta al fatto che costui non è un semplice barbone che vive rubandovi il denaro, ma si da il caso questi sia uno dei membri della banda di Robin Hood!”
Dalla piazza si alzò un oooooh generale, seguito da tutta una serie di mormorii che aumentarono di volume di secondo in secondo.
“Ammirate la maestosità di quest’uomo, la folta barba ispida e lo sguardo assassino” e così dicendo si avvicinò a John, afferrandolo per il volto. L’uomo cercò di divincolarsi, perdendo l’equilibrio e cadendo con un tonfo sordo. La folla rise mentre lo strano araldo faceva inchini e agitava le braccia.
“Popolo. Non voglio trattenervi oltre, avete il vostro shopping da fare ed il vostro denaro da sperperare. Quindi veniamo al dunque. Questa sera, direttamente da questo podio, il nostra caro principe Giovanni sarà lieto di presentarvi la morte del famoso Little John! Mi raccomando, non perdetevela! Poche ore ancora e sangue sangue sangue! Grazie ancora!” e fece l’ultimo inchino prima di allontanarsi con passo ondeggiante, mentre la folla applaudiva e fischiava. John cercò di urlargli qualcosa ma il bavaglio smorzava ogni parola. Era disperato. Si sentiva solo, abbandonato, tradito. Non era un buon giorno per morire, di questo ne era certo. Le guardie lo strattonarono e lo rimisero in piedi. Legarono le corde e le catene a degli anelli conficcati nel legno delle travi, poi si spostarono verso il bordo del podio, osservando attentamente la folla che si agitava sotto di loro. John alzò la testa e si guardò intorno. Facce sconosciute che lo fissavano come fosse una creatura strana, bambini che puntavano il dito e padri che li sollevavano sulle spalle affinchè vedessero meglio. Donne di malaffare facevano proposte sconce alle guardie che rispondevano in modo altrettanto deprecabile. Qualcuno lo guardava con un’espressione triste, scuotendo la testa.
E poi la vide. Riconobbe i suoi occhi, nascosti sotto il mantello. John si agitò, strattonando le corde che lo imprigionavano. La ragazza scosse la testa, alzando una mano e portando il dito vicino alla bocca, prima di sparire nuovamente tra la folla.
Aprì gli occhi e si guardò intorno. Vapore, luci soffuse, un brusio in lontananza.
Dove sono? Cosa succede? Si mise a sedere di scatto, mandando schizzi un po’ ovunque. C’era acqua tiepida e il profumo di sapone.
Ah già pensò, rilassandosi e sprofondando nell’enorme tinozza di legno ricoperta da varie lenzuola. Si sentiva finalmente pulita e anche le ferite non bruciavano più dopo averle lavate per bene ed aver tolto la sporcizia e le schegge di legno che erano ormai diventate un tutt’uno con le sue ginocchia. Rimanevano solamente dei lividi giallastri che presto sarebbero diventati di un antiestetico color viola.
Fece vagare lo sguardo mentre giocherellava con i capelli umidi, cercando di districare i nodi che il vento e l’umidità costante di quei giorni avevano provveduto a crearle in testa. La stanza era molto spaziosa e illuminata da numerose candele che proiettavano strane ombre sulle pareti di legno. C’era un grande letto dalle pesanti coperte, con così tanti cuscini sopra che Martine si chiese dove li avrebbe fatti sparire prima di andare a dormire.
Dormire. Da quanto non trascorreva un’intera nottata di sonno senza ansie, stress e paure? Sentì nuovamente la stanchezza crollarle addosso e sospirò, sciacquandosi il volto.
“Sei ancora lì dentro?”
Martine sobbalzò, immergendosi il più possibile nell’acqua della tinozza. Alzò lo sguardo e sorrise.
“Adoro fare il bagno. Si sta così bene qui dentro” e giocherellò con i piedi.
Guy rimase serio, chiuse la porta e andò a sedersi sul letto.
“Tutto ok?” chiese la ragazza, sollevandosi in modo da riuscire ad appoggiare i gomiti sul bordo. L’uomo non le aveva ancora tolto gli occhi di dosso e Martine sentì un’improvviso calore salirle alle guance.
“Le guardie sono qui sotto. Hanno l’ordine di non allontanarsi dalla locanda. Non credo lasceranno il tavolo su due gambe con tutto il denaro che gli ho dato.”
“Ottimo. Quindi aspettiamo siano ubriachi fradici e poi scappiamo?”
Guy sospirò e si mise in piedi, cominciando a passeggiare avanti e indietro per la stanza. Martine si spostò al centro della tinozza, cercando di nascondere la maggior parte del proprio corpo sotto l’acqua ormai torbida. Si sentiva una stupida a comportarsi così ma non riusciva a non vergognarsi. E’ vero che l’uomo l’aveva ormai già vista nuda più di una volta e, cosa ancor più sconvolgente, sarebbe presto diventata sua sposa, la futura signora Gisborne. Eppure avvertiva ancora un senso di estraneità, come se ci fosse qualcosa di sbagliato in tutto quello che stava accadendo. In effetti, se ci fosse stato Doc, avrebbe sicuramente avuto da ridire sul suo modo di agire. Un senso di ansia la colse, rendendole improvvisamente scomoda quella tinozza piena d’acqua.
“Lo sceriffo verrà a saperlo. Non riusciremo a sfuggirgli.” La voce di Guy la distolse dai suoi pensieri e la ragazza si costrinse a sorridergli, anche se c’era davvero poco per cui stare allegri.

 
Non avevano avuto modo di discuterne a lungo, ma quelle ultime ore erano state impiegate a decidere cosa ne sarebbe stato del loro futuro insieme. L’ingresso a York era avvenuto senza problemi: Guy aveva mostrato il suo lasciapassare alle mura, esibendo anche l’anello da Cavaliere Nero prontamente calzato all’indice della mano sinistra pochi istanti prima, e subito la carrozza aveva potuto proseguire il suo percorso. Una delle basi segrete dei sostenitori del principe Giovanni distava pochi metri dalla piazza principale e questa volta non ebbero problemi a trovare stanze disponibili.
Non appena rimasti soli, Guy aveva stretto Martine a sè baciandola sulle labbra sorridenti. Avevano subito richiesto del cibo ed un bagno caldo, prima di lanciarsi sul letto e rilassarsi l’uno nelle braccia dell’altra. Con gli occhi chiusi e le mani intrecciate, si erano obbligati a discutere del motivo per il quale si trovavano a York.
Guy aveva subito proposto di far fuori le guardie. Martine aveva minacciato di lasciarlo se avesse nuovamente ucciso qualcuno senza motivo. Le varie soluzioni non soddisfacevano mai entrambe le parti e non arrivarono a capo di nulla nemmeno dopo aver mangiato. Guy decise che si sarebbe lavato dopo aver parlato con le guardie ed era sparito per qualche ora, lasciando Martine al suo lungo, bagno rilassante.
“Hai detto tu stessa che non si deve modificare la linea temporale. Se ti seguo nel futuro non causeremo un qualche tipo di catastrofe?”
“A parte che ormai è troppo tardi per preoccuparsi e che qualche danno lo abbiamo sicuramente già fatto. Per non modificare la storia ognuno dovrebbe tornare immediatamente alla propria vita: tu in questa Nottingham del 1193 ed io in quella del 2010.”
“No.” fu la risposta secca di Guy, che smise di camminare per la stanza.
“Io non posso rimanere qui. Ho una missione da portare a termine che va oltre i miei sogni e bisogni. Quindi, se mi ami davvero, non hai scelta: devi venire con me.”
“E perchè non puoi lasciare ad altri questo fardello? Perchè non rimanere qui, nel 1193?”
“Perchè trovare la daga è sempre stato il sogno dei miei genitori. Hanno trascorso quasi tutta la loro vita a girare il mondo seguendo indizi e leggende, ed hanno pagato con la morte questo loro desiderio. E’ mio dovere trovare la daga. Per mia madre e per mio padre. E per l’umanità, certo.”
Rimasero in silenzio per un po’, mentre dalla finestra arrivava distante il brusio della gente che affollava le strade di York.
“Non sapevo dei tuoi genitori. Mi dispiace” ammise Guy avvicinandosi alla tinozza e appoggiandole una mano sulla spalla. Martine sussultò e sentì gli occhi bruciare.
“Grazie” mormorò, tirando su con il naso e cercando di non piangere. “Erano brave persone, non potevano certo sapere che la daga fosse un oggetto così pericoloso. Era l’ossessione di papà, fin dai tempi dell’università. Non pensava ad altro. Mia madre lo amava troppo quindi lo assecondava in ogni cosa. Ho girato il mondo e ricordo poco e niente dei luoghi che abbiamo visitato. Sto lentamente dimenticando i loro volti, le loro voci. Non voglio pensare che la loro vita sia stata inutile, che tutto di loro sparisca per sempre. Lo so che posso sembrare egoista ed è vero: lo sono. Ma fino ad ora la mia intera esistenza si è poggiata sul nulla. Non ho combinato nulla. Non ho un lavoro, non ho un titolo di studio. I miei genitori si vergognerebbero di me se sapessero che ho già firmato le carte per lasciare la facoltà di archeologia. Quindi non posso deluderli ancora. So che è difficile da comprendere e non pretendo lo accetti senza ribattere. Ma riesci almeno un po’ a capire come mi sento?”
Guy si chinò e le diede un bacio sulla testa umida. Martine lo guardò con occhi lucidi, in attesa di una risposta che non arrivò subito.
“Esci dall’acqua, hai la pelle d’oca” le disse invece, raccogliendo dalla panca lì vicino un telo asciutto e pulito.
“Sì ma… vieni più vicino.”
Guy sospirò, facendo qualche passo e aspettando con il telo in mano.
“Non guardare” gli chiese.
“Perchè?”
“Come perchè?!”
Guy aveva aggrottato le sopracciglia, non capendo davvero il perchè di tutte quelle storie.
“Esci” le ordinò.
“No, non voglio che mi guardi.”
“Ti stai comportando come una sciocca ragazzina. Sbrigati.”
“Sciocca ragazzina a chi? Basta, io da qui non mi muovo” e così dicendo sprofondò ancora di più nell’acqua ormai fredda. Non fece in tempo a cogliere con la coda dell’occhio il telo che veniva lanciato per terra che due braccia la stavano strattonando fuori dalla tinozza. Martine cominciò a dimenarsi, buttando acqua per tutta la stanza, mentre veniva sollevata e poggiata gocciolante sul pavimento. La ragazza cercò di coprirsi con le mani, mentre Guy le gettava addosso il telo.
“Ma sei scemo?! Ma ti pare il modo???” gli urlò contro, liberandosi dalla trappola di stoffa e avvicinandosi a lui infuriata. “A volte davvero non ti capisco. Cosa ti costava girarti dall’altra parte?”
Guy la squadrò dall’alto al basso, serio. Alzò un sopracciglio ed incrociò le braccia al petto. Martine si rese conto di essere nuda e mormorò qualche parola incomprensibile in tono poco amichevole, mentre raccoglieva da terra il telo per coprirsi.
Si stava asciugando i capelli umidi quando lui l’abbracciò, appoggiandole la testa sulla spalla.
“Ancora voglia di piangere?” le chiese.
“No. Ma ti odio.”
Guy sorrise e le diede un bacio sul collo. “Non voglio vederti triste. Se recuperare la daga conta così tanto per te, allora lo accetterò. Ma devi promettermi una cosa.”
Martine si girò, preoccupata per quello che poteva esserle richiesto.
“Basta frignare. Sempre a piangere, sempre lacrime. Basta.”
“Scusa eh se sono un po’ emotiva. Vorrei vedere te dopo una settimana di dieta a base di nulla, fughe a cavallo quando a malapena ci so stare in sella, diluvio universale, neve, fango e pavimenti grattugia. Oltre a… ginnastica extra al basso ventre. Scusa eh.”
Guy sospirò, sollevandole il mento e fissandola intensamente. “Prometti.”
“Va bene, ci proverò” sbuffò la ragazza, stanca di questa ramanzina che era sicura di non meritare. Era vero: ultimamente aveva pianto per qualsiasi cosa. Forse mancava poco al ciclo mestruale e gli ormoni già fortemente sollecitati erano andati in totale confusione. Effettivamente non aveva avuto un umore molto stabile da quando erano arrivati a Nottingham e desiderò con molta intensità poter affondare un cucchiaio dentro un vaso di Nutella da 1 chilo. Eppure non trovava giusto il modo in cui l’aveva trattata Guy. Stavano facendo un discorso serio e lui l’aveva sollevata di peso dall’acqua e…
Finalmente c’era arrivata. Si stava lentamente incupendo parlando del loro futuro incerto, dei genitori, della daga; così Guy l’aveva distratta. Lo abbracciò subito, affondando il volto tra le pieghe della camicia.
“Hai ragione, sono una frignona. Ti prometto che cercherò di essere più forte. Ma posso chiederti anch’io un favore?”
“Tutto quello che vuoi” rispose lui, accarezzandole dolcemente la schiena.
“Fatti un bagno. Ne hai davvero, davvero bisogno.”
Guy non si fece problemi a lavarsi nell’acqua fredda e sporca, come non si preoccupò minimamente di uscire tranquillo dalla tinozza e attraversare la stanza nudo e gocciolante come se nulla fosse. Martine, ormai asciutta e vestita, lo aveva fissato da dietro la montagna di cuscini. Lo osservò indossare gli abiti puliti recuperati dalla carrozza, abiti in pelle molto più in stile Gisborne che da contadinotto zappaterra. Da parte sua Martine aveva indossato uno dei vestiti a fiorellini di Marian che Guy le aveva fatto prendere al castello di Nottingham. Non era molto a suo agio, immaginando cosa potesse pensare l’uomo vedendola così abbigliata, ma non aveva altro da mettersi quindi avrebbe sopportato ancora un po’ di portare quelle stoffe sulla sua pelle. Oppure…
“Andiamo a fare un giro per la fiera? Sono così curiosa di vedere le bancarelle. Magari trovo qualche abito carino, un paio di scarpe nuove. Uno scialle. Un pettine. Che dici?”
“No.” Guy si stese sul letto e chiuse gli occhi.
“Oh ti preeeego. Non vorrai stare tutto il tempo qui dentro?”
“Sì” rispose, senza muoversi di un millimetro. “Hai detto di essere stanca. Riposa.”
“Uffa, sei noioso” e si lasciò cadere sui cuscini, strapazzandone uno. Rimase a fissare il soffitto per quasi mezz’ora, immaginando che le venature del legno fossero facce sorridenti o profili di animali tristi. Quando il russare di Guy si fece sonoro, Martine si sollevò lentamente a sedere. Appoggiò piano i piedi scalzi sulle assi del pavimento e si diresse verso la sua borsa, estraendo con calma il suo diario. Dopo tutte le emozioni e gli spostamenti forzati, la sua percezione dello scorrere del tempo era andata a farsi benedire. Aprì lentamente la copertina del piccolo notebook, avvertendo subito un rumore come di carta strappata che le fece venire i brividi. Si pentì di non aver avuto maggior cura del suo adorato diario, ma si ripromise di conservarlo meglio d’ora in avanti. Dopo alcune pagine di scrittura ordinata arrivò al disordine degli appunti macchiati e frettolosi.
Erano arrivati a Nottingham il 26 febbraio e, dopo un rapido ripasso di tutto ciò che era successo, concluse che quella doveva essere la mattina del 6 marzo. Pertanto mancavano ancora sei giorni all’arrivo di Imhotep. Ebbe un altro brivido lungo la schiena.
Imhotep. Direi che sarebbe anche meglio non incontrarlo. Spero solo di riuscire a raggiungere Faith il prima possibile ed andarcene da questo medioevo del cavolo.
Sfogliò con molta cura le pagine mezze strappate e rovinate dalla pioggia, sospirando tristemente quando arrivò a leggere la parte dello stupro di Claudia. Improvvisamente la borsa, lasciata in equilibrio sul tavolo, si lasciò deliberatamente cadere sul pavimento. Martine sussultò e si girò di scatto, rimanendo immobile a fissare l’uomo addormentato sul letto. Pareva non essersi svegliato e, dopo aver insultato mentalmente sia se stessa che la borsa, si mise a raccogliere le cose da terra. C’erano monete, una spilla, dei pezzi di carta, alcuni sassolini ed il GreenId, scivolato fuori dal calzino dove l’aveva accuratamente nascosto la notte prima. Se lo mise al collo, rimettendo il resto nella borsa avendo cura di non far troppo rumore.
Poi si bloccò, abbassando lo sguardo sul ciondolo. Non brillava. Non stava brillando. Perchè non brillava?
Aspetta. Aspetta. Un attimo, un attimo solo. Niente panico si disse mentalmente, mentre cercava nell’altro calzino il dente dello sceriffo. Se lo fece cadere sulla mano e la pietra nel mezzo lanciò deboli riflessi verdi sulla sua mano. Ma il GreenId non brillava.
Il panico l’assalì, costringendola a sedersi sul pavimento. La testa le girava, le veniva da vomitare ma soprattutto i rubinetti negli occhi erano pronti a versare fiumi di lacrime. Ma aveva promesso: basta piangere. Fece un respiro profondo e riprovò a mettere il dente vicino al GreenId. Niente. Non succedeva assolutamente nulla.
Si distese completamente, chiudendo gli occhi e mettendosi le mani sul volto. Sentiva la mente vuota, mentre i battiti del cuore le rimbombavano nella testa.
Non è il pezzo della daga. Non è il pezzo della daga. Ma com’è possibile? Il GreenId brillava sempre in presenza dello sceriffo! Maledizione! Aveva ragione Faith: dovevo tenerlo sempre io il ciondolo. Così me ne sarei potuta accertare subito. Maledizione! Ci siamo sbagliati… mi sono sbagliata… è tutta colpa mia… e adesso… adesso cosa facciamo? Che stupida sono stata, stupida stupida stup…no aspetta. ASPETTA. Ma porco cavolo. CHE STUPIDI TUTTI QUANTI!!!
Martine si rimise a sedere e rovistò nella borsa. L’iPhone sembrava essere ancora carico: sicuramente Doc doveva averlo modificato in modo da allungargli la durata della batteria.
Spero solo non ci sia il plutonio pensò, mentre inseriva il Greenid nella speciale custodia sul retro. Perchè avevano tutti dimenticato le parole di Doc dopo nemmeno un giorno dal viaggio nel tempo? Il meccanismo modificato del cellulare, unito ai poteri sovrannaturali del ciondolo, era in grado di fiutare la presenza di frammenti della daga.
Forse abbiamo pensato che, arrivando due settimane prima, non avremmo visto niente. Ma ciò non toglie che siamo stati degli stupidi idioti decerebrati!!!
Dopo una serie di bip che la mandarono in paranoia più del dovuto, sullo schermo comparve un reticolo. Martine ridimensionò l’immagine aumentando il raggio d’azione del radar. Ora aveva davanti una mappa di tutto ciò che la circondava. Ovviamente il punto rosso che indicava la sua attuale posizione non era in compagnia di alcuna lucina verde pulsante. Quindi il dente poteva essere escluso definitivamente dai giochi. Ma ciò che la lasciò sconvolta fu una lucina che brillava poco distante.
Il castello di York!
Dopo aver oltrepassato le porte della città, Guy si era informato per quanto riguardava la loro sistemazione e, seguendo le istruzioni di una guardia, la carrozza aveva risalito Castlegate Road fino a fermarsi davanti ad un alto edificio, meglio noto ai fedelissimi del principe Giovanni come il quartier generale dei Cavalieri Neri. La comodità della location era che, proseguendo lungo la strada, si sarebbe arrivati direttamente al castello in pochi minuti.
La luce verde sul cellulare pulsava ad un ritmo frenetico e Martine decise che non c’era un istante da perdere.
Gettò via il dente dello sceriffo, indossò nuovamente il GreenId e rimise il cellulare nella borsa, nascondendolo nella tasca interna. L’occhio le cadde allora sulla fotografia che aveva trovato nel manuale di Doc. Non aveva più pensato al ragazzo che nell’immagine le stava accanto. Riguardando la foto, Martine notò che era completamente sbiadita. Poteva ancora scorgere il proprio profilo ma la figura misteriosa accanto a lei era quasi scomparsa. Forse si era rovinata con la pioggia che aveva inzuppato la borsa. Ma allora perchè era sparito solamente lui?
Non ho tempo per preoccuparmi anche di questo. Ficcò la foto nella tasca interna e chiuse la zip. Stava per mettersi in piedi quando uno squillare di trombe la fece sobbalzare e ricadere indietro. Rimase immobile, tornando a fissare Guy disteso sul letto. L’uomo si era mosso, brontolando nel sonno. Pochi secondi dopo aveva ripreso a russare. Martine si alzò lentamente, facendo pochi passi alla volta per evitare gli scricchiolii del pavimento. Quando fu vicino alla finestra sbirciò attraverso la fessura verticale tra le imposte. L’apertura era abbastanza larga da lasciar entrare la fresca brezza esterna e se ci si avvicinava abbastanza permetteva di vedere gran parte della piazza principale di York.
Martine scorse una grande folla accalcata intorno ad un palco. Delle guardie stavano strattonando un uomo, legato ed imbavagliato, mentre le trombe tornavano a squillare. La gente continuava ad arrivare mentre un’altra figura faceva la sua comparsa sul palco. Il suo modo di camminare, la sua capigliatura. Anche da quella distanza riusciva a sentire la sua voce.
Quello era Jack Sparrow, e aveva appena condannato a morte Little John.

 

 

Si mise a sedere di scatto, svegliato da un tonfo improvviso. Cercò di mettere a fuoco la stanza, sbattendo rapidamente le palpebre. Non c’era alcun rumore, a parte il continuo brusio che proveniva dalla strada. Spostò immediatamente lo sguardo accanto a sé: il posto nel letto era vuoto.
“Stupida ragazza!” esclamò con rabbia, afferrando la spada e lanciandosi fuori dalla porta. Scese rapidamente le scale, travolgendo chiunque incontrasse sul suo percorso. Rintracciò le due guardie e si avvicinò con sguardo furioso. I giovani stavano bevendo da ore ormai, i bicchieri di birra che riempivano gran parte della tavolata, e riuscivano a malapena a stare seduti. Ebbero uno scatto improvviso nel vedere il loro superiore puntarli peggio di un felino a caccia e si ricomposero quanto meglio poterono.
“Dov’è andata?”
“Sir… dove… chi?” balbettò quello più lucido tra i due. Guy lo afferrò per la tunica, sollevandolo da terra di qualche centimetro.
“DOVE E’ ANDATA?”
“Sir Guy, non capisco…”
“Lady Wescott. Non è nella mia stanza quindi è uscita. Deve esservi passata davanti. Quindi ti chiedo ancora: dov’è?”
“Sir, io davvero non l’ho vista…ahhhhh!”
La guardia si ritrovò sbattuta sul tavolo con un coltello alla gola. Guy sembrava fuori di sé.
“Signore, non mi pare il caso” cercò di intromettersi l’altro giovane, barcollando nel tentativo di stare in piedi senza appoggi. Si ritrovò il coltello puntato in mezzo agli occhi.
“Se le è successo qualcosa riterrò voi responsabili” e si allontanò rapidamente, uscendo dalla porta principale e sbattendola dietro di sé.

 
Non era ancora arrivata l’ora del tramonto, ma l’aria era comunque abbastanza fresca da farla rabbrividire. Si strinse nel mantello, iniziando una serie di starnuti.
“Manca solo che mi becchi il raffreddore. Devo ricordarmi di prendere un’aspirina.”
Si strofinò il naso con le dita, pulendosele sull’abito e imprecando contro la mancanza di kleenex in quel maledettissimo medioevo. Aveva sempre adorato quel periodo storico, fin da piccola. Lo trovava semplice e allo stesso tempo romantico. Ora avrebbe volentieri barattato tutto il denaro nel borsello per un bel caffè caldo con panna e cannella.
Scansò rapidamente il fiume di folla che si dirigeva verso chissà quale spettacolo all’altro capo della strada, finendo più volte dentro a pozzanghere di acqua e non solo. Nel giro di pochi minuti era già sporca e spettinata ma non aveva tempo per pensare alla vanità personale. Raggiunse la piazza e cercò di entrarci. Sollevarsi sulle punte dei piedi non l’aiutava a vedere meglio.
“Permesso… scusi… no, grazie. Non mangio topi, ho smesso ma grazie. Permesso… sì, ecco una moneta. Ok grazie… permesso…”
Mancava l’ossigeno lì dentro da quanto fitta era la serie di bancarelle e carretti che si assiepavano l’uno accanto all’altro. Tentarono per ben due volte di rubarle il borsello e non ebbe dubbi che qualcuno le avesse messo la mano sul sedere. L’odore di spezie misto al puzzo di sudore ed urina era nauseante e pregò di uscire da quel groviglio infernale il prima possibile.
“Permesso… lasciatemi passare!”
Spintonò, pestò, insultò, strattonò e scalciò, quando finalmente il palco di legno le comparve davanti. Alcuni ragazzini si stavano divertendo a tirare pezzi di verdura addosso a Little John, che reagiva strattonando le corde che lo legavano e urlando frasi incomprensibili. Martine fece cadere delle monete a terra e i piccoli teppistelli si presero a botte per accaparrarsele, correndo poi via tra urla e pianti disperati. Controllò che le due guardie fossero impegnate a guardare altrove e si fece più vicina possibile alle assi di legno.
“Che è successo? E’ stato Jack a farti questo?”
Little John annuì. Era pieno di lividi e alcune gocce di sangue gli scesero dalla fronte, fermandosi sul bavaglio che gli impediva di parlare. Il corpo dell’uomo era avvolto in corde spesse, fissate a dei ganci che fuoriuscivano dal palco. Le caviglie, poi, erano strette in grosse catene di ferro che tintinnavano ad ogni suo movimento. Era praticamente impossibile riuscire a liberarlo.
“Tranquillo John, non ti lascio qui!” lo consolò, sorridendo per infondergli coraggio. L’uomo scosse la testa, e Martine gli lesse lo sconforto negli occhi, la rassegnazione che ormai aveva completamente preso possesso del suo possente corpo da gigante buono.
Una guardia la notò e le intimò di allontanarsi, puntandole contro la lancia. Martine fece qualche passo indietro, poi ebbe un’idea.
“Stavo solo… ammirando la bestia” esclamò, alterando la propria voce e rendendola stridula e frivola. “E’ proprio grosso, sarebbe divertente giocarci assieme hehehehe!”
Così dicendo spostò il mantello, mettendo in bella vista il seno che il vestito a fiorellini di Marian conteneva a stento. Si sventolò con la mano, ciondolando instabile come un’ubriaca. La guardia si mise a ridere, senza staccare gli occhi dalle forme prorompenti della ragazza.
“E cosa gli faresti, puttanella?”
“Poverino, sta per morire. Lo renderei felice. Ma non posso dirti come. Non posso proprio hehehe!”
“Perchè? Dai dimmelo. Rimarrà solo tra noi due. Anzi, se fai divertire anche me potrei mettere una buona parola con il principe e farti giocare con la bestia.”
“Calma i bollenti spiriti, giovanotto. Lei è la mia puttanella.”
Martine si sentì afferrare al braccio e, alzando lo sguardo, incontrò quello di Jack. Cercò di liberarsi ma un rapido movimento del pirata ed una lama puntata al collo la costrinsero a non muoversi. Lui la teneva stretta a sé e lentamente la fece allontanare dal palco, infilandosi in un vicolo poco affollato.
“Brutto bastardo, traditore! Lasciami andare! Perchè l’hai fatto?”
“Oh te lo dirò a breve, gioia. Ti piacerà come storia, fidati.”

 
Osservò la scena senza poter intervenire, rimanendo nascosta dietro la tenda di una bancarella. Non aveva mai visto prima quella ragazza ma lei sembrava conoscere Little John. Rimase sconvolta nel vederla portar via da quell’uomo misterioso che poco prima aveva annunciato la morte del fuorilegge, ma ancora più sconvolgente era il fatto che la ragazza indossasse uno dei suoi abiti lasciati al castello di Nottingham!
Avrebbe voluto seguirli e scoprire qualcosa di più su di lei, ma la vita di Little John aveva la precedenza. Doveva trovare il modo di farlo scappare, ma come? Aveva già tentato di corrompere un giovane contadino promettendogli molto denaro in cambio di aiuto, ma non era servito a niente. Doveva parlare con il principe Giovanni ed intercedere per Little John. Avrebbe inventato una scusa, una qualsiasi. Le sarebbe venuta in mente strada facendo.
Uscì dal nascondiglio e si diresse a grandi passi dalla parte opposta del palco, andando a cozzare contro la folla che si muoveva tra le bancarelle.
“Fatemi passare, toglietevi. Permesso!” urlava, sbracciandosi e cercando di infilarsi tra le persone. Doveva fare presto. Non mancava molto al tramonto e le possibilità di avere un’udienza con il principe si riducevano ad ogni istante. Si diceva avesse un carattere abbastanza volubile e che un minimo sbalzo d’umore poteva segnare la tua condanna a morte.
“Spostatevi, vi prego!” urlò, rimanendo incastrata tra un carretto e il fiume di folla che si muoveva lento e confuso. Cercò di vedere oltre le teste, per capire se un qualche vicolo l’avrebbe fatta deviare verso il castello. Si arrampicò sulla ruota del carro e, guardandosi intorno, capì che mancava poco per uscire dalla piazza. Scese rapidamente, strinse la gonna con le mani e cominciò a spingere con maggiore forza, mandando a terra alcune persone.
Lo vedeva, il palazzo d’angolo che portava alla strada principale. Ancora qualche passo e avrebbe iniziato a correre.

 
“Marian… MARIAN!” le urlò, raggiungendola e afferrandola per un braccio. La ragazza urlò, dimenandosi e cercando di liberarsi, prima di alzare lo sguardo e riconoscere l’uomo che la stava trattenendo.
“Guy! Guy? Che cosa ci fate qui a York?!”
La domanda lo colse impreparato e, unita alla sorpresa di aver incontrato Marian, gli azzerò qualsiasi ragionamento sensato potesse aiutarlo a risponderle. Si sentì un idiota e trovò la scusa più banale che gli passava per la testa.
“Sono qui… per affari.”
“Ottimo, allora non voglio farvi perdere altro tempo. Con permesso” e si liberò dalla presa dell’uomo.
“No aspettate. Marian! Dove state andando?”
“Non credo sia qualcosa del quale dobbiate preoccuparvi.”
“Avete ragione. Vi chiedo scusa. Ditemi solo se state bene.”
Marian sospirò, spostando nervosamente lo sguardo dall’uomo alla strada. Si sforzò di sorridere ma era chiaro che qualcosa non andava.
“Va tutto bene” gli rispose invece, senza però condividere il suo sguardo. “Vi ringrazio per l’interessamento. Ma devo proprio scappare, ho anch’io degli impegni piuttosto urgenti.”
“Comprendo.”
“Arrivederci Guy” lo salutò, chinando appena il capo e allontanandosi a passo rapido.
“Aspettate! Solo un istante!” le urlò, rincorrendola e mettendosi tra lei ed il castello in lontananza.
“Vi prego. Devo andare!”
“Non vi ruberò altro tempo. Volevo solo farvi sapere che… che…”
Che cosa? Che cosa voleva dirle? Che rivederla gli aveva fatto piacere oltre ogni sua aspettativa? Che avrebbe voluto sapere dove alloggiava, chi erano questi zii dei quali non aveva mai sentito parlare, ma soprattutto come aveva preso la dipartita del padre?
La morte di sir Edward di Knighton. Quel giorno era stato tutto troppo rapido e terribile: il vecchio sceriffo trafitto da un pugnale, Marian in lacrime, i tentativi di consolarla rifiutati con violenza. Le aveva offerto nuovamente il suo amore giurandole che l’avrebbe protetta, che nessuno avrebbe mai scoperto il suo fermaglio per capelli conficcato nel corpo senza vita del carceriere di suo padre. Ma lei lo aveva allontanato, prendendo ogni decisione da sola e lasciando solamente una misera lettera di spiegazioni ad attenderlo nelle sue stanze. Aveva letto e riletto ogni singola parola, sfiorato con le dita le curve delicate dell’inchiostro e rimuginato per giorni e notti di lasciare Nottingham e andare da lei a York. Di trovarla, abbracciarla e, anche se pensava fosse folle, chiederle nuovamente di sposarlo.
Ma ora che si trovavano entrambi nella stessa città, che lei era lì di fronte a fissarlo con quei suoi grandi occhi azzurri, quei sentimenti lo stavano confondendo.
Cosa sto facendo? Che mi succede? Non posso. Non devo. Non è giusto.
Fu come se si fosse risvegliato da un incantesimo. Si avvicinò a Marian, mettendole amichevolmente la mano sulla spalla.
“Scusatemi Marian. Non vi trattengo oltre. E’ stato un piacere vedervi. Ma devo trovare una persona prima che sia troppo tardi.” Le sorrise, voltandosi e riprendendo a camminare a passo veloce.
“Sir Guy, aspettate!”
“Che succede?” le chiese, stupito che questa volta fosse lei a fermarlo.
“La persona che state cercando… per caso indossava un mio abito?”
“L’avete vista? Dove? Ditemelo!” Senza rendersene conto l’aveva afferrata per le braccia, stringendola più del necessario e urlandole in faccia.
“Ahia Guy, mi fate male! Lasciatemi!”
“DOVE?” ripetè, senza mollare la presa.
“Nella piazza, davanti al palco dove verrà ammazzato uno degli uomini di Robin Hood. Ha parlato con lui, non ho sentito cosa si son detti. Ma quando la guardia l’ha notata, lei si è messa a parlare in modo strano ed è allora che ho visto il mio abito. Guy, vi prego! Mi state facendo male!”
Lasciò andare la ragazza, che si strofinò le braccia doloranti.
“Adesso dov’è?” le chiese, trattenendo a stento la voglia di scuoterla per farla parlare più in fretta.
“L’araldo del principe l’ha portata via. Non so altro, mi sono allontanata e ho incontrato voi.”
“Da che parte sono andati?”
“Hanno preso uno dei vicoli dietro il palco. Non vedevo bene con tutta la folla di fronte.”
Senza darle modo di aggiungere altro la prese per mano e la trascinò con sé verso la piazza.
“No Guy! Cosa fate?! Lasciatemi!”
“No.”
“Guy, devo andare al castello prima del tramonto. Devo parlare col principe Giovanni!”
“Il principe aspetterà. Devo trovare Martine.”
“Martine? Chi è Martine?”
Quella domanda, unita al muro di folla che stazionava all’imbocco della piazza, fermarono la sua corsa.
Chi era Martine. Se l’era chiesto fin dal loro primo incontro e ancora adesso non era sicuro di conoscerla veramente. Non sapeva nulla del suo passato, il che era buffo dato che si parlava di un futuro molto distante. Era ancora piuttosto scettico riguardo i viaggi nel tempo, ma Martine gliene aveva dato prova varie volte, mostrandogli un oggetto chiamato cellulare. Quello strano aggeggio luminoso lo spaventava e lo incuriosiva. Com’era possibile che riuscisse a creare immagini così realistiche, così vere in pochi secondi? Eppure per Martine era tutto normale. Veniva da un epoca dove i cavalli erano stati sostituiti da carrozze autoalimentate, dove le malattie potevano essere curate con pastiglie grandi quanto un seme di mela. Un luogo dove una donna poteva lavorare ed avere una casa propria senza l’obbligo di maritarsi. Era lì che Martine lo voleva portare e dove avrebbe accettato di vivere per sempre come sua moglie. Ma era disposto a sacrificare ogni cosa per lei? Poteva davvero dire di conoscerla abbastanza al punto di abbandonare tutto e tutti?
Tutto e tutti… se avesse deciso di trascorrere la vita con Martine non sarebbe potuto tornare a Locksley: lo sceriffo non l’avrebbe mai permesso visti i precedenti. Non aveva parenti in vita a parte una sorella che non vedeva da anni. Non aveva nessuno.
Guardò Marian, che lo fissava sconvolta e confusa. Provava ancora qualcosa per lei? Sì, certo. Che motivo aveva di ingannare sé stesso? Fino a pochi giorni prima ogni suo pensiero era per Marian. L’aveva amata per troppo tempo e in fondo al suo cuore tormentato provava ancora un desiderio folle per lei. Un sentimento malsano e logorante, ma soprattutto non ricambiato. Gli aveva calpestato cuore ed anima abbandonandolo sull’altare per Robin Hood, come poteva continuare anche solo a pensare di amarla?
Si fece largo tra la folla, spingendo e calciando. Quando si rese conto che non andavano da nessuna parte, sguainò la spada ed urlò a tutti di spostarsi in nome del principe Giovanni.
Corse verso il palco, senza mai mollare la mano di Marian, mentre la folla si scansava gridando e bestemmiando. Vide le guardie scendere dal palco e andargli incontro armati di spada alla mano.
“In nome del principe Giovanni” urlò una di loro. “Mettete via la spada e non vi sarà fatto alcun male.”
“Sono un fedele servo del principe, lasciatemi passare” e continuò ad avanzare.
“Fermo! O saremo costretti ad uccidervi!”
“Guy, forse è meglio che facciate come dicono” suggerì Marian, cercando di liberarsi dalla mano dell’uomo, ma invano.
“Da che parte sono andati?” le chiese, senza mai staccare lo sguardo dalle guardie.
“Lì dietro. Il vicolo che svolta a sinistra.”
Erano riusciti ad arrivare a qualche metro dal palco e Guy riconobbe l’uomo legato ed imbavagliato. Non ricordava il suo nome ma nei villaggi era conosciuto come il gigante di Sherwood. Anche se, in quello stato pietoso, piegato su se stesso e sporco di sangue e fango, non sembrava incutere paura.
“Signore, abbassate la spada!”
Con grande sorpresa di Marian, Guy ubbidì senza fiatare. Sollevò la mano sinistra, esibendo l’anello che portava al dito indice. Improvvisamente le guardie rinfoderarono le armi e fecero un mezzo inchino.
“Signore, chiediamo perdono. Non potevamo sapere.”
“C’era una ragazza qui. E’ stata portata via dall’araldo del principe. Dove sono andati?”
“Ah la puttana? Non saprei signore. Lord Sparrow l’ha presa e molto probabilmente a quest’ora saranno già al castello.”
“Puttana?” esclamò Guy, afferrando per la gola la povera guardia. “Miserabile omuncolo, se ti sentirò ancora chiamare Lady Wescott in questo modo avrà cura che nessuna donna possa più provare il minimo piacere nel vederti.”
“Guy, lascialo andare. GUY!”
Marian s’intromise, rimanendo comunque in disparte, mentre il volto della guardia passava dal rosso al violaceo. Lo strinse al punto da farlo svenire, per poi lasciarlo cadere pesantemente a terra tra gli sguardi incuriositi e spaventati della folla. L’altra guardia continuava a fissarli indecisa su come agire, la mano appoggiata all’impugnatura della spada.

 
Si allontanò a passo rapido verso il vicolo, mentre la folla si disperdeva in fretta come non volesse saperne altro di quello che stava accadendo. Marian rimase qualche istante immobile, spostando lo sguardo da Gisborne a Little John.
Cosa faccio? Oh maledizione. Scansò la guardia china sul compagno svenuto e salì sul palco. Girò intorno a Little John, osservando le corde e le catene che lo tenevano legato alle assi di legno. L’uomo mugugnò qualcosa e Marian gli tolse il fazzoletto che gli serrava la bocca.
“Vattene. Ora.”
“Non posso lasciarti qui!”
“Servono le chiavi. Vai via!”
Marian si girò a guardare le guardie. Erano ancora nella stessa posizione: una svenuta in maniera scomposta, l’altra china a tentare di risvegliare il collega senza sensi a suon di ceffoni e scossoni.
“Non le hanno loro” le confessò John, seguendo il filo dei pensieri di Marian. “Le ha Jack.”
“Jack? Chi è Jack?”
“L’araldo del principe.”
“Maledizione.”
“Vattene. Lasciami qui.”
“Morirai se non faccio qualcosa!”
“No, Marian. Non capisci. Io sono solo l’esca. Tu devi salvare Martine.”
“Ancora lei? Ma chi è questa Martine?”
“Storia troppo lunga. Tu vai. Chiedi aiuto a Gisborne. VAI!”
L’urlo di Little John attirò l’attenzione della guardia che, accortasi di Marian, sguainò la spada e corse verso la scaletta.
“Ferma, non puoi stare lì!” le intimò, non facendo però abbastanza in fretta a raggiungerla. Con una piroetta degna del migliore artista di strada, Marian era atterrata in pochi secondi ai piedi del palco e stava già correndo in direzione del vicolo.

 
“E’ una cosa piuttosto bizzarra ma affascinante. Sono io ma non sono io. Comprendi?”
L’unica luce proveniva da delle piccole finestre chiuse da semplici lembi di stoffa grigia e sbrindellata, eppure Martine riusciva a vedere benissimo il sorriso dorato del pirata.
“Tu ed il tuo lugubre amichetto mi siete quasi sfuggiti dopo Greenwood. Quando non vi ho trovati alla locanda ho cominciato a preoccuparmi. Volevo quasi tornare indietro ma fortunatamente non ci avete fatti attendere a lungo. Cominciavo non sopportare più quel caprone testardo di Little John. Lui e il suo noi andiamo e noi restiamo e noi salvare loro e tu smetti di bere adesso. Dovrò metterti in conto anche questo fastidio.”
Si chinò su di lei, sfiorandole le spalle.
“Non toccarmi, sporco traditore.”
“Oh ma io non vi ho traditi! E’ questo il bello, non capisci? Io sono sempre stato dalla vostra parte, vi ho pure aiutati. Non sareste ancora vivi senza di me.”
“Perchè faceva tutto parte del tuo piano, lurido bastardo.”
“Adesso ci calmiamo, gioia. Non c’era alcun piano. O meglio, niente di prestabilito. Lui mi ha solo chiesto di recuperare il pezzo della daga e questo ciondolo” e così dicendo fece scivolare la mano nella scollatura del vestito di Martine, strappandole il GreenId di dosso.
Martine trattenne il bisogno di urlare mentre la zona intorno al collo le bruciava dal dolore.
“Lui… lui chi?” gli chiese, non riuscendo ancora a capire di cosa Jack stesse parlando.
“Ma come chi? Lui!”
“Jack ti prego, non è divertente.”
“Ma sì invece! Come fai a non sapere chi è lui se è proprio per lui che siamo qui? Comprendi ora, gioia?”
“Aspetta… non dirai… oh cazzo.”
Martine sentì il sangue gelarsi nelle vene. Aveva già perso la quasi totale sensibilità alle mani a causa della corda che il pirata le aveva annodato intorno ai polsi, legandola alla scala sulla quale sedeva ora immobile. Ricacciò indietro la sensazione di nausea che le riportava in bocca il sapore del pasto consumato poche ore prima.
“Sua grandissima eccellenza, il sommo sacerdote Imhotep” confermò Jack, quasi saltellando dall’eccitazione. “Ed è qui con noi. Adesso. Non trovi sia strabiliante?”
Martine si guardò intorno, strattonando le corde che la legavano alle sbarre di legno della scala. Era una stanza larga, molto probabilmente la fucina di un fabbro. C’erano armi spezzate o incomplete sparse un po’ ovunque ed il focolare sembrava non vedere la fiamma da molto tempo. La polvere e lo stato di abbandono che regnava tutt’intorno suggerirono alla ragazza che il proprietario di quell’edificio doveva aver chiuso bottega da un bel po’. Ma di Imhotep nessuna traccia.
“Stai mentendo.”
“Oh tesoro, non avrai mica pensato di vederlo? Mi spiace, ma non avrai questo privilegio.”
“La smetti di prendermi in giro? Liberami, brutto bastardo psicopatico!”
“Uuuh liberami, uuuh devo portare a termine la missione, uuuh sono il destino dell’umanità!” Il pirata la prese in giro, fingendo di frignare come una donnicciola. “Sei solo una stupida sciocca. Pensavi davvero che uno come Imhotep si sarebbe fatto infinocchiare da un branco di inetti come voi? Sbagliato. Vi ha fregati tutti. Me compreso, se dobbiamo essere sinceri. Ma ha promesso di ricompensarmi con qualsiasi cosa io desideri, quindi… ha fregato solo voi, gnegnegne!”
Le raccontò tutto. Del giorno in cui aveva aperto lo scrigno sepolto sotto la sabbia dell’isola deserta. Di come lo spirito di Imhotep si fosse impossessato del suo corpo obbligandolo a recuperare tutti i pezzi della daga. Del fingersi un amico di Doc e poi di Martine, Faith e Nigel.
“Tutto per una misera ricompensa” concluse la ragazza, il disgusto che prendeva il sopravvento nei confronti dello shock.
“La Perla Nera non è una misera ricompensa. E’ la mia nave!” le sibilò in faccia, fissandola a lungo negli occhi con quel suo sguardo da pazzo.
“Peggio ancora. Tutto questo per una nave. Ti rendi conto che l’umanità verrà annientata ed il mondo si trasformerà in un inferno?”
“Beh allora vorrà dire che salirò sulla mia nave e scivolerò via a cavallo delle onde del mar!”
Martine rinunciò a ragionare con lui. Trovava quella situazione surreale oltre che demoralizzante. Tutta la fatica fatta per recuperare il frammento della daga ed impedire che cadesse nelle mani del sacerdote egizio era servita solo a facilitare ad Imhotep il recupero dell’arma.
“Quindi hai tu il pezzo della daga. Lo tieni nascosto al castello.”
“Esatto, gioia. Insieme al pomo trovato in Cina.”
“Ed ora hai anche il GreenId. Direi che sei a posto.”
“Ed è qui che ti sbagli, mia cara. Ho bisogno di quella cosa che chiamate cellulare per tornare a casa. Senza quello non riesco a far funzionare il furgone del tempo.”
Improvvisamente Martine sentì la speranza farsi nuovamente viva nel suo cuore e ringraziò la fretta di lanciarsi in strada a salvare Little John per averle fatto dimenticare la sacca nella stanza. Ora doveva solo fare in modo che Jack non scoprisse dove stava l’iPhone.
“Mi spiace ma non ce l’ho io” ammise con l’espressione più innocente che riuscisse a sfornare mentre la tensione si tagliava col coltello.
“Non ti credo. Devi averlo in quella tua piccola borsetta” ed indicò la sacca in pelle legata alla cintura della ragazza. Martine continuò la recita ed abbassò lo sguardo sul borsello per poi tornare a fissare il pirata con occhi il più sinceri possibile.
“Sul serio, non ho alcun cellulare. Guarda tu stesso.”
Vide che Jack esitava, allungando la mano per poi ritrarla subito dopo. Ripetè lo stesso balletto almeno sei volte, prima di avvolgere la mano sul borsello di Martine e palparlo come avrebbe palpato il seno di una donna. E finalmente la persistente abbronzatura caraibica del pirata sfumò in una tinta più pallida, mentre Jack ritraeva all’istante la mano per sguainare nuovamente il pugnale tenuto finora al sicuro sotto la giacca.
“Dimmi dov’è. SUBITO!” urlò, puntandole la lama alla gola.
“Non lo so!”
“Non fare la santarellina con me. Non sono come il tuo monocromatico cavaliere che sbava per un paio di occhioni da cerbiatta indifesa. Ora tu mi dici dove sta il cellulare ed io farò in modo che a Guy non succeda nulla di male.”
“Cosa vorresti dire? Cosa c’entra adesso Guy?”
“Aaaah ecco il punto debole. Avrei dovuto usare lui come esca, mannaggia!”
“Esca? Quale esca?”
“Il loquace gigante barbuto. Tutta una mia geniale idea per farti uscire allo scoperto. Ammettilo: sono un genio. Ma bando alle ciance. Il cellulare.”
“Ce l’ha… Nigel.”
“Come scusa?”
“Nigel. Ha lui il cellulare.”
Non era riuscita a trovare scusa migliore. In un primo momento avrebbe voluto dire il nome dell’amica, che realmente portava con sé uno dei due cellulari lasciati loro da Doc. Ma al solo pensiero le era montata dentro l’ansia, come quando si mente fingendo di avere qualche parente malato e poi si teme realmente per la sua salute. Non poteva nemmeno coinvolgere Claudia, non dopo la terribile disavventura alla locanda. Quindi la scelta era caduta su Nigel e la ragazza sperò non gli accadesse nulla di male per questo.
“Ma certo, ha senso!” esclamò il pirata.
“In che senso ha senso?”
“Non poteva che averlo lui. Chiaro. Bene. Allora vado a prendermelo.”
“Vai a prendere cosa?”
“Il cellulare. E non potrei essere più comodo di così! Entrambi nello stesso posto!”
“Jack…”
“Non poteva andarmi meglio. Sentito, mio signore e padrone? Ancora qualche istante ed il secondo pezzo sarà al sicuro!”
“Jack… cosa vuol dire entrambi nello stesso posto?”
Il pirata stava ormai danzando per conto proprio, lo sguardo perso nel nulla ad ascoltare voci che solamente lui poteva sentire. La degnò di uno sguardo solo dopo qualche minuto di vaneggio.
“Il nostro caro Nigel ha pensato bene di parcheggiare il furgone alle porte della città. Non potevo lasciarlo andare via, non dopo una tale fortuita coincidenza. Ora sta riposando nelle segrete del castello, quindi vorrai scusarmi se mi congedo e vado a recuperare il mio lasciapassare per andarmene da questo posto triste e maleodorante.”
“Jack! Non vorrai lasciarmi così?!” e la ragazza si mise in piedi, tirando con forza le corde che la tenevano ancora legata alla scala. Il pirata fece qualche passo, avvicinandosi a tal punto che Martine poteva sentire l’alito puzzargli di alcool. Ma al disgusto per la fiatella andò ad aggiungersi lo shock per il bacio che Jack le lasciò sulle labbra.
“Non ringraziarmi, gioia. Addio. E’ stato tutto bellissimo” e uscì con passo trionfante dalla stanza, chiudendosi la porta alle spalle e lasciando Martine nello sconforto più totale.

 
Si guardò intorno, indeciso su quale vicolo prendere mentre il fiatone si condensava di fronte ai suoi occhi. L’aria si stava facendo sempre più fresca mentre il sole aveva già abbandonato i tetti delle case, scendendo verso l’oblio della notte ormai vicina.
“Il castello. Qual’è la strada più breve?” chiese ad una signora che portava a spasso una capra. La donna scappò via a testa bassa, strattonando il povero animale che quasi soffocò.
“Vi prego, ho bisogno di raggiungere il castello. Posso pagare” e fece tintinnare il borsello che portava legato alla cintura. Ma la gente notava solo la lunga spada che gli pendeva dal fianco e preferiva non avere nulla a che fare con un simile figuro.
Guy ringhiò dalla disperazione, riprendendo a correre nella direzione che credeva fosse quella corretta. Ogni tanto, tra un tetto e l’altro, poteva scorgere le torce accese sui camminamenti dell’imponente edificio, ma era già stato costretto a tornare sui propri passi a causa di una strada bloccata da bancarelle e poi da una processione di fedeli, al punto da perdere l’orientamento.
“Per una moneta vi porto io al castello.”
La voce di una bambina lo fece girare di scatto. Era sporca e con vestiti laceri. Ai piedi non portava scarpe e come amico aveva un cane magro e spelacchiato che tremava dal freddo.
Guy si chinò e le sorrise, mettendole nella mano due monete. Gli occhi della bambina si illuminarono ed iniziò a correre veloce, svoltando al vicolo successivo. Il cane le stava dietro a fatica e Guy, preso alla sprovvista, quasi inciampò sulle pietre sconnesse della strada. La ritrovò pochi metri dopo e dopo una serie di svolte, incontri con oche starnazzanti, ubriachi svenuti a terra e donnine allegre, il castello comparve in tutta la sua maestosità. Gli ultimi raggi di sole baciavano ancora la cima delle torri, ma il resto della possente struttura era illuminato da numerose torce. Un buon numero di soldati controllava che nessuno attraversasse l’ingresso principale al cortile interno, ma lasciarono passare la bambina, che sparì alla vista. Guy le urlò di fermarsi e, dopo aver rallentato, mostrò l’anello da Cavaliere Nero alle guardie che stazionavano con le lance in mano. Si spostarono all’istante, senza chiedergli nulla e Guy non rimase ad attendere che gli facessero qualche domanda. Con il poco fiato che gli rimaneva attraversò il cortile, raggiungendo l’ingresso del mastio. Ma a quel punto dovette arrestarsi. Sebbene l’oscurità stesse scendendo rapidamente, i suoi occhi poteva distinguere senza ombra di dubbio le figure che aveva di fronte.
“Questa piccolina ha il fiuto per gli affari, potrei assumerla. Almeno lei ubbidisce ai miei ordini. Ecco le tue monete. Ora va a mangiare. E sfama anche quella povera bestia.”
La bambina afferrò il sacchetto, facendolo tintinnare mentre superava Guy, uscendo di corsa dal cortile seguita dal cane ormai sfinito.
“Un aiutino, Gisborne? No” rise l’uomo, cercando visibilmente di trattenere l’eccitazione.
“Cosa ci fate qui?” La voce di Guy era quasi un sussurro, rotta dalla mancanza di fiato e dallo sconcerto per la presenza a York dello sceriffo di Nottingham.
“Cosa ci faccio qui? Mi assicuro che le cose vadano come devono andare. L’idea che ti facessi fregare per l’ennesima volta da una donna non mi faceva dormire la notte. Quindi mi son detto: perchè non fare una gita a York? Aria nuova, una ricca fiera in corso, niente Robin Hood. Magari qualche complotto alle spalle del re prima di andare a dormire. Ma non faccio in tempo a rilassarmi pregustando succulenti manicaretti che incontro una tua carissima amica.”
Una guardia strattonò Marian, le mani legate dietro la schiena, portandola vicino allo sceriffo.
“Lebbra anche qui a York, Gisborne. Lebbra lebbra lebbra.”
“Lei non c’entra nulla con questa storia.”
“Ah davvero? Eppure mi ha confessato che stavate tranquillamente visitando la fiera quando ti ha perso di vista. Ha corso tanto, la nostra cara Marian, spaventata di non trovarti. Ci credi? Un aiutino? No.”
“E’ qui solamente per visitare gli zii. Ci siamo incontrati per caso. Lasciatela andare.”
“Uuuh la difendi ancora. Avverto del tenero. Voi no?” chiese rivolto a Marian, che evitò di rispondere, fissando lo sguardo altrove.
“Sempre quest’aria di superiorità, eh signorina? Credi che il tuo Guy rimarrà ad aspettarti in eterno col cuore in mano, a farsi costantemente mettere i piedi in testa da una stupida ragazzina viziata?”
Lo sceriffo si avvicinò a Guy, girandogli intorno e fermandosi alle sue spalle.
“Le hai detto che ti sei fatto una nuova amichetta?”
“Lasciate andare Marian” fu la sua risposta, ma notò la sorpresa negli occhi della ragazza.
“Ooooh Gisborne. Guarda! Oooh, non gliel’hai detto.” L’uomo iniziò a ridere, tornando nuovamente vicino a Marian e all’ingresso del mastio.

 
L’aveva quasi raggiunto, riusciva a scorgere i suoi capelli neri in fondo al vicolo. Ma la processione aveva bloccato la strada, costringendola ad una battuta d’arresto. La guardia l’aveva afferrata per i fianchi e, anche se Marian era riuscita a sferrargli un calcio sullo stinco, non aveva avuto la meglio su quel giovane alto e robusto.
Era stata portata al castello per un’altra strada, molto meno trafficata ma comunque delimitata qua e là da bancarelle di ogni tipo. Una carrozza diretta al castello li aveva costretti a scansarsi, superandoli in velocità. Pochi minuti dopo la videro parcheggiata all’interno del cortile di fronte al mastio. Nemmeno nei suoi incubi peggiori avrebbe immaginato un incontro con lo sceriffo a York, soprattutto mentre veniva trascinata in arresto con le mani legate.
“Ci penso io a lei” aveva detto, facendosi subito raccontare cosa era successo. La guardia era scesa nei dettagli, parlando di un uomo alto e con l’anello dei Cavalieri Neri che chiedeva di una donna.
“Cercava una certa Lady Wescott. Il mio compagno deve avergli detto qualcosa che non andava perchè quell’uomo l’ha sollevato stritolandogli il collo per poi gettarlo a terra quasi morto.”
“E la signorina qui? Cosa ha fatto?” chiese lo sceriffo, squadrando Marian dall’alto al basso.
“Era assieme a quell’uomo. Ma si son divisi. Lei ha cercato di liberare il fuorilegge condannato a morte.”
“Un fuorilegge? Che tipo di fuorilegge?”
“Un uomo della banda di Robin Hood.”
Marian tenne lo sguardo basso tutto il tempo, sentendo il peso delle occhiate che lo sceriffo continuava a lanciarle. Non poteva permettersi di sfidare l’autorità, non in quella città a lei quasi sconosciuta. Rimase in silenzio fino alla fine del racconto della guardia.
“Allora Marian?” la incalzò lo sceriffo. “Qualcosa da dichiarare?”
“C’è stato un errore. Sono salita sul palco per cercare Guy.”
“Niente atti eroici?”
“No. C’era troppa gente e nella confusione l’ho perso di vista.”
“Quindi dovrei intercedere per voi col principe e liberarvi dall’accusa di tradimento?”
“Ve ne sarei immensamente grata.”
Ma così non era stato. Lo sceriffo le aveva riso in faccia, allontanandosi da lei per andare a parlare con una bambina che giocava poco distante. Marian era rimasta immobile, mentre i frequentatori del castello le passavano accanto osservandola e bisbigliando.
Non piangere. Sii forte. Sei il Guardiano Notturno, dannazione. Eppure il bruciore agli occhi cominciava a presagire l’arrivo di qualche lacrima, subito ricacciata indietro a forza non appena lo sceriffo era tornato sui suoi passi.
“Ed ora aspettiamo” aveva detto, canticchiando un motivetto allegro e agitando la testa a tempo. E Guy non aveva tardato a cadere nella trappola, presentandosi senza fiato e sconvolto al seguito della bambina.
Marian non disse nulla. Lasciò che lo sceriffo la insultasse e che Guy la difendesse. Si concentrò sull’area che aveva intorno a sé. Un ampio cortile con un solo ingresso sorvegliato da almeno quattro guardie. Le mura erano alte e non c’era alcuna scala in vista, né di pietra né di legno.
Deve trovarsi all’interno. In effetti le mura erano piuttosto spesse e sulla cima aveva contato non meno di cinque o sei guardie darsi costantemente il cambio. La notte si stava avvicinando quindi non c’erano carri che trasportavano merci dentro e fuori dal castello. Alle sue spalle la porta del mastio era presidiata da due guardie, senza contare quella che le guardava le spalle. Gli altri ingressi al palazzo erano chiusi da pesanti porte di legno. Era inutile: non aveva via di scampo.
Sospirò rassegnata, sperando in un qualche gesto gentile da parte dello sceriffo, anche se sarebbe stato più probabile che i maiali volassero piuttosto che quell’uomo le facesse un favore.
Nel frattempo Guy continuava a difenderla e Marian incrociò il suo sguardo. Era arrabbiato, decisamente furioso. Proprio come lei. Per una volta si sentì vicina a lui e sperò di non averlo messo nei guai, ma a quanto pareva si era già messo in qualche casino prima ancora di arrivare a York.
“Il nostro caro Gisborne s’è preso una cotta per una spia” le spiegò lo sceriffo, avvicinandosi e guardandola con un’espressione contrita.
“Non è una spia” fu la risposta di Guy, che fece qualche passo verso di loro trattenendo a stento la rabbia.
“Mi ha picchiato e lasciato senza sensi nel letto.”
“Come l’avete picchiata voi.”
“Ha rubato documenti di vitale importanza per la nostra causa, la causa del principe Giovanni.”
“Non è vero. Voi mentite.”
“E’ una spia, Gisborne!”
“NO!”
“E’ scappata! Ti avevo ordinato di ucciderla!”
La distanza tra Guy e lo sceriffo s’era ridotta di appena un metro e Marian temeva che a breve si sarebbero presi a cazzotti. Calò il silenzio, rotto solamente dal rumore distante dei festeggiamenti notturni e dall’abbaiare rauco di un cane.
“Non è una spia” ripetè l’uomo, le mani strette a pugno.
“E allora dov’è? Uhm? Te la sei lasciata sfuggire! Idiota incompetente! E non permetterti di contraddirmi!”
“Milord, è stata rapita!” fu la giustificazione disperata di Guy.
“Rapita? Chi? Perchè?”
“L’araldo del principe. L’ha portata via con la forza. La stavo cercando e ho incontrato Marian. Lei non ha colpe, l’ho costretta con la forza ad aiutarmi.”
Almeno stava dicendo la verità. Non che finora Guy le avesse mai mentito. Era burbero, violento e spietato, ma almeno rimaneva sempre coerente. Lo odiava per ciò che rappresentava e per quello in cui credeva, e non le sarebbe importato se lo sceriffo avesse deciso di ucciderlo. Ma in quel momento di difficoltà era disposta a cogliere ogni minimo appiglio che le veniva offerto.
“E’ vero, milord. L’ho visto con i miei occhi. Le puntava un coltello alla gola.” Ruppe il silenzio per difendere Guy, anche se in realtà stava cercando di salvare sé stessa.
“Tu stanne fuori, stupida ragazzina. Hai già combinato abbastanza danni, abbi almeno la decenza di stare zitta.”
“E comunque ha ragione lei.”
Gli occhi di tutti si puntarono sulla figura che si avvicinava a passo lento ma stranamente instabile. Marian riconobbe in lui l’araldo del principe e fece per dire qualcosa, ma Guy fu più veloce.
“TU?!” urlò, saltandogli addosso, gettandolo a terra e tirandogli un pesante pugno in faccia. Ma dovette subito arrestare la rabbia omicida perchè il nuovo arrivato gli puntava un pugnale all’addome.
“Grazie, vedo che non siete uno stupido e ci tenete alla pellaccia. Ora, se mi fate la cortesia di alzarvi possiamo parlarne tutti in maniera civile.”
Guy si rimise in piedi ma teneva la mano appoggiata sull’elsa della spada, senza staccargli gli occhi di dosso. Lo sceriffo fissò attentamente l’araldo e lo indicò col dito.
“Voi eravate alla mia festa di compleanno. Il tizio con il flauto.”
“Esatto. Ottima scelta di vini, il maialino era una delizia. Un peccato aver perso il dolce.”
“Ma chi siete?”
“La vera domanda è: chi non sono. E decisamente non sono chi voi credete io sia.”
Jack scoppiò in una sonora risata, mettendosi tra lo sceriffo e Marian, ed abbracciandoli entrambi.
La ragazza non ci stava capendo nulla e cercò di allontanarsi dal tocco scomodo di quell’uomo bizzarro che puzzava da taverna di infimo grado.
“Dov’è Martine?” chiese Guy, incapace di sopportare oltre quelle buffonate.
“Aaah l’amour. Non so resistere alla passione di due giovani amanti divisi dal fato avverso. E voi, sceriffo?”
“Aehm mi astengo dal commentare.” Lo sceriffo si sentiva a disagio, non sapendo bene come comportarsi.
“E voi, lady Marian? Come avete preso questo voltafaccia amoroso da parte del qui presente Gisborne?”
“Beh, io… non so… io non…”
Non sapeva che dire. La situazione era alquanto strana e imbarazzante, e non solo per lei. Guardò Guy e vide che tratteneva a stento la voglia di uccidere quello strano individuo. A quanto pareva si conoscevano già tutti quanti e si chiese cosa diavolo fosse successo a Nottingham in sua assenza. Sicuramente l’arrivo di questa Martine doveva aver causato non pochi danni, vista la presenza a York dello sceriffo e la foga con la quale Guy si gettava nella mischia per ritrovarla. Riflettendoci meglio, pure Little John la conosceva quindi la domanda era: da che parte stava? Era davvero una spia e quindi una sostenitrice della causa di re Riccardo? Perchè allora la sua vita era così legata a quella di Gisborne? E cosa c’entrava in tutto questo lo strano individuo sbucato fuori dal nulla?
“Voi gente di Nottingham siete loquaci quanto un riccio di mare. Non credo di poter resistere alla vostra prorompente ilarità ancora a lungo, quindi mi congedo da voi. Ah sceriffo. Se vuole catturare lady Wescott le consiglio di mettere in prigione tutti loro” ed indicò sia Guy che Marian. “Ah e anche il fuorilegge giù alla piazza.”
“E perchè dovrei farlo?” chiese lo sceriffo, confuso quanto gli altri dalle parole di Jack.
“Perchè è il principe che lo desidera! Non vorrete dare un dispiacere al nostro caro Giovanni, vero?” e dopo avergli fatto un occhiolino d’intesa, entrò nel mastio.
“Milord, non…” furono le uniche parole di Guy, pronto a sguainare la spada. Marian sarebbe scappata non appena fosse partito il parapiglia. Lo sceriffo si guardò intorno, indeciso sul da farsi. Si grattò la testa, guardò in alto, fissò Guy e Marian e poi diede l’ordine alle guardie.

 

 

Data di pubblicazione: 29 maggio 2015
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

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