DAGGER: CAPITOLO 6.3

 

6 Marzo 1193
Giorno 9
Nottingham Castle

Erano sole, al buio.
Scesero lentamente la scalinata di pietra resa scivolosa dall’umidità filtrata durante la pioggia dei giorni precedenti.
Procedettero lasciando che le pareti sconnesse del cunicolo le guidassero fino al livello da cui partiva il lungo corridoio. La temperatura era più bassa e l’aria odorava di muffa e calcare ora che erano scese sotto il livello del suolo di diversi metri. I loro occhi cominciarono lentamente ad abituarsi all’oscurità, ma non faceva molta differenza, di fronte a loro si stendeva una linea retta tracciata nel buio. Si trovavano in una galleria di circa una decina di metri: il suolo era uno spesso strato di terra battuta, le pareti erano formate a tratti da blocchi di pietra lavorata e a tratti dagli spuntoni tipici della dura roccia che caratterizzava il sottosuolo della regione, mentre sopra di loro correva una teoria di mattoni rossi disposti a spina di pesce a formare una volta a leggero sesto ribassato. Osservando il soffitto Faith constatò che per creare quel passaggio era stata riutilizzata una galleria di epoca romana, altrimenti non si sarebbe potuto spiegare la presenza di laterizi di quel genere.
Avanzarono affiancate tenendo ciascuna una mano contro la parete del passaggio che avevano più vicina, finché non giunsero alla scalinata che si inerpicava verso il centro del castello e Faith si bloccò.
“Allora? Non vieni?” chiese in un sussurro la ragazza araba, Faith cercò i suoi occhi nell’oscurità, ma le fu impossibile dire se Djaq stesse ricambiando il suo sguardo
“Prima che facciamo questa cosa, voglio chiarire una questione”
“Quale?”
“Will”
“Non c’è nessuna questione con Will”
“Ti ho visto lanciarmi quelle occhiate assassine prima”
“Sciocchezze”
“Non vorrei che pensassi…”
“Io non penso nulla! Andiamo!” Faith trattenne Djaq stringendole il polso
“Senti, stiamo per fare una cosa che mi terrorizza, sono davvero spaventata. Tu sei l’unica donna con un minimo di cervello che ho incontrato da quando sono qui e voglio che possiamo fidarci una dell’altra. Quindi dovresti sapere che se c’è qualcuno che mi piace al campo, non è Will. Per quanto penso che potrei andarci molto d’accordo.”
“Lo so.”
“Lo sai?”
“Certo. Si sente”
“Si sente? Di cosa stai parlando?”
“Fra te ed Allan. Si sente nell’aria che c’è qualcosa fra di voi, come una vibrazione quando siete vicini.”
“Beh allora dovresti farlo presente anche a lui, visto che vuole essere solo mio amico” sbuffò Faith divertita
“Sul serio? Strano… davvero strano”
“Pe-perché strano?”
“Non è il momento adatto ora. Fai un respiro profondo. Abbiamo altro a cui pensare!”
Faith fece come le era stato detto, e non appena ebbe recuperato la concentrazione cominciò a salire la scala, le ginocchia molli e le mani che tremavano. Nel buio sentì la mano di Djaq stringere la sua e darle forza.
“Coraggio, ce la puoi fare”
“Grazie… Comunque si vede lontano un miglio che piaci a Will. Sono solo i ragazzi a non rendersene conto..” nell’oscurità Faith poté percepire il sorriso di Djaq e lei le sorrise di rimando. Mano nella mano giunsero in cima alla scala e si trovarono davanti una parete liscia.

 

“Credete andrà tutto liscio?” Chiese Much da sotto il suo velo da suora di clausura
“Ne sappiamo quanto te, intelligentone” brontolò Allan la voce smorzata dai vari strati di bende e di stracci che gli coprivano il volto lasciando scoperti solo gli occhi azzurri “Qual è il segnale Will?”
“Ci lanceranno la corda a cui noi dovremmo agganciare lo scivolo” rispose la seconda suora incappucciata, mentre con le redini ancora strette in mano guidava il carretto nella posizione ideale per il recupero del tesoro.
“Quanto pensate che ci metteranno? Insomma Robin è piuttosto rapido di solito, no?”
“Se non la smetti di fare domande idiote Much, giuro che ti contagio”
“Nervosetto eh? Sto solo chiedendo quando dovremmo cominciare a preoccuparci”
“Chiudi il becco Much!” sbottarono all’unisono Allan e Will.

 

Doveva essere ormai quasi mezzodì ed il sole splendeva alto contro un cielo limpido asciugando l’umidità dai tetti e dalle strade, dalle pietre e dal legno, e dai corpi intirizziti degli abitanti di Nottingham. Il primo sole caldo dell’anno.
All’interno del mercato si era creato un discreto andirivieni di mercanti ed acquirenti, di lavoratori indaffarati e di ubriaconi, di ricchi cavalieri di passaggio e di mendicanti che chiedevano l’elemosina. Un po’ distaccate dalla folla, addossate alle mura del castello due suore vegliavano immobili, in preghiera. Ai loro piedi quattro involti contenenti terrecotte lavorate piuttosto semplicemente.
“Quanto potrebbe volerci Locksley? È la prima volta che partecipo ad un furto” chiese Sir Roger
“Davvero non lo so, signore. Comincio a temere di aver commesso un terribile errore mandandole da sole. Eppure era il modo migliore di sfruttare questa occasione.”
“Sembrano due ragazze molto in gamba, capaci”
“Certo, Djaq è un’abile combattente, è riuscita a districarsi da molte brutte situazioni qui al castello… Ma Faith, per lei è una cosa diversa. Ho infranto una promessa mandandola li dentro”
“Immagino non sia la prima.. e non sarà neppure l’ultima. La vita è un compromesso continuo”
Un uomo passando di fronte a loro li aveva sentiti mormorare e pur continuando a camminare si era voltato verso di loro incuriosito. Sir Roger evitò di incrociare il suo sguardo, ma disse a voce ragionevolmente alta da essere sentito “Continuiamo a pregare sorella. Dobbiamo pregare.”

 

“Ed ora che facciamo?” chiese Djaq
“Allan ha detto che dovrebbe esserci una leva, o qualcosa di simile che sblocca il meccanismo di apertura”
“Io non vedo nulla”
“Aspetta” Faith si accovacciò e cominciò a scandagliare la parete con le punte delle dita centimetro per centimetro. Nessuna leva. Nessun pulsante. Nessuna maniglia. Nulla. “Merda”
“Hai detto che la tua amica è uscita di qui, giusto?”
“Si”
“Il meccanismo ci deve essere quindi”
“A meno che non sia un passaggio a senso unico”
“Maledizione”
Continuarono a cercare un segno qualsiasi che indicasse un sistema di apertura per almeno altri dieci minuti, ma sembrava davvero essere un vicolo cieco.
“Dobbiamo tornare indietro e avvisare Robin” dichiarò infine Djaq, sconfitta.
Si voltò e cominciò a scendere gli scalini, ma non riuscì a fare neppure un passo che il terreno sotto i piedi le mancò e rischiò di rotolare giù lungo la scalinata.
Salendo la scala le due ragazze si erano tenute radente alle pareti, ma ora con l’intenzione di percorrerla al contrario, Djaq aveva pestato una pietra sconnessa proprio al centro del secondo scalino. Non appena riuscì a riacquistare l’equilibrio si voltò verso Faith trionfante.
Si misero fianco a fianco e all’unisono spostarono il loro peso sullo scalino. Uno sbuffo ed il rumore metallico di una catena annunciarono l’apertura del passaggio. La parete alle loro spalle si sollevò lentamente sparendo nel soffitto e si trovarono di fronte ad un’altra parete, questa volta di legno. Sporgendosi per esaminarla meglio si resero conto che si trattava del retro di un’enorme testiera di un letto a baldacchino incassata fra le pietre del pavimento, inamovibile. La tavola di legno era distanziata dall’apertura del passaggio segreto quel tanto che bastava per consentir loro di sgusciare fuori con fatica, soprattutto Djaq che portava una corda arrotolata attorno al corpo sotto il vestito. Né Robin, né Allan, né nessun altro dei ragazzi sarebbe riuscito a passarci.
Faith si ritrovò nella stanza che aveva occupato con Martine, Claudia, Nigel e Jack solo pochi giorni prima, e notò che era stata rassettata ed ordinata, ma che le loro cose erano ancora tutte li ammonticchiate sopra la cassapanca in attesa che qualcuno desse delle disposizioni in merito. Si chiese se fosse il caso di recuperare la sua sacca ed infilarci dentro tutto quello che poteva, e stava quasi per farlo, quando si rese conto che nell’immediato futuro avrebbe potuto aver bisogno di tutta l’agilità e la velocità di cui disponeva, e quelle cose sarebbero state solo un fastidio.
Però poteva sempre mettere tutto insieme e recuperarlo al ritorno.
“Che diamine stai facendo?” le chiese Djaq quando si accorse che si era messa a fare i bagagli
“Questa è tutta roba nostra Djaq! Potrebbe servirci! Quando torneremo qui per uscire dopo il furto, sarà tutto ponto, raccoglierò le cose al volo e me le porterò via. Ci sono cose di grande valore per me qui.”
“D’accordo, ti do una mano, ma dobbiamo sbrigarci”
Non appena ebbero finito di stipare tutto nei due zaini stracolmi di Faith e Nigel le ragazze tornarono alla loro missione. Si rassettarono i vestiti, si controllarono l’una con l’altra ed infine si avvicinarono alla porta. Il cuore di Faith galoppava e le rimbombava nelle orecchie tanto forte da intontirla.
Djaq poggiò la mano sulla maniglia della porta che si abbassò silenziosamente sbloccando il chiavistello. La giovane diede un leggero strattone e la pesante porta di quercia si aprì con uno sbuffo, l’aria si intrufolò veloce nella fessura creata dalla porta aperta, fuggendo verso l’esterno attraverso il passaggio segreto.
Fu sempre Djaq la prima a sbirciare all’esterno della porta per controllare che non arrivasse nessuno, stava già per uscire nel corridoio quando Faith la trattenne.
“Prendi questo” le passò un involto di lenzuola “attireremo meno l’attenzione se sembra che stiamo lavorando”
“Ottima idea”
Uscirono nella penombra dell’ampio corridoio di pietra, ciascuna con un grosso pacco di lenzuola trovate nella madia della stanza. Sapevano dove dirigersi grazie alle indicazioni di Allan. Fuori dalla porta svoltarono a sinistra, seguirono il corridoio ed al primo bivio si diressero a destra, incontrando il primo ostacolo: a pochi metri di distanza passeggiavano due annoiate guardie di ronda. Faith sentì lo stomaco bloccarsi e una sensazione di nausea immediata, le mani cominciarono a sudare, ma si costrinse a non mostrare un passo incerto. Proseguirono per la loro strada scambiandosi qualche sguardo, ma fissando per lo più le stoffe che reggevano fra le braccia. Quando furono abbastanza vicine alle due guardie da non aver via di scampo se fossero state scoperte, i due uomini si fecero leggermente da parte, lasciando loro strada, senza neppure degnarle di uno sguardo. Una volta che li ebbero distanziati di diversi metri Faith si accorse di aver smesso di respirare e si concesse di ricominciare con una specie di singulto.
“Stai andando bene, ci siamo quasi”
“Per poco non me la sono fatta addosso”
Svoltarono ancora a sinistra e per poco non andarono a sbattere contro un’anziana governante.
“Scusi signora” disse Faith chinando il capo e cercando di nascondere il volto, imitando il movimento di Djaq.
“Guardate dove andate sciocchine, invece di spettegolare fra di voi!” fu la risposta acida della vecchia, ma non diede loro molto peso. Ripresero a camminare.
Altre due svolte a destra e si trovarono nel corridoio dove si apriva la porta della camera di Guy di Gisborne. Una volta che le furono di fronte si guardarono intorno per accertarsi che non si avvicinasse nessuno. Djaq posò le lenzuola che portava fra le braccia di Faith, estrasse da una tasca della veste la chiave he aveva fabbricato Will e la inserì nella toppa. Girò la chiave. O meglio ci provò, perché la chiave non si mosse. Tentò e ritentò con movimenti sempre più rapidi e bruschi, ma la chiave non funzionava
“Io Allan lo ammazzo con le mie mani” sibilò fra i denti.
Faith la stava a guardare mentre l’ansia le montava dentro. Cominciò a tremare guardandosi attorno sempre più spesso e con aria sempre più colpevole.
“Smettila di agitarti, o qualcuno capirà che c’è qualcosa che non va” intimò Djaq continuando a strattonare la chiave.
“Fai provare me” disse infine Faith. Passò in velocità le lenzuola a Djaq e si inginocchiò di fronte alla porta, estrasse la chiave e spiò all’interno della serratura. Osservò l’oggettino metallico prodotto da Will e lo pulì con le dita, nello stesso gesto scaramantico che faceva quando il telefonino non funzionava e decideva che la soluzione era pulire con i polpastrelli la simcard.
Inserì nuovamente la chiave nella toppa e quando le sembrò che avesse raggiunto il fine corsa provò a ruotarla, nulla. Allora cominciò a sposarla lentamente di qualche millimetro a destra ed a sinistra, ancora a destra e ancora a sinistra, finché non sentì che con una certa angolazione poteva farla scivolare più in profondità. La spinse fino alla fine, tanto a fondo nella serratura che ne rimase a malapena fuori l’occhiello, a quel punto girò la chiave e la serratura, miracolosamente, scattò. La porta si aprì quasi all’istante, e un attimo dopo le due ragazze si erano intrufolate nella stanza e richiuse la porta alle spalle, tirando il chiavistello.
Tirarono entrambe un sospiro di sollievo.
La stanza di Guy di Gisborne era molto diversa da come si sarebbe aspettata Faith. Immaginava che nella sua ricerca di un titolo e di ricchezze la sua stanza avrebbe dovuto essere addobbata di conseguenza, con lussuose stoffe alle pareti, calde pelli ai pavimenti e lenzuola di morbida seta, invece si trovò di fronte alla spartana ed essenziale sistemazione di un soldato. Un ampio letto con materasso era l’unico lusso che Guy di Gisborne si era concesso, il resto del mobilio era caratterizzato da semplici mobili di legno squadrati. Pochi scalini rialzavano la zona dietro al letto, dove si trovava un grande armadio diviso dal resto della stanza da un separé di legno e cuoio nero. Alla sinistra della porta da cui erano entrate una finestra ogivale si apriva sul lato sud delle mura, sovrastandole di cinque metri o poco più, proprio come aveva detto Allan. Sul tavolo da lavoro di Guy sotto la finestra, facevano ancora bella mostra di se delle pergamene con una serie infinita di numeri e calcoli, e sullo schienale della sedia ad esso accostata giaceva abbandonato il vestito con cui Martine era partita dal ventunesimo secolo.
“Che ne dici?” chiese Djaq, rapendola dai suoi pensieri.
Faith scrutò allora con più attenzione le pareti della stanza.
“Credo proprio che Allan avesse ragione.” Mosse il primo passo all’interno della stanza e si diresse all’intersezione dei due muri alla destra della porta di ingresso. Li studiò da vicino, li esaminò passandoci sopra i polpastrelli e, voltandosi verso Djaq, constatò “Sicuramente questo muro interno è stato aggiunto successivamente, ed anche piuttosto di recente. La grana della pietra utilizzata è diversa, ed anche la patina di fuliggine decisamente meno spessa. Inoltre la malta per la messa in posa ha una composizione chiaramente più sabbiosa”
“E l’ingresso?”
“Dobbiamo cercarlo, sperando di trovarlo. E sperando che dentro ci sia veramente qualcosa”
“Io comincio da qui. Tu parti dal lato opposto” Decise la ragazza araba, indicando a Faith il punto più lontano dalla porta.
Prima di cominciare la ricerca Faith si liberò del peso della carrucola procurata da Will, che aveva nascosto sotto le vesti con un lungo spago passato a tracolla tra la sottoveste ed il vestito e che le aveva mantenuto il meccanismo di legno e metallo all’altezza del ginocchio. La poggiò sul tavolo di Gisborne, sotto la finestra e poi si dedicò alla ricerca. Anche Djaq lasciò scivolare a terra il suo carico, la lunga corda che aveva tenuto abbisciata attorno alla vita sino a quel momento.
Partendo dall’angolo più interno della camera e spostandosi man mano nuovamente verso la finestra, Faith esaminò ogni pietra della parete che aveva di fronte, spostò il pesante baldacchino e ringraziò mentalmente Gisborne per non averlo ulteriormente appesantito con tende damascate, e controllò ogni centimetro dietro di esso, senza risultato. Anche la ricerca di Djaq si stava dimostrando infruttuosa e la giovane mostrava la sua frustrazione battendo ogni pietra della parete con il palmo aperto della mano.
Faith giunse alla fine della sua parete e si ritrovò all’altezza degli scalini che salivano all’armadio. Osservando meglio l’angolazione delle mura in quel punto si rese conto che lo spogliatoio non era posizionato esattamente dietro la parete del letto, ma ruotato di almeno quarantacinque gradi dando quasi l’impressione che tra i due vani sorgesse una porzione di muro portante, ma la cosa non aveva alcun senso. Colta da un presentimento salì di corsa i tre gradini, spostò il separé ed aprì una delle ante dell’armadio: solo una parete di pietra dietro ai vestiti di Gisborne. Passò alla seconda anta, stesso risultato. Infine girò la maniglia della terza anta, ma questa non si mosse. Provò a spingere e a tirare, ma nulla.
“Djaq!”
“Si?”
“Passami la chiave!”
“L’hai trovata?”
“Passami la chiave!”

 

“Ancora nessun segnale?”
“Much davvero se non la pianti ti picchio”
“Ma è passata più di un’ora!”
“Tappati quel buco dentato Much!”
“Ma cosa ho detto adesso?”
“Ragazzi…” la voce di Will aveva una nota nervosa ed eccitata che li costrinse ad alzare gli occhi su di lui. Il giovane, con un cenno del capo velato indicò una finestra diversi metri sopra di loro da cui sporgeva la piccola mano di Djaq che con uno specchietto attirava la loro attenzione.
“Cominciamo a stendere la stoffa per lo scivolo.”
Appena ebbero finito di srotolare la stoffa accanto al carro, una pesante biscia di corda piombò a pochi metri da loro. Qualche secondo più tardi giunse la seconda estremità della corda, che per poco non prese in pieno Much rischiando di metterlo K.O.
Questa era la fase più pericolosa del piano per i tre fuorilegge, vedere due monache ed un lebbroso così indaffarati avrebbe potuto incuriosire più di qualcuno.
Si guardarono intorno, ed appena l’ultimo viandante ebbe superato le mura perdendoli di vista si misero convulsamente al lavoro.
Will legò saldamente lo scivolo di stoffa ai quattro segmenti di una delle due estremità della corda, che in quel punto era stata appositamente sfibrata per permettere un ancoraggio dello scivolo più agevole e che lo mantenesse aperto.
Appena il giovane ebbe terminato questa operazione si mise a segnalare di rimando alla finestra catturando la luce del sole con la lama di un coltello, mentre Much ed Allan tiravano vigorosamente il secondo capo della corda, issando in questo modo, lentamente lo scivolo. Una volta che il lungo involto di stoffa ebbe raggiunto la finestra, Allan fissò la cima a una delle ruote del carro e Will la bloccò con un piccolo piolo di legno.
Fecero appena in tempo a rimettersi a sedere sul carro, Much e Will nelle loro tenute da monache seduti composti a cassetta e Allan sotto gli stracci da lebbroso sul pianale, quando tre mercanti a cavallo uscirono al trotto sulle loro cavalcature dal cancello sud delle mura.
“Povere anime, costrette a rifornirsi dal castello in questa maniera per evitare il contagio” sentirono dire ad uno degli uomini, un bottaio di Clun che aveva sempre parteggiato per Robin e che li stava indicando.
“Meglio loro che noi” disse uno dei viaggiatori che non conoscevano. In risposta Allan fece tintinnare la sua verga sormontata da campanelli, cosa che gli diede la soddisfazione di vedere i mercanti accelerare il passo delle loro cavalcature per allontanarsi.

 

La chiave entrò senza difficoltà nella serratura dell’armadio, con una leggera torsione del polso Faith la fece ruotare verso sinistra e sentì che lentamente il chiavistello si ritraeva dietro l’anta di legno scuro. Le due ragazze si scambiarono uno sguardo di intesa prima che Faith tirasse verso di se la pesante porta e rivelasse cosa celava il suo interno.
Il primo sentimento che provarono fu una profonda, cocente delusione.
Davanti a loro, in bell’ordine stava una serie di grucce con appesi vari mantelli neri di fogge e misure diverse.
“Dannazione!” imprecò Faith
“Hai sentito?” chiese Djaq.
Le loro parole, in un’eco cavernoso, erano rimbombate dietro ai mantelli.
Djaq si mosse rapidamente, recuperò una candela abbandonata sul tavolo di Sir Guy e con un movimento esperto la accese fregando fra di loro due pietre che teneva in un borsello appeso alla cintura. Avvicinò la candela all’apertura dell’armadio mentre Faith scostava i mantelli con un ampio movimento del braccio. La luce tremolante della candela rimbalzò sulle pareti di pietra dello stretto cunicolo, sul basso soffitto costellato di travetti di legno e sul freddo pavimento ricoperto di luminosi cerchi metallici.
“C’è davvero” sussurrò Djaq e Faith poté vedere sul suo volto i riflessi dorati della candela che le centinaia di monete del più prezioso metallo rimandavano. “Mettiamoci all’opera!”
Mentre Djaq segnalava con uno specchietto ai ragazzi dieci metri più sotto, Faith aveva recuperato la carrucola e la stava bloccando al davanzale della finestra con una serie di morsetti di legno che aveva preso in prestito dal rifugio.
Passarono uno dei capi della corda nell’apposito spazio della carrucola e lo lasciarono scorrere sino a che sulla puleggia non fu appoggiata la parte centrale della cima, ed infine con uno straordinario sforzo congiunto lanciarono prima una parte della corda, poi l’altra il più lontano possibile fuori, oltre la finestra ed oltre le mura di Nottingham. Djaq si sporse leggermente dalla finestra e vide il segnale di conferma di Will.
Passarono pochi secondi e sentirono la carrucola cominciare a scricchiolare, mentre la corda scivolava al suo interno e il lungo serpentone di stoffa si avvicinava sempre più alla finestra. La puleggia sembrava reggere egregiamente il peso dello scivolo e i morsetti dopo un primo momento di assestamento si erano consolidati. Una volta che la bocca del lungo tubo di stoffa fu giunta al davanzale Faih bloccò la carrucola con un piolo gemello a quello che aveva utilizzato Will dieci metri più sotto, e attese che Djaq tornasse con il primo carico di monete all’interno della traversa del vestito. Mentre Faith reggeva le estremità del tubo di stoffa Djaq fece scivolare le monete dalla traversa direttamente dentro allo scivolo.
Dopotutto quel piano avrebbe anche potuto funzionare.

 

“Carico in arrivo ragazzi” annunciò Will notando la stoffa dello scivolo incurvarsi. Much andò a sistemarsi sul pianale del carro con Allan e mentre questo cominciava a far tintinnare il suo bastone per mascherare il rumore della pioggia di monete, Much dirigeva il flusso spostando lentamente l’estremità del tubo da una parte all’altra del carro in modo che il tesoro si andasse a posare sul fondo in modo uniforme.
Poche decine di metri da lì, all’interno delle mura della città, poggiato contro le fondamenta del castello, Robin scalpitava nella sua inattività, impossibilitato a qualsiasi azione, all’oscuro di quello che stava succedendo nella stanza di Gisborne o fuori le mura, ringraziava solo di non aver ancora sentito dare l’allarme.

 

Aveva perso il conto di quanti giri avevano fatto, avanti ed indietro, avanti ed indietro, avanti ed indietro, ancora ed ancora ed ancora e le monete continuavano a tintinnare dal fondo del cunicolo a mano a mano che Faith e Djaq toglievano gli strati più vicini. Faith non aveva mai visto così tanto oro tutto assieme in vita sua e cominciò a preoccuparsi seriamente che il carro non sarebbe bastato. Ma si sbagliava, loro continuavano a scaricare monete dai loro grembiuli ed il carro continuava ad accoglierne il contenuto. Proseguirono con questo andirivieni per quasi un’ora e quando finalmente Djaq uscì dal ripostiglio segreto con l’ultimo carico di monete, entrambe tirarono un sospiro di sollievo. L’unica cosa che era ancora rimasta in quella cassaforte era un grosso baule di legno profilato i metallo e chiuso con un pesante lucchetto di ferro. Per quello non avevano alcuna chiave. Faith in uno slancio di ottimismo aveva provato con la stessa che aveva aperto la cella segreta, ma aveva dovuto desistere in meno di un secondo, quella chiave non entrava neppure nella toppa. Con l’aiuto di Djaq trascinarono il pesante baule più vicino all’entrata del nascondiglio per poterlo esaminare alla luce del giorno. Faith si inginocchiò vicino ad esso e ne studiò la chiusura, il lucchetto ed i cardini, e si disse che se fosse riuscita a trovare qualcosa con cui fare leva, e se le cerniere non fossero state troppo incrostate, avrebbe potuto farle saltare ed aprire il baule dalla parte opposta. O così, o avrebbero dovuto abbandonarlo, non c’era nessuna possibilità di farlo scendere con il resto del tesoro.
Faith si guardò intorno alla ricerca di qualche strumento che potesse tornarle utile ma non trovò nulla di più indicato all’impresa degli attizzatoi posati accanto al caminetto. Non erano proprio l’ideale e sarebbe finito per essere un lavoro più rumoroso. Troppo rumoroso.
D’un tratto Faith ricordò quale sarebbe stato l’utensile perfetto tra quelli su cui poteva mettere le mani, l’aveva sfilato quella mattina stessa dalla cintura di Robin. Il suo pugnale, sottile e resistente, leggermente incurvato, lungo abbastanza da farne una leva.
“Djaq, credi che riusciresti a tornare da Robin, farti dare il suo pugnale e intrufolarti di nuovo qui?”
“Sarebbe estremamente rischioso”
“Indubbiamente”
“E dovrei lasciarti qui da sola”
“Esatto”
“E triplicherebbe il rischio di essere presi”
“Lo so”
“Ma ovviamente ne vale la pena, potrebbe esserci qualcosa di vitale importanza in quel baule”
“Ovviamente” Faith adorava lo stile pratico di Djaq. Nessuno degli uomini della banda l’avrebbe fatta così facile.
“D’accordo. Ti serve solo il pugnale?”
“Si, tanto se non riesco con quello non avrebbe senso tentare con altro”
“Va bene. Chiudi il chiavistello appena me ne sarò andata”
“Certo”
Djaq le si avvicinò ed inaspettatamente le abbracciò stretta, poi senza dire una parola si diresse verso l’uscita, raccolse le lenzuola che avevano usato come copertura, aprì la porta con cautela, sbirciò oltre il battente e sgusciò fuori richiudendosela alle spalle. Faith raggiunse la porta e la chiuse a doppia mandata, e si diede mentalmente dell’idiota psicopatica. Per qualche secondo, chiedendo a Djaq di andare a recuperare quel pugnale, aveva dimenticato dove si trovava ed in che situazione. Aveva assunto il tono che utilizzava agli scavi quando chiedeva ad uno dei ragazzi di passarle i suoi strumenti. Nell’esatto istante in cui Djaq si era chiusa la porta alle spalle si era pentita della sua proposta.
Pensò di mandare un biglietto chiedendo aiuto ai ragazzi facendolo scivolare giù per il tubo, ma d’un tratto si rese conto che nessuno di loro sarebbe stato in grado di leggerlo.
Tanto valeva rimettersi al lavoro in attesa della ricomparsa di Djaq.
Decise di prendere comunque uno degli attizzatoi e cominciare a saggiare la resistenza delle cerniere del baule. Si armò di quello più appuntito e cominciò ad armeggiare attorno alla cupoletta che sovrastava uno degli snodi, ma presto si rese conto che quella punta non faceva altro che scivolare a destra e manca, impedendole di fare forza. Poggiò a terra l’attizzatoio e tornò al camino per esaminare le varie forme cercando di decidere quale poteva essere più congeniale al suo scopo. Trovò una sorta di paletta, un manico di ferro che finiva in un’estremità appiattita, la soppesò in mano e la trasportò vicino al baule.
In quel momento la serratura scattò e la porta si aprì lentamente.

 

Riuscì ad attraversare tutto il castello a ritroso senza incontrare anima viva, si insinuò silenziosamente nella stanza che nascondeva il passaggio segreto, scivolò agilmente dietro la testiera del letto e percorse tutto il cunicolo di corsa. Salì velocemente la gradinata che l’avrebbe condotta fuori e, come dall’altro lato del passaggio, il penultimo scalino fece scattare il meccanismo di apertura. Rimase accecata per un momento dalla luce del primo pomeriggio, ma quella stessa luce venne subito coperta da una figura in nero che si posizionò esattamente davanti a lei, allargando il più possibile la propria sottana e nascondendola ai passanti.
“Fatta?”
“Robin, ascolta non abbiamo tempo”
“Dov’è Faith?”
“ASCOLTA! Dammi il tuo pugnale, devo tornare subito indietro, ci serve per riuscire a portar via tutto”
“Il mio pugnale? Ma cosa?”
“Robin ti prego non abbiamo tempo Faith è li dentro da sola”
“Vengo con te!”
“No, Robin, NO!”
Ma il fuorilegge si era già lanciato di corsa nel cunicolo seguito da Djaq, mentre Sir Roger con una manata richiudeva la lastra del passaggio e tornava a fingere profonda devozione.
I due fuorilegge arrivarono alla fine del corridoio, il rimbombo dei loro passi che continuava a echeggiare contro le pareti di pietra umida, e Robin si lanciò a capofitto su per le scale pronto a sgusciare nel passaggio quando, inaspettatamente, si trovò con il petto bloccato fra il muro e la pesante testiera del letto di massiccia quercia inglese. Non poteva andare avanti, non ci passava. Provò e riprovò, ma non c’era abbastanza spazio per lui.
“Spostati!” gli intimò Djaq la voce alterata dall’impazienza. Gli sfilò il pugnale dalla cintura e quando lui finalmente le cedette il passo si avvitò leggermente su se stessa ed entrò nella stanza.
“Aspetta qui, non ne avremo ancora per molto, ma dovremmo uscire come se fossimo invisibili”
“Maledizione!” lo sentì imprecare mentre era già oltre la porta della stanza.

 

Faith notò con la coda dell’occhio l’aprirsi la porta della camera, ma tornò subito al suo lavoro.
“Sei riuscita a recuperare il pugnale?”
“V-voi chi siete? Q-quale pugnale?”
Faith si voltò di scatto e saltò in piedi senza neppure rendersene conto, di fronte a lei un’anziana sguattera la guadava con gli occhi sbarrati.
“Signora…” cominciò Faith, ma la donna la interruppe
“Cosa ci fate qui?”
“Signora vi prego…” e fece un passo verso di lei con le mani alzate cercando di mostrarle che non aveva intenzioni ostili. Purtroppo stringeva ancora nella mano destra uno degli attizzatoi ed il suo tentativo di conciliazione dovette sembrare alla serva una minaccia perché gli occhi parvero saltarle fuori dalle orbite, lasciò cadere il mazzo i chiavi che aveva in mano e fuggì urlando lungo il corridoio
“Guardie! GUARDIE! GUARDIEEEE!!”
Faith corse alla porta e la chiuse nuovamente, serrando il chiavistello. Appoggiò la schiena alla pesante lasta di legno ed imprecò a voce alta. Con un gesto di stizza prese a calci le chiavi abbandonate dalla serva e fu colta da un dolore lancinante. Al mazzo era agganciato anche un piccolo punteruolo dalla lama scoperta che si era conficcato nel cuoio della scarpa così come nella carne del suo piede. Si accucciò e lo strappò via senza troppe cerimonie, trasalendo per la stilettata di dolore.
“E adesso che cazzo faccio?” il cuore batteva a mille, le mani tremavano e le ginocchia erano molli, ma il suo cervello era in piena attività. Fissò il mazzo di chiavi che aveva in mano e la lama dello stiletto. Si mise all’opera mentre in lontananza cominciava ed echeggiare uno squillo di tromba.

 

Aveva quasi raggiunto il corridoio su cui si apriva la camera di Gisborne, quando una voce gracchiante di donna la fece trasalire.
“Guardie! GUARDIE! GUARDIEEEE!!”
La donna la superò correndo in direzione della sala grande del castello, e Djaq non fece in tempo a voltarsi per seguirla con lo sguardo che una guardia in uniforme stava già affrettando il passo verso di loro. Corse dietro alla donna fingendo di aiutarla a dare l’allarme, si mise ad urlare con lei chiamando a gran voce. Nel frattempo un capannello di servitori si stava riunendo, uomini e donne provenienti da ogni corridoio di stavano assiepando attorno a loro. Djaq con studiata lentezza fece in modo di farsi superare e confondersi fra questi senza però allontanarsi troppo e sentire il resoconto della donna.
“Una giovane, una delle serve credo… Nelle stanze di Sir Guy di Gisborne. Credo che stesse tentando di sgraffignare qualcosa, perché quando l’ho colta sul fatto mi ha minacciato di morte con un attizzatoio! ‘Vecchia maledetta, ti aprirò il cranio e ne berrò il sangue’ così mi ha detto, lo giuro signore” disse la vecchia stringendo le mani della guardia che era accorsa per prima.
Djaq aveva sentito abbastanza e con dei piccoli passetti indietro, senza dare nell’occhio riuscì ad allontanarsi progressivamente dalla donna, poi ad uscire dal capannello di gente che si era formato e una volta alle spalle dell’ultimo curioso, si voltò e corse per tornare a tutta velocità nella stanza dove l’attendeva Robin. Quando si fu richiusa la porta alle spalle sentì lo squillo di tromba che chiamava all’adunata le guardie dello sceriffo.
“Che succede?” chiede Robin non appena vide la testa di Djaq sporgere oltre il baldacchino del letto
“Una stupida vecchia ha dato l’allarme, deve aver trovato Faith ed io non son riuscita a raggiungerla. C’era troppa gente, e cominciavano ad arrivare le guardie”
“Quindi Faith è là da sola?”
“Si. Ma non possiamo tornare li”
“Dobbiamo”
“Robin rischieremmo di vanificare tutto!”
“Djaq! Non abbandoniamo i nostri! MAI!”
“LO SO! Ho un’idea migliore! Credimi! Dobbiamo raggiungere gli altri prima che facciano qualcosa di stupido, FIDATI! La raggiungeremo dall’esterno!”
Il fuorilegge la fissò negli occhi per qualche secondo e la sua determinazione lo convinse “D’accordo”
“Prendi questi allora” una alla volta Djaq passò a Robin le due pesanti sacche ricolme dei possedimenti di quelli che per lei erano pressoché sconosciuti, poi seguì Robin nel cunicolo. Mentre lui si affrettava lungo il corridoio buio, Djaq scese i primi due scalini, si voltò nuovamente verso il passaggio e con la punta dello stivale tirò verso l’alto la lastra che all’andata aveva permesso loro di aprire la parete e, così come si era precedentemente sollevato, il liscio muro di pietra grigia si abbassò con uno scricchiolio metallico chiudendo il passaggio.

 

“Che succede lassù? Sono diversi minuti che non mandano più giù nulla, ma non hanno ancora sganciato la puleggia” Le due suore poterono captare tutto il nervosismo che traspariva dalla voce del giovane lebbroso. I tre fuorilegge cominciavano a temere che la loro presenza potesse attirare l’attenzione.
“Avranno incontrato qualche ostacolo” suppose Will “Aspettiamo ancora qualche minuto e poi lo sganciamo noi”
“Dannazione odio non poter comunicare con Robin!” sbottò Much
Non fece tempo a finire la frase che in lontananza udirono le trombe d’allarme che richiamavano le guardie all’adunata.
“Maledizione!”
“Oh porca!”
Si guardarono attorno ansiosamente, ma fuori dalle mura nulla era cambiato.
Qualche viandante seguiva la strada uscendo dalla città qualche altro vi si avvicinava, ma non notarono alcuna concitazione. Le trombe non erano state suonate per segnalare la loro presenza. Non ancora per lo meno. Era successo qualcosa all’interno. Qualcosa che forse aveva a che fare con lo scivolo di stoffa che giaceva inerte sopra di loro. Con studiata calma, per non attirare l’attenzione, mentre Allan continuava a far tintinnare il suo bastone, si misero ad appiattire il più possibile il loro carico d’oro ed infine, seguendo il piano, lo coprirono con dei teli di lino.
Un secondo squillo di tromba e cominciarono a sentire dei colpi sordi in lontananza, ma che sembravano proprio provenire dalla stanza di Gisborne, come se qualcuno stesse cercando di sfondarne la porta.
Allan e Will si guardarono “Se stanno cercando si sfondare…” cominciò Allan “Qualcuno dei nostri è ancora li dentro” concluse Will
“Non possiamo tagliare lo scivolo allora!” comprese anche Much “È l’unico collegamento che abbiamo con loro! Dobbiamo aiutare Robin!”
Passarono diversi secondi in cui i tre uomini non dissero nulla, continuando a guardarsi intorno come se una soluzione potesse loro piovere dal celo.
Fu proprio in quel momento che la stoffa dello scivolo sibilò al passaggio di un piccolo carico. Un sacchettino di cuoio andò a fermare la sua corsa fra i piedi di Allan che lo raccolse e lo soppesò fra le dita. Lentamente ne rovesciò il contenuto sul palmo e una cascatina di pietre preziose riempì la conca formata dalla sua mano. Much e Will riconobbero il desiderio nello sguardo di Allan. Ma inaspettatamente lo videro tornare a versare le gemme nel sacchetto e sistemarlo sotto la copertura di lino in un gesto quasi meccanico, come se stesse pensando ad altro.
“Per quanto riguarda Robin… Non credo che sarà un problema, Much” lo confortò Will indicando un punto di fronte a loro.
In quel preciso momento tre monache stavano superando con studiata calma l’angolo delle mura che li celava all’ingresso della città. Non appena si trovarono coperti dalla vista della strada cominciarono a correre verso il carro trascinandosi dietro diverse sacche ed involti.

 

Il sudore le imperlava la fronte mentre inginocchiata al suolo lavorava sul baule con il punteruolo e l’attizzatoio. Erano passati almeno cinque minuti da quando quella maledetta vecchia aveva dato l’allarme ed era certa di non avere ancora molto tempo prima che arrivasse la cavalleria. Stava continuando senza sosta a grattare con la piccola lama lasciata dalla serva per far saltare la ruggine che incrostava le cerniere, ed era riuscita a ripulirne completamente una. Un secondo squillo di tromba, più vicino questa volta. Le prime voci sull’altro latro della porta la fecero trasalire. Riprese a lavorare freneticamente.
Qualcuno scosse la maniglia con vigore. Ancora voci. Tempo scaduto.
Game over.
Si guardò intorno presa dal panico e notò sul tavolo di Gisborne una lanterna. Scattò in piedi e agendo meccanicamente, come se fosse il suo corpo a sapere cosa fare più che la sua mente, prese la lanterna e ne svuotò il contenuto oleoso sulla cerniera del baule che aveva appena scrostato.
“Forza!” una voce maschile urlò oltre le tavole di legno della porta e tre secondi dopo seguì un tonfo profondo e lo scricchiolio del legno. Quel rumore inaspettato la fece saltare sul posto. Scivolò sulla pozza di grasso di pesce della lanterna e cadde a terra vicino al baule mentre un altro schianto e dei nuovi scricchiolii le dicevano che la porta non avrebbe resistito a lungo.
Non poteva mollare adesso. Era sicura che dentro quel baule ci fosse qualcosa di importante. Di più importante dell’oro. E Robin le aveva promesso di aiutarla a ritrovare Nim in cambio di questo. Lunga distesa a terra, con una diversa prospettiva sulle cerniere, ne vide il punto debole. Una piccola scalfittura che le avrebbe permesso di infilare la lama del punteruolo e con un po’ di fortuna far scivolare il metallo grazie al grasso.
Mentre le guardie fuori dalla stanza continuavano a martellare la porta con un ariete ad un ritmo costante, Faith sentiva che ad ogni tonfo i nervi erano un passo più vicini a saltarle. Ma si costrinse a lavorare, infilò la punta dello stiletto nella scalfittura e lo fece ruotare leggermente, con sua immensa gioia vide che il metallo lentamente si muoveva, appena ebbe aperto un varco sufficientemente largo per infilare la parte piatta dell’attizzatoio lo fece e con una torsione del polso decisa la testa della cerniera saltò, liberando il chiodo che fungeva da fermo.
“Si! Porco cazzo! SI!”
I tonfi sulla porta si susseguivano incessanti ed inesorabili, il legno cominciava a scricchiolare paurosamente e il chiavistello metallico aveva cominciato a deformarsi acquisendo una forma bombata.
Un’ultima scarica di adrenalina la fece saltare in piedi, infilò le dita nella fessura che era riuscita ad aprire smontando la cerniera e tirò con tutta la forza che aveva in corpo. La seconda cerniera, quella ancora intatta si deformò sufficientemente da permetterle di insinuare il braccio all’interno del vano del baule. Era quasi vuoto ma sul fondo capì che erano impilati dei documenti. Li sfilò uno alla volta dalla fessura, un rotolo di pergamena dopo l’altro nascondendoli poi sotto la veste a contatto con la sua pelle sudata. Infine estrasse un piccolo sacchettino di cuoio nero che tintinnò quando lo strattonò attraverso la fessura. Non aveva tempo di controllare cosa contenesse, lo lanciò senza troppe cerimonie lungo lo scivolo e poi spinse nuovamente il baule dentro il nascondiglio in cui l’aveva trovato, richiuse la porta dell’armadio con la chiave che era rimasta nella toppa e lanciò anche quella lungo lo scivolo. Fu solo allora che ebbe il coraggio di alzare lo sguardo sulla porta che continuava ad essere martoriata dalle guardie sull’altro lato. Si avvicinò quasi in trance e notò che ad ogni colpo di ariete dalla porta si alzava una nuvola di polvere e schegge e che si cominciava a vedere la luce che filtrava dalle sconnessioni del legno.
Una guardia sull’altro lato urlò “Andate a controllare all’esterno! Che non abbia un complice la cagna!”
Si riscattò in un istante e si precipitò alla finestra. Se le guardie fossero arrivate fuori prima di lei sarebbe stato tutto inutile. Cercò di montare sul davanzale, ma la stoffa rigida della gonna glielo impediva, con il punteruolo la lacerò e strattonò creando uno spacco che le lasciasse libertà di movimento e finalmente di accovacciò nell’apertura della finestra. Guardando in basso ebbe un moto di vertigine che la costrinse a reggersi, ma notò con la coda dell’occhio che delle guardie con gli elmi sormontati da pennacchi gialli e neri stavano uscendo di corsa dal portone del castello.
Poi guardò giù, sotto di se, oltre le mura. Due monache ed un lebbroso attendevano su un carro, mentre altre tre monache correvano in quella stessa direzione, cariche di bagagli.
Un nuovo tonfo ed uno schianto ligneo più forte degli altri rimbombarono nella stanza dietro di lei. Sedette sul davanzale, indecisa su come muoversi. Notò che una delle figure in nero dieci metri sotto la stava indicando e subito dopo tutte stavano alzando lo sguardo su di lei.
Un nuovo schianto. Voci concitate “Dai ragazzi, un altro paio di colpi e siamo dentro!!”
Aiutandosi nuovamente con il punteruolo strappò due strisce di stoffa dalla sua gonna e si fasciò le mani, poi si lanciò il mazzo di chiavi alle spalle e strinse le dita attorno alla stoffa dello scivolo. Incrociò le caviglie attorno alla corda e si lasciò cadere nel vuoto.

 

“Non avrà veramente intenzione di…”
“Pare di si”
“Dannazione!”
“È una maledetta pazza”
Videro la ragazza salire sul davanzale della finestra, armeggiare con il suo vestito e con della stoffa, poi stringere mani e gambe attorno allo scivolo e trasformarsi in un proiettile umano.
Giunse a terra alla massima velocità, in caduta libera accompagnata dal sibilo prodotto dalle sue mani contro la corda. Fu grazie all’adrenalina che le pompava ancora vigorosamente nelle vene che i suoi muscoli agirono in automatismo, facendole sciogliere il nodo delle caviglie, piegare le gambe al momento giusto ed ammortizzare la caduta, lo slancio dell’inerzia però la mandò a sbattere violentemente contro il lato del carro. La botta le spinse tutta l’aria fuori dai polmoni di prepotenza stappandole un gemito e lasciandola accasciata al suolo tramortita.
Allan scavalcò a piè pari il parapetto del carro ed in un secondo fu al suo fianco, la aiutò a tornare in piedi e con una rapida occhiata controllò che stesse bene, per quanto possibile. Prima ancora che lei riacquistasse le proprie facoltà mentali il giovane aveva già finito di infilarle il vestito da suora strappandolo dalle mani di Robin. La prese in braccio e la mise a sedere in cassetta, nello stesso posto che aveva occupato all’andata.
Djaq e Sir Roger si stavano sedendo accanto a lei mentre Will, Much e Robin stavano tirando con tutte le loro forze i due capi della corda per recuperare la carrucola.
“Foooorza! Uno, due, tre, ORA!” con un ultimo strattone congiunto sentirono la resistenza cedere e videro la puleggia catapultarsi verso di loro. Will fece appena in tempo a spintonare Allan, che stava risalendo sul pianale del carro, e la carrucola, con tutto il suo peso, gli mancò di pochi centimetri la faccia, graffiandogli la spalla e strappandogli un lamento.
Much arrotolò lo scivolo e la corda e li lanciò sul pianale, lo stesso venne fatto con la carrucola e poi entrambi vennero nascosti dalle lunghe sottane da monaca fra le loro gambe. Per un momento stettero tutti immobili. Nessuno parlò mentre Sir Roger dava un leggero colpo alle briglie ed il cavallo cominciava a tirare.
Sir Roger dovette spronarlo almeno altre tre volte prima che riuscisse a mettersi in marcia, il peso del suo traino moltiplicato dal carico d’oro.

 

Nessuno fiatò finché non furono nel fitto della foresta.
Era una situazione surreale, se ne andavano in giro con il pianale del carro strapieno di tutto l’oro per il tradimento di Re Riccardo e nessuno li seguiva.
Non erano costretti a fuggire o a nascondersi, e chiunque incrociasse la loro strada li salutava con deferenza.
Si erano immessi nella strada principale con lentezza, le guardie al cancello li avevano appena degnati di uno sguardo, annuendo contente che quel dannato lebbroso si stesse finalmente allontanando, troppo impegnate a sbirciare alle loro spalle cercando di capire perché fosse stato suonato l’allarme.
Seguirono la via principale che portava verso la foresta per almeno un paio di chilometri poi, alla svolta della strada, quando questa cominciava a costeggiare il limitare nord della foresta, Robin si scambiò di posto con Sir Roger e guidò il cavallo attraverso un passaggio fra gli alberi abbastanza ampio da permettere l’attraversamento del carro.
Quando si furono finalmente inoltrati nella foresta tanto da poter contare sulla sua protezione, la gioia divenne incontenibile. Tutti ridevano, producevano urletti di incitamento e si affibbiavano poderose pacche sulle spalle.
Robin, seduto accanto a Faith le diede un paio di colpetti sul ginocchio e si complimentò con lei “Bravissima, davvero bravissima”
Faith si rese conto di essere arrossita mentre si schermiva “Non è stato… non è stato nulla di eclatante”
“Ma vuoi scherzare? La tua uscita è stata a dir poco SPETTACOLARE” rincarò la dose Much poggiandole una mano sulla schiena e sporgendosi verso di lei.
“Forse un tantino azzardata” ammise Djaq
“Ma di certo ad effetto” concluse Will
Non le era mai piaciuto stare al centro dell’attenzione, ma ricevere tutti quei complimenti era di certo gratificante. Anche Sir Roger le stava sorridendo in approvazione. L’unico che non aveva detto nulla era Allan. Si voltò verso di lui un sorriso orgoglioso stampato sul volto, ed incontrò un paio di occhi sbarrati su di un volto coperto. Il suo sguardo fu poi attirato dalla macchia rossa che si stava allargando sulle bende bianche che coprivano la spalla del giovane.
“Sei ferito?”
“Anche tu” rispose lui, indicando con un cenno le mani della ragazza che abbassò lo sguardo sui propri palmi.
Nella concitazione del momento non se ne era quasi resa conto. Scivolando lungo la corda la stoffa che aveva messo a protezione delle mani si era subito spostata lasciando la pelle a contatto diretto con lo scivolo, ed ora i palmi delle sue mani erano ridotti entrambi in carne viva pulsante e sanguinante. Fu come se guardandosi le mani avesse spezzato un incantesimo e cominciò a sentire il dolore crescere e farsi bruciante.
“Merda, ci metterà una vita a guarire, hhhhhsss”
“Fai vedere Allan” disse Much all’amico protendendosi per controllargli la ferità.
Allan lo allontanò con una manata infastidita “È solo un graffio.”
In quell’istante raggiunsero una piccola radura e Robin fermò il carro. Tutti scesero e cominciarono a spogliarsi dei loro travestimenti.
“Ah Robin, quasi dimenticavo… Insieme al tesoro, all’interno di un baule, abbiamo trovato questi” Faith cominciò a rovistarsi nella scollatura del vestito generando degli sguardi perplessi in Much e Sir Roger ed un sorriso divertito in Robin che si vide mettere fra le mani dei documenti sigillati.
“Questo è il sigillo del principe Giovanni… Faith, questi documenti potrebbero valere tutto l’oro dell’Inghilterra!” le si avvicinò e la abbracciò con entusiasmo. “Sei stata fantastica!”
“Oh solo ordinaria amministrazione! Io rubo documenti a giorni alterni. Fine settimana esclusi” gli sorrise di rimando.
Dio! Le sarebbe anche potuto piacere far parte della gang in via definitiva. Nel caso non fosse più riuscita a fare ritorno a casa.
Allan stava in disparte dal gruppo che continuava a gioire e scherzare e ridere. Una volta smessi gli abiti da monaca Faith gli si avvicinò con circospezione. Non era da lui quella faccia lunga.
“St-stai bene?”
“Mai stato meglio.” La liquidò e mentre lo diceva lanciò una stana occhiata in direzione di Robin.
Si erano tutti cambiati e stavano attendendo che lui si togliesse le ultime bende di dosso. Nell’esatto istante in cui tolse l’ultimo strato strappandolo con veemenza dallo stivale in cui era infilato, partì a passo di carica verso il gruppo.
La gang non fece neppure in tempo a rendersi conto di cosa stava succedendo.
Il primo pugno lo colpì alla tempia destra tramortendolo, e il gancio destro lo prese in piena faccia rompendogli il naso con uno schiocco secco. In un attimo il volto gli si inondò di sangue che andò subito ad inzuppare la camicia verde.
La reazione della gang fu immediata, immobilizzarono Allan e lo trascinarono lontano da Robin che inginocchiato a terra si toccava il setto nasale lamentandosi. Allan non fece resistenza mentre lo bloccavano piegandogli le braccia dietro la schiena.
“Lasciatelo andare” ordinò con voce nasale Robin
“Cosa?”
“Ma! Padrone!”
“Lasciatelo ho detto!”
Allan venne liberato e si avvicinò a Robin, era calmo ora.
“Avevi promesso”
“Lo so”
“Avevi promesso”
“Lo so!”
“Non per fare il pignolo, ma detto da chi ci ha tradito…” cominciò Much. Allan si voltò furibondo verso di lui
“Quindi, visto che ho tradito, nessuna promessa, nessun giuramento fatto a me avrà più alcun valore? Mai più? È così? EH? Se potessi cambiare il passato lo farei, ogni giorno! E VOI LO SAPETE!” la gang lo fissava ammutolita, mentre lo sguardo di Allan tornava a agganciare quello di Robin.
“Avevi promesso” ripeté
“Non succederà mai più. Lo giuro” Robin fissò Allan negli occhi e gli sorrise “Me lo son proprio meritato, eh?”
“Puoi dirlo forte”
“Non ricordavo avessi un destro del genere”
“Non ricordavo avessi riflessi così lenti”
“È stato un colpo a tradimento” sorrisero entrambi della battuta di Robin, Allan allungò una mano verso il fuorilegge e lo aiutò a rialzarsi.
“Non per fare il guastafeste Djaq, ma dovresti davvero sistemargli quel naso… o Marian finirà per cavarmi un occhio con una forcina da capelli per averle rovinato l’innamorato!”
La tensione si sciolse velocemente com’era montata. E la gang ritrovò il buonumore e la gioia e l’eccitazione per la riuscita della loro missione più importante.

 

* * *

 

6 Marzo 1193
Giorno 9
Foresta di Sherwood
pomeriggio

Il tragitto era stato sereno ed allegro, si erano inoltrati nella foresta guidando il cavallo ed il suo traino a mano lungo sentieri conosciuti solo a loro, due uomini sempre nella retrovia a coprire le tracce lasciate dalle ruote del pesante carro sulla terra morbida e fangosa del sottobosco.
Una volta raggiunto il rifugio, la cavalcatura di Sir Roger era stata affrancata dal giogo e dalle briglie e lasciata libera di brucare a suo piacimento, il carro era stato nascosto in un anfratto della roccia che costituiva una delle pareti del nascondiglio e la vittoria era stata annaffiata con della spessa birra scura che i fuorilegge avevano soffiato allo sceriffo alcune settimane prima.
Ora tutti si godevano il meritato riposo.
“Pare proprio che voi stiate cercando di fare qualcosa di concreto per combattere i nemici del Re che si sono moltiplicati nelle sue terre” disse Sir Roger a Robin.
I due nobili, in piedi di fronte al tavolo posto al centro del rifugio studiavano i documenti che Faith era riuscita a sottrarre dal baule nella stanza di Guy di Gisborne.
“Non credevo che il tradimento di Giovanni fosse così profondo. Queste sono delle liste. Liste di nobili ancora fedeli al Re. Liste di persone che Giovanni vuole eliminate. Liste di morte. Ci sono anche il vostro nome Sir, ed il mio. Giovanni promette ai suoi fedelissimi le nostre terre, in cambio delle nostre teste.”
“Non avrà né la mia testa, né la mia terra.”
“Non per fare il guastafeste Milord, ma come pensate di impedirlo?” chiese Allan al ricco signore “Avete fatto comunella con la gang dell’uomo che ha lasciato la sua casa per vivere in una foresta…”
“Mio caro ragazzo…” cominciò Sir Roger, ma si interruppe improvvisamente.
Djaq dopo aver rimesso in sede il naso di Robin, ed aver ricoperto d’unguento e fasciato le mani di Faith stava ora ricucendo la ferita alla spalla di Allan e lui si era tolto la camicia per agevolare l’operazione. Mentre lo sguardo di Faith si era abbassato al suolo cercando di evitare di fissarlo, quello di Sir Roger si era focalizzato sulla schiena del giovane.
“Dove vi siete fatto quella cicatrice?” chieste incredulo.
“Quale esattamente?” domandò di rimando il ragazzo, la cui schiena mostrava effettivamente segni di diversa natura, grandezza ed età.
“Que-quel segno sotto la scapola. Quella specie di V.”
“Questa? Ah… non saprei… da che ho ricordo l’ho sempre avuta. La mia vecchia diceva che me l’ero fatta cadendo dalla culla”
“Ha tutta l’aria di una cicatrice da freccia barbata…”
“Di tutte le cose che sono state usate per cercare di farmi fuori, una freccia è proprio quello che mi manca” gli sorrise oltre la spalla Allan. Ma il nobile non pareva convinto. Conosceva quel tipo di ferita, ne aveva viste molte. E ne aveva inferte anche lui.
Seduta su uno degli sgabelli grezzi del rifugio Faith stava cominciando a riprendersi dalla sua recente e sconvolgente avventura. Much le aveva posato fra le mani una scodella ricolma di caldo stufato di lepre e Will le aveva allungato un boccale colmo di birra che però lei aveva rifiutato, chiedendogli in cambio un po’ d’acqua fresca. Le prime due cucchiaiate le erano parse una tortura, il suo stomaco era ancora serrato dalla recente agitazione e sembrava non voler accettare nulla più solido dell’acqua, ma a mano a mano che i pezzi caldi e saporiti dello stufato scendevano lungo l’esofago Faith si rese conto di avere una gran fame. Giunta alla fine delle sua porzione le sembrò di aver mangiato la cosa più deliziosa dell’universo.
Con la pancia piena, circondata da volti sorridenti e cullata da un’atmosfera rilassata, Faith concesse al suo corpo di eliminare finalmente l’adrenalina che le provocava ancora un leggero tremore nelle gambe.
Djaq le aveva già fasciato le lacerazioni alle mani, ma il fastidio al piede, che aveva cercato fino a quel momento di ignorare, stava cominciando a diventare più pungente. Sfilandosi lo stivale lacerato, trovò al suo interno una calza zuppa di sangue. Lo stomaco ebbe un piccolo sussulto: il sangue ed i tagli generalmente non le procuravano un grosso fastigio, ma aveva il presentimento che non le sarebbe piaciuto quello che avrebbe visto. Rimosse la stoffa grezza della calza molto lentamente. Il sangue si era raggrumato e incollato alla pelle e il lino si staccò dal piede con lo stesso rumore che avrebbe fatto un cerotto vecchio.
Nell’istante in cui sfilò definitivamente il calzino, l’unghia del pollicione decise di averne avuto abbastanza di lei e che si sarebbe trovata meglio in compagnia della calza.
“NO CAZZO! MERDA! Ma porco…” Tutti avevano alzato lo sguardo su di lei sconcertati, come non si capacitassero che parole del genere potessero uscire dalle labbra di una fanciulla “…porco” aveva finito per ripetere arrossendo mentre tutti la fissavano.
Con il vestito ancora umido del suo sudore, le mani unte e scorticate, il fianco e le braccia sbucciati in più punti e il piede ricoperto di sangue Faith non desiderò altro che tornare a casa sua, poter recitare una teoria infinita di parolacce abominevoli, farsi una doccia, medicarsi le ferite a dovere e stendersi sul divano davanti alla tv con una bottiglia di coca-cola in mano. Ma nel mezzo di una foresta in pieno medioevo non poteva sperare di trovare nessun divano, nessuna tv e soprattutto nessuna coca-cola. E a quanto pare neppure le maledettissime parolacce.
“Vi imploro ditemi che c’è anche una remota possibilità che io possa farmi un bagno!” piagnucolò senza rivolgersi a nessuno in particolare.
“Vuoi dire che nessuno di loro te l’ha detto?” le domandò Djaq
“Detto cosa?”
“Oh andiamo ragazzi! Da quanti giorni è qui?” questa volta la ragazza saracena si era rivolta alla gang, ma tutti guardavano in giro ostentando indifferenza “Vieni Faith, abbiamo a che fare con dei trogloditi, seguimi!”
Faith prese con se la sua sacca e quella di Nigel, le stesse che Djaq aveva recuperato durante la fuga dal castello, e se le mise in spalla. Se le veniva concesso il tempo per darsi una ripulita, si sarebbe presa anche quello per dare un’occhiata alle sue cose.
“Pensi di star via molto?” la canzonò Allan notando i due grossi bagagli
“No, ho solo pensato che visto che Robin ti strapperebbe gli attributi se tu toccassi il tesoro che abbiamo recuperato, potresti anche decidere di arricchirti a mie spese… fidarsi è bene, ma…” tutta la gang scoppiò a ridere, ad esclusione di Allan
“Ti ha inquadrato bene, eh amico!” Much gli diede una pacca sulla spalla appena ricucita facendolo muggire in protesta, ma Faith notò che tornare ad essere chiamato ‘amico’ aveva fatto piacere ad Allan.
Le due ragazze camminarono inoltrandosi nella foresta per circa quindici minuti, attraversarono un fitto boschetto di sempreverdi e proseguirono fino ad arrivare ad una parete rocciosa ricoperta di muschio color ruggine. Seguirono il suo profilo muovendosi a semicerchio ed infine si trovarono di fronte ad una parete di rampicanti. Djaq si tolse la stola azzurra che usava come cintura e la legò ad uno dei rami, allungò la mano e scostò come una tenda i lunghi rampicanti sottili coperti da fitto fogliame verde scuro. Dietro quella tenda viva si apriva uno stretto passaggio nella roccia. Vi si addentrarono, ed una volta giunte sull’altro lato Faith rimase a bocca aperta.
Un’ampia distesa di acqua da cui salivano larghe volute di vapore traslucido rimandava ai suoi occhi il riflesso del cielo azzurro intenso.
“Non ci posso credere” il volto di Faith si aprì in un sorriso “Non c’è traccia nella storia geologica di questo posto di una..”
“Cosa?”
“Ehm.. niente… volevo dire… è fantastico! Una sorgente calda! Qui a Sherwood!”
“Si, ma purtroppo si ritira di anno in anno”
“Oh.. capisco… questo spiega… certe cose.”
“I ragazzi sanno che quando lascio la mia stola fuori non devono venire qui”
“Ingegnoso! Immagino eviti situazioni spiacevoli”
“Si, qualcosa del genere. Ora mettiti a tuo agio, hai tutto il lago a disposizione. Non verrà nessuno a disturbarti. Se hai bisogno fai un fischio, sarò nei paraggi a raccogliere bacche”
“Grazie Djaq”
“Ma ti pare, un po’ di complicità femminile mi mancava”
“Immagino, dev’essere un incubo convivere con tutto quel testosterone”
“Con cosa?”
“Ehm volevo dire con un mucchio di testoni del genere”
“Non ne hai idea…”
L’acqua calda e limpida della sorgiva giaceva immobile, neppure un soffio di vento riusciva a penetrare in quella conca naturale ad incresparne la superficie. Al centro del piccolo lago uno spuntone di roccia dalla punta tronca si innalzava solitario verso il cielo, e Faith non poté far a meno di immaginare le popolazioni precristiane che avevano occupato quelle terre utilizzalo come altare per le offerte ad una divinità acquatica.
Sedette su di un grande masso piatto vicino all’acqua ed aprì le due sacche. Nella fretta di quella mattina vi aveva gettato tutto dentro alla rinfusa, ed ora voleva fare una seria cernita di cosa era riuscita a recuperare. Poggiò tutto in bell’ordine di fronte ai suoi piedi. Due bisacce, due camice bianche da uomo, una sottoveste da donna, tre paia di calze di lino, una borsa con una serie di monete che lei e Nigel erano riuscite a sgraffignare agli scavi, il suo laptop ed l’I-pod, il gigantesco manuale di Doc, il coltellino svizzero di Nigel, ed infine il sacchettino di stoffa contenente i traduttori simultanei. Si rese conto con orrore di che catastrofe sarebbe stata se non avessero recuperato quelle cose. Di quanto erano stati stupidi a portarsi dietro tutta quella tecnologia e soprattutto di non tenersela addosso ventiquattr’ore al giorno. Di quanto fossero stati superficiali nella scelta di partire così impreparati. Scrollò le spalle cercando di allontanare i suoi stessi pensieri e cominciò a spogliarsi. Slacciò i nastri le stringevano il vestito sotto le ascelle e sulla scollatura, fece scendere le spalline lungo le braccia e lasciò che l’abito che aveva irrimediabilmente rovinato scivolasse al suolo, poi sfilò anche la sottoveste leggera e rimase completamente nuda.
Immerse un piede nell’acqua tiepida e pregustò il piacere i farsi una nuotata e darsi una bella ripulita. Quando fu il turno del secondo piede però una stilettata di dolore dove fino a poco prima c’era stata la sua unghia la face trasalire. Acqua calda e carne viva non andavano d’accordo, non andavano per nulla d’accordo. Immaginò che sarebbe stato ancora peggio con le mani. Sfasciò le bende applicate da Djaq ed immerse velocemente anche quelle e, dopo un momento di vivo, intenso, pungente bruciore che le strappò più di un lamento, le sue terminazioni nervose parvero quietarsi, così lentamente, assaporando la sensazione di calore su ogni centimetro del corpo si immerse completamente.
Si lavò sfregandosi vigorosamente dalla radice dei capelli alla punta dei piedi, sentendosi finalmente pulita come non era stata dal momento in cui aveva lasciato il 2010. Si arrampicò sulla roccia al centro del lago sentendo la pelle d’oca increspare la sua epidermide al contatto con la fresca aria di marzo e si tuffò a testa in giù, nuovamente bell’abbraccio caldo dell’acqua termale. Nuotò, nuotò e ancora nuotò. A casa, nella Nottingham del futuro, lo faceva due volte alla settimana, e non aveva idea di quanto le fosse mancato.
Tornò al masso ai cui piedi aveva lasciato, in bell’ordine, tutti i suoi averi e recuperò l’I-pod.
Sedette con la schiena poggiata contro la roccia, indossò gli auricolari, selezionò la funzione shuffle, mise il volume al massimo e schiacciò Play. Pochi istanti e Freddy Mercury le avrebbe fatto compagnia.
“MA PORCATROIA! CHE TU SIA STRAMALEDETTO NIGEL! Mi hai fatto fuori il volume dell’I-Pod!!!! MERDA!!”
Il volume era al massimo e lei sentiva a meno della metà delle potenza abituale. Fece un respiro profondo e si impose di rilassarsi.
“No ok, calma, calma. Zen.”
Infondo era un volume più che sufficiente nel totale silenzio che la circondava. Chiuse gli occhi e si lasciò trasportare dalla musica.

 

Era accovacciata di fronte ad un cespuglio di rovi quando aveva sentito le prime urla.
Si trattava certamente una voce di donna, e l’unica nei paraggi era Faith.
Abbandonò tutto quello che aveva raccolto al suolo e si mise a correre in direzione del lago, precipitandosi in aiuto della ragazza.
Man mano che si avvicinava i suoni diventavano più forti e tuttavia non meglio distinguibili, tutto quello che riusciva a capire era che c’era qualcun altro nella foresta. Sentiva strani rumori, e voci maschili ed urla e suoni metallici. Decise di non entrare nella conca dal passaggio fra le rocce, ma di arrampicarsi e giungervi dall’altro, per avere una visione immediata di quello che stava succedendo. Muovendosi silenziosamente, scalando la roccia, usando come appigli radici e spuntoni giunse alla cima e lentamente si sporse oltre l’orlo e sbirciò attraverso l’erba alta che cresceva sul limitare della scarpata. E li vide Faith, immersa nell’acqua, la testa poggiata su una roccia, completamente rilassata, che annuiva e schioccava le dita, o batteva le mani sull’acqua, circondata da quelle voci e da quei rumori inspiegabili.
“Ohhh.. si… Signor May potrei quasi arrivare ad un orgasmo da assolo di chitarra per quanto mi sei mancato!”
Djaq si guardò attorno per capire con chi stesse parlando Faith e quale fosse la fonte di quei rumori, se non ci fosse qualcuno di nascosto alla sua vista, da qualche parte fra le rocce e la vegetazione, ma nulla. Si decise a scendere verso il lago, incuriosita da quella incomprensibile situazione.
Aveva sceso la scarpata e aggirato il perimetro del lago tenendosi radente alla roccia, non riuscendo ancora a capacitarsi della presenza di quelle voci, quando fu alle spalle della giovane la chiamò mantenendo un tono di voce da cospirazione.
“Faith! Faith!” la ragazza non si voltò
“Faaaaith!” l’ultimo richiamo, a voce alta, attirò la sua attenzione e la fece girare di scatto.

 

Sentire il proprio nome quasi urlato alle sue spalle la fece fare quasi un colpo. Voltandosi si trovò occhi negli occhi con Djaq che la fissava incredula.
Si rese conto in un nanosecondo che non avrebbe dovuto farsi trovare con le cuffiette nelle orecchie. Se le strappò velocemente di dosso tirandole direttamente dal filo, e con immensa costernazione si rese conto che la musica non se n’era andata insieme agli auricolari. Seguì il percorso del filo fino all’I-Pod e con orrore si accorse che la presa delle cuffiette non era mai stata infilata nel modo corretto e che tutto quel tempo la musica era stata riprodotta al massimo volume dall’altoparlante del dispositivo. Con un balzo lo raggiunse ed infilò il jack nella presa silenziando la musica. Ma era troppo tardi. Djaq la osservava con occhi sbarrati pieni di meraviglia e curiosità.
“In che modo?” le chiese semplicemente
Faith ringraziò mentalmente la sua buona stella per aver fatto in modo che lei commettesse quel madornale errore di fronte a Djaq e non a qualsiasi altro dei ragazzi della gang.
Djaq aveva una mente aperta e pratica, era la cosa più simile ad un dottore al campo, si intendeva di medicamenti e di pozioni. Faith ricordava inoltre di aver visto all’interno di una nicchia del giaciglio della ragazza dei libri, il che le aveva fatto supporre che era certamente in grado di leggere, e probabilmente era appassionata di scienza, visto che tutti i volumi che possedeva erano trattati scientifici. Poi ricordò come l’aveva osservata ed ascoltata mentre parlava con Will quella mattina. Forse quando le aveva detto che non era per pura gelosia era vero. ‘In che modo?’ le aveva chiesto Djaq, ‘In che modo spiegarle tutto questo?’ si chiese Faith.
“È complicato… molto complicato”
“Abbiamo tempo. Spiegami.” Disse la giovane araba con un luccichio di desiderio negli occhi
“Non so da dove cominciare”
“Comincia dal principio” consigliò con dolcezza Djaq “ma prima rivestiti”
Djaq attese pazientemente, seduta a qualche metro di distanza mentre Faith si asciugava, si rivestiva e si annodava una delle camice da uomo che aveva trovato nella sacca di Nigel sui capelli, in modo che ne assorbisse l’umidità. Quest’ultimo gesto strappò un sorriso alla sua spettatrice.
“Non ricordo da quanto non vedevo una donna con un turbante. A volte mi manca casa”
“Anche a me”
Faith si lanciò il suo mantello verde sulle spalle e si sedette di fronte a Djaq. Cercando le parole più adatte per cominciare. Ma sembrava non trovarle. Fece un respiro profondo e lasciò che fossero le parole stesse a trovare una strada fuori dalle sue labbra.
“Prima di tutto devi capire che ti parlerò di cose che le conoscenze di quest’epoca non possono immaginare neppure lontanamente” la ragazza annuì seria “in secondo luogo devi provare ad aprire la mente abbastanza da credere che gran parte di quello che ti racconterò è scienza, pura e semplice tecnologia, vera innovazione, ma che nel mio racconto ci sarà anche una parte che riguarda la magia.” Djaq annuì di nuovo. “Ed infine, beh dovrai provare a non credermi pazza.”
“Non credo che tu sia pazza. Credo che tu conosca cose che noi ignoriamo. Lo credevo già prima di questo” disse indicando l’I-pod.
“Cominciamo dall’inizio hai detto. D’accordo. Sei pronta?”
“Mai stata così pronta” e lo sembrava davvero, eccitata quanto Faith alla sua prima lezione di archeologia all’università.
“Sai il mio nome. Ma non sai da dove vengo. Il mio viaggio, mio e dei miei amici, è partito da Nottingham. La Nottingham dell’anno 2010” attese che la notizia penetrasse in Djaq e vide che lentamente raggiungeva nel segno quando i suoi occhi si spalancarono increduli.
Si aspettava che si mettesse a ridere, o si offendesse credendosi presa in giro, o che la trattasse come una mentecatta, ma Djaq non fece nessuna di queste cose.
“In che modo?” chiese di nuovo, la meraviglia nel suo tono.
Era il momento delle rivelazioni.
Le raccontò ogni cosa partendo dalla tecnologia del ventunesimo secolo che poteva metterle fra le mani. Le mostrò come funzionava l’I-pod ed accese il laptop per permetterle di studiarlo. Non era in grado di spiegarle come era composto, ma a grandi linee poteva mostrarle come funzionava e dirle di cosa era fatto. Le fece vedere se stessa un anno prima, o 816 anni dopo, a seconda dei punti di vista. Era un album di foto scattate durante la sua ultima vacanza al mare con degli amici e colleghi. Sembrava piacerle particolarmente l’idea di emancipazione della donna, dopo averla vista mezza nuda su una spiaggia, abbracciata ad un uomo nudo almeno quanto lei qualche spiegazione era risultata obbligatoria. Le parlò del suo tempo, delle straordinarie invenzioni che ormai erano di utilizzo comune e Djaq beveva le parole dalla sua bocca come un assetato da una fonte nel deserto.
“Perché? Perché siete qui allora?” pareva non capacitarsi della loro scelta di tornare ad un mondo tanto arretrato. Ora veniva il meglio della spiegazione. La loro missione.
“Vedi… Io, per vivere, di lavoro intendo, faccio l’archeologa. In poche parole significa che studio le testimonianze che hanno lasciato di se le generazioni precedenti alla mia nella storia”
“Si, capisco, conosco un po’ di greco”
“Bene. Allora, direi che tutto è cominciato con uno scavo che stavo portando avanti in questa zona. Una mattina ho fatto la scoperta che era valsa un anno di lavoro. Stavamo cercando le prove che Robin Hood non fosse solo una leggenda… e beh le ho trovate.”
“Quindi, se ho ben capito, hai trovato a distanza di 800 anni da noi, qualcosa di nostro?”
“Si, cioè no. Non esattamente, non qualcosa di vostra proprietà, ecco.”
“Cosa allora?”
“Una… tomba.”
“Di chi?” era la prima volta che Faith si fermava per un secondo a rifletterci. Quella tomba poteva significare solo una cosa. La datazione al carbonio 14 poteva significare solo una cosa. Che l’uomo che aveva conosciuto, a cui si era affezionata, in qualche mese sarebbe stato nient’altro che polvere. Nella sua mente lo vide, lo sguardo acceso, l’espressione divertita, le mani sui fianchi, del tutto a suo agio con il proprio corpo. Sarebbe morto con il sorriso sul volto?
“Allan” rispose abbassando lo sguardo.
“Huh…”
“Già”
“Beh tutti dobbiamo morire, prima o poi… e se conosco Allan riuscirà a cavarsela meglio di tutti noi messi assieme” Faith si impose di sorridere. Non le poteva dire che quella tomba sarebbe stata sigillata quello stesso anno. Non poteva dirle una cosa che riguardava così da vicino la sua vita futura. “Immagino che non siate venuti per questa tomba, comunque” aggiunse Djaq
“No. No. La prima cosa che ho fatto al momento della mia scoperta è stata chiamare Martine…”
Le raccontò dell’arrivo di Martine a casa sua della comparsa di Doc, della sua spettacolare invenzione per muoversi nel tempo e della sua richiesta di aiuto per salvare il mondo da Imhotep.
“Conosco la leggenda di Imhotep” disse d’un tratto Djaq, lasciando Faith senza parole “la sua storia viene raccontata come fiaba dell’orrore ai bambini del mio paese. Il nero stregone e la sua fine sono noti ai sudditi del Saladino”
“La sua fine non è ancora stata scritta, a quanto pare” la corresse Faith.
Finì di parlarle del giuramento di Imhotep, della Daga del Destino e del suo ritorno dal mondo dei morti. Le spiegò quale era la loro missione, del perché erano giunti in quel luogo ed in quel tempo e del perché avesse tanto bisogno di ritrovare la sua amica nel più breve tempo possibile.
Niente di quello che Faith disse parve scuotere minimamente Djaq, anzi sembrava risoluta ad aiutarla. Faith non avrebbe potuto sperare in un’alleata migliore.
“Dobbiamo parlare subito a Robin.” Concluse “Magari lasciando da parte la questione degli spostamenti nel tempo. E della magia di Imhotep. E del fatto che tu conosci il nostro futuro. Non reagirebbe al suo meglio.”
“E cosa dovrei dirgli allora?”
“Lascia fare a me” le disse con un ghigno “ma ora c’è un’altra persona con cui devi parlare”
“Cioè?”
“Allan.”
“Allan? Non posso dirgli nulla che riguardi il suo futuro. Nessuno deve conoscere il proprio destino in anticipo.”
“No, no. Non devi dirgli nulla riguardo il suo futuro. Ma devi dirgli chi sei. E perché fra pochi giorni sparirai nel nulla e non ti vedrà mai più”
“Grandioso”
“Ascolta io vado a parlare con la gang, farò in modo che si preparino a partire domani. Tu aspetta qui. Ti mando Allan”
“L-lo mandi qui?”
“Certo. Non credo sia il caso di rischiare che Much senta storie di stregoni e viaggi nel tempo… si impressionerebbe e.. beh…”
“Comincerebbe a credere che sono una strega?” Djaq le rispose con una scrollata di spalle affermativa e poi fuggì oltre l’arco di pietra. Faith si tolse il turbante che aveva ancora annodato in testa in modo che i capelli sciolti finissero di asciugarsi all’aria.
“Ah Faith, un’ultima cosa!” il ritorno inaspettato di Djaq la fece trasalire
“Dimmi”
“Cos’è un orgasmo?” Faith sentì il viso andarle in fiamme
“COSA? Perché???”
“Prima parlavi di un certo Signor May e di questo orgasmo
“No.. ehm a dire il vero era.. Bryan May è un musicista. Molto famoso. Lo stavo ascoltando mentre suonava il suo strumento quando ho detto quella cosa”
“Mi piacerebbe potermi portare la musica nel taschino! Allora.. cos’è?”
“Ehmmm… S-Sei mai stata con un uomo?” chiese allora Faith cercando di prenderla il più alla larga possibile
“Ma se ci vivo! Tutti i giorni della mia vita!”
“No, intendevo stata-stata… cioè.. a letto…”
“Oh” fu il turno di Djaq di arrossire, questa era una cosa che Faith non si sarebbe aspettata di vedere “No” ammise la giovane saracena “Quindi tu sei stata a letto con quel musicista? E non ti ha sposata?”
“NO, no, no! Non facciamo confusione! Era solo un modo di dire, io Bryan May non l’ho mai neppure visto di persona. E comunque da dove vengo io non ci si deve per forza sposare se si va a letto con qualcuno”
“E perché no?”
“Perché da questo punto di vista si è liberi di fare quello che si vuole con chi si vuole”
“Ma perché dovresti volerlo fare con qualcuno che poi non sposerai?” Faith immaginò per un attimo di dirle del sesso che aveva fatto con Allan e di come a lui non fosse passato nemmeno per la testa di chiederle di sposarla, ma si trattenne.
“Perché è bello”
“Tu non sei sposata quindi”
“No.”
“Ma sei stata con un uomo”
“Si.”
“Allora? Me lo spieghi?”
“D’accordo! Ma immagino che non lo capirai finché…”
“Certo, certo. Sono solo curiosa”
“Quando ti capiterà allora… se lui sarà abbastanza altruista, o abbastanza bravo, o tu abbastanza innamorata, beh a dire il vero ci sono un sacco di variabili… beh proverai una sensazione fisica così forte da farti perdere totalmente il controllo del tuo corpo. E della mente, a volte.”
“Oh ma sembra spaventoso!” commentò poco accattivata Djaq
“Non preoccuparti, cambierai idea!” le urlò dietro Faith visto che lei era già sgusciata via in direzione del rifugio. Quella era ufficialmente stata la conversazione più surreale del 1193. avrebbero dovuto inserirla come postilla nelle cronache britanniche.

 

“Ragazzi dobbiamo assolutamente parlare!” Djaq si era fiondata nel rifugio ad una velocità tale che i fuorilegge quasi non si erano resi conto del suo arrivo “Faith mi ha raccontato il motivo per cui lei ed i suoi amici sono qui! Dobbiamo aiutarli assolutamente! Conosco il loro nemico.”
“E Faith dov’è?” le chiese Allan vedendo che la ragazza non c’era.
“Ti aspetta al lago, ti deve parlare”
Quest’ultima affermazione fu accolta da un coretto di ululati e fischi dei ragazzi
“Molto divertente, moooolto divertente ragazzi”
“Finalmente una donna che ti cerca Allan! E ti lamenti?” era Much che stava dando di gomito a Robin.
“Vi dico solo che l’ultima volta che una donna mi ha mandato a chiamare avevo 6 anni, era la madre superiora mi ha preso a vergate talmente forte che non mi sono seduto per una settimana”
Scoppiarono tutti a ridere, tranne Sir Roger, che da quando erano tornati al rifugio sembrava stranamente pensieroso.
Allan si avventurò all’esterno e quando fu abbastanza lontano da non poter udire le loro parole Robin si rivolse a Djaq
“Sai cosa gli deve dire?”
“Qualcosa di molto simile ad un addio. Non appena finito il suo compito qui, non la rivedremo mai più”
Avevano tutti smesso di ridere
“Capisco. Ora dicci quel che dobbiamo fare per aiutarla”

 

“Non per fare il guastafeste, ma il fatto che tu stia diventando l’eroina della gang solo perché ti concedo di prendermi in giro, non è molto equo” Faith poteva solo sentire la sua voce oltre la barriera dei rampicanti, ma immaginò che stesse ridendo sotto i baffi.
“Mi concedi? Mi concedi di prenderti in giro? Allora devi incolpare solo te stesso per tutti gli spunti comici che fornisci” Faith sedeva ancora sulla stessa roccia piatta aggettante sull’acqua, i piedi nudi immersi nella tiepida calma del lago. I capelli umidi come una cascata fulva sulla schiena. Lo guardò mentre si avvicinava con la sua caratteristica andatura dondolante.
Si era cambiato d’abito: indossava una camicia crema sulla quale aveva infilato giubba di cuoio marrone chiaro ed infine uno smanicato nero. Le tracce del sangue rappreso erano sparite dal suo collo e Faith immaginò che si dovesse essere lavato con la gelida acqua che era raccolta negli ampi secchi all’interno del rifugio.
“Allora di cosa dovevi parlarmi che non poteva esser detto di fronte agli altri?” le chiese guardandola maliziosamente mentre si sedeva al suo fianco.
“Sai Allan, quello che mi piace di te è che riesci ad essere un idiota con totale naturalezza” Faith non si aspettava che lui scoppiasse a ridere. Da dove veniva quella risata? L’aveva visto ghignare, fare battute idiote, sorridere e divertirsi anche, ma quella era la prima risata di cuore che gli vedeva fare. Le tolse quasi il fiato. Scacciò l’immagine della tomba che le si era formata davanti agli occhi.
“Che succede? Ho fatto qualcosa di male?” si preoccupò lui vedendola rattristarsi di colpo.
“No. No… Niente, pensavo che un po’ mi mancherà questo posto”
“Beh immagino che potresti tornarci. Fai un fischio e ti ci accompagno”
“Non è questo che intendevo” qualcosa nel tono di voce di Faith dovette fargli capire che lei stava parlando seriamente perché si voltò a guardarla, mentre lei teneva lo sguardo fisso al centro del lago
“Che intendevi?”
“Quanti anni hai Allan?” un’altra vera, calda risata
“Perché ridi ora?”
“Perché avevo intenzione di chiederti la stessa cosa uno di questi giorni, ma sembra che non riesca ad averla mai vinta con te”
“Sono doti di natura”
“Non lo metto in dubbio” era così bello vederlo ridere che per un momento pensò di evitare quella discussione. Ad un certo punto sarebbe sparita dalla sua vita. Puf! Addio. Tante care cose.
Poi lui le rispose “Credo… credo quasi trenta”
“Come credi? In che anno sei nato?”
“Beh è questo il punto, non lo so di preciso. Comunque intorno al ‘64 o ’65. Tu?” Ok. 1164.
“Io? Io… sono nata nel luglio del 1986”
“Quindi hai… Ehi! Bel tentativo! No, dai. Quando sei nata?”
“1986. Avevo 24 anni quando ho lasciato casa una settimana fa. Siamo partiti dal 2010.”
Si mise a ridere ma lentamente quella risata gli morì in gola, notando come Faith rimanesse seria, continuando ed evitare di incrociare il suo sguardo.
“Non capisco” ammise semplicemente lui.
“Questa storia sta diventando davvero un gran casino, vorrei dirti che c’è un modo semplice di metterla. Ma non è così. Non esiste un modo semplice. Penso che tu possa solo scegliere se credere a quello che ti dico o no” fu solo in quel momento che si decise a guardarlo. Ora era lui che fissava il centro del lago. Ma si voltò e piantò i suoi occhi azzurri in quelli quasi neri di Faith.
“Tu mi hai detto che gli amici si dicono la verità. Se tu mi dici che mi stai raccontando la verità, io ti crederò. Anche se potrei non capire.”
Il cuore di Faith perse un battito. Perché? Perché doveva farla sentire in quel modo adesso? Perché riusciva dire delle cose così perfette ed essere un completo idiota un secondo dopo? Perché Faith aveva permesso che la influenzasse tanto sapendo che non l’avrebbe mai più rivisto? Lo conosceva da così poco eppure aveva cambiato tutto. Le sarebbe mancata incredibilmente la sua presenza. Il semplice averlo attorno. Le sarebbe mancato lui.
Raggiunse la mano del ragazzo che era poggiata sul ginocchio e la strinse. Vide che lui usava l’altra mano per contare, muoveva le dita aiutando il calcolo che stava facendo a mente. “Ottocentoventidue. Quindi avrei ottocentoventidue anni più di te. Me li porto benone non trovi?” sorrise.
“Alla grande direi”
“Allora… spiegami”
Si ritrovò a ripetere tutto quello che aveva detto a Djaq poco prima, riguardo a Doc, riguardo al viaggio nel tempo, e alla loro missione per distruggere la potentissima arma di Imhotep. Tralasciò la parte che aveva a che fare con il ritrovamento della sua tomba, e sorvolò sugli aspetti più tecnici della questione ed evitò anche di mettergli troppa confusione schiaffandogli in mano il suo I-Pod. Una volta giunta alla fine ebbe la netta sensazione che Allan non avesse capito metà di quello che lei gli aveva raccontato. Ma l’aveva ascoltata senza mai interromperla e quando infine lei chiuse le labbra, a secco di parole, lui la stupì con il suo commento.
“Non per fare il guastafeste, ma tutto questo non ha alcun senso. Potrebbe essere una balla inventata da me.”
“Magari”
“È bene che tu sappia che io sono il più grande inventa frottole della contea, e non me ne sono mai uscito con qualcosa di così ridicolo. È così ridicolo da avere senso per quello che riguarda te.”
Le stava dicendo che le credeva? Che sceglieva di crederle pur non capendo?
“Quella notte al castello hai detto che mi conoscevi da molto tempo. È questo che intendevi?”
“P-più o meno. Conoscevo tutti voi molto prima di incontrarvi”
“Quindi siamo ancora tutti famosi dopo ottocento anni?” la stava prendendo davvero bene questa cosa degli spostamenti temporali.
“Già, con ballate dedicate a voi, e libri e leggende” Allan sembrava gonfiarsi di orgoglio ad ogni nuovo dettaglio
“Mi pare il minimo. Ce ne sono molte che parlano della mia bellezza?”
“Mi spiace, ma no, nessuna. Dolente di ridimensionare il tuo smisurato ego”
“Ego? Smisurato? Non è una questione di ego. Ma di obiettività. Io sono obiettivamente il più bello della gang”
“Personalmente trovo Will molto più bello” mentì Faith
“Will? Oh andiamo! Ha la faccia da ragazzino!”
“Beh e anche Much non è male..”
“Much? Lo stesso Much che conosco io?”
“Robin poi..”
“Ah quindi adesso sarei il più brutto di tutti?”
“Nelle leggende di sicuro” il tentativo di Faith di rimanere seria fallì miseramente nel momento in cui lui si mostrò oltraggiato dalla sua affermazione.
“Tornando a noi, le leggende in cui compariamo…” pareva essere particolarmente contento di comparire in quelle benedette leggende “…comprendono anche questa daga del destino quindi?”
Ecco. Ecco il problema dei viaggi temporali. Dove finiva quello che era già scritto e cominciava quello che stavano modificando loro? Come poteva dare una risposta a questa domanda? A dire il vero non sapeva della Daga più di quello che le avevano detto a parole Doc e Marine.
“Per quanto ne so io: no…”
“Intendi dire che non ti abbiamo aiutato? Voglio dire che non ti aiuteremo? Insomma, hai capito, no?”
Questa era una bella domanda. Davvero davvero difficile. Punto per lei signor A Dale.
“Davvero Allan, non lo so. Nel momento in cui sono arrivata qui ho smesso di essere spettatrice della storia della Daga. Ora ne sono parte. Non so cosa succederà”
“Io dico che ti aiuteremo e che faremo un bel lavoro di squadra. Vedrai, Robin non potrà dirti di no dopo quello che hai fatto sta mattina. Troveremo Martine e manderemo all’altro mondo quell’Imocoso magico e voi recupererete il pezzo della Daga e compagnia cantante” era quasi commovente la naturalezza con cui Allan aveva scelto di credere ad ogni parola che lei gli aveva detto, senza chiedere alcuna prova “Ed una volta che l’avrete recuperata…” a quel punto non era sicuro di quello che sarebbe successo poi, visto che il racconto di Faith si era fermato li.
“Una volta che avremo recuperato il pezzo che è in quest’epoca, attenderemo l’arrivo di Doc e Nigel e ci sposteremo dove troveremo il prossimo” per quanto preoccupata non aveva ancora rinunciato all’idea che Doc e Nigel sarebbero apparsi al momento più opportuno ai fini della missione e che le avrebbero riportate a casa. L’altra opzione, che comprendeva il fallimento del loro incarico, rimanere incastrate nel medioevo e Imhotep che faceva esplodere il mondo non era da contemplarsi.
“Intendi che vi sposterete in un’altra epoca? Che sparirete da qui?”
“Esatto. L’idea è questa”
“Quindi fino a quando resterai?”
“Il minimo indispensabile, qualche altro giorno”
“Qualche altro giorno è poco tempo”
“Si”
“Credi di poter fare una cosa per me, quando sarai tornata a casa?”
“Cosa?”
“Spargeresti la voce che ero io il più bello della gang?”
“Idiota!” lo spintonò facendogli quasi perdere l’equilibrio e cadere in acqua.
In tutta risposta lui allungò le mani verso i suoi fianchi e cominciò a farle il solletico facendola dimenare come un’indemoniata.
Un fischio sonoro e penetrante li raggiunse mentre stavano ancora scherzando. Poi altri due fischi dal suono più basso e rotondo, infine un altro lungo fischio acuto. Allan si paralizzò.
“È Will. Dobbiamo tornare al campo. Ci sono novità” si alzò con la rapidità ed agilità che Faith avrebbe sempre voluto possedere e le tese la mano per aiutarla ad alzarsi. Si caricò in spalla entrambe le sue sacche e si diresse verso l’uscita della conca. Faith si prese un secondo per voltarsi e dare un ultimo sguardo al lago e poi sparì dietro al giovane oltre l’arco di roccia.
Durante il percorso per tornare al rifugio Faith continuò a fissare la schiena di Allan, incapace di capacitarsi che sarebbe morto a breve, e che lei non poteva far nulla per impedirlo.
Pensare al modo in cui lui riusciva sempre a farla ridere le mise una tristezza nel cuore che non riuscì a trattenere. Cominciò a piangere. Lo fece in silenzio, non vista, non udita.

 

 

Data di pubblicazione: 22 maggio 2015 / 27 maggio 2015
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

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