DAGGER: CAPITOLO 6.2

 

6 marzo 1193
Giorno 9
Sulla strada per York

“Sir Guy. La carrozza è pronta”
“Perfetto. Andiamo.”
Martine sussultò, mettendosi a sedere composta. Non aveva quasi chiuso occhio e l’alba era arrivata troppo in fretta per permetterle di riposarsi a dovere e recuperare le forze. Avvertiva ancora l’intontimento dovuto alla birra e la tazza di latte appena munto le stava sicuramente causando un principio di colite. Le facevano male le dita delle mani, per non parlare del dolore alle ginocchia. Per giunta si sentiva sporca e puzzolente, con i capelli ridotti ad un ammasso informe nascosto sotto il mantello. Ma non si era lamentata. Anzi, non aveva ancora aperto bocca dopo la dichiarazione d’amore fatta a Guy. Non che l’uomo fosse stato più loquace.
Erano stati svegliati dalla figlia della locandiera alle prime luci dell’alba. Ogni mattina la ragazza provvedeva al foraggio degli animali nella stalla ed era stata costretta a disturbare i due ospiti per recuperare il fieno. Guy era scattato in piedi, aveva indossato il mantello ormai asciutto ed era uscito. Martine ci aveva messo qualche minuto di più per riprendere le proprie facoltà, ma si era subito coperta con l’altro mantello e messa in piedi a fatica, mentre la figlia della locandiera non si faceva problemi a spalare fieno dal giaciglio dei due ospiti alle mangiatoie.
La sala principale era vuota tranne per la presenza della locandiera che passava la scopa tra le panche. “Mi è rimasto solo del latte appena munto” le aveva urlato dalla cucina, mentre Martine si sedeva lentamente sulla panca vicino al fuoco. Le ginocchia le facevano molto male, ma almeno non sanguinavano più.
“Come mai non c’è nessuno?” chiese, mentre la locandiera le poggiava davanti una tazza di latte fumante ed una fetta di pane bruciacchiato.
“Sono tutti alla fiera. I migliori affari si fanno la mattina presto e se non hai un buon cavallo ti devi mettere in marcia quando il sole dorme ancora. Inoltre ci sarà un’impiccagione quindi ci sarà più folla del solito. Farebbe piacere anche a me andare, ma poi chi la manderebbe avanti la locanda?”
“Un’impiccagione?” chiese Martine, mandando giù con foga il pane ancora caldo.
“Sì ma stavolta non sarà un bello spettacolo. Ieri notte il bottaio ha detto di aver sentito dalla cuoca del castello che l’ha saputo dallo scudiero di un conte che potrebbe trattarsi di uno degli uomini di Robin Hood! Povera anima… è così che ti riduci a fare del bene. Se non ci fossero uomini come Robin ormai saremmo tutti alla fame, ve lo dico io! Oh ma cosa sto dicendo…” e la locandiera fissò Martine. Sembrava terrorizzata. “Non glielo direte, vero? Vi prego, vi restituisco il vostro anello ma non ditelo a sir Guy!”.
“Dirgli cosa?” Martine non capiva.
“Sono una donna semplice, parlo spesso troppo e a vanvera. Non gli direte che vi ho parlato di Hood in questi termini, vero? Ecco, tenete: il vostro anello” e lo tirò fuori da una tasca nascosta nell’abito.
“Non posso accettarlo. E’ il pagamento per la notte e per il cibo che ci avete dato. Potete stare tranquilla: non dirò nulla” e le sorrise. La locandiera fece un inchino, ringraziandola ancora e promettendole altro cibo per il viaggio, prima di sparire in quella che doveva essere la cucina.
Martine sorseggiò l’ultimo goccio di latte.
Uno degli uomini di Robin Hood? Ma chi? E perchè stava a York? Ci hanno seguiti? Dannazione, devo assolutamente scoprirlo. E devo dirlo a Guy. Ma… posso fidarmi?

 

La carrozza procedeva lentamente. Le pesanti piogge avevano reso la strada un percorso ad ostacoli di fango misto a pozzanghere e le guardie temevano che le ruote ci finissero in mezzo. Quindi procedevano a passo d’uomo, accelerando solo quando la strada sembrava più compatta.
Martine sbirciava fuori, vedendo solamente alberi e verde. Ogni tanto superavano qualche persona che trascinava un carretto o una capra al guinzaglio. Tutti li salutavano al loro passaggio e la ragazza agitava la mano sorridendo.
“Forse sarebbe meglio se non ti facessi vedere.”
Martine si rimise a sedere composta, sbuffando per essere stata ripresa. Incrociò le braccia al petto e si girò verso il suo compagno di viaggio.
“Buongiorno eh. Poi dicono che sono io quella di pessimo umore la mattina.”
“Non sono di pessimo umore.”
Guy sembrava piuttosto rilassato, gli occhi chiusi e la testa appoggiata alla parete della carrozza. Tutto questo fece innervosire maggiormente Martine.
“Beh no certo. E sia mai che parli troppo, mi raccomando. Mi bastava un semplice buongiorno, oppure come stai e lascia che ti aiuti. Ti sei alzato e sei sparito! Ed io come una povera scema a guardare la ragazzotta spalare fieno! E non ti sei degnato di venirmi a chiamare ma hai mandato una delle tue guardie, una di quelle che stanotte mi ha umiliata di fronte a mezza locanda!”
“Abbassa la voce.” Il tono di Guy era calmo ma non abbastanza convincente da fermare la furia di Martine.
“Non abbasso la voce! Che mi senta pure, quello stupido zuccone” e diede una serie di pacche sulla carrozza. Pochi istanti dopo un elmo comparve dal finestrino accanto a Guy.
“Signore, dobbiamo fermarci?” chiese il giovane, urlando per farsi sentire sopra il rumore delle ruote sulla strada dissestata.
“No. Madame Wescott ha visto un ragno e l’ha schiacciato. Continuate fino a York.”
“Agli ordini” ubbidì la guardia, tornando al suo posto e sparendo alla vista.
Martine sbuffò nuovamente. Sentiva il bisogno di spaccare qualcosa, le prudevano le mani e avrebbe volentieri preso a pugni la guardia. Era stanca, sporca, ferita e in compagnia di un uomo insensibile. Mugugnò insulti tra sé e sé, continuando ad osservare fuori dal finestrino ma senza più salutare nessuno.

 

“Fortuna mi avevi promesso che avremmo parlato tutto il giorno. Ormai siamo a York e mi hai solo rimproverata.”
Avevano rallentato l’andatura quando mancavano poche miglia alle mura cittadine. La folla di gente che percorreva la via rendeva difficile il passaggio di qualsiasi mezzo, sebbene molti si scansassero rapidamente non appena scorgevano la livrea delle guardie sedute sull’alloggiamento rialzato della carrozza.
“Cosa faremo una volta dentro le mura? Non possiamo fare uno scambio, è un’idea stupida. Le guardie mi hanno vista, non ci cascherebbero mai! E non ci penso minimamente ad ucciderle, ma soprattutto te lo vieto categoricamente! Qua nessuno uccide nessuno! Siamo intesi? Beh, a meno che non ci sia in ballo la nostra stessa vita; allora potrei anche permetterti di uccidere qualcuno. Ma solo in quel caso!” Martine si mise la testa tra le mani, continuando a borbottare sconsolata. “Ad ogni modo che facciamo? Io non so nulla del tesoro degli ebrei. Ho letto qualcosa per un esame di Storia Antica e Medievale, ma erano tre moduli e non ricordo bene cosa sia successo. Dovevo portarmi qualche libro… maledizione…”
Una mano cominciò a massaggiarle la schiena, scivolando lentamente sul mantello. Martine alzò la testa di scatto e si girò sorpresa. Guy le stava sorridendo.
“Ti fidi di me?” le chiese, fissandola intensamente. La ragazza aveva ragione: erano in una brutta situazione. Lo sceriffo aveva dato degli ordini ben precisi e non avrebbe tollerato un suo ritorno a mani vuote. Non avevano un piano e le mura della città erano ormai a pochi passi. Eppure Guy si sentiva felice. Dentro di sé non aveva mai smesso di sorridere dopo le rivelazioni della notte appena trascorsa. Aveva osservato Martine dormire, aveva riso in silenzio del suo buffo modo di russare e le aveva sistemato il mantello per tenerla al caldo. Avrebbe voluto svegliarla con un bacio, stringerla tra le braccia e affondare il volto tra i suoi soffici capelli castani. La desiderava, desiderava possedere il suo corpo ora che lei gli aveva confessato il suo amore. Sarebbe stato diverso dalla prima volta, di questo ne era certo. Allora non aveva provato altro che soddisfazione fisica, come succedeva con le servette di Nottingham e Locksley. Forse avrebbe finalmente provato il calore di un sentimento condiviso. Era rimasto infastidito dall’arrivo della figlia della locandiera. Non voleva farsi trovare in atteggiamenti intimi con Martine quindi se n’era andato a preparare la carrozza per il viaggio. Era fondamentale che tutti continuassero a crederlo una persona dura e crudele. Guy di Gisborne, il braccio destro dello sceriffo, la mano insanguinata della legge. Quella stessa mano che ora accarezzava dolcemente la guancia di Martine. La ragazza lo fissava a bocca aperta, senza trovare le parole.
“Finalmente sono riuscito a zittirti” le sussurrò, avvicinandosi e sfiorandole appena le labbra in un bacio leggero. Si aspettava che lei lo picchiasse, come era solita fare, o che esplodesse in una serie infinita di insulti. Invece rimase immobile, gli occhi chiusi e le labbra che tremavano sperando in qualcosa di più. Non la fece attendere, chiudendole la bocca in baci sempre più appassionati. Sentì che Martine gli prendeva il volto tra le mani e lo premeva contro il proprio, cercando le sue labbra con avidità, affondandogli le dita tra i capelli.
La carrozza ebbe un sobbalzo e Martine smise di baciarlo, il fiato corto e le guance arrossate. Lo fissava, come se mille domande fossero in attesa di uscire dalle sue labbra ma nessuna era pronta a prendere forma. Guy non le diede il tempo di pensare e cercò nuovamente la sua bocca, questa volta con molta più irruenza. Le sciolse il laccio del mantello e rapidamente si mise a cercare il nodi dell’abito.
“No Guy… aspetta… no… non possiamo” protestò Martine, ma con poca forza, ormai sottomessa al piacere che la bocca dell’uomo le faceva provare. Si limitò a vani tentativi di allontanarlo, finendo con afferrargli saldamente le braccia mentre lui scendeva a baciarle il collo.
Le sfilò il vestito, lasciandola con la leggera sottoveste. Vide la pelle d’oca sulla pelle candida di Martine e sorrise. Serrò meglio che poteva i finestrini della carrozza, impedendo a chiunque di vedere all’interno e preservando quel poco di calore che impediva loro di congelare in quella fredda mattina di marzo. Nel frattempo la ragazza si era messa in piedi, spostandosi di fronte a lui per togliergli il mantello e sfilargli la leggera camiciola rubata a casa Trent. La vide sorridere e le chiese perchè.
“Ma guardaci. Siamo sporchi, stanchi, ammaccati e pieni di ferite… e la carrozza è ormai alle porte di York. Non abbiamo un piano e tu hai l’ordine di uccidermi se non ti consegno un tesoro che non so dove si trovi. E’… divertente” esclamò, tremando per il freddo. “Sicuramente non avrei mai immaginato che una tragedia simile mi facesse ridere. Forse dovremmo…”
Guy si mise in piedi e la strinse a sé, baciandola fino a lasciarla senza respiro.
“Tu… parli… troppo” le sussurrò, mentre le sfilava la sottoveste e continuava a tenere le labbra di lei in ostaggio. Martine non protestò, gemendo quando sentì le forti mani di lui stringerle i capezzoli inturgiditi dal freddo e dall’eccitazione. La vide arrossire e scese a toccarla in mezzo alle gambe, in quel piccolo angolo caldo e morbido. La ragazza cercò di sfuggire a quel tocco ma Guy la strinse a sé, ipnotizzato dagli occhi lucidi e socchiusi di Martine, dalle labbra rosse e morbide che tremavano ad ogni movimento delle sue dita.
Un altro scossone della carrozza, questa volta più violento. Il loro equilibrio precario venne meno e Guy cadde seduto sul sedile. Martine era riuscita a rimanere in piedi, aggrappandosi alle tende del finestrino. Risero entrambi per la situazione e per qualche istante rimasero a fissarsi. Arrivavano soffuse le voci della gente che molto probabilmente camminava accanto alla carrozza. Ormai andavano a passo d’uomo e non doveva mancare molto alla sosta per il controllo da parte delle guardie. Guy si rese conto che Martine stava pensando la stessa cosa perchè la vide cercare di coprire pudicamente le proprie nudità.
Le prese una mano e se la portò al volto. Tremava per il freddo e la paura, così le diede piccoli baci su ogni dito. La fissò intensamente, il proprio corpo che la desiderava più di ogni altra cosa. Comprendeva la riluttanza della ragazza e doveva ammettere che non era esattamente lo scenario romantico che aveva immaginato la notte scorsa. Ma non era sicuro ci sarebbero state altre occasioni e sperava che lei capisse quanto aveva bisogno di quel momento. Doveva scoprire se sarebbe stato diverso, se quello che diceva di provare per lei era vero o solamente l’ennesima bugia raccontata a sé stesso per proteggersi.
Martine si avvicinò, chinandosi per baciarlo. Fece scivolare le dita tra i capelli scuri di lui, per poi scendere lungo le spalle ed indugiare sul suo petto. Le piccole mani erano fredde e ruvide a causa dell’incidente della sera prima, ma ogni tocco lo faceva sussultare, mentre lei lo accarezzava ovunque, sempre più giù, verso la sua eccitazione ormai evidente. Gli sfilò i pantaloni, lasciandoli cadere sul pavimento. Guy sentiva il battito del proprio cuore aumentare ad ogni istante, mentre l’aiutava a sedersi sulle sue gambe. La desiderava con tutto sé stesso e quell’attesa era una tortura. Le strinse forte i fianchi, spingendola verso la propria erezione, ma lei fece resistenza.
“Dimmi che mi desideri” gli sussurrò nell’orecchio, mentre con le mani gli sfiorava il pene.
“Ti desidero” ansimò, chiudendo gli occhi, incapace di resistere oltre. “Ti prego. Ti voglio.”
Martine sorrise, sollevandosi sopra di lui e lasciandolo entrare. Entrambi gemettero e Guy la strinse ancora di più sui fianchi, mentre la ragazza cominciava a muoversi lentamente.
Era frustrante non avere il controllo. Poche volte aveva permesso ad altre donne di decidere come eccitarlo. Si trattava solamente di un bisogno e non aveva alcun motivo di dare soddisfazione se non a sé stesso. Quindi avrebbe voluto prendere Martine e sbatterla da dietro, soddisfare quella sua immensa voglia nel più breve tempo possibile. Eppure… eppure trovava ancora più eccitante vederla muoversi sopra di lui, poterle sfiorare il seno con le labbra ma soprattutto fissarla negli occhi, quegli occhi che sorridevano e godevano del piacere che entrambi stavano provando. Era una sensazione nuova che gli scaldava il sangue nelle vene e gli mandava brividi lungo la schiena.
I movimenti di lei si fecero più intensi e lui la seguì in questa danza, sorreggendola e stringendola a sé. La sentì gemere e tremare, gli occhi chiusi e le labbra che dicevano il suo nome, le mani che lo afferravano stretto. Non l’aveva mai vista così bella e le spostò i capelli dal viso. Lei gli prese la mano e si portò le dita in bocca, baciandole e succhiandole. Guy sentì un brivido scorrere lungo la mano, il braccio, lungo tutto il corpo fino a scendere in mezzo alle gambe, dove lei ancora si muoveva intorno alla sua erezione. Non riuscì più a resistere ed esplose dentro di lei, scosso da spasmi che lo fecero impazzire fino a farlo gemere di piacere. La stringeva ancora sui fianchi quando Martine si fermò, ansimando. Sentì le sue braccia avvolgerlo e accarezzarlo dolcemente. Si lasciò cullare dal movimento scomposto della carrozza, mentre ascoltava i battiti accelerati del cuore di lei. Si sentiva in pace con sé stesso e con il mondo. Desiderava che quell’abbraccio durasse per sempre, circondato dal calore della sua pelle morbida e liscia.
Era questo che immaginava di provare? Era questo il sentimento che aveva a lungo desiderato e bramato? No, era molto di più. E ne voleva ancora, ormai non poteva pensare di farne a meno.
“Guy…” sussurrò lei, spezzando il silenzio. Non aveva mai smesso di passargli le mani tra i capelli e adesso gli sorrideva timidamente.
Non voglio finisca. Non voglio finisca.
“Guy… dovremmo rivestirci.”
Non può finire. Io ne voglio ancora.
“Guy…”
Io ti voglio ancora. Io ne ho bisogno. Io ti… io ti…
“Ti amo.”
Le mani di Martine si fermarono, la sorpresa che si faceva largo sul suo volto. Balbettò qualcosa ma era troppo sconvolta da quella rivelazione. Esattamente come lui. Non avrebbe mai immaginato di dire una cosa simile, era uscita e basta. Si fissarono in imbarazzo senza dire nulla, come se entrambi aspettassero che l’altro facesse la prima mossa.
“Ti amo” ripetè Guy, la voce bassa e roca. “Non lo so.”
“Non lo sai?!” esclamò Martine, mettendosi a ridere. “Che cosa vuol dire che non lo sai? Non sai se mi ami o non sai perchè l’hai detto?”
“Tutte e due le cose. Non era previsto, non credevo lo avrei detto.”
“Beh è rassicurante. Quindi come ci regoliamo?” La ragazza lo fissava divertita, ma si vedeva che aveva gli occhi lucidi per l’emozione. Guy sorrise a sua volta.
“Mi toccherà sposarti.”

 

“COME SCUSA?!”
Improvvisamente la carrozza sembrò stringersi tutt’intorno a loro. Era certa che il cuore avesse mancato un battito e che a momenti sarebbe collassata sul pavimento. Non aveva salivazione e la capacità di proferir qualsiasi frase di senso compiuto era andata a farsi benedire.
Aveva appena fatto l’amore con Guy ed era stato meraviglioso. No, meglio: era stato spettacolare. Niente in confronto alla prima volta a castello. Quello era stato semplicemente sesso. Ottimo ed appagante, non poteva negarlo. Ma sempre e solo sesso, senza alcun vero coinvolgimento emotivo. L’esatto opposto di quello che aveva appena provato in quella carrozza.
Non avrebbe mai immaginato che, a distanza di poche ore dalla sua dichiarazione d’amore per Guy, i loro corpi si sarebbero uniti in un amplesso talmente intenso da farla ancora rabbrividire di piacere. Ed ora lui la fissava sorridendo, il suo bellissimo corpo nudo sotto e dentro di lei, dopo averle detto un confuso ti amo terminato con una sicura proposta di matrimonio.
“Ho bisogno di aria” esclamò, mettendosi in piedi a fatica e recuperando gli abiti dal pavimento.
Guy rimase seduto e si coprì le nudità col mantello, senza smettere di fissare la ragazza che, nervosamente, cercava di indossare la sottoveste.
“Martine…”
“No, adesso stai zitto. Hai parlato abbastanza.” Gli puntò il dito contro, tornando poi alla complicata vestizione. Le mani le tremavano mentre con le dita scorticate tentava di annodare i lacci. Guy si mise in piedi, avvicinandosi per aiutarla, ma Martine alzò nuovamente il dito.
“No, fermo. Ti prego, vestiti e poi parliamo. Non ragiono con te completamente nudo.”
L’uomo sorrise e ubbidì, sedendosi nuovamente e fissandola. Martine si smangiucchiava le unghie rotte, incapace di guardare Guy negli occhi. Fare l’amore in una carrozza era già alquanto imbarazzante, contando che potevano essere scoperti in qualsiasi momento. Ma gestire una proposta simile andava oltre le attuali capacità mentali di Martine. Cosa doveva rispondere? In realtà aveva già reagito in maniera piuttosto sconvolta e isterica. Eppure Guy non sembrava essersi offeso il che era molto, molto strano. Alzò lo sguardo e vide che la stava fissando, continuando a sorridere. Era così bello con i capelli spettinati, lo sguardo lucido e sexy, lo scollo della camicia che lasciava intravedere il collo e i pettorali ben definiti.
Smettila. Ormone, suvvia: a cuccia. Devo riflettere. Ha appena detto che mi ama e che vuole sposarmi. La cosa è degenerata terribilmente in fretta. Ma che dico… perchè degenerata? Perchè terribile? E’ una cosa bellissima! Mi ama! Oh dei del cielo, Guy mi ama!
Martine sentì un sorriso incontrollabile farsi largo sul suo volto, gli occhi che si riempivano di lacrime di gioia. Dovette coprirsi la bocca con le mani altrimenti avrebbe urlato cose senza senso. Guy si mise in piedi e la strinse a sé. Martine poteva sentire il cuore di lui battere forte e questo la fece piangere ancora più lacrime.
“Scemo” mugugnò, tirandogli dei pugni sul petto.
“Grazie. Posso intenderlo come un complimento?”
Martine annuì, ancora incapace di dire cose intelligenti. Tirò su con il naso e si asciugò il volto. Si sentiva un mostro e sicuramente in quel momento doveva essere la donna più brutta del mondo, con i capelli sparati per aria e la faccia rossa per il pianto. Si prese ancora qualche istante, cullata dall’abbraccio caldo di Guy.
“Davvero mi ami?” chiese, sentendosi improvvisamente una bambina di dieci anni tanto era l’imbarazzo.
“Non lo so, io penso di sì.”
“E mi vuoi sposare anche se non sai se mi ami? Sicuro di aver passato indenne l’amnesia?”
Guy sciolse l’abbraccio e si mise in ginocchio. Martine si sentì mancare il fiato mentre gli occhi verdi e profondi dell’uomo la fissavano. Le prese la mano.
“Ora come ora non ho null’altro da offrirti se non me stesso. Il denaro, la terra, la posizione… credo siano andati perduti non appena ho deciso di aiutarti. Ti sembrerà sciocco o irragionevole, eppure non mi appaiono più così importanti. Avevo tutto, tranne una donna al mio fianco che mi amasse. Ho provato… beh lo sai. E’ ancora difficile parlarne. Non credevo avrei amato un’altra donna, che avrei di nuovo offerto il mio cuore su un piatto d’argento. Lei era il mio tallone d’Achille. Ma poi sei arrivata tu. Strana, bizzarra, sbucata fuori dal nulla. Mi hai mentito, preso in giro. Mi hai salvato la vita e per questo non potrò mai ringraziarti abbastanza. Non so cosa ci riserva il futuro ma so che non posso permettere che mi abbandoni. Non posso. Quello che ho provato poco fa… è stato unico. Non riesco a pensare di perderlo. Di perdere te. Sento mille sentimenti combattere nel mio cuore. Mi hai chiesto se ti amo e ti ho risposto che non ne sono sicuro, ma se mi fa sentire così… felice…. allora non voglio smettere di amarti.”
Martine avrebbe voluto fare una battuta sull’improvvisa loquacità di Guy ma era troppo sopraffatta dall’emozione. Improvvisamente ogni cosa intorno a lei scomparve. La carrozza, York, Faith, la missione… c’era solo lui, in ginocchio, che le chiedeva di amarlo. Non aveva altre lacrime altrimenti avrebbe pianto ancora.
“Guy… tu sai cosa provo. Anch’io non sono sicura di quello che mi dice il cuore, ma se lo sento battere forte ogni volta che mi sei vicino allora vuol dire che… che non posso stare senza di te. Nemmeno io ho mai provato qualcosa di simile e ho paura. Perchè mi è stato vietato di interagire con il passato e presto dovrò tornare alla mia epoca. Perchè non sono parte del tuo mondo e non è giusto che io sia qui. Tutto questo mi distrugge, mi sta logorando lentamente. Non voglio lasciarti, non posso… io… ti amo… Guy, ti amo!”
“Allora non lasciarmi. Sposami. Ti aiuterò a trovare il pezzo della daga, farò quello che vuoi. Ma devi restare. Con me.”
Il tono era duro e straziante, e Martine dovette chiudere gli occhi e respirare profondamente.
“Doc non me lo perdonerà mai e Faith mi ucciderà appena lo scopre, ma… va bene.”
La carrozza aveva rallentato fino a fermarsi ed ora c’era realmente silenzio intorno a loro.
“Vuol dire che mi sposi?” le chiese, quasi in un sussurro.
“Sì” rispose Martine, sorridendo commossa. “Voglio sposarti, Guy di Gisborne.”
L’uomo si alzò in piedi e la prese tra le braccia, baciandola tra le risate e le lacrime. Non l’aveva mai visto così felice e lei non si era mai sentita così bene.

 

 

Data di pubblicazione: 17 maggio 2015
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

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