DAGGER: CAPITOLO 6.1

 

Foresta di Sherwood
5 Marzo 1193
Notte

Durante tutta la cena Robin era stato assorto nei suoi pensieri ed aveva continuato ad annuire silenziosamente, lo sguardo fisso nel fuoco, mentre i tre uomini e la ragazza che occupavano i posti accanto a lui attorno al tavolo parlavano del più e del meno.
Sir Roger, incalzato dalle domande dei suoi ospiti aveva cominciato a raccontare del suo ritorno e delle sue terre, ed era chiaro quanto amasse i suoi possedimenti dal tono accalorato con cui li descriveva. Non stava però raccontando loro di come li aveva visti pochi giorni prima, sotto un cielo grigio, il fango spesso sotto gli zoccoli del suo cavallo in un paesaggio incrostato di brina resa pesante ed opaca dalle impietose folate di tramontana. Non voleva ricordare il momento il cui uno sconosciuto, facendosi forza con venti guardie armate, l’aveva allontanato dalla sua stessa casa sotto minaccia di ripercussioni sui suoi braccianti. Descriveva le sue terre scaldate da un limpido sole d’agosto, quel sole che l’aveva visto allontanarsi sul suo purosangue fulvo e partire per la Terra Santa fra i saluti della sua gente e gli auguri di un presto e felice ritorno. I campi carichi di colture, tutti i colori di un suolo ricco e fertile, dall’oro del grano al nero di quella terra grassa rimestata ed arata, i boccioli in fiore, gli alberi con i rami affaticati dal peso della frutta matura, il verde acceso ed intenso del bosco ai piedi della collina ed il viola e bianco dell’erica sulla sua cima, visibile dal piano alto della sua casa di legno, pietra ed argilla intonacata di bianco.
“E le stalle dei cavalli ricoperte di edera rossa” disse con voce trasognata Allan, Sir Roger lo guardò stupito
“Esatto! Come lo sai?”
“Non lo so, dicevo così per dire.. ho sempre pensato che una stalla ricoperta di edera rossa sarebbe stata piuttosto bella da vedere”
“In effetti lo è davvero” gli sorrise Sir Roger
Ascoltare Sir Roger che descriveva così amorevolmente la sua casa, instillò in Faith una nostalgia che non provava da tanto tempo. Non del suo piccolo appartamento grigio a Nottingham, ma della casa dei suoi nonni materni, al limitare della laguna, con un ampio giardino verde, l’orto coltivato, gli alberi da frutta ed i fiori di campo. Senza quasi accorgersene si trovò a parlarne a voce alta. Parlò della casa dei suoi nonni, dell’acqua bassa e salata della laguna e della città che su quella laguna sorgeva, come per magia. Una città sull’acqua, che sembrava galleggiarci sopra, in cui ogni palazzo era pesante come la pietra e leggero come il merletto, in cui quasi ogni casa poteva rivaleggiare in splendore con le regge dei sovrani di tutta Europa, in cui gli abitanti non si spostavano a cavallo, ma su barche che avevano imparato a governare con un remo solo, in cui gli uomini riuscivano a percepire il respiro del mare ogni sei ore, dentro e fuori dalla laguna. Una città senza sovrano i cui abili navigatori solcavano i mari del mondo senza perdere mai la rotta.
Fu solo quando Sir Roger confermò di aver visto con i propri occhi, durante il viaggio per l’Oriente, quel sortilegio che era Venetia, che Allan e Much smisero di ridacchiare e sembrarono convincersi che Faith non stesse raccontando loro una favola per testare la loro dabbenaggine.
Con Venezia come punto di partenza, e seguendo il viaggio in nave di Sir Roger, il discorso si spostò in Terra Santa, così mentre Sir Roger era impegnato a raccontare a Much i movimenti della cavalleria durante una certa battaglia, Allan si voltò verso Faith e si rivolse direttamente a lei.
“Quindi… la tua famiglia possiede molte terre?”
“Non direi, non molte no… ai tempi del padre di mio nonno il terreno che possedeva era parecchio, ma ora abbiamo un piccolo appezzamento”
“Comunque sono terre vostre”
“Beh, si”
Faith vide gli occhi del giovane allargarsi di stupore poi tornò a voltarsi verso Sir Roger scuotendo la testa
“Mi vuoi dire che ti prende adesso?”
“No… Cioè si… volevo dire… sei… una nobile quindi?”
“In che senso?”
“Non per fare il guastafeste, ma da dove vengo io se possiedi della terra tua, sei nobile”
“Ah beh.. è più complicato di così…”
“Mi scusi Maid Faith, potrebbe prestarmi questo?” Sir Roger aveva preso il suo cucchiaio e dopo un suo cenno affermativo l’aveva posizionato vicino al proprio e con questi stava dimostrando a Much come le due ali della cavalleria si erano mosse aggirando una duna particolarmente ripida.
“Non ricordo quando ho smesso di chiamarti Maid…” le disse a quel punto Allan “è ridicolo considerato da quanto ci conosciamo, no?”
“Già ridicolo… Io credo che.. alla locanda di Dollie fossimo già passati al ‘tu’..” Allan vide le guance di Faith imporporarsi e poi la sua espressione farsi dura. Pensò che le avrebbe fatto bene parlare con un amico di quello che le era successo in quei giorni, insomma lei non era una fuorilegge, e in quella locanda.. era abbastanza sicuro che quello fosse il primo cadavere che Faith vedeva in vita sua. E poi tutta la questione con la sua amica. Forse avrebbe dovuto offrirsi come confidente, ora che avevano formalizzato la loro amicizia, ma non sapeva bene come fare, di solito la sua soluzione ad ogni problema era cercare di sdrammatizzare. Si chiese da quando era diventato così sentimentale.
“Ma preferisco ora che mi dai del tu… e che non te ne esci con cose del tipo “Perché mi siete entrata nel cuore, creatura bella e delicata” che non sono per nulla farina del tuo sacco… o sbaglio?”
“Non per fare il guastafeste, ma sono capace anche io di mettere due parole carine in fila, sai” Faith lo fissò scettica “Davvero!” Faith continuò a fissarlo senza mutare di una virgola la sua espressione, finché il giovane non ammise “Ok ok, ho sentito Guy mentre si esercitava nella sua stanza per parlare con Marian, e mi sono limitato a rubargli qualche parola…”
“Pfhhhhh!” Faith non riuscì a trattenersi e scoppiò in una fragorosa risata, una di quelle che tanto piacevano ad Allan e che attirò i sorrisi degli altri tre uomini seduti al tavolo. “Questa è meravigliosa… la dovrò proprio raccontare a Nim!” la risata le morì in gola, si sentiva a bordo a delle montagne russe emotive, e mentre le tornava alla mente la situazione in cui si trovavano lei e la sua migliore amica, intrappolate nel passato, a miglia e miglia di distanza e senza poter aver notizie l’una dell’altra non poté far a meno di sospirare.
“Ospitalieri dicevate?” incalzò Much, mentre Sir Roger riprendeva il suo racconto.
Faith ancora concentrata sull’idea di Martine persa chissà dove nella campagna inglese alla mercé di Guy di Gisborne si accorse all’ultimo momento che Allan le si era fatto più vicino di modo che nessuno sentisse quello che stava per dirle e con un sorriso sghembo le sussurrò
“Stavo pensando… sai.. la questione delle terre… quindi… ho… ho colto il fiore di una nobile e non lo sapevo?”
La sua capacità di sdrammatizzare stava per sperimentare uno dei suoi minimi storici.
Ci volle qualche secondo perché Faith elaborasse quello che il giovane le aveva appena sussurrato all’orecchio, arrossì di colpo ed i suoi occhi si strinsero a fessura mentre lo fissava e, del tutto senza preavviso, gli assestò una pedata sotto il tavolo, di modo che il tacco del suo stivale cozzasse contro lo stinco del giovane facendolo sobbalzare.
“Che succede?” chiese immediatamente Much
“Nulla… mi… mi si era intorpidito un piede” lo liquidò Allan con la voce arrochita dal dolore.
Faith notò che il calcio gli aveva spento il ghigno divertito sulla faccia, ma non negli occhi.
Bene, se si sentiva tanto in vena di fare il simpatico l’avrebbe ripagato con la sua stessa moneta, e che si sentisse pure in colpa! Si avvicinò a sua volta e gli sussurrò mesta all’orecchio
“Vuoi dire che se avessi saputo che era una nobile non l’avresti abbandonata dopo esserti approfittato di lei?” il luccichio negli occhi di Allan scomparve e tra di essi si formò una piccola ruga. Non ebbe tempo di risponderle.
“Tutti a letto signori… e signora… domani ci aspetta una giornata piena, e importante”
La luna era già alta nel cielo quando Robin, dopo aver annuito un paio di volte ai suoi stessi solitari pensieri, si era alzato da tavola, intimando agli altri di prepararsi per coricarsi. Con il pomo dell’elsa della sua daga aveva rotto il ghiaccio che si era formato all’interno del secchio che conteneva l’acqua per i piatti, e vi aveva immerso la sua scodella sporca. Poi senza dire una parola era uscito dal rifugio mentre gli altri lo seguivano con lo sguardo.
Much fu il primo a muoversi, mise nel lavatoio la propria scodella e quella di Sir Roger, sparpagliò le braci smorzando la fiamma viva del fuoco e spense due delle tre candele che avevano utilizzato, decidendo di mantenerne una accesa per quando il suo padrone fosse rientrato finalmente per dormire.
Di comune accordo era stato deciso che a Sir Roger sarebbe stato assegnato il giaciglio che un tempo era appartenuto a Djaq, quello che fino a poche ore prima era stato occupato da Claudia, e che per qualche strana ragione Will aveva deciso di rendere più caldo e confortevole rispetto a tutti gli altri. Il nobile si avvolse quindi nel proprio mantello e senza dare alcun segno di disagio per la sistemazione improvvisata si accomodò sul giaciglio, steso a pancia in su, con le mani intrecciate dietro la nuca. Già pochi secondi dopo aver poggiato la testa sul cuscino imbottito di paglia il suo respiro si fece più pesante e cominciò a dormire.
Fu il turno di Faith di alzarsi da tavola, raccolse il proprio piatto e quello di Allan e li ripose insieme a quelli che aveva raccolto Much nel secchio colmo di acqua gelida, e poi si diresse verso il giaciglio che aveva occupato in quei giorni al rifugio. Nel momento in cui sedette sul bordo di pietra della nicchia, si trovò seduta al fianco di Allan. Si guardarono negli occhi per una frazione di secondo prima che il giovane saltasse in piedi come una molla
“Uh… scusa… non volevo… non vorrei che pensassi…”
Faith dovette impegnare tutta la sua forza di volontà per non scoppiare a ridere a quella reazione inaspettata
“Quindi, adesso stai cercando di reintrufolarti nel letto di una nobile?” disse con tono serio
Allan colto alla sorpresa, incerto se Faith stesse scherzando con lui o accusandolo veramente di averla trattata in modo poco rispettoso sentì una vampata di calore salirgli al viso.
“Se non credessi che sia una cosa impossibile Allan, penserei che sei arrossito” rincarò la dose la ragazza.
Uno sbuffò dal giaciglio di Much disse ad Allan che il fuorilegge si stava divertendo nel vederlo in difficoltà.
“Beh non per fare il guastafeste…” Esordì Allan portandosi le mani ai fianchi.
“Allan.” La voce dura proveniente dall’esterno del rifugio lo zittì facendolo quasi trasalire “Due parole.”
Quando Allan raggiunse Robin all’esterno del rifugio un vento freddo dal nord gli sferzò il viso facendogli stringere gli occhi. Alzò il bavero della sua giubba e chiuse anche l’ultima fibbia per proteggere il collo dall’aria gelida.
“Domani entreremo al castello. Ho intenzione di rubare allo sceriffo fino all’ultimo penny del tesoro che ha raccolto grazie ai cavalieri neri. Voglio rubargli tutto. Tutto. Anche le mutande se mi riesce. Non mi interessa mettere le mani su un’altra piccola insignificante parte del bottino. Voglio tutto. Dobbiamo mettere un freno ai suoi progetti di tradimento più a lungo di quanto mai fatto. Mi devi dire tutto quello che sai.”
“Robin io non…”
“Non temere, non ti chiederò di tornare li se è questo che ti preoccupa, sarà Faith il nodo fondamentale del mio piano.”
“Come… COSA? Non intenderai davvero…”
“Certo. È la cosa più logica”
“Non per fare il guastafeste Robin, ma i tuoi piani non sono mai stati famosi per la logica e non vedo perché ora…”
“Non abbiamo tempo. Conoscono tutte le nostre facce. E noi dovremmo preoccuparci di non essere riconosciuti da ogni guardia, invece che di fare quello per cui siamo li”
“Andrò io. Ormai so come muovermi nel castello”
“Ogni singola anima nel castello ti conosce, finiresti appeso alle mura prima di dire ‘vi sono mancato?’. E poi ho un altro compito per te. No, sarà Faith ad entrare”
“Senza offesa davvero, Robin, ma sei stato fin troppo chiaro nel farmi capire che non mi vuoi più nella gang, ed io non ho intenzione di obbedire ai tuoi ordini. Non a questi. Non se metti Faith in prima fila.”
“Allora chiederemo a lei cosa ne pensa” concluse Robin muovendo un passo in direzione del rifugio. Allan gli artigliò il braccio e lo fece voltare verso di se, erano così vicini che la condensa dei loro respiri creava un’unica nuvola di vapore. Robin fissò prima la mano che gli stingeva il gomito e poi gli occhi azzurri del giovane che aveva di fronte.
“Forse non mi sono spiegato bene Robin. Faith deve restare al sicuro. Sono disposto ad aiutarti con questo furto, disposto a seguire i tuoi ordini anche se fosse l’ultima cosa che faccio con la gang prima di sparire, disposto anche a rischiare la mia stramaledetta pellaccia, ma Faith deve restare, per quanto possibile, al sicuro. Questa è la mia unica condizione.” Robin non aveva mai sentito Allan così preso da una qualsiasi cosa, fatta eccezione forse per il contenuto della sua borsa.
Anche nel buio di quella notte invernale Allan riuscì a percepire il bianco luccichio del sorriso di Robin. Mollò la presa sul suo braccio.
“Ti diverto?” Chiese Allan tornando ad incrociare le braccia sul petto, mentre il suo interlocutore fissava le fronde muoversi al vento sopra di loro.
“La verità è che gli avvenimenti di questi giorni mi hanno costretto, mio malgrado, a riflettere su parecchie cose Allan… È finita un’era.” Fece una lunga pausa “Il tempo dei piedi in due staffe è finito per sempre” a questo punto lo sguardo di Robin scese a cercare quello di Allan “Scegli da che parte stare, ora. In questo istante. Non avrai nessuna altra occasione in futuro. Mai. Ed è un’occasione che ti sto concedendo perché non ti ho mai visto comportarti come adesso. Non avevi mai contestato apertamente un mio ordine per il bene di qualcun altro. Non ti eri mai offerto volontario per proteggere qualcun altro. Non avevi mai agito con totale disinteresse come ora. Non so cosa ci sia in quella ragazza, ma c’è stato in te un cambiamento più profondo nei pochi giorni in cui hai avuto a che fare con Faith, che in tutto il tempo trascorso con noi”
“Robin, io…”
Robin gli tese la mano, quando finalmente dopo un paio di secondi di diffidenza Allan la strinse Robin riprese a parlare “Abbiamo un accordo. Faith sarà al sicuro, ma deludi me o deludi quella ragazza in qualsiasi modo, e la prossima volta non riuscirai ad andartene sulle tue gambe. Sono stato chiaro?”
Una folata di vento freddo li avvolse, costringendoli ad incassare la testa fra le spalle per ricercare il poco calore che potevano fornire le vesti. I pallidi raggi di luna che riuscirono a filtrare fra le rade foglie del querceto mostrarono a Robin il sorriso sghembo di Allan. Era di nuovo nella gang.
“Noi siamo Robin Hood” mormorò il giovane, per far sapere al suo leader che non aveva dimenticato.
“Ora, devi dirmi tutto quello che sai”
“Non per fare il guastafeste, ma non mi hanno messo a parte di nessuna informazione scottante, eh”
“Certo che no, ma pure con tutti i tuoi difetti, non si può dire che tu sia del tutto stupido o sprovveduto”
“Finirai per farmi arrossire con tutti questi complimenti”
“Parla”
“Solo una domanda prima”
“Se non puoi proprio farne a meno…”
“Avevi davvero intenzione di mettere Faith in prima linea, o era un esame per me?”
“Non lo saprai mai, ora parla”
“D’accordo. Come ti dicevo non so dove si trovi il tesoro dello sceriffo. Ma effettivamente mi sarei fatto un’idea… anche se potrebbe essere un’idea stupida… anzi è certamente un’idea stupida… A ben pensarci non credo che tu la voglia sentire…”
“Parla.”
Rientrarono nel rifugio qualche ora dopo. Qualcosa di strano era davvero successo fra loro, si disse Allan, perché era la prima volta che Robin ascoltava la sua opinione su un piano e chiedeva i suoi consigli. Era pur vero che non aveva mai avuto a disposizione qualcuno con così tante informazioni sul castello, neppure Marian era stata in grado di fornirgli un certo tipo di nozioni logistiche come invece stava facendo lui ora; ma in ogni caso, anche prima che tradisse, Robin non si era mai preso la briga di badare alle sue obiezioni come aveva fatto quella sera.
Mentre si trascinava verso il suo giaciglio pensando che forse finalmente era riuscito a fare ammenda e tornare nell’unico luogo che aveva mai sentito come casa, si sentì sereno, come non gli capitava da non ricordava quanto tempo.
Attraversò il rifugio silenziosamente per non svegliare nessuno, ed una volta giunto alla parete di fondo si rese conto che Faith gli aveva lasciato il suo vecchio giaciglio e che si era arrampicata su quello di Will, esattamente sopra il suo. Dormiva tutta raggomitolata, quasi acciambellata come un gatto, il polsi ripiegati e le mani allacciate sotto il mento. Gli scappò un sorriso. Sembrava più piccola. In realtà non aveva idea di quanti anni avesse. Pensava fosse più o meno sua coetanea, ma non ne era certo. Si vergognò pensando a quello che conosceva di lei e quello che invece ignorava.
Si stese sul suo giaciglio e si coprì con la ruvida coperta, poi immerse la faccia nel cuscino pronto ad addormentarsi finalmente in un luogo in cui non doveva costantemente guardarsi le spalle.
Il naso appoggiato sul cotone liso della federa, le narici gli si riempirono del profumo caldo dei capelli di Faith che aveva dormito in quel letto le notti precedenti. Inspirò profondamente con gli occhi chiusi e gli parve di aver la testa poggiata contro il suo collo. Lasciò la mente vagare e si ritrovò quasi inconsapevolmente a rivivere i momenti passati con Faith nella stanzetta buia del castello, il calore del suo corpo, il profumo che poteva inspirare in quello stesso momento, la sensazione della pelle di lei sotto le sue dita. Si trovò a fantasticare su cosa avrebbe potuto fare diversamente quella notte, o alla locanda, o nel fienile, se le sarebbe piaciuto che la toccasse più a lungo, o più lentamente, provò ad immaginare quali punti avrebbe dovuto baciare per farla sospirare, la immaginò mentre si spogliava per lui con le sue mani. Aprì gli occhi di scatto e si mise a sedere. Si strofinò il volto con le mani e si costrinse a respirare profondamente per calmare l’eccitazione e rallentare il battito cardiaco che ora galoppava. Erano fantasie che doveva riuscire a bandire dalla mente.
Continuando così si sarebbe fatto solo del male. Aveva fatto una scelta consapevole, che probabilmente l’aveva anche ferita, ma aveva giurato a se stesso che si sarebbe comportato con più distacco. Si era ripromesso che sarebbe stato solo un buon amico per lei ed aveva intenzione di mantenere ogni promessa fatta agli altri ed a se stesso, da quando Faith era entrata nella sua vita. Si stese sulla schiena, intrecciò le mani dietro alla nuca respirò profondamente e richiuse gli occhi, si impegnò a svuotare la mente. Fu la stanchezza, più che la volontà, ad avere la meglio e pochi minuti dopo anche lui dormiva.

 

 

Foresta di Sherwood
6 Marzo 1193
Alba

Fu svegliata di soprassalto, una mano piccola ma decisa la strattonò tanto violentemente da trascinarla di peso giù dal giaciglio, cadde da quasi un metro e mezzo di altezza atterrando sul coccige, le fece tanto male che una lacrima incontrollata le corse lungo il viso. Non ebbe il tempo di lamentarsi. La stessa mano la costrinse ad alzarsi e si ritrovò bloccata, il suo assalitore alle spalle e una lama puntata alla gola, il tutto si era svolto in non più di un paio di secondi e lei era stata colta così alla sprovvista che non era riuscita ad emettere neppure un lamento decente.
La luce chiara dell’alba che filtrava dalle pareti del rifugio le mostrò un ragazzo alto e magro, il capelli corvini e gli occhi azzurri che fronteggiava Allan con un’ascia a due mani. Non aveva idea di come Allan potesse essersi alzato, armato brandendo le due daghe che gli aveva visto allacciate alla cintura, e messo in guardia in così poco tempo.
I due giovani erano ora fermi con le armi in pugno e si studiavano. Lord Roger si era svegliato, probabilmente al rumore della sua cauta, ma non osava muoversi per paura che le venisse fatto del male. Much dormiva ancora, mente di Robin non c’era traccia.
Fu il suo assalitore a parlare per primo.
“Arrenditi e la lascio andare” disse una voce di donna, con un marcato accento arabo. Allan sciolse lentamente il corpo dalla sua posizione di combattimento, posò le spade a terra ed alzò le mani in segno di resa.
Sentì la donna alle sue spalle ridere “Uno penserebbe che dovresti essere in grado di riconoscere una bugia…”
“Djaq, per favore, non è come sembra” cercò di spiegare Allan
“Will legalo, anzi legali entrambi. E tu vecchio, non ti muovere se non vuoi che le apra un secondo sorriso lungo la gola” sentì rispondere alla donna che ora sapeva essere Djaq, l’unica mai entrata nella gang di Robin Hood “Te l’avevo detto che sarebbe bastato minacciare la donna… voi uomini siete così prevedibili” rise ancora, vedendo che Sir Roger porgeva le mani in direzione di Will pronto a farsi legare.
“Andiamo Will, lasciami spiegare, sono tornato, Robin mi ha ripreso nella gang… Djaq lasciala andare per favore”
“Di tutte le cose idiote a cui avrei potuto credere Allan, questa è l’ultima su cui avresti dovuto puntare” rispose il ragazzo, con una voce molto più profonda di quanto Faith avrebbe potuto immaginare.
“Ti sei trovato una ragazza, Allan?” gli chiese allora Djaq, la fredda della daga ancora appoggiata al collo di Faith
“Tu non sembravi interessata” scherzò con lei Allan, provocando un moto di fastidio in Faith ed uno sguardo di disapprovazione in Will
Fu solo allora che Faith si decise a parlare “Scusate se ci sono anche io eh! UH! Oh, per l’amor del cielo Much! Vuoi SVEGLIARTI??”
“COSA? CHE SUCCEDE? SONO PRONTO!” Much saltò giù dal letto la spada già sguainata in pugno, ma gli occhi ancora semichiusi, appena mise a fuoco la scena che aveva davanti abbassò l’arma “Djaq! Will! Siete tornati! Com’è andata a Scarborough? Come sta Luke? Tuo fratello se la cava?”
“Ehm! Ehm!” si schiarì la voce Faith per attirare l’attenzione
“OH!” esclamò Much vedendo finalmente la situazione nel suo insieme “Oh, lasciateli andare, sono con noi!”
Will e Djaq lanciarono uno sguardo incredulo ad Allan che rispose con una scrollata di spalle accompagnata da un’espressione che diceva chiaramente “che vi avevo detto?”
In pochi secondi i due uomini furono liberi dalla corda e Faith, una volta libera dalla lama, allungò la schiena e cominciò a massaggiarsi il fondoschiena.
“Che diavolo è successo nei pochi giorni che siamo stati via?” indagò Will
“È una lunga storia” Era Robin, che stava rientrando al rifugio. Salutò in nuovi arrivati, poggiò due lepri sul tavolo e appese l’arco ad un chiodo sopra la sua cuccetta.
“Ci sarà il tempo per tutte le spiegazioni, ma oggi ci attende una missione particolare al castello. Ma prima di tutto: Djaq, Will, vi presento Maid Faith Ainsworth e Sir Roger Lord di Blackrod, cavaliere crociato del re” una volta che le presentazioni furono fatte, fu Djaq a far tornare tutti al presente.
“Siamo tutt’orecchi, qual è il piano allora?” nonostante le avesse quasi rotto il fondoschiena e tagliato la gola con un coltello, quella ragazza araba stava simpatica a pelle a Faith, le piaceva la sua praticità e indipendenza.
“Allan crede di sapere dove si trova il tesoro dei cavalieri. E abbiamo ideato un piano. Non potevate tornare in un momento migliore.” Dichiarò Robin
“Ma padrone! Come?… Quando..? Allan? E io?” Much era incredulo di esser stato tenuto all’oscuro di tutto, mentre Allan pareva essere al corrente dell’intero piano.
“Non per fare il guastafeste ragazzo mio, ma chi dorme non piglia pesci” tutti si voltarono a fissare Sir Roger, da cui la massima era stata pronunciata
“Ecco, non avrei saputo dirlo meglio” concordò Allan. Tutti gli occupanti del rifugio si trovarono loro malgrado a sorridere, tranne Much che stava mantenendo la sua espressione offesa.
Per Djaq non era un problema tornare a fidarsi di Allan, quando era stato bandito da Robin per il suo tradimento era stata l’unica ad averlo salutato con un sorriso, era quella che lo conosceva meglio, che l’aveva visto piangere per la morte di suo fratello, quella che aveva capito che era rimasto bloccato, e per lei, se Robin l’aveva riammesso nella banda tanto meglio. In quanto a Will, beh lui non era un gran chiacchierone, si fidava delle decisioni di Robin, quindi semplicemente annuì ed attese una spiegazione.
“Allora… credo che nessuno di voi abbia mai avuto modo di entrare nelle camere private di Guy di Gisborne” esordì Allan
“Beh nessuno tranne Martine…”
“Chi?” chiesero in coro Will e Djaq, seguì una doverosa seppur stringatissima spiegazione di quello che era successo in quei giorni e delle persone che si erano avvicendate all’interno del rifugio.
“Ma non è questo l’importante al momento, questa sera magari, se la nostra missione avrà avuto successo riprenderemo la questione. Faith deve ancora molte spiegazioni a tutti noi a dire il vero” tagliò corto Robin e Faith si sentì gli occhi di tutti i presenti addosso, così decise di studiare una macchia di muschio ai suoi piedi invece che ricambiare quegli sguardi.
Mentre continuava a fissare il pavimento si trovò fra le mani un bicchiere di legno. Era stato Robin a porgerglielo.
“Bevi, produzione propria, ti piacerà. Torniamo al piano. Allan, prosegui”
“Come dicevo una delle prima volte che sono stato nella camera di Guy…”
“Potresti anche evitare di chiamarlo Guy, è il nemico!” sbuffò Much
“Bene. D’accordo! Una delle prime volte che sono entrato nella camera di Gisborne, ho notato che c’era qualcosa che non andava. Sembrava molto più piccola dall’interno che dall’esterno”
“E quindi?” lo interruppe nuovamente Much
“E quindi, Much, questa è una cosa che i ladri notano.” Concluse Allan allargando le braccia
“Non capisco” Much stava facendo il petulante
“Una doppia parete, ingegnoso” dedusse finalmente Will
“Esatto, una doppia parete. Secondo me gran parte del perimetro della camera di Gisborne è ricoperto da una doppia parete. Fanno eccezione i muri dove si trovano la porta di ingresso e la finestra che sovrasta il lato sud delle mura.”
“E pensi che il tesoro dei cavalieri neri si trovi li dentro?”
“Beh, non ne ho la certezza, ma potrebbe avere senso. Certamente lo sceriffo, avido com’è, vorrebbe tutto il malloppo nelle sue stanze, ma se conosco Giz, lui l’avrà convinto che sarebbe troppo pericoloso averlo così vicino. Quindi lo sceriffo avrà insistito perché il tesoro fosse comunque vicino e protetto da qualcuno che sa combattere come Gu… Gisborne; secondo me lo tengono li.”
Detto questo si frugò in una tasca interna della giubba e ne estrasse un involto di stoffa che lanciò a Will. Il giovane carpentiere lo afferrò al volo e aprì la stoffa, fra le mani si trovò una candela del diametro di cinque o sei centimetri, sul fusto erano impresse una serie di forme. Will alzò lo sguardo su Allan, annuì e si mise a cercare i suoi attrezzi di lavoro. Estrasse da sotto un tavolo un crogiolo, lo poggiò accanto al fuoco a cui aggiunse legna e lo ravvivò, poi si accucciò in un angolo, recuperando da una buca coperta da una botola di spesso legno di quercia una serie di pezzi informi di metallo.
“Qualcuno mi spiega che sta succedendo?” fu il turno di Sir Roger di chiedere chiarimenti.
“Gisborne porta sempre allacciato alla cintura un anello con una serie di chiavi. Gli ho visto usare ogni singola chiave di quel mazzo nelle varie zone del castello. Ognuna apre una determinata serie di chiavistelli. Ogni porta, cancello o botola del castello si apre con una chiave di quel mazzo. C’è solo una chiave che non gli ho mai visto utilizzare. Solo una, quella.” Ed indicò la candela su cui erano stampigliati i due lati della chiave. “Ho pensato che sarebbe potuta tornarmi utile un giorno o l’altro, ed ora il nostro Will ne farà un copia, insieme a quella della stanza di Guy. Ho preso lo stampo di entrambe.”
“E se ti fossi sbagliato? Se non ci fosse nessuna doppia parete? Se non ci fosse alcun tesoro?” fu la logica domanda di Much questa volta
“In quel caso falliremo. Non abbiamo altri indizi su dove si possa trovare il tesoro. Non abbiamo molto tempo prima che il tesoro venga spostato. Dobbiamo fare un tentativo. E dobbiamo essere del tutto invisibili” fu Robin a rispondere al suo uomo.
“D’accordo padrone. Ma come entriamo in città senza farci riconoscere? Come entriamo nel castello?”
“E come intendete portare fuori tutto quell’oro senza farvi notare?” chiese Sir Roger
“A dire il vero avremo bisogno anche del vostro aiuto Sir.”
“Per il re questo ed altro. Anche la vita. E cosa posso fare?”
“Come siete arrivato a Nottingham? Avete una carrozza?”
“Più un carro che una carrozza”
“Anche meglio” annuì Robin
“Dovrebbe essere ancora dove l’ho lasciato, all’esterno del cancello est delle mura cittadine”
“Ottimo! Allora, ragazze, siete pronte a prendere i voti?” chiese a quel punto Allan
“Come?” “Cosa?” chiesero all’unisono Faith e Djaq
“Se ci sono due categorie che le guardie non controllano ai varchi delle mura sono le monache ed i lebbrosi… e voi, mie care monachelle vi prenderete cura di me che sarò taaaaaanto malato” tossì rumorosamente e si accartocciò su se stesso. Era un attore nato.
“E gli altri scusa?” chiese infine Faith
“Saranno monache anche loro. Di clausura. Trasferite da un monastero all’altro. Quindi con i volti coperti”
“E come pensi di procurarti degli abiti da monache, scusa?” Fu la domanda più pratica di Djaq. Il volto di Allan si aprì in un sorriso malizioso
“Sono bravo con le suore” a Faith andò di traverso il sidro che stava sorseggiando, prese a tossire e annaspare in cerca d’aria, Robin che era al suo fianco le diede un paio di pacche leggere sulla schiena. “Devo partire fra poco per l’abazia” concluse Allan.
“E una volta dentro alle mura come entreremo nel castello? Hai fatto chiudere tutti i passaggi segreti che usavamo!” Much non aveva intenzione di rendergliela facile
“Ho fatto chiudere tutti i passaggi che conoscevamo, vero, ma..”
“Ma ce n’è almeno un altro” tutti si voltarono stupiti verso Faith
“E tu come lo sai?” le chiese Robin impressionato
“Il nostro secondo giorno qui… noi eravamo alla locanda con Allan, e Martine è comparsa dal nulla al centro della piazza del mercato. Gisborne stava venendo verso di noi e lei gli si è parata di fronte, ma sono certa che non era uscita dal portone del castello perché guardavo in quella direzione, lei è apparsa d’un tratto sbucando fra due bancarelle. Ci deve essere un passaggio che arriva nella camera dove abbiamo dormito noi o per lo meno molto vicino alla stanza” dedusse Faith
“Esatto” confermò Allan.
“Ragazza attenta” si complimentò Robin e le fece l’occhiolino, ricevendo in risposta un sorriso.
“Quindi entreremo in città travestiti, ci intrufoleremo nel castello attraverso il passaggio segreto, utilizzeremo le chiavi per entrare nella stanza di Guy e nella cella segreta”
“Non vorrei risultare ripetitivo, ma come porterete fuori il tesoro?” chiese di nuovo Sir Roger
“Per questo ci servirà in prestito il vostro carro…” gli rispose Robin “l’idea è di posizionare il carro fuori dalle mura, in corrispondenza del varco della finestra della stanza di Guy e far cadere dall’alto tutto quello su cui riusciremo a mettere le mani”
“E chi non si insospettirebbe vedendo tintinnare una cascata di monete da una finestra dentro un carro carico di suore?” domandò Faith con un tono che trasudava sarcasmo. Di nuovo la gang si volto verso di lei “Hai un’idea migliore forse?”
In quel momento le si illuminò una lampadina. Aveva partecipato una volta allo sgombero di uno scavo in cima ad una scogliera.
“Veramente si”
“Altrettanto rapido che il lancio dalla finestra?”
“Il concetto è lo stesso, ma servirà una discreta quantità di stoffa”
“Will abbiamo stoffa a disposizione?”
“Quanti metri ne servono?”
“Allan a quanti metri da terra è la finestra della camera di Gisborne?” gli chiese Faith
“Huhm così, occhio e croce, direi una decina”
“E fra quella parete del castello e le mura esterne?”
“Circa un metro e mezzo”
“Spessore delle mura?”
“Un metro”
“E la finestra quanto in alto è rispetto alla cima delle mura”
“Direi cinque metri più o meno”
Faith aveva preso in prestito il pugnale di Robin sfilandoglielo direttamente dalla cintura ed aveva cominciato a disegnate un piccolo diagramma grattando la terra del pavimento del rifugio. Utilizzando le dita come righello aveva poi trascritto un paio di misure e annuito.
“Quindi non dovremmo avere problemi con la pendenza. Bene. Con dodici metri in lunghezza e almeno uno in larghezza la stoffa dovrebbe bastare, e una carrucola ce l’hai?” Faith si era avvicinata a Will, si era accovacciata al suo fianco e stava parlando direttamente con lui. Era sempre stata brava in questo genere di cose. Non si accorse che tutti la stavano fissando, sconvolti nello scoprire che lei riusciva a parlare la stessa lingua di Will.
“Dovrei avere qualcosa… per la stoffa va bene anche se sono dei pezzi rattoppati?”
“Benissimo. E bisognerebbe cucire insieme i due lati lunghi per creare una sorta di manica”
“Si, si certo, ho capito cosa hai in mente. Mi sembra un’ottima idea. Ho tutto quello che serve, ma non il tempo per cucire se devo fare le chiavi”
“Dammi quello che hai, alla cucitura ci penso io… Occhio! Ci siamo quasi li, ti recupero l’acqua per la temperatura” disse indicando il crogiolo in cui il metallo stava raggiungendo il punto di fusione. Will la guardò e le sorrise senza rendersi conto che tutti gli occupanti del rifugio li guardavano esterrefatti ed ammirati, tranne Djaq, che era intenta ad affilare i suoi coltelli.
“Tempo di muoversi! Io vado a recuperare il carro di Sir Roger, signore, venite con me?” disse Robin armandosi e uscendo dal rifugio
“Con molto piacere” accettò il nobile e si accomiatò con un cenno della testa.
“Vengo anche io padrone!” li rincorse Much
“D’accordo ragazzi, io invece vado all’abazia” annunciò Allan sfregandosi le mani, nessuno gli rispose, Will e Faith erano presi dai rispettivi lavori e Djaq li osservava.

 

Robin fu il primo a tornare al rifugio. Faith e Will avevano ultimato i loro compiti e sedevano l’uno di fronte all’altra al tavolo discutendo animatamente. Faith stava spiegando a Will come creare una vite e come il suo utilizzo avrebbe potuto essergli infinitamente più utile rispetto a dei chiodi. Entrambi stavano gesticolando mimando dei piccoli movimenti delle dita, le loro mani si sfioravano. Djaq, seduta anche lei al tavolo aveva allineate di fronte a se tutte le sue armi e tutte avevano ricevuto un’accurata affilatura. In quel momento stava passando la cote con veemenza su una punta di freccia. Lord Roger entrò subito dopo Robin e si sedette al tavolo, estrasse la sua spada dal fodero e chiese in prestito la cote a Djaq, che gliela concesse poco volentieri. Much entrò di schiena trascinando un sacco colmo di ceci ed un secchio d’acqua.
“Faith, Djaq, posso parlarvi un momento” Robin si posizionò nell’angolo più distante dal tavolo e porse loro due involti di stoffa grezza. “Vorrei che indossaste questi.”
“Ma non dovevamo vestirci da suore?”
“Si, ma vorrei proporvi una cosa, se acconsentite” le due ragazze annuirono insieme “una volta entrati nel castello vorrei che vi toglieste gli abiti da monache e fingeste di essere due sguattere, attirereste meno l’attenzione e riuscireste ad avvicinarvi alla stanza di Gisborne più facilmente”
“Vuoi dire che intendi mandare noi due, da sole, a rubare il tesoro?” Djaq sembrava molto eccitata all’idea e orgogliosa della fiducia concessale.
“Robin, ti pare il caso di mandare me? Insomma non sono esattamente pratica di queste cose…” obiettò Faith
“Pare che tu sia la cosa più vicina ad una versione in gonnella di Will… ma non ti obbligo, deve essere una tua libera scelta”
“Io ci sto!” esclamò entusiasta Djaq, aprì l’involto di vestiti pronta ad indossarli
“Non ancora” la frenò Robin “indossali solo quando metterai quelli da suora”
Faith scrutò il volto di Robin per qualche secondo
“Non ti fidi di Allan? Non vuoi che lui sappia che noi cambieremo abito?”
Robin aggirò la domanda “Con il ritorno di Will e soprattutto di Djaq, ci si offre un’occasione imperdibile di passare inosservati all’interno del castello. Non era previsto. Ma i piani cambiano. Non ti proporrei questa cosa se non sapessi di metterti in buone mani.” E piegò la testa in direzione di Djaq che gli sorrise “Però la decisione spetta solo a te.”
“E se non accetto?”
“Torneremo al piano originale”
“Cioè?”
“Sarò io ad intrufolarmi, con Djaq”
“Con il rischio di essere scoperto”
“È un rischio che corriamo ogni volta”
“Lo farò ad una condizione.”
“Quale?”
“In cambio tu mi aiuterai a ritrovare la mia amica. Non mi basta sapere che John e Jack la stanno cercando. Andremo anche noi”
“Hai la mia parola” Robin le tese la mano e lei la strinse. Nascose l’involto di vestiti sotto la sedia su cui sedette e si preparò all’idea di partecipare ad una incursione di Robin Hood nel castello di Nottingham. La bamba destra animata da un tremore incontrollato.

 

 

Nottingham
6 Marzo 1193

Il cavallo arrancava leggermente trascinando il carro con il suo carico di sette persone.
In cassetta sedevano tre figure in nero. Dietro di loro, sul pianale del carro altre tre sagome nere accerchiavano un’unica figura in bianco. Tutte le persone sul pianale avevano il volto coperto. A differenza delle tre monache che conducevano il carro. Quella che teneva le redini sedeva al centro e governava il cavallo in modo che tenesse un’andatura quieta e costante, era la più anziana, con un volto austero e leggermente butterato, aveva un cipiglio quasi mascolino, mentre le due monache sedute ai suoi fianchi erano molto più giovani, forse delle novizie, entrambe con dei bei visi dalla pelle fresca, pur con due incarnati completamente diverse. Quella seduta alla sinistra possedeva una carnagione chiara ed il volto punteggiato di lentiggini, l’altra aveva la pelle ambrata e gli occhi neri con un taglio orientale. Le tre suore dal volto coperto indossavano il velo delle monache di clausura, e sedevano rivolgendo lo sguardo all’uomo completamente fasciato con garze e stoffe bianche che si reggeva ad un bastone sulla cui cima erano stati fissati dei campanelli.
Il carro giunse al ponte che oltrepassava il fossato esterno alle mura di Nottingham.
Davanti al cancello che dava accesso alla città due guardie sbarrarono loro la strada incrociando le loro lance. Osservarono la superiora dallo sguardo severo, le due giovani monachelle che guardavano a terra con pudicizia, passarono oltre notando le tre suore incappucciate e infine videro il lebbroso. Fecero entrambe un passo indietro.
“Non temete fratelli, la lebbra lo ha deturpato, ma non è contagioso. Non è un rischio per la vostra città” disse la madre superiora con una voce straordinariamente profonda
“Non.. non… non… non abbiamo il permesso di far entrare appestati!”
“Mostrate un po’ di carità cristiana fratelli, vi ripeto che non c’è pericolo di contagio”
Nel frattempo le guardie avevano fatto un altro passo indietro
“Mi dispiace sorella, ma quello non passa da questo cancello!” un ultimo passo indietro. Fu infine la flebile voce del malato a levarsi.
“Sorella, voi siete infinitamente gentile, ma questi bravi soldati fanno solo il loro dovere, io posso attendere all’esterno delle mura. Entrate voi e svolgete i vostri obblighi, io attenderò qui fuori.”
Ogni parola era stata prodotta con grande fatica, le vocali trascinate come se avesse difficoltà a pronunciarle
“D’accordo, ma due delle nostre reverende sorelle resteranno con voi. Sorella Clarice prendete le redini ed allontanatevi dal cancello, attendete lungo le mura in nostro ritorno, sorella Rosamunde venite con noi” intimò la madre superiora.
Senza una parola o un cenno d’assenso una delle monache dal volto coperto scese lentamente dal carro, mentre una seconda prendeva le redini del carro e faceva muovere il cavallo sgombrando la strada. La madre superiora, le due giovani e la suora incappucciata si avvicinarono quindi alle guardie, che fecero nuovamente un passo indietro, si allontanarono una dell’altra e le lasciarono passare.

 

“Clarice e Rosamunde? Geniale! Sir Roger siete una madre superiora fenomenale” rise sotto il velo della clausura Robin. Anche Faith avrebbe sorriso se il nervosismo non le avesse bloccato qualsiasi espressione facciale insieme allo stomaco.
Si addentrarono per le vie del mercato di Nottingham cercando il punto d’accesso che aveva indicato con estrema precisione Allan. Si trattava di una lastra del camminamento di pietra che si srotolava lungo il perimetro delle mura del castello. Alzando quella lastra ci si trovava di fronte una scala che scendeva, poi un corridoio ed infine un’altra scala che saliva.
Proprio accanto all’ingresso del passaggio c’era l’ultimo banco del mercato, proprietà di un’anziana signora che vendeva vasi di terracotta.
“Sorelle! Avete bisogno di stoviglie per il monastero?” chiese l’anziana vedendo le quattro monache avvicinarsi
“Potrebbe essere” rispose Sir Roger “mostrateci un po’ delle vostre terrecotte, se non vi dispiace”
“Certo sorella” la signora cominciò a frugare sotto il suo banco estraendone una serie di involti e sacchetti. Mentre la donna era in questo modo affaccendata, dietro di lei Djaq e Faith si erano spogliate dei loro abiti neri ed ora sembravano in tutto e per tutto delle servette di cucina. Mentre Sir Roger chiedeva dettagli sulla cottura delle argille alla mercante, attirandola dal lato opposto del banco, Robin utilizzò la lama del suo coltello, la infilò lungo la fessura della lastra e lo fece scivolare avanti ed indietro finché non incontrò un ostacolo, fece forza e ne sbloccò il meccanismo. Sentirono un rumore metallico e la pesante lastra di pietra si sollevò da sola. Era giunto il momento. Faith e Djaq annuirono all’unisono in direzione di Robin che sussurrò loro “Buona fortuna!” prima di richiudere la botola alle loro spalle.

 

 

Data di pubblicazione: 16 maggio 2015
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

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