DAGGER: CAPITOLO 5.1

 

5 Marzo 1193
Giorno 7
Sulla strada per York

“Sei proprio di una noia mortale. In una sfida di loquacità tra te ed un mulo… credo vincerebbe un mulo”.
Jack non ne poteva più del silenzio del suo compagno di viaggio. Da parte sua, John avrebbe volentieri fracassato quella testa piena di treccine e perle colorate. Purtroppo erano entrambi costretti a sopportarsi ancora per molto. La città di York non era distante se si spronava la propria cavalcatura fino al limite e si disponeva di un cavallo fresco a metà strada. I due strani viaggiatori non potevano però permettersi questo lusso. L’unico animale a loro disposizione era un mulo dalla grigia pelliccia spelacchiata e la strana tendenza a mordere il sedere di chi gli si avvicinava troppo. Era il turno di Jack di stare seduto in sella ed il pirata ondeggiava come se si trovasse a bordo di una nave in balia delle onde.
“Non era meglio risalire un fiume? Si da il caso che io sia un capitano, e di acqua e legni galleggianti me ne intendo. Sempre meglio di questo stupido animale puzzolente”.
“Tu puzzi. Non lui”.
Jack si raddrizzò sulla sella, come se fosse stato colpito da un fulmine.
“Oh hai parlato! Oh che miracolo! Hai sentito Fred? Credo ti abbia appena sconfitto”. Il pirata diede una pacca amichevole sul collo dell’animale, il quale, per tutta risposta, si agitò al punto da far quasi perdere l’equilibrio al pirata.
“Basta, BASTA! Preferisco camminare che stare seduto su di te!” e scese a terra, cominciando a camminare con andatura instabile e superando John. Il fuorilegge sospirò, appoggiando una mano sul collo del mulo e accarezzandolo dolcemente.
“Tranquillo Fred, la colpa non è tua. Quello non ha tutte le rotelle a posto”.
“Ti ho sentito!” esclamò il pirata, senza però voltarsi e continuando a camminare a passo veloce.

 

 

Nella foresta di Sherwood

Nigel le stava seduto di fronte, lo sguardo basso sulla ciotola di zuppa. Claudia mangiava lentamente, il cucchiaio che tremava nella sua mano ad ogni affondo nel liquido scuro e fumante. Era una brodaglia compatta di lenticchie e coniglio, accompagnati da cipolle e carote. Much l’aveva definita ‘la zuppa del re’, vantandosene per una mezz’ora e assicurando tutti i presenti che si trattava di vero coniglio.
“Non so quanti conigli ci siano con questo freddo, ma sono pur sempre proteine”. Nigel ne aveva assaggiata un po’ e l’aveva trovata bollente ma saporita, anche se la carne risultava un po’ stopposa.
Claudia continuò ad immergere il cucchiaio fino a che non rimase nulla sul fondo della ciotola. Non aveva ancora detto nulla, nè sollevava mai troppo lo sguardo. Nigel allungò le mani per prendere la ciotola e lei si ritrasse improvisamente. La ciotola di legno cadde sul pavimento di tronchi, rotolando fino a cadere fuori dal rifugio.
“Scusa, scusa. Colpa mia. Non volevo… ecco, non volevo spaventarti”. Nigel non sapeva che dire o come comportarsi. Se normalmente si trovava in difficoltà ad interagire con qualcuno, prendersi cura di una donna che era stata violentata da poco lo metteva in ansia. Claudia tremava ancora e la notte la sentivano piangere. Una volta Faith s’era seduta accanto a lei, per consolarla e sincerarsi delle sue condizioni. Come risposta aveva ricevuto solo altre urla e lacrime.
Il lurido verme che aveva compiuto quella violenza era morto, ucciso da Allan. Nigel avrebbe voluto partecipare all’uccisione, tanta era la sofferenza che lo stato di Claudia gli metteva in cuore. Ma non aveva fatto altro che osservare e stare in disparte, come sempre.
Si alzò e raccolse la ciotola, riponendola nella piccola mensola fatta di rami intrecciati. Il rifugio era modesto, molto simile alla casetta sull’albero che i genitori costruiscono in giardino per divertire i figli. Purtroppo loro non stavano giocando e Nigel cominciava ad odiare quel viaggio. Fece qualche passo verso l’esterno, mettendo un piede sulla neve mista a fango.
“Resta… ti prego”
Nigel si volse e vide che Claudia lo stava guardando. Dritto negli occhi. “Ho paura” sussurrò, prima che una lacrima solcasse la guancia resa livida dal freddo e dalla stanchezza.
Il giovane tornò sui suoi passi, sedendosi sulle pelli e sulla paglia che formavano il giaciglio di Claudia. Stette attento a non toccarla, per evitare che lei si spaventasse ancora. Ma fu lei a sorprenderlo. Gli prese la mano e gliela strinse forte, continuando a fissarlo.
“Voglio tornare a casa”

 

* * *

 

L’umidità le entrava fin dentro le ossa e a poco servì stringere maggiormente il mantello. Aveva freddo e non ne poteva più di quel vento che le soffiava dritto in volto, del fango che le entrava nelle scarpe e della pioggia che non li aveva mai veramente abbandonati. Il sole faceva capolino per pochi istanti prima di sparire dietro pesanti nuvoloni scuri, e la notte scendeva in fretta, portando altro vento e altra dannatissima pioggia.
Martine non fece altro che lamentarsi per tutto il tempo, battendo i denti e maledendo Imhotep, la daga e lo sceriffo. Aveva la schiena a pezzi e la vista di una locanda alla fine della strada le sollevò un po’ l’umore. Il buio avvolgeva la campagna inglese da qualche ora, ed il timore di incontrare dei briganti o di morire assiderati si era fatto pressante.
“Ci fermeremo là per la notte. Non ho molto denaro ma forse riuscirò a convincere l’oste ad accettare un vecchio anello d’oro”. Lo portava al dito da anni, non ricordava ormai più da quanto. Aveva una piccola pietruzza incastonata, e qualche decorazione floreale tutt’intorno.
“Meglio se lasci parlare me” disse Guy, che non aveva mai aperto bocca dalla loro fuga da casa Trent. Martine aveva più volte cercato di stimolare una conversazione, ma l’uomo sembrava immerso in pensieri profondi. Forse stava cercando di ricollegare i pochi ricordi che affollavano la sua mente, o semplicemente assimilando il fatto che nel suo passato c’erano solo morte e solitudine.
“Per quale motivo? Posso cavarmela benissimo da sola” rispose Martine, la voce tremante per il freddo e il fiatone. La visione della locanda le aveva dato le forze necessarie per affrettare il passo.
“Beh sei una donna. Io sono un uomo” spiegò Guy.
“E con questo? Non farmi iniziare una discussione sulla discriminazione femminile perché non mi pare proprio il caso. In un altro momento avrei accettato la tua gentile proposta, ma preferisco che nessuno ti riconosca”.
Martine era stata dura e, sebbene fosse buio, vide il volto di Guy contrarsi. L’uomo non disse nulla. Si calò meglio il cappuccio sul capo e accelerò il passo.
“Guy, hey! Aspetta!” protestò Martine, correndo e imbrattandosi ancora di più di fango.

 

L’aria sapeva di cipolle e muffa, ma almeno lì dentro era asciutto. Anzi, il clima era torrido. Un enorme camino occupava gran parte della sala, il fuoco talmente intenso che bastava ad illuminare tutto l’ambiente.
I tavoli erano quasi tutti pieni ed il rumore assordante. Prendevano posto semplici taglialegna e ricchi cavalieri, accompagnati da eleganti signore o rozze baldracche. Tutti bevevano, mangiavano e ridevano. Era in corso un qualche tipo di gioco al tavolo al centro della sala, e ad ogni vincita si sollevavano delle grida di gioia. Chi perdeva, invece, cominciava a scazzottarsi, per poi cadere a terra privo di sensi. Si capiva che erano tutti ubriachi.
Martine calò subito il cappuccio, sentendosi mancare il respiro. Una donna al bancone la stava osservando, come a chiederle di farsi avanti. Martine si avvicinò, evitando di farsi travolgere da un giovane che inseguiva una cameriera carica di boccali di birra scura.
“Avete stanze libere?” chiese, quasi urlando.
“Tutto pieno. C’è la fiera a York, non troverete posto da nessuna parte”. La donna era corpulenta, dalle guance piene e rosse, e dai piccoli occhi porcini. I denti erano sporchi ma il sorriso non sembrava cattivo.
“Ci basta anche una panca davanti al fuoco. Possiamo pagare”. Erano talmente stanchi e bagnati che avrebbero potuto dormire in piedi, proprio lì, davanti al bancone.
“Le panche sono tutte occupate per la notte, ma ho spazio nella stalla. Se non vi disturba la puzza del letame. Posso darvi qualche coperta, ma vi costerà qualcosa in più”. Chiaramente la locandiera cercava di guadagnare ogni centesimo possibile che la fiera le stava portando.
“Ho del denaro. E un anello d’oro. Penso bastino per le coperte e un pasto caldo”. Martine non ne era sicura, ma non voleva darlo a vedere alla donna. La locandiera afferrò l’anello, lo morse con i pochi denti buoni rimasti e raccolse le monete dal banco. Fissò attentamente Martine, poi sorrise e urlò qualcosa alle sue spalle. Comparve una ragazza, sudata e trafelata, una versione in miniatura della locandiera.
“Nel magazzino della paglia. Sistema i cavalli e poi lascia loro la chiave. Coperte, pietre, stufato e birra”. Poi si rivolse a Martine. “Avete pagato bene e mi sembrate una brava persona. Potete restare anche due notti, ma domani avrò bisogno del magazzino”.
Martine ringraziò, quasi commossa, e seguì la ragazza, che sembrava meno contenta della locandiera nel dare il benvenuto a due nuovi clienti.

 

La stalla era molto grande, ed ospitava almeno una decina di cavalli, oltre a cinque o sei muli, una mucca, due capre ed un numero imprecisato di galline. Appena la ragazza aprì la pesante porta di legno, un topolino scappò nella sala grande, inseguito da un grosso gatto che per poco non li fece cadere.
“Avete a disposizione un paio di pietre, che vi porterò dopo la cena. Niente fuochi, ma non dovreste aver freddo. Ecco le coperte”.
Martine annuì, afferrando due pesanti rotoli di stoffa ruvida e capendo solo in quel momento a cosa servissero le pietre. Sarebbero state scaldate nel fuoco e lasciate accanto al loro giaciglio, a mo’ di stufa. Il pensiero di un letto caldo la fece sbadigliare.
Il magazzino si trovava in fondo alla stalla. Non aveva delle vere e proprie pareti, solo una porta e delle assi di legno. Era colmo di paglia e la ragazza si mise a raccoglierla col forcone per sfamare i cavalli, brontolando ed imprecando contro la madre, che ormai era chiaro essere la locandiera.
“Ci è andata bene” commentò Martine, sottovoce, rimanendo in piedi a fissare la ragazza che andava avanti ed indietro.
Guy era stato una presenza silenziosa alle sue spalle per tutto il tempo. E restò tale finché non rimasero soli. Martine chiuse la porta del magazzino, stese una delle coperte sulla paglia e fece per lanciarcisi sopra, ma una mano l’afferrò per il braccio.
“Farai meglio a cambiarti o bagnerai anche quelle”.
“Hai ragione. Che stupida” e rise. Era stanca, aveva fame e non aveva le forze per spogliarsi, ma doveva farlo o avrebbe rischiato una polmonite. Ma era tutto più facile a dirsi che a farsi. Il mantello cadde a terra pesante, ma il leggero abito di Rose era appiccicato alla pelle, ed i nodi dei lacci si erano come incollati tra loro. Le dita gelate di Martine non riuscivano a sciogliere quegli intrecci umidi e pensare di sfilare l’abito dalla testa era un’idea inutile. Guardò Guy e si morse il labbro.
“Mi… mi daresti un mano?” chiese, imbarazzata.
L’uomo si era già tolto mantello e giubba, appoggiandoli alle travi di legno. Fissò Martine, serio, poi si avvicinò. Sfregò le mani e ci soffiò dentro un po’ di alito caldo, prima di iniziare ad armeggiare con i lacci. Le dita erano gonfie e rosse, e faticavano a districare i piccoli nodi.
Martine cercava di rimanere immobile, ma aveva spasmi lungo tutto il corpo. Non erano solo per il freddo. Guy le era così vicino e le sue mani continuavano a sfiorarla, facendola sussultare. Provò a guardare altrove, concentrandosi sui cavalli poco distanti che mangiavano tranquilli. Eppure lo sguardo tornava alle mani di Guy e al suo torace che la camicia slacciata lasciava intravedere. Sentiva il suo respiro vicino, calmo, regolare. Quasi la infastidì e si ritrovò a sbuffare.
“Ho quasi finito” furono le parole di Guy, come a volersi scusare di essere andato troppo lento. Martine si sentì in colpa e stava per aggiungere qualcosa, quando l’ultimo nodo fu sciolto e il vestito scese pesante lungo il suo corpo. Sebbene indossasse una specie di sottoveste, si coprì il seno che si intravedeva attraverso la stoffa umida. Guy rimase a fissarla per quello che a Martine sembrò un’eternità, poi si allontanò, dandole le spalle.
“Non ti guardo, tranquilla. Ho capito che non vuoi che ti guardi”.
“Ma no, non è… non è…”. Non era cosa? Non era vero che si vergognava? Che lo sguardo dell’uomo la metteva in imbarazzo? Dopotutto Guy l’aveva vista nuda, ed anche allora il tutto era nato a causa di lacci e nodi ingarbugliati. Sembravano passati mesi, eppure il ricordo di quel gesto avventato la fece arrossire. L’aveva ingannato e si era offerta a lui solo per ottenere protezione e aiuto. Era stato sesso, semplicemente sesso. Piacevole, rude, appagante, ma non c’era mai stato amore.
Ora Martine osservava lo stesso uomo sfilarsi la camicia, mostrando una schiena piena di lividi. Le bastonate ricevute dai contadini erano strisce spesse e violacee, giallastre sui bordi, e in qualche livido si intravedeva del sangue rappreso. Martine si avvicinò e appoggiò la mano sulla schiena di Guy. L’uomo sussultò nel sentire il tocco gelido ed inaspettato, ma rimase immobile. La mano di lei sfiorò la pelle, premendo delicatamente sui lividi, come a controllare che non ci fossero ossa rotte.
“Sto bene” furono le parole di Guy, mentre appoggiava la camicia ad asciugare assieme al mantello e alla giubba.
“C’è dell’acqua nella stalla, posso lavarti via il fango e pulire le ferite. Non ho più controllato quella sulla testa e non vorrei si infettasse”. La mano che accarezzava la schiena si allontanò, finendo a giocherellare nervosa con un laccio della sottoveste.
Guy si girò e le passò accanto, chinandosi a raccogliere gli abiti sparsi sulla paglia. Li stese accanto ai propri, togliendo polvere e grumi di fango. Era come se la stesse ignorando, quindi Martine decise di non aspettare il suo consenso. Infreddolita e con addosso solo la sottoveste e gli stivali umidi attraversò la stalla. Prese un secchio e lo riempì di acqua gelida, affondandolo nell’abbeveratoio dei cavalli. Quasi inciampò su un paio di galline, che corsero via facendo talmente tanto baccano da spaventare le capre, che la inseguirono fino al magazzino. Chiuse la porta dietro di sé, ansimando e spandendo acqua dappertutto.
“Cerca di lasciare questo posto asciutto” l’ammonì Guy. S’era seduto sulla coperta e stava sfilando a fatica gli stivali pieni di fango. Aveva i piedi pallidi e violacei. Provo a massaggiarli per scaldarli; gesto che dovette risultare piuttosto doloroso, vista l’espressione corrucciata del suo viso.
“E’ fredda. Non penso sia il caso di usarla sulla ferita, ma posso toglierti la sporcizia di dosso”. Martine si sedette sulla coperta, poco distante dalla schiena nuda dell’uomo. Immerse nel secchio la sua sciarpa, strizzandola e tenendola sollevata a mezz’aria. Guy non sembrò badarle, rimanendo concentrato sugli stivali e tentando di pulirli con un rametto di legno. Era come se fosse arrabbiato con lei… ma per quale motivo? Decise che non le interessava e che lo avrebbe pulito. Appoggiò la sciarpa umida sulla schiena, facendo distogliere Guy dagli stivali. Lo lavò lentamente, passando leggera sulle ferite e i lividi, togliendo la sporcizia dalla sua pelle e rendendo torbida l’acqua del secchio. Sebbene Guy avesse un’ampia schiena, Martine si rese conto che presto o tardi doveva lavarlo anche dall’altra parte, e l’imbarazzo torno a prendere il sopravvento. Si rimise in piedi, spostò gli stivali e si sedette di fronte a lui. Immerse nuovamente la sciarpa e cominciò a passarla sulle spalle, indugiando a lungo prima di passare al collo e scendere lungo il torace. Non osava staccare gli occhi dalla sciarpa, ma sentiva che Guy la stava fissando.
“Mi hai mentito”.
La mano di Martine si fermò, e dovette alzare lo sguardo ed incrociare quello di lui, serio e profondo.
“Mentito? Come… quando…” chiese, confusa.
“Ricordi che tornano. Poco chiari. Parole confuse. Frasi sul tuo essere una spia, sul tuo avermi sempre mentito”. Fece una pausa, senza mai smettere di fissarla. Martine deglutì, comprendendo ora a cosa si riferisse. Aveva ragione: gli aveva mentito al castello, più e più volte. Mentito per salvarsi la vita, mai per il puro piacere di farlo soffrire. Glielo aveva spiegato e al tempo sembrava averlo capito, ma la perdita di memoria doveva averlo lasciato con pochi frammenti di ricordi altamente confusi e disordinati.
Martine tornò a pulire la pelle sporca di sudore e fango, lavando prima un braccio e poi l’altro. Guy però non voleva lasciare quel discorso in sospeso. Le tolse la sciarpa dalla mano, gettandola nel secchio.
“E’ vero? Mi hai mentito? Chi sei?”
Domande pesanti e difficili che la fecero sospirare. Raccolse le gambe al petto per farsi scudo. Aveva ancora più freddo di prima, come se la sottoveste umida si fosse ghiacciata all’improvviso. Cercò le parole, ma nessuna sembrava quella giusta. Guy attese, rendendo il silenzio tra loro insopportabile.
“Prima che tu perdessi la memoria ti avevo spiegato chi io fossi realmente. Io… non sono di queste parti. Per ora devi farti bastare che vengo da molto, molto lontano. E sì, è vero: ti ho mentito. Ho mentito su molte cose per non morire, ma non solo a te. Anche a me stessa. Mi son detta che stavo agendo per il bene di tutti, quando in realtà non ho fatto altro che ferire sia me che te”.
Alzò lo sguardo e vide che Guy la fissava attento, le sopracciglia corrugate. Chiaramente non capiva e non sarebbe stato facile spiegarli tutto quello che era successo.
Martine tornò a fissarsi le punte dei piedi, imbarazzata da quello che stava per dire.
“A casa Trent, quando hai detto di avere certi ricordi di noi due… sì, insomma… i nostri corpi… senza vestiti… ecco… è vero. C’è stata quella unica volta al castello di Nottingham dove, per proteggere me stessa ed i miei amici, io… te… oh cielo, come mi vergogno!” e affondò la testa tra il petto e le ginocchia.
Per un po’ gli unici rumori furono i versi degli animali e, in lontananza, le risate dei clienti della locanda. Martine rimase nascosta, sentendo le guance farsi bollenti e delle lacrime pronte a scenderle dagli occhi.
“Continua. Ti prego”. Guy le parlò piano, come per non spaventarla, anche se il tono non esprimeva compassione. Fortunatamente non sembrava nemmeno essere arrabbiato.
Martine rialzò un poco la testa, tirò su col naso e si schiarì la gola.
“Mi sono offerta a te come una donna di facili costumi, e non hai sospettato nulla. Ripetevo a me stessa che lo facevo per salvarmi la pelle, ma in realtà il peso di quel gesto mi sta colpendo solo adesso. Sono stata una sgualdrina! E ti ho preso in giro! Ti ho usato e per causa mia hai sofferto. E continui a soffrire, visto che hai perso la memoria e ti hanno riempito di botte!”.
Ormai i singhiozzi rompevano la voce della giovane, rendendo il suo racconto quasi buffo. Ma Guy non rideva: continuava a tenere lo sguardo fisso su di lei.
“Quindi… quando mi hai guardata, poco fa… mi sono vergognata. Mi sono sentita colpevole. Sporca. Stupida. Io non volevo farti del male, sul serio”. La voce era stridula, mentre le lacrime scendevano copiose lungo le guance. “Io volevo solo… tornare a casa. Aveva paura di te, dello sceriffo, delle guardie. Questo non è il mio mondo, lo capisci? Ho paura…” sussurrò, mentre un groppo alla gola le impediva di continuare. Prese un forte respiro, si asciugò il viso con un pezzo di stoffa sporco e fissò Guy. Le ultime parole erano le più difficili da dire, ma doveva farlo. Il peso era diventato insopportabile.
“Non so se sia stata la paura o la mia innata stupidità, ma più tempo passavo con te, più mi affezionavo. Era come se… il terrore causato da te e dalle voci che circolavano venisse meno, come se mi fossi creata una grande bugia per proteggermi. In pratica ti amavo… per paura. Ma dopo l”incidente, quando giacevi tra la vita e la morte, mi sono resa conto di tenere veramente a te. Potevo fuggire e lasciarti sulla strada. Riunirmi ai miei amici e tornarmene a casa. Ma sono rimasta accanto a te, ti ho curato e protetto. Per questo poco fa mi sono coperta, per questo me ne sto qua raggomitolata su me stessa. Perché ho paura di essermi innamorata di te, e mi vergogno per tutto quello che ti ho fatto”. Martine si prese il volto tra le mani. Se non avesse indossato solo una sottoveste umida se ne sarebbe andata via dal magazzino.
Quella rivelazione improvvisa aveva sorpreso pure lei. Amava Guy! Come era possibile? Quando era accaduto? Era sicura non si trattasse ancora di paura per quel mondo ostile e pericoloso? O magari di una cotta? Quante volte erano bastati degli occhi chiari e pettorali scolpiti per conquistarla, lasciandole poi l’amaro in bocca alla fine di quelle insulse storielle senza amore? Forse si stava sbagliando anche questa volta, forse era l’ennesima figura da stupida e triste ragazza sola.
Un fruscio, qualcosa che si muoveva, un calore improvviso. Guy s’era inginocchiato di fronte a lei e la stava abbracciando. La sua pelle era fresca sul viso ma dopo pochi istanti emanava un tepore piacevole. Non aveva più lacrime e rimase in silenzio, immobile, stretta tra le sue braccia.
Guy le accarezzò la testa, scivolando sui lunghi capelli castani arruffati dall’umidità e lentamente la fece sciogliere da quella posizione di difesa. Martine si lasciò andare, appoggiandosi completamente a lui, come una bambina in braccio al padre. Lui continuò a stringerla a sé, cercando di calmare i brividi che la scuotevano.
“Non so… cosa dire. Faccio fatica a capire se sentirmi in colpa nei tuoi confronti o se invece dovrei odiarti per le menzogne che mi hai raccontato. Non so cosa provavo per te prima dell’incidente. Ho ricordi molto confusi ma sono certo di non averti mai voluto fare veramente del male. Eppure, dopo quello che hai detto, scopro di averti fatta soffrire”.
“Non è vero Guy! Non hai fatto nulla, ho incasinato tutto da sola!” esclamò Martine, sollevandosi e fissandolo. Notò che la sua espressione era cambiata. Sembrava quasi stesse sorridendo con gli occhi, ma forse aveva solo la vista annebbiata dal troppo piangere.
“Ho sentito quello che pensano di me. Mi hai detto tu stessa chi sono. Un mostro senza cuore, capace di uccidere senza problemi, odiato da tutti e amato da nessuno. E adesso tu mi confessi di provare amore nei miei confronti. Secondo te come dovrei sentirmi?”
Martine si schiarì la voce. “Arrabbiato?”
“Spaventato. Ho paura. Non so come dovrei reagire. Cosa avrei fatto giorni fa, prima dell’incidente? Ti avrei presa e rinchiusa in camera da letto per il mio divertimento? Ti avrei sposata e resa felice? Cosa avrebbe fatto Guy di Gisborne?”
“Non lo so…” sussurrò Martine, confusa. Non aveva le risposte a quelle domande e il fatto che Guy fosse così combattuto la intristiva.
“Ricordo… ricordo tanta tristezza. Amavo qualcuno, ne sono certo. Una donna dai capelli scuri, proprio come i tuoi. Occhi da cerbiatta, carattere forte. Eppure… quei ricordi fanno male e non capisco perché”.
“Marian” disse Martine. “Si chiama Marian. La figlia dell’ex sceriffo di Nottingham”. Perché diavolo stavano parlando di lei? Possibile che anche un Guy senza memoria non facesse altro che pensare a quella donna? Martine s’incupì, sentendosi a disagio tra le braccia dell’uomo al quale aveva appena dichiarato il proprio amore. Non c’era speranza contro un sentimento così grande e questo la ferì profondamente, facendole capire ancora una volta quanto tenesse veramente a Guy. Voleva alzarsi, andarsene da quell’abbraccio e bere tutta la notte per dimenticare. L’ennesima reazione stupida da parte sua, ma che altro poteva fare?
Dal canto suo Guy non aveva più aperto bocca. Il respiro s’era fatto accelerato e Martine lo sentiva tremare. Alzò lo sguardo e lo vide paralizzato a fissare il vuoto.
“Guy… Guy, che succede?”
“Marian… lo sceriffo… Hood… io… ricordo… ricordo… aaaah!”
Un urlo improvviso e Guy si lasciò cadere lungo disteso sulla coperta, tenendosi la testa tra le mani. Gemeva e urlava, agitandosi come se stesse andando a fuoco. Martine si piegò su di lui, preoccupata e non sapendo che fare.
“La testa! AH!” urlava, impedendo alla ragazza di aiutarlo e spingendola via con rabbia.
“Guy! Aspetta! Guy, lascia che… Guy! GUY!”
Martine provò più e più volte, senza riuscire a capire cosa stesse succedendo. Ogni volta le forti mani dell’uomo l’allontanavano, facendola rotolare sulla paglia. Cadendo urtò il secchio, che per poco non svuotò il suo contenuto sul pavimento. Ma questo diede a Martine un’idea.
“Forse non ti farà bene, ma…” e afferrò il secchio, lanciandogli addosso l’acqua gelida. Guy si fermò, lanciando un ultimo urlo soffocato, fissandola con rabbia. Martine temette che volesse ucciderla e si avvicinò alla porta del magazzino, pronta a scappare. Guy si mise in piedi, gocciolando ovunque e ansimando come se avesse corso per miglia e miglia.
“Tu…” sussurrò, fissandola con rabbia. Martine aveva già aperto la porta, i piedi che si spostavano lentamente al di fuori del magazzino.
“Guy, calmati. Scusa, non volevo farlo. Non farmi del male… non farmi del male”
L’uomo la fissò, lo sguardo confuso e le labbra piegate in una smorfia di dolore. Allungò una mano in direzione della ragazza, poi cadde a terra privo di sensi.
“GUY!” urlò Martine, correndo al suo capezzale. “GUY! Che ti succede? Hey! Ti prego, non morire, non puoi morire, non puoi!”
Si chinò su di lui, appoggiando l’orecchio sulla pelle umida del torace: il cuore batteva forte e veloce. Era semplicemente svenuto.
“Maledetto bastardo, perché devi spaventarmi in questo modo? Stupido, stupido, stupido!” e si mise di nuovo a piangere, strattonando e stringendo tra le mani la camicia di Guy.

 

Lo stufato era bollente e dovette bere un altro sorso di quella birra scura e spessa. Nel grasso galleggiava ancora qualche pezzo di verdura, oltre a delle vecchie croste di pane. Martine spazzolò quanto rimaneva nella ciotola senza quasi prendere respiro, se non per bere e pulirsi la bocca. La sala era ancora affollata, ma i piantagrane russavano lungo distesi sul pavimento. Si potevano sentire ondate di puzzo di birra uscire dalle loro bocche sporche di schiuma secca. Martine ruttò, incurante della buona educazione e finalmente sazia. La testa le girava, anche se non poteva dirsi ubriaca dopo soli due boccali di birra. Contando che lo stomaco era pieno, l’effetto dell’alcool doveva essere stato sicuramente smorzato. Sono solo molto stanca, si ripeteva, mentre leccava l’ultima goccia di liquido scuro dal boccale. Sospirò, fissando le fiamme nel caminetto, mentre una delle cameriere puliva il tavolo. Le palpebre si facevano via via più pesanti, ed il movimento sinuoso del fuoco unito al suo tepore la stavano gettando lentamente tra le braccia di Morfeo.
“Hey tesoro, se sei stanca vieni qui con me”.
Martine aprì gli occhi, cercando di mettere a fuoco la fonte della voce. Un ragazzo dai capelli di un biondo così chiaro da far ingelosire Barbie e Ken messi assieme la stava strattonando per il vestito. Se ne stava disteso su di una coperta, suo unico materasso sulle pietre fredde del pavimento.
“Lasciami stare” borbottò Martine, appoggiando le mani sul tavolo e provando ad alzarsi. Si sentiva instabile, solo ora veramente cosciente che quella birra scura non era poi così leggera come sembrava.
Lo sconosciuto la strattonò con maggiore forza, facendola cadere a terra. Martine si divincolò goffamente, mentre un altro rutto le liberava lo stomaco, ed il ragazzo rise e cominciò a leccarle il collo.
“Smettila… che schifo… bleah” esclamò disgustata, senza però riuscire a rialzarsi ma rotolando sulle pietre dure e fredde. L’adrenalina cercava di combattere la nebbia che la birra le aveva procurato nella mente, e un calcio andò a segno. Il ragazzo imprecò e l’afferrò per le gambe, facendola strisciare sul pavimento. Martine urlò, mentre le unghie grattavano le pietre tentando di rimanerci aggrappata.
“Lascia… lasciami… non voglio…”. Senza fiato e con mani e ginocchia sanguinanti, continuò a scalciare, facendo cadere alcune sedie e colpendo gli stinchi di qualcuno.
S’era raggruppata una folla di persone tutt’intorno, che ridevano ed incitavano il ragazzo con frasi sconce e volgari. La locandiera cercò di farsi strada, ma la grossa mole e la barriera di uomini ubriachi non le permettevano di avanzare in difesa della giovane cliente.
“Toglietevi o vi faccio buttare fuori dalle guardie! Toglietevi subito!” sbraitava la padrona di casa, menando ceffoni a destra e a manca.
“Hey scrofa, ho pagato per bere e divertirmi, non per lavorare. Quindi fatti gli affaracci tuoi, hahahahaha!”. Un uomo con indosso una cotta di maglia ed uno stemma la spinse via, facendola cadere a terra. Il suo compare, anch’egli una guardia dello sceriffo, rise fino a piegarsi in due, tanto che l’elmo gli scivolò dalla testa. “Guarda come rotola, come una botte!” urlò, barcollando.
La locandiera si rimise in piedi a fatica, aiutata anche dalla figlia. Stava per lanciare un pugno alla guardia, ma la mano le venne immobilizzata a mezz’aria.
“Mollami subito!!” sbraitò, divincolandosi e pronta a travolgere chiunque la bloccasse.
“Ogni violenza nei confronti delle guardie dello sceriffo equivale a violenza allo sceriffo stesso, e quindi punibile con la morte”. Lo disse a tono talmente alto che tutti si fermarono, riconoscendo quella voce profonda ed autoritaria. Le guardie si misero sull’attenti, talmente in fretta da urtare il tavolo e far cadere i boccali di birra. Il rumore del vetro infranto zittì anche le ultime risate nella sala.
Guy di Gisborne lasciò andare la mano della locandiera, che fece un inchino maldestro e scappò dietro il bancone assieme alla figlia. Alcuni dei presenti in sala uscirono dalla porta a gambe levate, mentre la folla che si era creata si disperdeva. Tornarono ai propri tavoli, assumendo un atteggiamento indifferente, anche se le mai tremavano nel sollevare un cucchiaio o un boccale di birra.
“Signore, pensavamo di incontrarvi a York, come avevate ordinato. Ci siamo fermati a far risposare i cavalli, faceva freddo ed il fango sulla strada… la pioggia…”. La guardia più sobria sudava copiosamente sotto l’elmo, lo sguardo basso a fissare il pavimento. “Non pensavamo che voi…”.
“Voi non pensate mai. Continuo a chiedermi per quale motivo lo sceriffo si ostini ad assegnarmi delle teste vuote come voi. Ora pagate la locandiera e non fatevi vedere fino a domani”.
“Ma signore, abbiamo già pagato…”
Guy lo fulminò con lo sguardo e questo bastò ai due uomini per rendersi subito estremamente generosi nei confronti della loro ospite. La donna accettò il denaro e ringraziò Guy facendogli l’occhiolino, sebbene fosse ancora scossa per l’accaduto.
Martine se ne stava seduta sulle pietre del pavimento. Il suo aggressore si era subito unito ai traballanti fuggiaschi che avevano pensato bene di darsela a gambe levate. Guy le andò vicino, la prese in braccio e uscì dalla sala, diretto alle stalle. Nessuno osò più ridere e fare baccano, preferendo bisbigliare o mettersi a dormire per evitare qualsiasi tipo di guaio.

 

“Hey che succede? Si muove tutto in fretta. Vai piano. Ma quella non era la locandiera? La porta, la porta! Oooh si è aperta da sola, sei anche un mago! Guarda, ci sono tanti cavallini! Attento alla gallina, attento! Chissà dove depone le uova. Profumi di latte. Avrei proprio voglia di latte di capra, ma ho paura che sappia troppo da capra, capisci? Come il formaggio. Ti lascia quel sapore da mucca anche se è di capra… ahio!”
Martine vide tutto girare, mentre Guy la stendeva sulla paglia. Aveva perso un po’ l’equilibrio e la gettò quasi di peso, facendole sbattere la testa. La ragazza rimase stordita per qualche secondo, o almeno così credeva. Quando riaprì gli occhi, Guy non era accanto a lei. Sentiva però la sua voce, come fosse distante miglia e miglia. Non era solo, parlava con una donna, forse la figlia della locandiera. Martine richiuse gli occhi.

 

Capra. Profumo di formaggio di capra.
Martine si mise a sedere, pentendosi subito di averlo fatto così in fretta. La testa le girava ancora e sentiva in bocca un brutto sapore acido. Strinse le dita sulle tempie per massaggiarle, ma dovette smettere all’istante: aveva le unghie distrutte e i polpastrelli pieni di sangue.
“Ma che cavolo…” si chiese stupita, ricordando piano piano quello che era successo. La birra, il molestatore, la folla, Guy.
“Guy” sussurrò, rabbrividendo. Alzò lo sguardo e si rese conto solo in quel momento che lui era lì. Stava mangiando del formaggio, appoggiato alla parete di legno del magazzino. Nella ciotola era rimasto anche un uovo sodo e qualche verdura. Un boccale di birra mezzo pieno era appoggiato accanto ai suoi piedi. Martine distolse lo sguardo, nauseata.
“Pensavo di reggerla bene, ma questa è bella densa e potente. Voi sì che sapete come sballarvi di brutto”. La buttò sul ridere, ma temeva quello che sarebbe accaduto di lì a poco.
Sebbene alticcia, lo aveva visto. Aveva visto Guy farsi largo tra la folla, dare ordini alle guardie e ritirarsi senza che nessuno fiatasse. Aveva riconosciuto lo sguardo. Era tornato. Gisborne, il braccio destro dello sceriffo, il terrore della contea, era tornato.
Guy finì la birra, si pulì le labbra con la manica della camicia e gettò lontano ciotola e boccale. E fissò l’attenzione su Martine.
“E quindi… ti sei svegliato” constatò la ragazza, non sapendo che altro dire. Poche ore prima lo aveva lasciato svenuto nel magazzino, dopo averlo visto urlare e contorcersi. Era accaduto tutto all’improvviso, come se il solo nominare Marian avesse innescato una reazione violenta e tutti i ricordi di Guy fossero tornati immediatamente al loro posto. L’effetto doveva essere stato terribile, era comprensibile che l’uomo fosse impazzito e crollato al suolo.
Martine deglutì, sentendo la cena e la birra che premevano per uscire dal suo stomaco. Non voleva vomitare ma aveva bisogno di prendere un po’ d’aria. Appoggiò le mani a terra e si diede una piccola spinta, ma il dolore alle dita si unì a quello delle ginocchia, facendola ricadere pesantemente sulla paglia.
“Guarda qua… che disastro… e che male” brontolò, osservando le sbucciature profonde sulle ginocchia. L’abito pulito ed asciutto era ora pieno di chiazze rossastre, oltre ad essere mezzo strappato in più punti. Con lo sguardo cercò subito la sacca: doveva avere qualche cerotto dentro una delle tasche.
“Ferma”. Guy non disse altro, ma il tono fermo e deciso la immobilizzò. L’uomo si mise in piedi, non senza fatica, e raccolse un catino vicino alla porta. Martine vide del vapore che si alzava dal pelo dell’acqua. Si sedette di fronte a lei e immerse una pezza pulita, strizzandola poi per bene.
“Farà male, ma devo pulire le ferite. Se vuoi puoi mordere un pezzo di legno”.
“Proverò a stringere i denti” rispose, preparandosi al peggio.
Guy appoggiò la pezza calda sul ginocchio spellato e Martine sussultò, strizzando gli occhi per il dolore. Dovette respirare profondamente per non urlare, anche se Guy fu piuttosto delicato. Andò piano ma premendo sulle ferite per rimuovere sporcizia e sangue rappreso. Quando le ginocchia furono entrambe pulite, le fasciò con della stoffa leggera.
“Piega un po’ il ginocchio e vedi se è troppo stretta. Devi riuscire a camminare”.
“Sì. Ok. Un po’ più larga. Grazie”.
Martine trovava tutto molto strano. Era come se il ritorno della memoria fosse qualcosa del quale non parlare. Guy era così calmo, mentre le mani si muovevano con delicatezza e precisione. Il silenzio la faceva soffrire anche più del dolore fisico.
“Tu… stai bene? Voglio dire… è tutto come prima?”
Non ce la faceva a stare zitta, e dallo sguardo che Guy le lanciò si pentì subito di aver aperto bocca.
“Devo pulirti anche le dita” fu la sua risposta. Martine annuì. Lui le prese la mano e passò dito per dito con la pezza umida e calda. Faceva meno male rispetto alle ginocchia. Forse perché ormai s’era abituata? Era ancora intontita dalla birra? O perché la vicinanza di Guy la confondeva al punto da farle dimenticare il dolore? Si ritrovò a fissare i suoi occhi, così verdi e profondi. Alcune ciocche di capelli ancora umide gli scendevano sulle guance coperte da un accenno di barba. Le sue mani grandi ma delicate, che ad ogni tocco le mandavano brividi piacevoli per tutto il corpo. Ci rimase male quando finì di pulirle le ferite.
“Grazie” riuscì a dire, anche se nella mente si affollavano altre domande. Ricorda tutto quanto? Mi odia? Vuole seguire il piano dello sceriffo? Aveva parlato con le guardie, le stesse della carrozza. Sarebbe andato via con loro? L’avrebbe portata con sé?
Le guardie. La carrozza. Martine scattò all’improvviso.
“Il fazzoletto! Il dente! Il pezzo della daga! E’ qui, sono loro, è la nostra carrozza! Dobbiamo trovarlo, deve essere ancora lì, ne sono certa!”
Provò a mettersi in piedi e di nuovo ricadde su sé stessa. Imprecò contro la birra e il pavimento del magazzino, mentre rotolava su un fianco e cercava di sollevarsi in qualche modo. Si sentì afferrare per le braccia.
“Stai ferma. Non urlare”. Guy la stringeva forte, impedendole di muoversi. “Stai seduta. Mi prometti di non provare ad alzarti?”
Martine annuì e lui la lasciò andare, senza smettere di tenerle lo sguardo addosso. Allungò una mano verso la cintura ancora appesa ad una delle travi. Cercò qualcosa dentro un piccolo borsello di pelle, poi avvicinò la mano verso la ragazza. L’aprì: era il fazzoletto, e al suo interno c’era ancora il dente dello sceriffo. La piccola pietra brillò alla luce della lanterna e Martine pensò fosse la cosa più bella del mondo.
“Ho riconosciuto lo stemma sulle borse da sella. Ho fatto un giro sul retro e ho trovato la carrozza dello sceriffo. Stava sotto il sedile, incastrato tra le pelli”. Non appena risvegliatosi, Guy s’era reso conto che tutti i ricordi erano tornati al loro posto. S’era alzato, instabile e debole, e aveva vagato per la stalla. La figlia della locandiera stava mungendo la capra e lui era riuscito a farsi dare un bicchiere di latte caldo. Aveva sentito le urla di Martine ed era accorso nella sala.
“Mentre dormivi ho parlato con le guardie. Dicono di aver superato due tizi sospetti con un mulo, la descrizione di uno di loro corrisponde al tuo amico strano con le treccine. Ho dato l’ordine di preparare la carrozza per domani mattina”.
“E dove andiamo?” chiese Martine. A quel punto non sapeva più quale Guy avesse di fronte e cosa volesse fare.
“A York, come ordinato dallo sceriffo”. La risposta fu secca e decisa.
“Ah. Quindi mi riconsegnerai a lui, una volta tornati a Nottingham?”
Guy richiuse il fazzoletto e lo mise nella mano di Martine. La osservò ancora qualche istante, prima di rispondere.
“No. Ora dormi. Devo parlare con la locandiera” e così dicendo si rimise in piedi. Le diede un’ultima occhiata prima di chiudere la porta del magazzino dietro di sé.
Martine rimase sola nella sua confusione e stordimento. Di positivo c’era che aveva di nuovo tra le mani un pezzo della daga. Era quella la missione, doveva essere quello l’unico pensiero ad occuparle la mente.
Si distese sulla paglia, sentendo la testa girare. Si coprì alla ben e meglio con l’altra coperta, quella asciutta. C’era un bel tepore, sicuramente merito delle pietre calde con le quali era stata avvolta.
Chiuse gli occhi e la stanchezza prese il sopravvento. Ma non prima di aver rivolto un ultimo pensiero a Guy.

 

Un brusio la risvegliò da un sogno confuso e triste. La pioggia colpiva con violenza il tetto della stalla ed un rombo in lontananza annunciò l’avvicinarsi di un forte temporale. Qualche cavallo nitrì, scalciando e strattonando le briglie.
Martine rabbrividì e tirò la coperta fino sopra alle orecchie, raggomitolandosi su se stessa. Non era abituata a dormire per terra e, sebbene ci fosse abbastanza paglia da creare un giaciglio comodo, era certa si sarebbe alzata con un terribile mal di schiena, per non parlare dell’emicrania e del raffreddore.
Lentamente aprì gli occhi, sentendo le palpebre gonfie e pesanti. La prima cosa che vide fu la lanterna appesa alla trave. Era ancora accesa e la luce, anche se flebile e tremolante, le diede subito fastidio. Distolse subito lo sguardo, stropicciandosi il volto e sbadigliando. Poi lo vide.
Guy era disteso poco distante da lei, anch’egli raggomitolato su se stesso. Giaceva sul fianco, senza coperta né mantello, e doveva avere sicuramente freddo perché tremava nel sonno.
Sentendosi egoista nello stringere l’unica coperta asciutta, Martine si avvicinò all’uomo e lo accolse sotto il tepore della ruvida stoffa scura. Guy aprì subito gli occhi, che nella tenue luce della lanterna brillavano come due smeraldi.
“Cosa succede?” chiese con voce roca, sollevando la testa dalla paglia.
“Pensavo avessi freddo… mi spiace averti svegliato…”
“Mmm”. Sbadigliò a sua volta e si rimise disteso, chiudendo gli occhi.
“Guy”
“Cosa c’è?”
“Devo chiederti una cosa”.
“Non puoi aspettare che venga giorno?”
“Preferirei adesso…”
Guy sospirò, riaprì gli occhi e li puntò su Martine. “Dimmi”.
L’atteggiamento freddo e distaccato dell’uomo non l’aiutava, ma almeno si sentiva meno annebbiata dall’alcool della birra. Ci mise comunque qualche secondo a mettere insieme i pensieri.
“Ora che ti è tornata la memoria, o almeno così mi è parso… beh avevamo un discorso in sospeso, noi due. Quando ho nominato Marian poi tu…”
“Non voglio sentire quel nome”. La interruppe, guardando altrove.
Martine ebbe un brivido, ma era decisa ad andare avanti.
“Perché non vuoi parlare di lei? E chiaro che conta molto per te. Solo nominarla ha fatto tornare tutti i ricordi. E anche quando eri senza memoria lei era nei tuoi pensieri”.
“Ti sbagli”.
“No, non mi sbaglio. Era il suo volto che ricordavi, non il mio. L’hai detto tu stesso che ci somigliamo. Tu la ami e nessuno riuscirà a togliertela dalla mente, nemmeno una trave sulla testa o una stupida ingenua come me”.
“Ho detto che ti sbagli”. La mano di Guy scivolò sotto la coperta e le afferrò il polso.
“Lasciami”. Martine strattonò il braccio cercando di liberarsi dalla presa. Voleva girarsi e tornare al sogno triste. Cosa stava sognando, poi? Non ricordava. Ma era stata una pessima idea quella di parlare. Ora le veniva da piangere, di nuovo, e per di più aveva fatto arrabbiare Guy. Ne faceva mai una di giusta?
“Prima dimmi di cosa volevi parlarmi” insistette lui, senza mai lasciarle il polso.
“No, ho già detto tutto. Lasciami. Devo dormire”.
“No. Parla”.
Martine capì che non c’era via di scampo. Non si sarebbe liberata facilmente dalla presa, quindi le soluzioni rimanevano due: ignorarlo e chiudere gli occhi, oppure finire quel dannatissimo discorso. In realtà c’era una terza soluzione, ovvero lanciargli un calcio nello stomaco. Ma era talmente intorpidita e dolorante che si sarebbe fatta male da sola.
“E va bene! Preferivo il Guy senza memoria ma con modi più dolci”. Fece un profondo respiro e lo fissò, decisa a non mettersi nuovamente a piangere.
“Quello che mi premeva dirti era che sono in attesa di una risposta. Ti piaccio, non ti piaccio, provi qualcosa per me… una risposta qualsiasi, prima di arrivare a York, incasinarci con lo sceriffo, la fine del mondo e tutto il resto. Ho capito che qua le cose van di male in peggio molto rapidamente e il silenzio non serve a nulla. Quindi, anche a rischio di sembrare una scolaretta alla sua prima cotta, avrei voluto sapere se tutta la mia dichiarazione d’amore di prima avrebbe avuto una qualche speranza oppure sarebbe stata dimenticata non appena tornati a Nottingham. Sempre se torneremo a Nottingham. A questo punto non lo so. Non so nulla. A parte essermi risposta da sola, ovvero che non hai pensieri che per Marian. Marian di qua, Marian di là…”
Guy l’attirò a sé e la baciò. Avvenne tutto così in fretta che le parole le morirono in bocca. Era talmente sconvolta da avere ancora gli occhi sbarrati quando lui si scostò, liberando la presa sul polso.
“Ti avevo detto di non voler sentire quel nome”.
“Beh… sì… cioè… giusto… uh…”
Balbettò altre parole a caso, senza capire bene cosa fosse successo e soprattutto perché. L’aveva baciata. Era reale? O stava ancora sognando in preda all’intontimento da birra?
“Ho avuto modo di pensare a quello che hai detto” proseguì Guy. “Ti avrei risposto, ma a quanto pare non potevi attendere la luce del sole”.
“Haha, adesso è colpa mia. Grazie eh” rispose Martine con tono ironico, sorridendo dopo tanto tempo. Ciò che la sorprese fu che anche Guy piegò le labbra in un accenno di sorriso.
“Ho sempre avuto rapporti complicati con le donne. Forse non le capisco oppure sbaglio qualcosa, ma finisco sempre per rimanere solo”.
Cattive compagnie e pessimo carattere, avrebbe voluto aggiungere Martine, ma preferì evitare la critica crudele proprio ora che Guy le stava parlando apertamente.
“E poi arrivi tu. Compari dal nulla, le assomigli così tanto… ho provato a non costruirmi false speranze, a trattarti come se non m’importasse nulla di te. Per come ti trattava lo sceriffo cominciai a nutrire dei sospetti sulla tua identità, così mi fu più facile ignorarti. Poi l’incidente e tu… mi sei rimasta accanto. Come hai detto tu stessa, avresti potuto lasciarmi sulla strada. Sarei morto se non fosse stato per il tuo aiuto”.
“Esagerato” commentò Martine, ben sapendo che l’uomo diceva il vero. Con quella ferita, infetta e sanguinante, non avrebbe fatto molta strada.
Guy avvicinò timidamente la mano, accarezzandole la guancia. Martine s’irrigidì, trattenendo un brivido.
“Quindi la mia risposta è che non so come comportarmi. Non voglio finire nuovamente tradito e deriso da tutti. Ma provo qualcosa per te, un sentimento che mi scalda di nuovo il cuore. Ed è una sensazione piacevole”.
“Oh Guy…” sussurrò Martine, pronta a piangere dall’emozione. Si avvicinò quel poco che bastava per baciarlo, stringendo il suo volto tra le mani. Guy le cinse la vita con il braccio.
“Ti prego. Prometti di non mentirmi più. Mai più” le chiese, baciandole la fronte.
“Te lo prometto. E tu non lasciarmi… non lasciarmi” e affondò il volto sul petto di lui. Guy sorrise e le accarezzò la testa. Martine poteva sentire il cuore di lui battere veloce. Proprio come il suo.
“Promesso. Ora riposiamo. Domani sarà una lunga giornata e avremo ancora tempo per parlare”.
Martine alzò la testa e annuì. Guy la baciò ancora, in un bacio che sembrò durare tutta la notte.

 

 

Data di pubblicazione: 6 giugno 2013 / 27 gennaio 2014
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

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