DAGGER: CAPITOLO 4.1

 

3 Marzo 1193
Giorno 6
Strada per York

Sentì qualcosa di umido caderle sul braccio. Delle macchie scure si stavano allargando sulle maniche color cenere. Alzò lo sguardo.
In quel punto a foresta era meno fitta, e tra poche miglia sarebbe scomparsa del tutto per un lungo tratto. Tra i rami intricati riusciva a scorgere i raggi del sole e, guardando più attentamente, poteva vedere il cielo azzurro.
Finalmente, pensò tra sé.
Era stanca di tutta quella neve e pioggia. I vestiti e le scarpe erano completamente sporchi di fango, ed era impossibile muoversi senza sprofondare nelle pozzanghere.
Altre gocce, altre piccole macchie sull’abito. Ma non la preoccupavano. Non era un nuovo temporale in arrivo, era solo un po’ d’acqua che scendeva dalle foglie degli alberi.
Si mise a fischiettare un motivetto che da giorni le girava per la testa. Era felice.
Pochi minuti e sarebbe arrivata a casa.
“Quanto manca? Sono stanco!”.
Josef la stava fissando, seduto in mezzo alle ceste di frutta e verdura. Tra le mani aveva il suo pupazzo preferito, un guerriero con arco e frecce.
“Manca poco. Vedi i tronchi gemelli? Sai che significa?”.
“Sì… lo so. Fra poco vedremo la roccia col buco, poi casa dello zio Phil e poi… e poi… e poi casa” rispose, alzandosi in piedi e rimanendo a stento in equilibrio. “Ma io sono stanco adesso!”.
“Josef, mettiti seduto!” gli disse. Si girò e, tenendo le briglie con una mano, afferrò il figlio con l’altra. Ma il piccolo non sembrava volersi sedere, né venire tra le sue braccia.
“Ma mamma… la strada” diceva, indicando oltre la donna e il cavallo.
“Josef, non farmi arrabbiare! O ti metti seduto o vieni qui in braccio!”.
“La strada, mamma… sulla strada… guarda!” insisteva, gli occhi sempre puntati avanti.
“Josef! Lo sai che il cavallo e la mamma conoscono la strada. O ti metti seduto oppure…”.
Non finì la frase che il carro si mosse in maniera inaspettata. Il cavallo nitrì e s’impennò.
Rose si girò di scatto e tirò le redini, cercando di calmare l’animale. Nel frattempo Josef era caduto in mezzo alle ceste. Piangeva, stringendo tra le mani il suo pupazzo mezzo rotto.
Il cavallo si fermò, continuando a nitrire spaventato. La donna guardò oltre l’animale, per capire cosa doveva averlo spaventato a tal punto.
Una ragazza se ne stava in mezzo alla strada, le braccia aperte. Stava piangendo, e solo allora Rose si rese conto che stava dicendo qualcosa.
“Aiutatemi! Aiutatemi, Vi prego!” continuava a ripetere.
Sebbene sporchi di fango, i suoi abiti erano quelli di una ricca signora. Anche la sua pelle, candida e senza una ruga, stava ad indicare che non era solita trascorrere le sue giornate in mezzo ai campi.
Deve essere caduta vittima di qualche brigante, pensò Rose, mentre scendeva dal carro e le andava incontro.
“Aiutatemi, ve ne prego. Non so cosa sia successo. Un attimo fa era in piedi, e adesso… lui…a terra…”.
La ragazza stentava a parlare, le lacrime che non smettevano di scenderle dagli occhi.
Rose le mise le braccia sulle spalle, costringendo la sconosciuta a guardarla.
“Hey. Hey! Ascoltatemi. Cosa v’è successo, madame? Siete ferita? Siete sola? Chi non è più in piedi?”.
La ragazza tirò su col naso, si pulì il volto con una mano e deglutì.
“Potete seguirmi a piedi fino all’angolo?”.
Rose si girò verso il carro. Suo figlio aveva smesso di piangere e se ne stava in piedi a fissarla.
“Datemi un attimo” disse, tornando verso il cavallo.
“Josef, piccolo. La mamma va a vedere una cosa. Tu rimani qui, intesi?”.
“Chi è quella?” chiese, sospettoso e spaventato.
“Una signora che ha bisogno di me. Mi prometti di fare la guardia al carro? Me lo prometti?”.
“Ma io voglio venire con te”.
Rose gli accarezzò dolcemente la guancia, sorridendo. “Mamma ora deve aiutare questa signora. Fai il bravo ometto. Sei il mio ometto speciale?”.
Il piccolo annuì, non molto convinto. “Però mi siedo davanti” disse, scavalcando le ceste e sedendosi al posto di guida. Rose sospirò, gli disse di tenere strette le redini e di non muoversi per nessun motivo.

 

Superarono di corsa due enormi alberi intrecciati che si piegavano ad arco sopra le loro teste, svoltarono l’angolo e Rose vide una figura scura in mezzo alla strada.
Più si avvicinavano, più era chiaro che si trattava di un uomo, steso a terra, immobile.
La ragazza s’inginocchiò al suo fianco, incurante del fango che le sporcava le vesti preziose.
“Non so cosa sia successo. Un attimo fa era in piedi, stava bene. All’improvviso s’è accasciato e non s’è più mosso”.
Rose si chinò vicino al corpo. L’uomo portava una spada e, guardandolo meglio in volto, aveva qualcosa di familiare.
“Respira, ma credo abbia la febbre” continuava a mormorare la giovane, le mani tremanti che accarezzavano la testa dell’uomo. “Abbiamo cavalcato tutta la notte. Dovevamo raggiungere York il più presto possibile. Gli abiti erano fradici a causa della pioggia, forse il freddo e la fatica l’hanno fiaccato…”. Le lacrime avevano ripreso a scenderle lungo le guance, il terrore in quegli occhi che pareva essere dolci e gentili. “Vi prego, milady. Io so come curarlo. Ma non posso farlo in mezzo al fango. Non potrei farcela da sola a metterlo sul cavallo, e non credo sarebbe comunque una buona idea. Voi avete un carro, potreste scortarci fino al prossimo villaggio o alla prima locanda. Vi pagherò qualsiasi cifra, ve lo prometto. Non ci abbandonate”. La ragazza era spaventata, e attendeva con ansia una sua risposta.
Rose la fissava, incerta sul da farsi. Avrebbe potuto accompagnarli fino alla Locanda del Calderone, distante poche miglia; ma c’era qualcosa in quell’uomo che non la convinceva. Ma non poteva nemmeno lasciarli in mezzo alla strada solo in base ad un vago sospetto.
Si rimise in piedi.
“Prendete i cavalli. Li legheremo al carro. Come avete detto di chiamarvi?”.
“Martine”.

 

Il villaggio di Todwick comparve oltre la collina. Era un agglomerato di una decina di case, per lo più di legno ed argilla. Si poteva scorgere il tetto della piccola chiesa, l’edificio più alto di tutti.
I contadini erano già nei campi, e si trascinavano faticosamente dietro l’aratro tirato dai buoi.
C’era un buon odore di erba bagnata e terra appena smossa, e l’aria era fresca.
Respirò a pieni polmoni, sperando di risvegliarsi dal torpore che la stava assalendo.
Grazie all’aiuto di quella donna, Rose, avevano trovato un passaggio. Era stata una fatica non da poco caricare Guy sul carro, e per tutto il tempo l’uomo era rimasto incosciente. Martine sperò non fosse niente di grave. Aveva abbastanza medicinali nella borsa da poter curare tutto il paese. Ma erano per lo più antidolorifici ed aspirine. In quell’epoca, qualcosa di più di un raffreddore poteva portare un uomo sano alla morte. Rabbrividì solo al pensiero, e si strinse ancora di più al corpo di Guy.
“Siamo arrivati, milady”.
Martine alzò lo sguardo, sporgendosi dal carro. S’erano fermati di fronte ad una casa molto più grande rispetto alle altre del villaggio. Era sempre fatta di legno ed argilla, ma composta di due piani. Accanto, vi erano una specie di rimessa pieni di attrezzi da lavoro e una stalla.
“Voi afferratelo per le spalle, io lo reggerò per i piedi”. Rose aveva aperto il retro del carretto, mentre alcune persone stavano già scaricando le ceste di frutta e verdura.
“Lady Trent, cosa è successo?”. Un uomo non molto anziano era uscito di corsa dalla casa, ed ora fissava la scena a bocca aperta.
“Li ho trovati in mezzo alla strada. George, prepara dell’acqua calda, subito!”.
L’uomo rimase immobile per qualche secondo, indeciso se obbedire o aiutare la sua padrona.
“George! Non ci sarai d’aiuto qui fuori!” gli urlò la donna.
Non se lo fece ripetere due volte e corse via.
“E’ un brav’uomo. Un po’ inutile a volte, ma fa quello che può” cercò di giustificarsi, mentre lei e Martine avevano spostato il corpo di Guy a terra.
Vennero in loro aiuto alcuni giovani, che molto più velocemente lo sollevarono e portarono dentro casa.
“Di qua, seguitemi! Lì, mettetelo lì!”. Guy venne adagiato su un letto, in una piccola stanza dalla parte opposta a dove erano entrati. Rose ringraziò per l’aiuto e congedò i ragazzi.
“Allen, Fred. Occupatevi voi della distribuzione. Dite a tutti che potranno passare domani per il pagamento. Non c’è fretta. Intesi?”. I due annuirono, e con un inchino uscirono dalla stanza.
Martine osservò meglio la donna. Non doveva essere molto più vecchia di lei. Aveva lunghi capelli biondi, il volto magro ma deciso. Nei sui occhi aveva notato subito la sicurezza e il coraggio. Doveva essere una donna forte e, da come la trattavano tutti, anche molto rispettata.
“Ecco l’acqua” disse George, appoggiando sul pavimento un calderone fumante. Uscì di corsa dalla stanza, lasciandole sole.
“Avete detto di poterlo curare”. Rose la fissava, in attesa.
Martine si fece prendere dal panico. Non era mai stata una brava infermiera, e non sapeva da dove cominciare. “Dobbiamo… dobbiamo toglierli i vestiti umidi, prima di tutto” decise infine.
Rose annuì, iniziando a slacciare i ganci a forma di lupo sulla giubba dell’uomo.
Li ho già visti questi ganci, ma dove, continuava a chiedersi.
Gli tolse la maglia, mentre Martine sfilava stivali e pantaloni. La donna vide che la giovane stava arrossendo, e sorrise.
“E’ vostro marito?” chiese, mentre prendeva delle pezze di stoffa da una cesta accanto al letto.
“No! No… non è mio marito” balbettò, afferrando lo straccio che le veniva passato dalla donna.
“Ve la sentite di proseguire? Vi vedo turbata. Ce la fate?”.
Martine annuì. “Bene. Ora dovremo ripulirlo” le disse, immergendo il panno nel calderone.
Cadendo, Guy era finito in mezzo al fango. Aveva macchie ormai secche di terra per tutto il corpo.
Martine gli pulì delicatamente il volto, e non riuscì a trattenersi dal fargli una carezza. Poi gli sollevò la testa, per toglierli dei pezzi di fango rappresi tra i capelli. E notò qualcosa sul cuscino: una macchia rossastra. Sangue, osservò con orrore.
Guardò il pezzo di stoffa nella sua mano ed era anch’esso rosso.
“Che succede?” chiese Rose, vedendo che la ragazza s’era fermata. Poi abbassò lo sguardo sullo straccio, e vide la macchia. “E’ ferito?”.
Martine spostò i capelli e vide da dove arrivava il sangue. In cima alla nuca c’era un taglio di circa cinque centimetri. Il sangue s’era un po’ raggrumato, sebbene la ferita fosse ancora aperta.
La trave di legno, pensò Martine. Poche ore prima, alla locanda, Robin aveva atterrato Guy con un enorme pezzo di legno. Tranquilla, ha la pellaccia dura, se la caverà, aveva detto il fuorilegge, con quel sorriso ammiccante che lei cominciava ad odiare.
“Dobbiamo… dobbiamo chiudere la ferita” disse, rabbrividendo.
Se c’era una cosa che proprio non poteva sopportare, che la obbligava a distogliere lo sguardo, che le faceva venire da vomitare all’istante… beh, era quella.
“L’avete già fatto prima d’ora?” chiese Rose, notando che il volto della ragazza era più bianco di prima, quasi tendente al verde.
“No. Ma non c’è altra soluzione. La ferita è sporca di terra, quindi sicuramente infetta. Non sappiamo ancora per quale motivo sia svenuto. Spero sia solo febbre e non un trauma cranico. Ma chiudendo la ferita almeno eviteremo che muoia per un’infezione batterica. Avete ago e filo, per caso?”.
Alzò lo sguardo e vide che la donna la fissava basita.
Cazzo, pensò tra sé. Parlare come dottor House non era il massimo in un’epoca dove praticare salassi era il top della medicina.
Rose si alzò e uscì dalla stanza, lasciandola sola. Martine la seguì con lo sguardo, senza sapere cosa sarebbe successo. Prese uno straccio, lo immerse nell’acqua e ripulì il taglio dalla sporcizia. Tolse anche alcune schegge di legno, e maledì Robin e la sua trave innocua.
Sentì dei passi e vide la donna tornare. Nelle mani stringeva dello spago e un ago. Glieli porse e l’aiutò a tenere sollevato il corpo di Guy.
L’ago era spesso, lungo una decina di centimetri. Lo strofinò per bene con lo straccio imbevuto di acqua calda, cercando di sterilizzarlo il più possibile. Infilò lo spago nel buco, fece il nodo e si avvicinò alla testa dell’uomo.
Martine deglutì, rimanendo immobile con la mano a mezz’aria. Chiuse gli occhi, respirò profondamente un paio di volte e, aprendo appena le palpebre, infilò l’ago nella pelle.
Adesso vomito, pensò.
Doveva resistere. La vita di Guy dipendeva da lei. Tirò lo spago, infilò di nuovo l’ago nella pelle e unì i lembi della ferita. Una, due volte.
Meglio di una sarta, rise dentro di sé, la sensazione di vomito che si andava allentando.
Non era facile evitare che i lunghi capelli di Guy si impigliassero nello spago. Sarebbe stato meglio tagliarli, ma ormai era già a metà dell’opera. Pochi minuti e il taglio era chiuso.
Martine osservò soddisfatta il suo lavoro, mentre ripuliva la ferita dal sangue che stava lentamente uscendo. Fasciò la testa dell’uomo, e lo adagiarono sul cuscino.
“Siete stata brava e coraggiosa” osservò Rose, sorridendo.
“Grazie. Ma spero sia stata la prima e ultima volta” e si lasciò cadere a terra, sfinita.
La padrona di casa chiamò George, che arrivò in pochi secondi. Molto probabilmente il vecchio stava origliando alla porta.
“La nostra ospite ha bisogno di un bagno caldo. Fa sistemare la stanza di Henry, per cortesia”.
Martine si alzò in piedi di scatto.
“Madame, vi prego, non vi disturbate. Mi basta un po’ d’acqua e una sedia. Niente più”.
Rose fece finta di non sentirla e continuò ad istruire George, che si dette subito da fare.
“Madame, non è necessario…” ma insistere pareva essere inutile.
La donna le si avvicinò e le prese le mani. Solo allora Martine si rese conto che erano sporche di sangue e fango. Anche le maniche del vestito erano sudicie. Aveva decisamente bisogno di un bagno e di un cambio d’abito. Ma non voleva abbandonare Guy.
Rose se ne accorse, e le assicurò che non avrebbe lasciato l’uomo da solo mentre lei era assente.
“Ve lo prometto. Vi chiamo se succede qualcosa” disse, sorridendo.
Martine annuì.

 

Immersa nell’acqua calda, sentiva lo stress e la stanchezza scivolare via.
Sembravano passati secoli dall’ultimo bagno vero e proprio. Invece erano trascorsi solo cinque giorni da quando avevano lasciato la Nottingham del futuro.
Il futuro. Sarebbero riusciti a tornare sani e salvi?
Fino a poche ore prima era una certezza. Il pezzo della daga ritrovato e nelle sue mani. Avrebbero detto addio a quell’epoca senza acqua corrente e MacDonald’s.
Invece era andato tutto in fumo, con la probabilità di non ritrovare mai più quel maledetto dente.
“Imhotep comparirà e noi saremo fottuti” disse, parlando ad alta voce con sé stessa.
In fin dei conti, non era poi così grave. Il pezzo della daga era piccolissimo, di sicuro il sacerdote egizio non poteva regnare sul mondo con una misera pietruzza.
Con questa convinzione in mente, Martine uscì dalla vasca. Non era così semplice come entrarvici, e quasi inciampò sulle lenzuola bagnate.
La stanza era piccola e pulita. All’angolo opposto alla porta c’era un enorme letto, con accanto una cassapanca in legno. Rose le aveva portato alcuni suoi abiti, che ora stavano appoggiati su uno scrittoio, accanto all’unica finestra della stanza.
Martine indossò un lungo vestito verde, aggiungendovi sopra un ulteriore vestito marrone. La chiusura a lacci laterale era l’unica parte difficile della vestizione. C’era una bella differenza tra questi abiti semplici e quelli raffinati di Marian. Però li sentiva più veri, più reali. Peccato non ci fossero specchi, avrebbe tanto voluto vedersi così abbigliata. “Che vanitosa” esclamò, ridacchiando.
Raccolse da terra la sua borsa e tirò fuori il diario. Doveva assolutamente scrivere degli ultimi avvenimenti. Erano successe così tante cose che rischiava di dimenticarle.
Tirò fuori la penna, sperando non entrasse nessuno nella stanza, e si mise a scrivere.
Scrisse del terribile incontro con lo sceriffo, dell’agguato alla locanda e dell’incidente di Claudia.
…perlomeno, eravamo tutti sani e salvi. Fino a ieri…”.
Smise di scrivere. Chissà come stava ora Claudia. Ripensare a come era stata picchiata da quel bastardo le fece venire i brividi. Faith era sconvolta, non l’aveva mai vista così.
“Spero stiano tutti bene”.

 

Non siamo riusciti a raggiungere la carrozza. La speranza è che il dente sia ancora lì.
Mi spiace anche per il falco. Povero animale, starà morendo di fame.
E’ tutta colpa mia e della mia sbadataggine. Se avessi nascosto il pezzo della daga in un posto meno accessibile, se non l’avessi lasciato nel fazzoletto… ma è inutile pensarci adesso.
L’importante è rimetterci al più presto sulle tracce della carrozza. Non appena Guy si sarà ripreso…

Appoggiò la penna. Guy…
Il cuore le si era fermato nel vederlo cadere a terra, in mezzo alla strada nella foresta. Era successo tutto così in fretta, ma ripensandoci vedeva la scena al rallentatore. Un attimo prima era in piedi, un secondo dopo era immobile. Le veniva da piangere, ancora. Ma doveva trattenere le lacrime. Doveva essere forte, sia per sé che per Guy.
Mise via il diario, nascose la borsa sotto il letto e uscì dalla stanza.

 

“State tranquilla. Prima mangiate qualcosa”.
Rose l’aveva fatta sedere quasi con la forza. La tavola era apparecchiata per due e la minestra fumante non aspettava altro che essere mangiata.
“Volevo solo controllare che stesse bene…” disse Martine, impaziente. In mano stringeva una bustina di antipiretico. Doveva riuscire a far prendere a Guy quella medicina il più presto possibile.
Ma non voleva essere scortese con la sua ospite e, sebbene con lo stomaco ancora chiuso dalla tensione, affondò il cucchiaio nella ciotola. Era calda e molto buona, e senza rendersene conto la finì in pochi minuti. Rose sorrise.
Chissà cosa è successo a questa ragazza, pensò. Non sapeva niente di lei e dell’uomo misterioso nell’altra stanza. Aveva timore di spaventarla con le domande, ma doveva pur sapere chi stava ospitando sotto il suo tetto.
“Ora che vi siete riposata e rifocillata, magari vi va di raccontarmi cosa vi è successo nella foresta, e come il vostro compagno di viaggio si sia fatto quella ferita”.
Martine fece cadere il cucchiaio di legno per terra, rovesciando qualche goccia di minestra.
“Oh… che maldestra” si scusò, mentre si chinava a raccogliere l’oggetto da terra. E ora che le dico?
Rose la stava fissando, in attesa di una risposta.
“Ero ospite di sir Guy” e con lo sguardo indicò la stanza alle sue spalle. “Siamo stati assaliti dalla banda di Robin Hood. Avevamo fatto una sosta alla locanda di Greenwood quando il fuorilegge ha colpito Guy con una trave. Siamo ripartiti poche ore dopo per York. Abbiamo una questione della massima urgenza che ci attende. Ma poi… Guy… beh, ci avete trovati voi, in mezzo alla strada”.
Non osava alzare lo sguardo, ma sentiva che la donna continuava a fissarla.
“Sir Guy… sir Guy di Gisborne?”.
Martine annuì, pentendosi di aver detto quel nome. Era meglio se mi inventavo che si chiama Alfred.
Rose rimase in silenzio, poi si alzò e cominciò a liberare la tavola.
“Se volete, adesso potete andare dal vostro compagno”. Il tono era serio.
“Vi ringrazio, milady. Se non è troppo disturbo, potrei usare questo?” e sollevò il bicchiere davanti a lei.
“Certo. Ora vorrete scusarmi. Ho degli impegni che mi attendono” e con un sorriso, che Martine notò essere alquanto forzato, uscì di casa. Sentì la voce del bambino provenire dal giardino, e delle risate.
Aprì la bustina che teneva in mano, versò la polvere nel bicchiere colmo d’acqua e si diresse verso la stanza alle sue spalle.
Guy era ancora nella stessa posizione, immobile, il respiro leggermente accelerato.
Martine si avvicinò al letto, e gli mise la mano sul volto. Scottava, ed il sudore gli imperlava la fronte. Gli sollevò la testa, gli appoggiò il bicchiere sulle labbra e, lentamente, un sorso alla volta, gli fece bere l’antipiretico.
Appoggiò il bicchiere sul tavolino accanto al letto, e tornò ad occuparsi di Guy. Tolse la fasciatura alla testa e controllò la ferita: il sangue stava formando una piccola crosta, ma sembrava esserci una leggera infezione. Prese uno straccio pulito e, dopo averlo immerso nell’acqua, ripulì il taglio. Poi, con un altro pezzo di stoffa pulita, fasciò di nuovo la testa. Gli asciugò il volto dal sudore e gli mise una pezza umida sulla fronte.Non poteva fare altro. Si sentiva impotente. Sperava fosse solo febbre a tenere Guy in quello stato.

 

Immagini confuse, sfuocate, come se vi fosse una nebbia impalpabile tra lui e ciò che gli stava di fronte. Una foresta buia ed umida, un uomo incappucciato che sorrideva, paglia, sangue, qualcosa che gli legava le braccia, il volto gentile di una ragazza, un cavallo che correva nella pioggia. Freddo. Buio.
Aprì gli occhi lentamente. Ancora buio.
Sentiva le palpebre bruciare, mentre cercava di mettere a fuoco l’ambiente che lo circondava. Era disteso su di un letto, il corpo mezzo nudo coperto da un lenzuolo. Era sudato e sentiva molto caldo. Cercò di mettersi seduto, ma la testa girava troppo. Chiuse gli occhi, respirò lentamente. Provò a rialzarsi e stavolta si sentì più stabile. Rimase seduto in quella posizione per qualche minuto, cercando di trattenere la fastidiosa sensazione di vomito che l’assaliva. Il pavimento era freddo sotto i suoi piedi, e ciò gli diede un po’ di sollievo.
Dalla porta lì accanto proveniva una flebile luce rossastra, che gli permise di mettere a fuoco la stanza. Non era molto grande, le pareti erano formate da assi di legno e c’era una sola finestra ben chiusa. Al centro della stanza c’era il letto su cui stava seduto, una sedia ed un piccolo mobile con sopra una candela spenta ed un bicchiere. Poco lontano dal letto si trovava un baule, con sopra quelli che dovevano essere dei vestiti.
Ricordò di essere mezzo nudo e decise che era meglio mettersi qualcosa addosso prima di uscire da quella porta. Raccogliendo le forze, si mise in piedi e vi rimase per qualche secondo, prima di perdere l’equilibrio e urtare il mobile accanto al letto. Il bicchiere cadde, rompendosi e rovesciando l’acqua sul pavimento. Il rumore dell’oggetto che andava in mille pezzi squarciò il silenzio. Udì dei passi veloci che rimbombavano sopra la sua testa.
Corse, o meglio, provò a camminare veloce in direzione del baule. Nell’oscurità iniziò a rovistare tra gli indumenti. Erano sicuramente in pelle, lo capiva dalla consistenza e dall’odore. Alcune immagini sfuocate comparvero nella sua mente. Un castello. Uomini vestiti di nero. Un vecchio senza un dente. Cercava di capire cosa fossero, quando toccò qualcosa di freddo, un attimo prima che una luce accecante lo colpisse.
Si volse rapidamente verso quella fonte luminosa, una mano alzata a coprirsi gli occhi. Due, tre sagome si stagliavano sulla porta, ma poteva solo vederne i contorni. Poi una di loro parlò.
“Guy! Oh sia lodato il cielo, stai bene!”. Era la voce di una donna giovane, una delle sagome che non metteva ancora a fuoco. Vide che s’avvicinava svelta, come correndo.
“Non vi muovete donna!” urlò. Era la sua voce? Ebbe come la sensazione di sentirla per la prima volta in vita sua.
“Guy… sono io… Martine”. Era ormai a pochi passi, ora poteva vederla chiaramente in volto. La riconobbe: era la ragazza vista in sogno. Ma non poteva fidarsi di lei.
“State indietro!”. Con un movimento rapido le puntò contro una spada appena trovata accanto al baule. “Vi conviene starmi lontano, milady. Non esiterò ad uccidervi se farete ancora un passo”.
La ragazza era visibilmente scossa e aveva alzato le braccia, mentre arretrava verso la porta. Alle sue spalle, alcune sagome si erano allontanate di corsa, urlando qualcosa.
“Guy, metti via quella spada. Non vedi? Sono io, sono Martine!”.
“Non so chi voi siate, milady” disse, mentre continuava a tenera la spada puntata contro la ragazza.
Puntini bianchi simili a fiocchi di neve gli offuscarono la vista, facendolo barcollare. Un dolore lancinante ed intenso alla testa lo costrinse a piegarsi su sé stesso. Sentì dei passi, vide l’orlo di una gonna e una mano che gli toccava la spalla.
“Oh no, stai sanguinando di nuovo, devi tornare a letto!”. La ragazza che diceva di chiamarsi Martine lo sorreggeva, il tono di voce realmente preoccupato.
“State lontana da me!”. Le diede una spinta, facendola cadere a terra. Cercò di correre verso la porta, ma quella neve leggera divenne di un bianco compatto davanti ai suoi occhi. Sentì il mondo intorno a sé girare vorticosamente. E fu di nuovo buio.

 

* * *

 

Rimase a vegliarlo tutta la notte. Non voleva rischiare che l’uomo facesse ancora qualche gesto avventato.
Rose aveva suggerito di legarlo al letto, su consenso di gran parte dei presenti.
“Per il suo bene… e per il nostro” aveva aggiunto.
Martine aveva scosso la testa e si era offerta volontaria per fare la guardia. A nulla era valsa l’insistenza della padrona di casa che, vedendo la testardaggine della giovane, dopo un po’ aveva lasciato perdere.
“Farò mettere qualcuno fuori dalla porta, in caso doveste avere bisogno. Mi raccomando: non esitate a chiamare” sottolineò, dando poi ordini ad uno dei giovani che stavano nella stanza, lo stesso che aveva aiutato Rose a scaricare il carretto e aveva aiutato a rimettere Guy nel letto.
Martine si sentiva a disagio, non era sua intenzione mancare di rispetto alla sua ospite, ma non poteva lasciare che legassero Guy. Preferiva vegliarlo personalmente. Era una sua responsabilità ed era suo compito fare in modo che l’uomo guarisse in fretta e senza traumi.
La reazione al suo risveglio aveva allarmato la giovane. Guy pareva non riconoscerla e sembrava disorientato. Martine sperava che fosse solo la febbre a renderlo confuso. Non osava immaginare che la botta in testa infertagli da Robin Hood potesse avergli causato la perdita della memoria.
Sospirò, seduta sulla sedia accanto al letto, nella stanza illuminata solo dalla flebile luce della candela.
Il respiro di Guy era lento, ma stava sicuramente avendo qualche incubo. Le palpebre chiuse tremavano mentre dalla sua bocca uscivano parole senza senso.
Martine non sapeva cosa fare. La ferita alla testa aveva perso altro sangue e l’unica cosa che poteva fare era pulirla e cambiare la fasciatura. La sutura pareva reggere e non sembrava esserci traccia di infezione.
Martine si alzò dalla sedia. Era seduta ormai da ore e sentiva i muscoli indolenziti. Fece qualche passo per la stanza, ma le assi scricchiolanti del pavimento facevano un rumore tale che la giovane aveva paura che Guy si svegliasse. Decise di prendere la sua sacca e sedersi di nuovo.
Frugò alla ricerca di qualsiasi cosa, senza cercare un oggetto in particolare. Sentiva il sonno pesare sulle sue palpebre e non voleva rischiare di addormentarsi.
Le dita toccarono un piccolo pezzo di carta e Martine lo tirò fuori dalla sacca.
Era una foto, o meglio. Quella foto. La foto che ritraeva lei abbracciata ad un sconosciuto.
Non riusciva ancora a capire. Chi era quell’uomo accanto a lei? Lo avrebbe conosciuto nel futuro?
Questo le diede un barlume di speranza, perchè la foto stava a significare che sarebbe tornata a casa.
Ma se venendo nel passato questo futuro si è inesorabilmente cancellato? Se non dovessimo mai tornare? Una strana sensazione di tristezza mista a paura l’assalì.
Non aveva parenti dai quali tornare o un fidanzato che l’aspettasse a casa. Però non riusciva a pensare di rimanere incastrata in quell’epoca. Non voleva pensarci.
Guy si mosse nel sonno, e Martine lo fissò.
Quell’uomo l’avrebbe mai protetta ed accolta nella sua vita, se le cose fossero andate storte?
Sebbene avesse un cuore indurito dalla crudeltà e dalla tristezza, la giovane era convinta che Guy fosse una brava persona. Aveva solamente bisogno di allontanarsi da ciò che lo stava corrompendo nell’anima.
Gli sistemò le lenzuola, coprendolo fino all’altezza del collo.
Sospirò ancora, mentre le palpebre calavano sui suoi occhi stanchi.

 

Una piacevole sensazione di fresco alla testa lo stava trascinando lontano dal buio, da quelle visione sconosciute che lo tormentavano.
Aprì gli occhi, sbattendo le palpebre più volte tanto gli bruciavano.
Un volto sorridente chino su di lui, quegli occhi dolci che non riusciva a ricordare ma sapeva di conoscere.
Una mano vicino alla tempia si muoveva piano. Lo stava bagnando con qualcosa, forse una pezza umida.
Le afferrò il braccio, lo scatto troppo veloce per i suoi muscoli ancora doloranti. Finse di non sentire il dolore che lo circondava, e non distolse lo sguardo da lei.
Rimasero in silenzio per qualche secondo, in attesa che uno dei due aprisse bocca per primo.
Fu Guy a parlare.
“Dove mi trovo? Chi siete? Sono ferito?”
La gola gli bruciava, sentì la voce uscirgli secca e profonda.
La giovane guardò prima la mano che le stringeva il polso, poi di nuovo lui. Guy lasciò lentamente andare la presa, senza smettere di fissarla. Cercò di mettersi seduto, ma le forze non glielo permettevano.
La giovane capì cosa voleva fare e lo aiutò a sollevarsi, spostando i cuscini sulla schiena dell’uomo in modo che potesse stare seduto senza problemi. Poi gli offrì dell’acqua, che Guy accettò senza fiatare. La mano tremava visibilmente, e la giovane strinse le sua mani attorno a quelle dell’uomo, per aiutarlo. Guy non reagì, lasciando che lei lo aiutasse.
La stava osservando. I capelli, la linea del volto, gli occhi, le mani. Conosceva il suo profumo, sapeva di aver già stretto a sé quel piccolo corpo di donna. Ma non capiva perchè gli apparisse come un’estranea.
“Il vostro nome” chiese, quando lei riprese il bicchiere, appoggiandolo sul mobile accanto al letto.
Il volto della giovane parve cambiare espressione, come se quella semplice frase l’avesse improvvisamente rattristata.
“Martine. Non ti ricordi di me?” chiese, una nota di speranza nella sua voce.
Guy la fissò, facendosi nervoso ad ogni secondo che il suo sguardo indugiava sulla giovane. Guardò altrove, fissando qualcosa nel vuoto.
“Avevi una profonda ferita alla testa. L’ho pulita e richiusa, ma credo… credo che la botta in testa ti abbia fatto perdere la memoria.”
Martine ne era ormai convinta. Lo sguardo perso di Guy, quelle domande, la reazione violenta e confusa del pomeriggio: tutto stava ad indicare che l’uomo non ricordava nulla.
Sentì le lacrime salirle al viso, ma cercò di trattenerle. Non era il caso di allarmare Guy, doveva essere forte e cercare di aiutarlo.
“Hai fame? Sono due giorni ormai che non tocchi cibo.”
L’uomo continuò a fissare il nulla davanti a sé. Sentiva il vuoto nella mente e quella condizione lo spaventava. Era come se gli avessero tolto la sua anima, e dovesse vagare per sempre senza sapere chi fosse e quale fosse la sua strada.
Senza voltarsi annuì debolmente con la testa. La consapevolezza di non aver toccato cibo per giorni fece sobbalzare lo stomaco. Riconosceva di aver fame.
Martine sorrise. Era un bene che avesse appetito, significava che presto si sarebbe rimesso in forze. Si alzò dalla sedia. Doveva parlare con la servitù della casa, e sperava ci fosse qualcuno di sveglio che le desse almeno un pezzo di pane e del latte.
“Mi prometti di stare buono e fermo fino al mio ritorno?” gli chiese, preoccupata che potesse alzarsi ancora dal letto e cadere di nuovo a terra privo di sensi.
Guy si girò a guardarla e, cosa che lasciò la giovane sorpresa, le sorrise.
“Attendo il vostro ritorno, Martine.”

 

* * *

 

4 Marzo 1193
Giorno 7
Todwick

Strizzò gli occhi, portandosi una mano davanti al volto, incapace di vedere altro se non una potente luce bianca. Sbattè le palpebre ancora un paio di volte, riacquistando poco a poco la vista addormentata e pulendosi gli occhi con le dita. Un raggio di sole entrava prepotente da una fessura tra le travi in legno della casa e, sebbene fosse solamente uno spiraglio di luce, riusciva ad illuminare tutta la stanza. Si stiracchiò sonoramente, sbadigliando e grattandosi la testa, prima di rendersi conto che qualcuno la stava osservando.
“Buongiorno.”
Guy se ne stava seduto sul letto, appoggiato ai cuscini sistemati alla bene e meglio dietro la schiena per mantenerlo più comodamente sollevato. Una ciotola vuota giaceva abbandonata sul materasso, piena solamente del cucchiaio usato dall’uomo per sfamarsi. Sorrideva ed aveva uno sguardo tranquillo, come se fosse una cosa normale per lui trovarsi in quel letto ed in quella situazione. Martine si mise in piedi, scattando come se sotto la sedia sulla quale s’era addormentata ci fosse una molla. “Scusami. Ho chiuso un attimo gli occhi e tu stavi ancora mangiando…” cercò di giustificarsi, mentre spostava la ciotola ed il cucchiaio sul mobile accanto al letto. Le mani le tremavano, come quando assumeva troppi caffè per stare sveglia a studiare qualche reperto archeologico sconosciuto. Sistemò l’abito di Rose, cercando di far sparire le pieghe che s’erano formate sulla gonna, e si diede una ravvivata ai capelli, constatando con orrore che erano un cespuglio aggrovigliato. Ma Guy non sembrava minimamente notare il disordine nella giovane, e continuava a sorridere. Anzi, fece di più: si mise a ridere. Martine s’immobilizzò, fissandolo con occhi sgranati. Non era abituata a vederlo ridere e dopo l’incidente che lo aveva ridotto ad un corpo senza memoria la cosa le fece venire le lacrime agli occhi. Ma trattenne i piagnistei inutili, e mise le mani sui fianchi. “Bravo, ridi pure. Ed io che mi preoccupo per te.”
“Siediti, ti prego” le disse, indicando un angolo del letto. Martine ubbidì, pentendosi poi di averlo fatto così rapidamente.
“Ti ringrazio. Davvero. Se non sbaglio, ti devo la vita.” Guy le prese una mano e la strinse dolcemente, facendo scorrere un brivido lungo la schiena di Martine. “Non ricordo chi sono, non ricordo chi sei, ma di una cosa sono certo: sono vivo. E solo per merito tuo” aggiunse. La giovane sorrise imbarazzata e ricambiò la stretta, appoggiando la propria mano su quella di Guy. Avrebbe voluto avvicinarsi e baciarlo, ma credeva fosse troppo presto. Dopotutto, l’uomo non ricordava nulla ed aggiungere un’ulteriore emozione avrebbe potuto confonderlo ancora di più. Si limitò a sospirare, prima di rimettersi in piedi. “Adesso vedi di guarire ed alzarti presto da questo letto. Non so quanto potremo approfittare dell’ospitalità di Rose.”

 

“Non c’è nessuna fretta. Potete restare fin quando non sarete pronti a viaggiare di nuovo. Tra l’altro, mi è giunta voce che questa tregua non durerà a lungo e avremo un’altra settimana bagnata.”
Rose osservava gli uomini intenti a seminare ed arare il vasto campo poco distante dalla casa dove Martine aveva lasciato Guy a riposare. Non appena l’uomo s’era coricato, la giovane era andata a cercare la padrona di casa. Non sopportava di starsene con le mani in mano e per giunta essere un peso per quella famiglia. Ma aveva trovato una Rose comprensiva, sebbene Martine notasse ancora qualche segno di incertezza nei suoi occhi.
Sicuramente conosce Guy e la sua fama, pensò. Chissà cosa doveva aver fatto per essere odiato a quel punto. Martine non riusciva a capire perchè un uomo come Gisborne, capace di gesti d’amore e gentilezza, potesse trasformarsi così facilmente in una macchina per uccidere. Ovviamente lo sceriffo aveva un ruolo predominante in questo, e Martine lo maledisse per l’ennesima volta. Dannato vecchio sdentato!
“Permettetemi almeno di rendermi utile. Ve lo devo” supplicò, anche se temeva sarebbe stava più un impiccio che un aiuto. Non conosceva nulla dell’agricoltura e neppure dell’allevamento. Al massimo, poteva dare da mangiare ai polli. Rose la guardò e sorrise, annuendo. “Potete aiutare in cucina. In questo modo starete vicino al vostro compagno.”
Martine annuì, ricambiando il sorriso. Beh dai, una zuppa dovrei riuscire anche a cucinarla.

 

* * *

 

Non badò al sottile e duro materasso che la sorreggeva e alle travi di legno che scricchiolarono sotto il suo peso. Sentiva il proprio corpo sciogliersi lentamente, mentre la sensazione di mille spilli conficcati nei piedi si propagava per le gambe fino alla schiena dolorante. Martine aveva trascorso la giornata in piedi o meglio, per essere più precisi, correndo avanti ed indietro per la casa di Rose. Lady Trent non aveva tardato a trovarle qualcosa da fare e le mansioni da svolgere in quella tenuta sembravano non finire mai. Martine s’era trovata dunque a tagliare le verdure ed impastare il pane, pulire le stanze della casa, dare da mangiare alle galline e ai maiali. Quest’ultima attività l’aveva ridotta ad un mostro di fango, talmente sporca e puzzolente che Rose, vedendola e cercando di trattenere una risata, le aveva concesso di darsi una pulita e riposarsi prima di cena.
Grazie al cielo sono un’ospite, non potrei mai faticare così fino alla fine dei miei giorni! Pessima idea propormi volontaria, pessima pessima idea.
Aveva abbandonato l’abito sul pavimento, onde evitare di sporcare la stanza che aveva pulito personalmente. Il fango si era ormai seccato e sicuramente la stoffa sarebbe tornata pulita dopo un vigoroso lavaggio; eppure Martine si sentiva estremamente in colpa. Rose era stata tanto gentile da prestarle i propri abiti e sperava non si fosse troppo arrabbiata per il disastro che aveva combinato.
“Non so portata per la vita bucolica, ammettiamolo. Le gonne lunghe, poi. Parliamone: come si fa a lavorare con tutta questa stoffa addosso? Tutta colpa tua!” urlò dalla finestra, l’imprecazione rivolta ad uno dei maiali che razzolavano in giardino. La zampa dell’animale, impigliatasi nelle pieghe del vestito, era stata colpevole di averla fatta cadere faccia in giù nel fango. “Spero ti sia piaciuto il pranzo!” aggiunse, chiudendo rumorosamente le ante della finestra. Il maiale non badò più di tanto a quella sfuriata e tornò a ficcare il naso nel fango.

 

Si bloccò appena oltre la porta della sala principale. Una giovane cameriera, conosciuta durante la mattinata, stava portando in tavola i piatti con la cena. Rose stava chiacchierando con un uomo che Martine non riusciva a riconoscere, dandole questi le spalle. La padrona di casa la guardò e sorrise, invitandola ad entrare nella sala.
“Lady Wescott, vi presento mio marito: il signor Henry Trent.”
Martine fece un leggero inchino, mentre l’uomo si alzava rapidamente dalla sedia e si avvicinava a lei, ricambiando il cortese saluto. “Mia moglie mi ha parlato di voi e del vostro incidente. Quale tremendo spavento deve essere stato per voi.”
“Quale grande fortuna per me incontrare vostra moglie. Non potrò mai ringraziarvi abbastanza per la cortese ospitalità.”
Martine si sentiva piuttosto a disagio ed era certa che fosse ben visibile agli altri. Le mani sudaticce si stringevano nervosamente l’una con l’altra, mentre un calore improvviso le saliva alle guance. Se aveva capito bene il nome dell’uomo, Martine si era resa conto di occupare la stanza del padrone di casa. Ma come poteva saperlo? Nessuno le aveva mai detto chi fosse questo Henry, sebbene tutti parlassero di Lord Trent.
L’uomo doveva avere circa una trentina d’anni, sebbene fosse difficile per una ragazza del ventunesimo secolo capire l’età esatta delle persone di quell’epoca. Portava i capelli color ambra lunghi fino alle spalle, ed una barba rossiccia gli copriva il volto. Aveva dei chiari occhi gentili e il sorriso era quello di una brava persona. Era piuttosto alto e gli abiti stavano molto larghi su di un fisico non troppo prestante.
Rose, notando l’imbarazzo della giovane, la invitò a sedersi a tavola, cosa che Martine fece senza farselo ripetere. La cena fu ottima e Martine si sentì soddisfatta del lavoro fatto in cucina. Il cibo sembrava ancora più buono dopo tutto l’impegno messo per preparare il pane e la zuppa di verdure, e nessuno si era ancora lamentato o era finito avvelenato. Eppure la ragazza sentiva ancora imbarazzo e decise di parlare non appena i signori Trent smisero di discutere delle loro attività.
“Vi devo chiedere perdono, signore. Se non erro, sto occupando la vostra stanza e vi assicuro che provvederò immediatamente a liberarla dalle mie cose.”
“Non vi dovete preoccupare, mia cara” rispose Henry, sorridendole. “Il mio posto ora è accanto a mia moglie” e così dicendo strinse la mano a Rose, che ricambiò con un sorriso dolce ed amorevole.
“Mio marito è stato malato” spiegò Rose. “Per mesi abbiamo temuto per la sua vita ed in parte per la nostra, motivo per il quale non potevamo condividere la stessa stanza. Ma adesso è guarito, sebbene sia ancora piuttosto debole.”
Lord Trent sospirò, scuotendo la testa. “Mia moglie è sempre troppo apprensiva, ma non sarei qui se non fosse stato per lei. Quindi non posso fare altro che portare pazienza e mettermi in forze. E se voi continuerete a sfornare del pane così buono credo non sarà difficile.”
Martine arrossì, abbassando lo sguardo. Non aveva fatto altro che ubbidire agli ordini rapidi e confusi della cuoca, e dopotutto era solo del semplice pane.
“Smettila Henry, la metti in imbarazzo. Avanti, è ora di andare a letto. Hai viaggiato tutto il giorno e sarai stanco. Forza” e con gentilezza gli mise una mano sulle spalle, mentre il marito accettava l’aiuto col sorriso. Martine li osservò allontanarsi verso le scale, la luce tremolante di una candela che lentamente spariva lasciandola sola in mezzo alla sala. La cameriera era tornata per pulire la tavola e la giovane si offrì di aiutarla.
“Non vi preoccupate, Lady Wescott. Me ne occupo io. Sarete stanca dopo una giornata così pesante. Andate a riposare.”
La cameriera non doveva avere più di quindici anni, o forse meno. Martine rinunciò definitivamente a dare un’età alle persone e ringraziò la ragazza.
“Qualcuno ha portato da mangiare al mio compagno di viaggio?”
La cameriera si fermò, le mani pieni di piatti e bicchieri. Improvvisamente s’era fatta seria e confusa.
“Non ho avuto ordini in merito, ma se volete posso preparare un altro piatto. C’è ancora zuppa sul fuoco e se avete pazienza di aspettarmi finché appoggio queste cose…” ma non finì la frase che Martine si stava già dirigendo in cucina. Usando il mestolo immerso nella pentola fumante lasciata sul fuoco del camino, versò della zuppa calda in un piatto trovato su di una mensola. Trovò un piccolo vassoio e vi poggiò il piatto, aggiungendo anche un bicchiere colmo di acqua fresca.
“Ecco fatto, ormai sono di casa” esclamò sorridendo, prima che la cameriera protestasse. Si diresse lentamente verso la stanza dalla parte opposta alla cucina e, con l’aiuto del piede, aprì la porta.
La luce di una candela danzava sulle pareti e Guy sembrava esserne ipnotizzato. L’uomo era ancora a letto, ma seduto ed appoggiato ai cuscini. Si sistemò meglio all’ingresso della giovane, spostando le coperte, e fu chiaro che non indossava altro se non i pantaloni. Martine maledì sé stessa per non avergli procurato degli abiti puliti. Appoggiò il vassoio sulle gambe di Guy e rimase in piedi, fissando l’uomo e sorridendo.
“Ho portato la cena. Credevo se ne fossero già occupati, invece pare nessuno abbia avvisato la cameriera.”
Guy prese il cucchiaio e consumò rapidamente la zuppa, visibilmente affamato. Martine sospirò sollevata, comprendendo che l’uomo si sarebbe rimesso in fretta. Quando Guy ebbe finito, la giovane spostò il vassoio e si occupò della ferita alla testa. Il sangue aveva smesso di uscire ed una crosta spessa si era formata intorno al filo di sutura. Non sembrava esserci cattivo odore, segno di cancrena, quindi Martine si limitò a tamponare leggermente il taglio con un pezzo di stoffa umido.
“Non mi vogliono in questa casa” disse Guy, rompendo il silenzio. Martine si fermò, non sapendo bene come rispondere. Era stata tutto il giorno impegnata a pulire e cucinare, e non aveva idea di cosa egli avesse fatto tutto quel tempo.
“Che cosa te lo fa pensare?” chiese, afferrando dei pezzi di stoffa puliti e fasciandogli nuovamente la testa.
“Un uomo metteva la testa dentro la stanza, mi fissava e poi richiudeva la porta. Così ogni ora. Sono certo non si sia mai allontanato da lì.”
Aveva ragione. Un ragazzo, su ordine di Lady Trent, se ne stava seduto accanto alla porta, pronto ad intervenire in caso di pericolo. Prima di entrare, Martine lo aveva visto dormire profondamente.
“Controllava che stessi bene in mia assenza” mentì, sedendosi sul letto e sorridendo falsamente. Il timore di Rose la infastidiva, ma non poteva protestare. La padrona di casa aveva ragione di temere degli estranei e per di più stava loro offrendo cibo e riparo. Dovevano esserle grati.
“Mmm” fu il commento di Guy, evidentemente non convinto dalle parole della giovane. Il fatto di non ricordare nulla lo angustiava. Aveva trascorso l’intera giornata tentando di ricordare qualcosa, ma in risposta riceveva solo immagini sfuocate e forti fitte alla testa. Si sentiva sempre meno debole ed era certo che non sarebbe rimasto sdraiato in quel letto a lungo.
Martine si alzò, sistemandogli le coperte e afferrando il vassoio. Era stanca e aveva bisogno di dormire.
“Dove vai?” chiese una voce alle sue spalle. Martine si volse e trovò Guy intento a fissarla.
“E’ stata una giornata pesante e domani dovrò impegnarmi a faticare ancora. Devo ricambiare l’ospitalità fino a che non sarai in grado di alzarti.”
“Rimani qui a dormire. Con me.”
Martine rimase qualche secondo senza dire una parola, fissando l’uomo con espressione chiaramente indecisa e confusa. Cosa aveva in mente?
“Non credo sia appropriato…”
“Non ho intenzioni disonorevoli, ho solo bisogno di avere accanto un volto familiare. Continuo ad avere incubi ed immagini confuse che si affollano davanti ai miei occhi.” Guy sembrava realmente spaventato dai ricordi di un passato che non riusciva a ricordare. “Rammento il tuo volto ed è l’unico ricordo che non mi provoca dolore.”
Martine appoggiò il vassoio a terra, poco distante dal letto, e si sedette accanto all’uomo. Prese la sua mano per infondergli coraggio anche se, in realtà, cercava di rassicurare sé stessa. Aveva bisogno di Guy per raggiungere York, aveva bisogno di averlo accanto per sopravvivere in un mondo che non era il suo. Faith, Claudia, Nigel. I suoi amici erano distanti ed in quel momento Martine si sentì ancor più sola.
“Va bene. Rimarrò con te stanotte” decise, stendendosi accanto a lui. Guy si spostò per permetterle di mettersi comoda e l’accolse sotto le coperte. Non osava toccarla, anche se rimase qualche istante a fissare le spalle della giovane. Martine sentiva il peso dello sguardo su di sé e cercò di rilassarsi, chiudendo gli occhi. Quando sentì che il respiro di Guy si faceva lento, si girò per osservarlo dormire. Sembrava tranquillo e la giovane sperò che per quella notte gli incubi del passato non lo tormentassero. Appoggiò delicatamente una mano sulla sua e, dopo qualche minuto cadde in un profondo sonno ristoratore.

 

* * *

 

5 Marzo 1193
Giorno 7
Todwick

Sono seriamente preoccupata. Non per Guy: la ferita è pulita e lui sembra stare meglio, sempre escludendo la perdita di memoria.
No, la mia preoccupazione è dovuta al fatto che sono passati più di due giorni e ci troviamo bloccati in questo villaggio perso in mezzo a chissà quale contea. La carrozza sarà arrivata a York? Anche contando sulla stupidità dei soldati dello sceriffo, una vettura vuota non farebbe tanta strada. Ed il pezzo della daga? Così piccolo… non oso immaginare le conseguenze di una caduta fuori dalla carrozza di un frammento così minuscolo.
Resteremo in questo villaggio ancora un giorno, non possiamo tardare oltre. Guy deve rimettersi in fretta, deve riuscire a salire a cavallo. Se magari riuscissi a chiedere un piccolo carro a qualcuno…

Appoggiò la penna, distratta da delle voci provenienti dal cortile. Martine s’era alzata poco prima dell’alba, lasciando dormire Guy e salendo nella stanza che un tempo era stata del malato Henry Trent. S’era cambiata d’abito e data una rinfrescata rapida.
Fino a quel momento gli unici rumori che avevano accompagnato lo scorrere della penna sul diario erano stati il canto del gallo ed i passi di lady Trent che scendeva le scale.
Si affacciò alla finestra e sbarrò li occhi: Guy stava in piedi in mezzo al cortile.
Indossava una larga camicia ingrigita e macchiata di fango, e teneva una mano in avanti come per difendersi. Martine vide quattro uomini avvicinarsi a Guy e il loro tono di voce non era per nulla amichevole. La ragazza corse verso la porta.

 

“Mia figlia è morta per colpa dello sceriffo! Non abbiamo altro denaro! Voi l’avete uccisa!”
Un giovane stringeva un bastone di legno nella mano, il volto paonazzo dalla rabbia. Gli altri intorno a lui annuivano, stringendo a loro volta delle armi improvvisate e aggiungendo frasi d’odio sullo sceriffo.
Guy rimaneva immobile, guardandoli uno ad uno negli occhi. Aveva paura. Lo avevano già spinto nel fango e presto lo avrebbero picchiato. Ma non era questo a spaventarlo. Erano gli sguardi di rabbia e disperazione a ferirlo.
Cosa c’entro con il loro dolore? Cosa ho fatto per meritarmi questo? Sono stato io? Chi sono io…
Un bastone calò rapido, colpendolo al fianco. Guy urlò e si strinse il braccio, indietreggiando.
“Io non… io non…” borbottava, mentre i contadini lo accerchiavano e a turno sfogavano la propria rabbia sull’uomo indifeso.
Un urlo interruppe la rapida successione di bastonate e Guy, ormai rannicchiato su sé stesso, aprì gli occhi per guardarsi intorno. Vedeva solo una donna di spalle, l’orlo della veste che gli sfiorava le mani.
“Lasciatelo stare! Non azzardatevi ad avvicinarvi a lui!” La voce della donna era acuta e tremante, e per qualche istante i contadini rimasero immobili.
“Spostati ragazza, stiamo solo facendo giustizia” spiegò il più giovane, stringendo sicuro il proprio bastone.
“Non ti avvicinare o sarò costretta ad usarlo!”
Guy aveva riconosciuto la voce di Martine e, mentre cercava di rimettersi in piedi, notò che la giovane puntava un piccolo pugnale in direzione degli assalitori.
“Ragazza, stai difendendo un criminale ed un assassino. Spostati o saremo costretti a farti del male.”
Criminale? Assassino?
Quelle parole ferirono Guy più forte delle bastonate, e l’uomo si chiese quanto ci fosse di vero in tutto ciò. Le immagini sfuocate che credeva essere incubi terribili erano in realtà ricordi del suo passato?
“No, spostatevi voi. Mi sto trattenendo anche troppo. Ancora un altro passo e…”
“FERMI!”
La voce richiamò l’attenzione di tutti verso l’ingresso della casa. Henry Trent stringeva una balestra tra le mani, senza però puntarla contro nessuno ma tenendola bassa.
“Non tollero atteggiamenti simili nelle mie terre. Voi” disse, rivolgendosi ai contadini. “Tornate al lavoro e lasciate stare i miei ospiti.”
“Ma signore… questi è Gisborne! Il braccio destro dello sceriffo!” protestò il giovane padre che aveva perso la figlia.
Henry attraversò il cortile senza fretta, la balestra nella mano che oscillava al fianco ad ogni passo. Si avvicinò al contadino, sovrastandolo senza problemi e fissandolo intensamente. Il giovane gettò il bastone a terra e si allontanò rapidamente, seguito dagli altri contadini. Il padrone di casa li seguì con lo sguardo fino a che non furono abbastanza lontani, poi si volse verso i propri ospiti.
“Vi chiedo perdono, ma credo comprenderete il loro malcontento. Spero non siate ferito” aggiunse, rivolto a Guy. L’uomo, che si massaggiava le braccia, scosse la testa.
“E spero non dobbiate più farne mostra nelle mie terre” disse infine, indicando il pugnale nelle mani di Martine.
“Vi ringrazio, signore. Ma state tranquillo: vi libereremo presto della nostra scomoda presenza.”
Henry sorrise tristemente e, accennando un inchino con la testa, si allontanò, rientrando in casa.
Martine sbuffò rabbiosa, imprecando contro lo sceriffo, prima di rivolgere le proprie attenzioni a Guy.
“Stai bene? Guarda qui… dopo tutta la fatica per rimetterti in forze… stupidi campagnoli! Fammi vedere la testa. Bene, la ferita non sembra essere peggiorata. Ma guarda qua, stanno già comparendo i lividi…”
Guy si lasciava toccare dalle piccole mani della giovane, incurante del dolore che pulsava sulle braccia e sulla schiena, le parole dei contadini che ancora echeggiavano nelle orecchie.

 

Martine lo aveva fatto salire nella propria stanza e aveva chiuso la porta a chiave. Avrebbero lasciato quella casa il giorno stesso.
Henry era stato gentile, così come sua moglie Rose; ma era chiaro che entrambi condividevano l’idea dei contadini e gli ospiti scomodi non avevano alcuna garanzia di sopravvivere a lungo lì dentro.
“Ci sono degli abiti da uomo nel baule, dovrebbero andarti bene. Prima di andarcene proverò a recuperare le tue cose nella stanza di sotto, ma farai bene a cambiarti alla svelta ed indossare qualcosa di asciutto e pulito.”
Martine infilò degli abiti di Rose nella sacca, nascondendovi in mezzo il proprio diario. Si sentiva in colpa nell’appropriarsi delle cose altrui, anche se avrebbe lasciato comunque del denaro come ringraziamento. Afferrò anche gli abiti di Henry e li pigiò nella sacca.
“Guy, sbrigati! Hai bisogno di aiuto? Stai male?”
L’uomo se ne stava immobile a fissare il pavimento, incurante del fango che gli imbrattava faccia e abiti. Alzò lo sguardo e fissò la giovane.
“Sono… un assassino?”
Martine sussultò, colpita da quella domanda. Le accuse che i contadini avevano rivolto a Guy dovevano averlo colpito molto più di quanto pensasse. Dopotutto, l’uomo aveva perso la memoria e tutta la rabbia che lo circondava non doveva essere facile da assimilare.
“Ne parleremo una volta usciti di qui” rispose la giovane, chiudendo a fatica la sacca.
“No. Adesso.”
Il tono di Guy la fece rabbrividire. Per un istante le sembrò l’uomo freddo che l’aveva accolta in malo modo a Nottingham pochi giorni prima.
Stanca per l’emozione appena provata, per le fatiche del giorno prima e per tutto lo stress accumulato, Martine decise di dire la verità. Si sedette sul letto e fissò seria l’uomo.
“Ti chiami Guy di Gisborne. Sei il braccio destro dello sceriffo o, meglio, il suo schiavetto tuttofare. Non ti conosco da abbastanza tempo per fare nomi, ma devi aver ucciso e fatto del male a molta gente nella tua vita. Ti odiano, vorrebbero vederti morto e a te non interessa altro che acquisire una terra che sia solo tua, sposare una donna che non ti ama ed uccidere un uomo la cui colpa è quella di servire fedelmente e giustamente Re Riccardo. Questo sei tu.”
Era stata fredda e diretta, e si stupì della propria crudeltà. Il cuore batteva forte e delle lacrime erano pronte a sgorgare da un momento all’altro.
Guy era rimasto immobile, senza mai abbassare lo sguardo e assimilando ogni singola parola. Il silenzio scese nella stanza, e Martine riusciva a sentire le voci dei Trent che discutevano al piano di sotto. Dovevano andarsene. Subito.
“Guy, scusami… non volevo… ma noi dobbiamo andare…”
“Grazie.”
Martine rimase spiazzata da quella singola parola. Lo aveva appena descritto come un mostro e lui la ringraziava? Le lacrime presero a scendere copiose e la giovane cercò di fermarle, asciugandosi con la manica del vestito e tirando su col naso.
Guy si avvicinò e la strinse a sé, provocando ancora più spasmi e lacrime nella giovane.
“Sono una stupida piagnona! Ma sono spaventata, ho paura. Tanta paura.”
“Di me?” chiese in un sussurro.
Martine sentiva che anche il cuore di Guy batteva veloce e la sua stretta non era ferma. Tremava.
“A volte… sì… ho paura della parte di te che non conosco…” confessò, stupendosi della sincerità delle parole che uscivano a stento tra un singhiozzo e l’altro.
“Vorrei potermi scusare per quella parte di me che ti spaventa, ma purtroppo non so chi sia. Non conosco questo Gisborne dalle mani sporche di sangue e spero di non doverlo conoscere mai. Ho paura anch’io, ma di quello che non so di aver fatto. Ho paura di quello che dovrò fare per non essere colui che tutti temono. Ma ti giuro che nessun male ti verrà mai fatto da me. Te lo giuro. Chiunque io sia.”
Martine si commosse a quelle parole e pianse ancora qualche lacrima, prima che Guy gliele asciugasse con le proprie mani. Le sorrise, le labbra tremanti e gli occhi lucidi che la fissavano, ansioso di sapere come lei aveva preso quelle parole.
La giovane non sapeva che dire. Era come se avesse davanti una persona diversa, uno sconosciuto dolce e premuroso. Non aveva mai dubitato del fatto che Guy possedesse un cuore in grado di amare, ma prima della perdita della memoria c’era sempre stata un ombra ad oscurare i veri sentimenti dell’uomo. Se era stata in grado di innamorarsi della versione fredda e misteriosa di Guy, ora il cuore le si scioglieva di fronte a quella dimostrazione di affetto.
“Io ti conosco e so che non potresti farmi del male.”
L’uomo sorrise e sembrò sollevato. Le accarezzò le guance umide dalle lacrime e le posò un bacio sulla fronte.
“Mi cambio e poi possiamo andare.”
“Credi di potercela fare?”
“A cambiarmi? Ho perso la memoria, non l’uso delle braccia.”
Martine avrebbe voluto tirargli un pugno amichevole sulla spalla, ma si trattenne: Guy era stato picchiato abbastanza per quel giorno.
L’uomo cominciò a spogliarsi, gettando gli abiti sporchi di fango sul pavimento. Stava già slacciando i pantaloni quando la giovane, arrossendo, quasi inciampò per dargli le spalle.
“Hai perso anche il senso del pudore?”
“Ti vergogni a vedermi nudo? Pensavo non ci fossero problemi.”
“Santo cielo, Guy!” esclamò imbarazzata la giovane.
Sentì che l’uomo si avvicinava a lei e si chiese cosa passasse per la testa di Guy.
“Avrò perso la memoria… ma ho certi ricordi di te… di noi. E’ tutto molto confuso, ma ricordo la tua pelle sulla mia…” e le sfiorò la schiena, facendola sussultare.
“Vado a recuperare le tue cose!”
Martine corse via, quasi inciampando sugli abiti sporchi sparsi sul pavimento. Lo fissò imbarazzata qualche istante, prima di chiudere la porta dietro di sé. Guy rise e, dolorante, finì di cambiarsi gli abiti, sciacquandosi via il fango alla ben e meglio.

 

 

Data di pubblicazione: 19 agosto 2011 / 1 dicembre 2011 / 6 aprile 2012 / 5 giugno 2012 / 22 gennaio 2013
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

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