DAGGER: CAPITOLO 3.3

 

Nottingham. 3 Marzo 1193.
E’ strano sfogliare il mio diario. Ottocentodiciotto anni di differenza voltando semplicemente pagina. Decisamente assurdo. Come assurde le cose che possono capitarti nel giro di pochi giorni. Vecchi e nuovi amici, divertimento e pericolo, amore e odio. Si fa fatica ad assimilare tutto questo.
Quindi trovo importante mettere tutto nero su bianco. Sia per ricordare che per non dimenticare.

 

Quattro giorni fa siamo arrivati a Nottingham. Speravamo di passare inosservati, ma nemmeno il tempo di renderci conto di essere realmente nel medioevo che siamo stati prelevati dalle guardie dello sceriffo di Nottingham, capeggiate da Allan A Dale.
Fingendoci menestrelli, ci siamo “imbucati” alla festa di compleanno dello sceriffo, senza riflettere sulla pericolosità della cosa. Infatti, mi sono subito messa nei guai, guadagnandomi il ruolo di “sorvegliata speciale di Guy”. La qual cosa si è evoluta in maniera totalmente diversa da come me la sarei potuta aspettare. Forse conoscendomi potevo anche immaginare che mi sarei invaghita di quel bel tenebroso che è sir Guy di Gisborne. Ma arrivare a finire nel suo letto…
Mi consola il fatto di non essere stata l’unica, né la prima, ad aver approfittato delle delizie medievali. Faith, vuoi la sua cotta decennale per il giovane Allan, vuoi le condizioni di eccitante pericolo nell’aggirarsi per il castello, è finita tra le coperte con l’ex fuorilegge.
Come se non bastasse, la mia migliore amica mi rivolge accuse assurde, arrivando il giorno dopo a scusarsi, ammettendo di aver reagito in maniera così esagerata perché sentiva di aver fatto una cosa avventata nell’andare a letto con Allan.
Avventata. Esattamente come me. Sarà l’aria pura del dodicesimo secolo, gli ormoni in subbuglio, la dieta medievale, il viaggio temporale che ci ha dato alla testa. Chissà.
Ho cercato di dare una spiegazione razionale alle mie azioni. Che il mio fare la svenevole con Guy sia solo una tattica per avvicinarmi il più possibile allo sceriffo. Già, lo sceriffo. Pare proprio che il pezzo della daga si trovi su di lui, il GreenId reagisce ogni volta che quell’uomo è presente in una sala. Perché non sedurre il cittadino più importante di Nottingham, quindi? Perché è malvagio e inquietante. E vecchio. Anche Gisborne può mettere la pelle d’oca, ma ammettiamolo: madre natura s’è impegnata a renderlo piuttosto affascinante. Quindi perché continuare a demoralizzarmi? Il fatto è che non sono sicura di ciò che provo. Ho paura di lui? Mi attira solo il suo aspetto fisico, o ci potrebbe davvero essere affinità tra noi due? Guy è davvero preso da me, o sono solo un passatempo finché la leggendaria Lady Marian è lontana?
Al momento in cui scrivo, ho avuto risposta a molte domande. Ma andiamo con ordine. Gli eventi sono già complicati per conto loro.
Dove ero rimasta? Ah già, il compleanno di quel viscido dello sceriffo. Che dire, abbiamo fatto una bella figura. O meglio, avremmo fatto bella figura se fossimo stati ad England’s Got Talent, e non ad un banchetto medievale. Come ne siamo usciti vivi? Beh, io ero ospite speciale di Guy, mentre Faith e gli altri sono stati allontanati con uno stratagemma da Allan. Che, sebbene le buone intenzioni, non poteva sapere della presenza nel castello del fuorilegge per antonomasia: Robin Hood.
Ci siamo quindi ritrovati divisi dal fato: Faith con Allan; Claudia, Jack e Nigel con Robin Hood e la sua gang; e io relegata nella mia stanza, molto probabilmente sospettata di collaborare con il fuorilegge della foresta di Sherwood. Peggio di così non poteva andare.

 

Perlomeno, eravamo tutti sani e salvi. Fino a ieri…

 

 

1 Marzo 1193
Giorno 4
Nottingham

Sebbene il fuoco fosse acceso nel caminetto, aveva le mani e la punta del naso completamente congelati. Doveva essere ormai le dieci, se non addirittura ora di pranzo. Non poter guardare l’ora sul cellulare la mandava in crisi. Come unico orologio aveva il suo stomaco, che a fatica aveva preso i ritmi del dodicesimo secolo. Per colpa dei mille imprevisti che erano successi in quei pochi giorni di permanenza a Nottingham, e per la particolare varietà di cibarie disponibili, Martine aveva sofferto la fame.
“Sarà la volta buona che perdo qualche chiletto di troppo” disse tra sé e sé.
Ora aveva lo stomaco più o meno pieno di farinata di ceci, alla quale si stava abituando.
Guardò fuori da una delle finestre, e rimase sorpresa nel vedere piccoli fiocchi scendere lentamente dal cielo. Stava nevicando.
Il pensiero corse subito ai suoi amici. Allan le aveva riferito che al momento se ne stavano nascosti al sicuro nel rifugio di Robin Hood.
“Sul serio?” aveva esclamato Martine, al solo sentire il nome del fuorilegge.
Ma non aveva avuto modo di scambiare qualche parola in più con lui, perchè Guy era a pochi passi.
Quando Allan le aveva impedito di scappare dal castello, erano stati raggiunti da Gisborne che, preso in disparte il suo sottoposto, aveva fatto mille domande sui fatti accaduti al banchetto.
“Te lo giuro, Guy. Come te lo devo dire?! Ho riaccompagnato i suonatori nelle loro stanze, subito dopo aver fatto entrare i due menestrelli”.
L’uomo non sembrava credergli, e continuava a tenerlo schiacciato contro il muro, stringendolo per la giubba fino quasi a strozzarlo.
“Il giorno prima quei suonatori da strapazzo mi avevano detto di non poter soddisfare le esigenze dello sceriffo, sebbene li avessi aiutati io stesso. Volendo evitare l’ennesima esecuzione pubblica di artisti, ho preferito rimediare sostituendoli con due professionisti”.
Guy lo fissava senza battere ciglio. Martine non poteva vederlo in volto, ma aveva i brividi per la paura.
“E come sei finito alla locanda di Greenwood?”.
Allan mosse la bocca, balbettando qualche parola incomprensibile. Per un attimo fissò Martine, ma la ragazza era ammutolita e raggelata dalla situazione.
Avrebbe voluto aiutarlo, ma si sarebbe messa in una situazione peggiore della quale si trovava a vivere adesso.
“Allora?”. Guy continuava a tenerlo al muro, la voce profonda e affilata come una spada.
“Beh… avrai notato che la bionda, l’amica della signora qui presente, era un bel bocconcino. E con un bel carattere. Mi ha chiesto di farle vedere cosa c’era fuori dal castello, e io… sì beh…insomma…”.
“L’hai portata al bordello della tua amica” concluse Guy, fissandolo con disprezzo.
“Bordello… che parola volgare. E’ un ritrovo gioviale per giovani che si vogliono divertire”.
Gisborne lasciò la giubba di Allan, il quale lanciò un sospiro di sollievo.
“Sparisci dalla mia vista”.
Il giovane annuì con la testa, e si allontanò.
“Mi scuso da parte sua, se in qualche modo ha offeso voi e la vostra amica”.
Martine stava ancora fissando Allan in fondo al corridoio, e le parole di Guy la fecero sobbalzare.
“N-no, non vi preoccupate. E’ tutto a posto”.
Rimasero immobili e in silenzio per un po’. L’aria si fece pesante e Martine non sapeva che dire.
Le ultime parole scambiate tra loro erano state un po’ dure, e non sapeva se lui si fosse in qualche modo offeso.
Fu Guy a fare la prima mossa, avvicinandosi.
“Volevo chiedervi scusa anch’io”.
Martine rimase stupita. Si sarebbe aspettata di tutto, ma non che si scusasse. Piuttosto, era lei che doveva chiedere scusa per tutte le accuse che gli aveva rivolto nei pochi giorni che erano stati insieme. Voleva chiedergli scusa, per come lo stava usando solo per avvicinarsi più facilmente allo sceriffo.
“Voi non dovete scusarvi. Piuttosto, devo chiedervi di perdonarmi per avervi rivolto accuse che non avevo il diritto di farvi”.
“Avevate ragione. Quindi non dovete sentirvi in colpa”.
Martine alzò lo sguardo, che fino a quel momento aveva tenuto basso, per evitare di fissarlo negli occhi. Anche lui stava fissando il pavimento, e alla ragazza venne quasi da ridere.
Guy la sentì sbuffare e, guardandola, vide che sorrideva. Le chiese il perchè. Era stato sincero e lei rideva?
“Vi chiedo perdono, sir Guy. Di nuovo. Ma guardateci, sembriamo due bambini che hanno appena rotto l’uno il giocattolo dell’altro. Non stavo ridendo di voi”.
Gisborne rimase serio a fissarla. C’era qualcosa in quella ragazza che non lo convinceva, una vocina nella testa che continuava a ripetere ‘stai attento’.
Non era la prima volta che aveva a che fare con una donna. Un uomo ha i suoi bisogni. Poco prima aveva rimproverato Allan per la sua fuga lussuriosa, ma lui stesso non poteva definirsi un santo. Aveva amato molte donne, la maggior parte di loro in maniera fisica. E in giro per le varie contee c’erano sicuramente sparsi dei piccoli bastardi suoi figli.
Dopotutto, non poteva mica passare il resto della sua vita ad aspettare che Marian provasse ciò che provava per lei.
Innamorato sì, ma essere trattato come un babbeo non lo accettava. Lei lo aveva abbandonato sull’altare. Gli aveva mentito, sempre. Tutto per scappare con quel maledetto, stupido Locksley. Ma allora perchè pensava ancora a lei? Perchè non riusciva a dimenticarla? Si odiava per questo. Odiava fare la figura dello stupido davanti a tutti. Per questo scaricava la rabbia su poveri innocenti. O su Allan. Cos’aveva Marian di così speciale tanto da renderlo suo schiavo?
La voleva. L’aveva scelta per via del padre di lei, che al tempo era lo sceriffo di Nottingham. Guy si stava impegnando nella sua personale scalata al potere, e Marian poteva essere la donna giusta come moglie di un futuro nobiluomo. Ma non bastava che diventasse sua consorte. Voleva il suo amore. Voleva il suo corpo. Voleva averla per vendicarsi di quel maledetto nobiluccio che gli aveva rovinato la vita. Qualsiasi cosa facesse, Robin era sempre una spanna al di sopra di lui. Il popolo lo amava, il re lo amava, Marian lo amava. Gliel’avrebbe fatta pagare.
“Tutto bene?”.
Le parole della ragazza che aveva di fronte lo risvegliarono dal flusso di pensieri.
“Potrei parlarvi… in privato?”, e così dicendo si guardò intorno. Delle guardie passavano in quel momento nel corridoio.
Martine entrò nella stanza, facendolo accomodare. Poi chiuse la porta e si avvicinò a Guy.
L’uomo era rivolto verso il muro, le mani appoggiate sul tavolo.
“Vorrei che mi diceste la verità”.
Quelle parole bloccarono il respiro in gola a Martine. Fortunatamente Gisborne le dava le spalle, o l’avrebbe vista sbiancare di colpo.
“La verità? Su cosa?” chiese, cercando di parlare nel modo più tranquillo possibile.
Guy si voltò. Non sembrava arrabbiato, non aveva lo sguardo sospettoso che Martine aveva imparato a conoscere bene. Sembrava… triste. Si vedeva che un fiume di parole voleva uscire dalla sua bocca, ma c’era qualcosa che lo bloccava. Soffriva immensamente.
“Sir Guy, ditemi, Non lasciatemi sulle spine…”.
Lui chiuse gli occhi e sospirò.
“Voi conoscete bene Marian, forse più di me. Io ho provato… ho tentato… forse ho sbagliato tutto. Ma perchè… perchè?”.
“Sir Guy… non capisco…”.
Improvvisamente, l’uomo si mosse verso la porta.
“Scusate, non dovevo…”.
“No, ditemi. Ve ne prego” gli disse Martine, trattenendolo per un braccio.
Gisborne si fermò, e solo dopo qualche secondo si decise a parlare di nuovo. E sembrava aver acquistato maggiore sicurezza, sebbene la voce tremasse ancora per le emozioni che cercava di trattenere dentro di sé.
“Voi credete che Marian potrà mai amarmi? Siate sincera”.
Era una domanda difficile, alla quale la ragazza poteva rispondere basandosi solo su quelle poche conoscenze che aveva della leggendaria Lady Marian.
Ogni film, ogni serie televisiva o cartone animato, ogni libro che parlava di Robin Hood… tutti, nessuno escluso, associavano la dama al fuorilegge. Era una coppia di fatto, come Tristano ed Isotta o Romeo e Giulietta. Era un dato assodato, che fosse realtà o finzione storica.
Martine non si trovava però a che fare con un libro o un film, ma con un uomo in carne ed ossa, che si rivolgeva a lei per un consiglio.
Era stata una pessima idea quella di spacciarsi come amica di Marian. Ora Guy la vedeva come l’unica persona che potesse dirgli la verità sulla donna che amava.
“Non la vedo da molti anni. Potrebbe essere cambiata…” furono le parole con le quali Martine cercò di tirarsi fuori da una situazione così complicata.
“Vi ho chiesto la verità. Siete stata a voi a dirmi che negli anni c’è stato uno scambio epistolare. Avete sentito parlare di me proprio da quelle lettere. Quindi non girateci troppo intorno. Ve ne prego. Perchè sono stanco di inseguire qualcuno e sacrificare ciò che sono per niente. Marian, potrà mai amarmi?”.
“No”.
Martine sentì quella semplice parola uscirle dalla bocca con estrema facilità, così facilmente che non ebbe il tempo di pensare alle conseguenze.
Rimase in attesa della reazione dell’uomo di fronte a lei.
Guy ebbe un sussulto, chiuse gli occhi, per poi aprirli e fissare il pavimento.
“E’ la verità?”. La sua voce era quasi un sussurro.
“E’ quello che mi avete chiesto”.
“Bene. Vogliate scusarmi”, e senza aggiungere altro, se ne andò dalla stanza, chiudendo la porta dietro di sé. Martine rimane immobile in mezzo alla stanza, a fissare il vuoto.
Non sapeva cosa pensare, era successo tutto troppo in fretta e non aveva avuto modo di riflettere bene sulla risposta da dare a Gisborne.
Molto probabilmente gli aveva spezzato il cuore.
Sebbene cercasse di fare il duro, Martine era sicura che sotto quei vestiti di pelle nera batteva un cuore innamorato, ma non ricambiato.
Dentro di sé, la ragazza odiava Marian dal profondo della sua anima. Non poteva giudicare una persona senza conoscerla, ma non poteva sopportare che Guy soffrisse così.
Aveva bisogno di piangere, di quel pianto nervoso di quando non si sa quale cosa sia giusta o sbagliata, e ci si sente sempre nel torto.
Martine si sentiva colpevole per aver preso in giro quell’uomo. Voleva scusarsi, raccontargli la verità, liberarsi di quel peso. Ma non poteva.
Si ripromise però di non mentirgli più, soprattutto per raggiungere i suoi scopi. Gli avrebbe parlato, cercato di consolarlo.
“E lo faccio subito” disse a voce alta. Prese il mantello, se lo mise sulle spalle ed uscì dalla stanza.
Girandosi verso il corridoio, si ritrovò a sbattere contro qualcosa: era Guy. Accanto a lui c’era Allan.
“Lo sceriffo vuole vedervi”.
La stanza dello sceriffo era grande, e fungeva da camera da letto e studio personale.
Accanto all’enorme letto a baldacchino stavano molte gabbie, ognuna contenente un tipo di uccello diverso. Verso il caminetto, invece, accanto al tavolo che fungeva da scrivania, c’era un trespolo, sul quale stava appollaiato un bellissimo falco pellegrino.
Il rapace la fissava da quando era entrata nella stanza, e ora che poteva vederlo da vicino, Martine notò che tremava.
“Hai freddo piccolo? Fosse per me chiuderei le imposte…”.
Guardò verso la finestra, dalla quale entrava aria gelida, e vide che i fiocchi di neve erano aumentati.
La ragazza si strinse nel mantello, e andò verso il caminetto. A pochi passi c’era Guy, che fissava immobile le fiamme che lentamente andavano spegnendosi.
“Non credete dovremmo gettare altra legna sul fuoco?”.
Da quando lui ed Allan erano venuti a prelevarla dalla sua stanza, l’uomo non le aveva rivolto parola. Aveva ancora quello sguardo perso, di chi ha mille pensieri nella testa e non vuole che il mondo sappia niente.
Martine decise di arrangiarsi e, presi un paio di pezzi di legno da un cesto li accanto, li gettò alla ben e meglio in mezzo alle fiamme.
Come risvegliato da un sogno, Guy si girò a fissarla.
“E’ un compito per la serva, non per voi”.
“Ma se aspettiamo lei, diventiamo tutti dei bei ghiaccioli!”.
Lui rimase a fissarla senza dire niente, mettendola a disagio. C’era solo il rumore del fuoco che tornava a scaldare la stanza, ma Martine aveva lo stesso i brividi, e non erano di freddo.
“Io…” fu l’unica parola che l’uomo riuscì a pronunciare, prima che la porta si aprisse.
Lo sceriffo attraversò la stanza, e si sedette alla sua scrivania, senza badare minimamente a loro.
Guy si raddrizzò, riassumendo il solito atteggiamento autorevole e serio.
“Ecco qui Lady Wescott, come avevate chiesto”.
“Ottimo, ora potete andare”.
“Signore?”.
“Siete sordo, Gisborne? Ho detto che potete andare”.
Martine fissò prima lo sceriffo, poi l’uomo accanto a lei. Guy rimase immobile per qualche secondo, come se volesse aggiungere qualcos’altro. La guardò, senza battere ciglio. Sospirò e si allontanò da lei e dalla stanza, chiudendosi la porta alle spalle.
Ora era sola, in balia dell’uomo più malvagio di Nottingham, che continuava ad ignorarla, intento com’era a sfogliare pergamene su pergamene.
Martine non perdeva d’occhio ogni suo minimo movimento, ma saltò dallo spavento quando vide la mano dello sceriffo urtare un calice metallico, che cadde rumorosamente sul pavimento, trascinandosi dietro un paio di candele e una pergamena.
Il falco saltò sul trespolo, lanciando un urlo, mentre gli uccellini nelle varie gabbie si misero a cinguettare spaventati.
Lo sceriffo guardò oltre il bordo del tavolo, la faccia sorpresa e le mani sul volto.
“Oh ma che sbadato che sono! Vi prego milady, volete farmi il favore? Oh no no, su su” disse l’uomo, alzandosi in piedi e andando a calmare il falco.
Senza pensarci troppo, Martine si mosse verso gli oggetti caduti, e si piegò a raccoglierli.
Lo sguardo le cadde casualmente su alcune parole della pergamena: re Riccardo, spia, francese.
“Interessante, non è vero?”.
Lo sceriffo la fissava sorridendo. Il falco nel frattempo s’era calmato, grazie anche alle carezze che l’uomo continuava a fargli sulle ali.
Martine appoggiò subito il calice, le candele e la pergamena sul tavolo, e si avvicinò il più possibile al caminetto. Mentre raccoglieva i ceppi da gettare nel fuoco, aveva notato un attizzatoio arrugginito proprio dietro la cesta di vimini. Una possibile arma in caso di bisogno.
“E’ un bel calice, milord. Peccato per quelle due pietre mancanti sul bordo…”.
Lo sceriffo smise di accarezzare il rapace, e lentamente si portò vicino alla ragazza, senza mai togliere dal volto il ghigno malefico.
“Sapete di cosa sto parlando”.
Martine poteva sentire il respiro dell’uomo sul collo, e la cosa le dava la nausea. Il terrore le impediva di muoversi e guardarlo.
“Milord… non capisco…”.
“Non prendetemi in giro. Siete molto più intelligente di quanto volete dare a vedere. Offendete voi e offendete me. Vedete… noi due siamo simili”.
Lo sceriffo avvicinò una mano al volto della ragazza. Le dita le accarezzavano i capelli, l’orecchio, la guancia.
“Milord…”.
“Siamo due pedoni sulla scacchiera della storia. Piccoli… quasi invisibili…”.
La mano stava scendendo lungo il collo. Martine tratteneva a stento i brividi, ed era certa che lo sceriffo poteva sentire i battiti del suo cuore che stava impazzendo.
“… ma sebbene così piccoli, aiutiamo il re a prevalere sul nemico!”.
Così dicendo, le afferrò la collana che teneva al collo. Martine rimase sorpresa dal gesto violento dello sceriffo, e lo fissò confusa.
Cosa diavolo c’entrava la sua collana con il re, il nemico, gli scacchi e il calice?!
“Non pensavate sarei arrivato così in fretta a scoprire la vostra identità. L’idea di impersonare una compagnia di menestrelli non era male, ma si da il caso che già da alcuni giorni ero stato messo sull’avviso, circa il vostro arrivo”.
Martine ora era completamente sconvolta. La mano dello sceriffo aveva lasciato andare la collana, e lei poteva respirare meglio, sebbene il cuore continuasse a saltarle nel petto.
Scoperta?! Ma com’era possibile? Lo sceriffo sapeva tutto della daga, di Imhotep e della missione, e il calice era il pezzo che mancava? Qualche guardia doveva aver sentito i loro discorsi, ma anche così era davvero difficile che la loro venuta fosse stata predetta.
“Milord, penso vi stiate sbagliando. Ci avrete confusi con qualcun altro. Noi siamo gente semplice, non capisco come potremmo aver attirato l’attenzione delle autorità, tanto da allarmare voi qui a Nottingham”.
Lo sceriffo, che nel frattempo era tornato a sedersi al tavolo, prese tra le mani una pergamena, sventolandola in direzione della ragazza. Da lontano, Martine riconobbe il sigillo: era il foglio che aveva raccolto da terra.
Alla Signoria Vostra, Vasey, Sceriffo di Nottingham… autorità massima nella contea… in vista del prossimo incontro… ladi-dadi-daa… ah ecco. La destituzione del Cancelliere, e la sua conseguente fuga verso sud, ci fanno pensare che questi tenterà di far tornare il prigioniero re Riccardo il prima possibile dalla sua prigionia in Austria, impedendo così a Giovanni di salire al trono. Sebbene in passato… blablabla. L’operato dei Cavalieri Neri non deve essere vano. E ora la parte migliore” disse lo sceriffo, assumendo un tono solenne, “ci è giunta notizia che una spia francese, inviata dallo stesso William de Longchamp, tenterà di sabotare la nostra missione. Se troverete tale spia, comportatevi come sapete”.
La pergamena venne arrotolata e legata con un laccio di cuoio, poi messa accanto a tutte le altre.
Ci mise un po’ ad assimilare quello che lo sceriffo le aveva appena letto, ma di sicuro le cose si stavano mettendo ancora peggio di quanto non fossero prima.
“State dicendo che credete io sia una spia?!”.
“No, mia cara ragazza. Io SO che voi siete una spia. E devo dire anche abbastanza ingenua. Pensavate che non avrei notato il vostro ciondolo?”.
Martine abbassò lo sguardo. Merda, pensò tra sé.
La collana era una semplice catenella, ma il gioiello ad essa legato assumeva adesso un significato alquanto pericoloso.

 

Un regalo di compleanno. Quanti anni fa? Sei, forse sette.
Era il periodo del mio primo stage, in Francia. Ero stata mandata a seguire gli scavi al castello di Murol, una costruzione del tredicesimo secolo arroccata su uno sperone che dominava tutta la valle dell’Auvergne.
All’inizio era stato alquanto difficile ambientarsi, specie per il fatto che non parlavo una parola di francese. Ma avevo fatto amicizia con tutti, essendo per la maggior parte un gruppo di studenti da diversi stati d’Europa. E soprattutto, avevo legato con il nostro supervisore: Andre Marek.

 

Risi quando mi dissero che era famoso per le sue ricerche, i suoi studi e la sua enorme conoscenza del periodo medievale. Alto, palestrato e con la faccia da bonazzo. Mi pareva uscito da una telenovela.
Un giorno, dopo aver passato ore a catalogare pietre e sassolini, mi resi conto di aver perso il cellulare. Sicura mi fosse caduto nella corte esterna del castello, presi la bicicletta e, dopo una corsa da togliere il fiato, arrivai sul posto. Era ormai buio pesto, e non avevo minimamente pensato di portarmi una torcia. Fortuna volle che lo trovassi subito. Era caduto dietro uno dei bersagli che la compagnia del castello utilizzava per le ricostruzioni storiche. M’ero chinata per raccoglierlo, quando una freccia incendiaria colpì il bersaglio, a pochi centimetri dalla mia testa.
Marek si stava esercitando al tiro con l’arco, sfruttando il fatto che il castello era chiuso ai visitatori. Vuoi per scusarsi, vuoi che ci provava con tutte, cominciammo a vederci anche nei momenti di pausa. Finito il mio periodo di stage, eravamo diventati una coppia, e anche parecchio affiatata. Oltre a continuare ad aiutare gli studiosi al castello, ero riuscita a trovare lavoro in un albergo del posto, lo stesso che mi aveva ospitato in quei mesi di permanenza a Murol. Per il giorno del mio compleanno, Marek mi regalò una collana con un ciondolo: un giglio.
“E’ il simbolo della Francia sin dal Medioevo. Così ricorderai sempre la terra dove ci siamo conosciuti” mi disse.
Peccato, però, che la sua promessa di non fare più il filo alle studentesse non durò a lungo. Lo mollai e, non avendo alcun motivo che mi tenesse a Murol, me ne tornai in Inghilterra a riprendere gli studi.
Non ho più avuto modo di vederlo, e quando provai a rintracciarlo, mi risposero che nessuno sapeva dove fosse sparito. Sebbene non sia stata l’unica avventura amorosa della mia vita, ho sempre tenuto al collo il regalo di Marek. Forse perchè il giglio ricordava il nome di mia madre, Lily. Una collana che però mi ha messo in guai molto seri.

 

“Milord, voi mi accusate basandovi sul fatto che porto questo ciondolo? E’ ridicolo!”.
Martine era indignata. Lo sceriffo poteva benissimo pensare quello che voleva, ma giudicarla in base ad un giglio portato al collo era assurdo. Mise le mani sui fianchi, a mo’ di sfida.
Peccato che il tono coraggioso della ragazza non avesse convinto lo sceriffo.
“No. Vi accuso in base ai fatti. Lasciate che ve li illustri” e così dicendo, la invitò ad accomodarsi sulla sua sedia. Martine rifiutò, ma l’uomo insisteva, e il tono, sebbene gentile, era inquietante.
“Leggete pure voi stessa la nota in fondo. Avanti” e le porse la pergamena.
Lei l’aprì e, scorrendola velocemente, arrivò al punto indicatole dallo sceriffo.
La spia si presenterà con molta probabilità al vostro banchetto fasullo. Le nostre fonti, presenti a corte, confermano che sarà riconoscibile dalla presenza di un giglio sulla sua persona. Sia esso un tatuaggio o un ciondolo.
“Solo perchè indosso questa collana? Non credo basti” rispose Martine, acquistando sicurezza.
“Ah no, mia cara. Quello è solo il primo indizio che vi accusa. Arriviamo al secondo. Dite di essere di York, ma il vostro modo di parlare risulterebbe strano anche ad un contadino di quel posto. Risulterebbe strano a chiunque qui in Inghilterra”.
Cazzo, imprecò la ragazza dentro di sé.
“Terzo. La scelta della vostra copertura. Un attrice?! Suvvia. Anche una delle mie guardie inventerebbe una bugia migliore. Ammetto che la vostra voce ha una sua bellezza, ma siete una donna. E non conoscevate nessuna delle ballate da me richieste. Ballate tipicamente inglesi. Se vi foste presentati come pellegrini, sarebbe stata la vostra salvezza”.
Nota personale: uccidere Nigel, pensò Martine.
Cominciava a trovare scomoda la sedia, e aveva le dita delle mani distrutte, a furia di stringersele le une con le altre.
Fissò la porta e sperò che Guy o Allan entrassero per un qualsiasi motivo. Ma lo sceriffo stava continuando la sua lista di accuse, e finora potevano suonavano tutte pericolosamente fondate.
“Quarto. Corruzione dei miei sottoposti”.
“Io non ho corrotto proprio nessuno!” rispose a voce alta. L’uomo le si avvicinò, inginocchiandosi per poterle sussurrare meglio all’orecchio.
“Come vi dissi ieri, so cosa avete fatto con Guy. Io questa la chiamo corruzione. Siete stata abile nel riuscire ad avvicinarvi così a lui. La sua fissa per Marian rasenta l’ossessione, sebbene io non ne colga il motivo. Siete riuscita ad entrare nel suo letto, e a non farvi considerare come una delle sue servette, con le quali si diverte prima di dormire”.
Uno schiaffo gli finì in pieno volto, senza che se l’aspettasse. La ragazza aveva reagito d’istinto, rendendosi conto solo a gesto compiuto della cavolata che aveva fatto.
La risposta arrivò immediata, e in pieno volto. Lo sceriffo non aveva aspettato molto per renderle lo schiaffo.
“Ragazzina, la mia pazienza ha un limite. Potrei mettervi dietro le sbarre e buttare via la chiave senza pensarci un secondo”.
“E perchè non l’avete ancora fatto?” lo sfidò, sentendo pulsare la guancia per il dolore, e avvertendo le lacrime che cominciavano a salirle agli occhi.
Lo sceriffo si alzò in piedi, e si mise a rovistare tra le pergamene. Ne aprì una in particolare: una mappa.
“Conoscete bene questa città, non è vero? Da quello che so, avete detto di provenire da York”.
Martine annuì. Che altro poteva fare?
“Come ben saprete, due anni fa nella vostra città c’è stato quell’incidente con gli ebrei. William de Longchamp ha provveduto a punire il massacro, e il fatto è stato accantonato con un banale aumento delle tasse. Ma…” e prese a passeggiare per la stanza, lasciando la frase in sospeso.
“Ma…” continuò Martine, osservando l’uomo che si avvicinava alle gabbie di uccellini.
“Il leader degli ebrei, tale Josce, chiese ospitalità nel castello, dove poi si sarebbe barricato dentro con gli altri della sua specie. Stiamo parlando di ebrei. Bastardi attaccati al loro denaro. Voi credete che, rifugiandosi nel castello, non si siano portati i loro tesori? Anzi” e rise, di una risata falsa ed ironica, “cosa sto dicendo? Voi SAPETE del tesoro del castello”.
La ragazza lo fissava immobile, senza sapere come replicare.

 

Perchè diavolo non mi son portata un libro di storia? Cancellieri, Cavalieri Neri, ebrei, castelli, tesori… I miei genitori, Faith, Nigel, o anche Marek, al mio posto, avrebbero già risolto tutto. Sapevo che avrei dovuto seguire il corso di Storia Medievale 2 quando ne ho avuto l’occasione…

 

“Ecco quindi perchè non vi ho ancora uccisa, milady”.
“Non capisco…” disse. Era vero.
“Smettetela di offendermi! So bene che siete stata mandata da Longchamp per spiarci! Sapevate dei Cavalieri Neri e della nostra riunione”.
“Non è vero!”.
“E casualmente vi siete trovata qui? Ora? Una donna di York con addosso il simbolo dei francesi?”.
Martine voleva piangere e chiedere aiuto, ma nessuno poteva aiutarla. Quindi fece un gesto avventato.
“Avete ragione. Sono stata scoperta. Sì, sono una spia francese. Oui, je suis francais. Siete contento? Avanti, schiaffeggiatemi ancora, mettetemi dietro le sbarre, o datemi come puttana ai vostri soldati. Così la facciamo finita”.
Se un attimo prima lo sceriffo la stava guardando con rabbia, ora era rimasto scioccato dalla reazione della ragazza. Non s’aspettava che confessasse subito, e in maniera così coraggiosa e diretta.
“Mmm, che furia! Che ardore! E’ un peccato non avere tempo per saggiare le vostre qualità” e, avvicinandosi, la squadrò in maniera lasciva.
Si sedette al tavolo, prese un foglio bianco e si mise a scrivere, lasciando Martine in piedi ad aspettare.
“Milord…” chiese la ragazza, una lacrima che scendeva sulla guancia.
“Avete fretta di conoscere cosa ne sarà di voi?”.
“Avrei piacere di saperlo, sì”.
Senza guardarla, finì di scrivere quello che sembrava una lettera. Vi sciolse sopra la ceralacca e la marchiò con un anello che portava al dito. Aveva una forma strana, quasi simile ad un falco.
“Voi andrete a York insieme a Guy. Gli mostrerete dove sta il tesoro della torre e glielo consegnerete”.
“Per quale motivo?”.
L’uomo si girò.
“Credevo mi avreste risposto con scuse del tipo ma quale tesoro, io non ne so niente, ladi-dadi-daaa. Vedo che cominciamo ad andare d’accordo. E come me, sapete bene che Longchamp ha lasciato l’Inghilterra per andare a liberare Re Riccardo. Noi impediremo tutto ciò togliendogli il denaro necessario a pagare il riscatto”.
“Denaro che voi siete sicuro si trovi nella torre del castello di York”.
“Esattamente”. Lo sceriffo stava sorridendo.
Martine sospirò. Dopotutto, la menzogna non aveva portato a conseguenze terribili. Certo, non sapeva assolutamente niente di questo fantomatico tesoro, né come si sarebbe tolta da questo impiccio… ma una volta lontana dallo sceriffo, avrebbe trovato una soluzione.
“Sir Guy verrà messo a conoscenza della mia vera identità?” chiese la ragazza.
“Non è necessario. Una volta datogli l’ordine di partire, voi vi unirete a lui, con la scusa di farvi scortare fino a casa. Ovviamente, avrà l’ordine di catturarvi e uccidervi, se solo proverete a scappare”.
“Ovvio” rispose Martine.

 

La carne era stopposa, la salsa acidula, ma il modesto pasto nel piatto era molto saporito. Soprattutto era caldo. Tenerlo tra le mani evitava che si congelassero le dita.
“Purtroppo durante l’inverno è difficile proteggersi dagli spifferi. Ci vorrebbe Will… ma troverò una soluzione” disse Much, mettendosi le mani ai fianchi.
Faith aveva capito che il giovane di nome Will doveva essere il famoso Will Scarlett. Quindi ogni cosa intorno a loro era merito suo?
Non pensavo fosse un inventore, chissà dove si trova adesso, si chiese.
Capì anche che Much era l’addetto alla cucina (oltre ad essere il lacchè personale di Robin), e che Little John era il cane da guardia della gang.
I fuorilegge risultavano essere leggermente diversi da come se li era sempre immaginati. Erano molto meno selvatici e merry men, di quanto aveva letto e visto nel corso delle sue ricerche. Puzzavano un po’, questo doveva ammetterlo. Se l’era aspettato, visto che vivevano nel bel mezzo della foresta. Il rifugio costruito da Will era ingegnoso, non v’era ombra di dubbio.
Ma non comprende un bagno purtroppo, pensò tra sé, mandando giù l’ultimo boccone di carne, e alzandosi in piedi.
“Much, scusa… dove potrei… sì, insomma… bisogni naturali…”.
L’uomo la fissò, non capendo cosa Faith volesse sapere.
“Vi accompagno io. Rischiate di farvela addosso prima che Much capisca cosa volete dirgli”.
Robin uscì dal rifugio sorridendo, seguito dalla ragazza.
“L’avevo capito, padrone! Stavo solo decidendo dove sarebbe stato meglio indirizzare la nostra ospite!”, disse l’uomo preoccupato, quasi seguendo il suo signore fuori dal rifugio.
“Much. Zitto”.
Little John gli si parò davanti, il piatto a mezz’aria. Much sbuffò e versò altra zuppa di carne alla figura che lo sovrastava.

 

La neve copriva ormai quasi tutta la foresta. Ogni tanto, ne cadeva un po’ dagli alberi, spaventando Faith, che si girava di scatto ad ogni minimo rumore.
“State tranquilla. Con questo tempaccio dubito che verranno a cercarvi”.
Dopo aver espletato i suoi bisogni, non senza una certa difficoltà causata dagli abiti ingombranti, Faith aveva raggiunto il fuorilegge, e ora stavano camminando verso il rifugio.
La ragazza non osava aprir bocca per prima. La paura di iniziare a balbettare dall’emozione per avere accanto Robin Hood le serrava le labbra.
“E così avete conosciuto Allan”.
Lei lo guardò, trattenendo il respiro e rimanendo in attesa che il fuorilegge continuasse il discorso.
“Non so ancora per quale motivo voglia aiutare voi e i vostri compagni, ma vi posso assicurare che mi prenderò io cura di voi” e così dicendo sfoderò un sorriso al quale Faith rispose con un’espressione beota.
Maledetto Robin Hood, pure un gran bel figliolo dovevi essere, pensò tra sé, mentre lui continuava a fissarla e a sorridere.
“Esattamente… che tipo di rapporti avete con Allan?”.
Per poco Faith non inciampò sui suoi stessi piedi.
“Come?!” riuscì a dire, mentre nella sua testa comparivano le immagini di Allan nudo nella vasca.
“Quando vi ho incontrata, lo stavate mandando a quel paese. Ma da come lui s’è preoccupato per la vostra persona… sembra ci sia qualcosa di serio tra di voi”. Robin aveva sottolineato l’ultima frase con un tono malizioso nella voce.
“Niente di ciò che voi pensate” rispose la giovane, lanciandogli una occhiataccia.
“Allan ci ha solo aiutati fin dal nostro arrivo a Nottingham, e s’è rivelato una brava persona. Al contrario di come voi lo considerate”.
Robin si fece improvvisamente serio, e non parlò più fino a che non raggiunsero il rifugio.

 

“Porterete con voi solamente lo stretto indispensabile. Gisborne provvederà ad ogni vostro bisogno. Qualsiasi bisogno”. Lo sceriffo sorrise, mentre finiva di scrivere le varie lettere da consegnare ai suoi sottoposti.
“Non potrete allontanarvi da lui, per nessun motivo. Altrimenti” e sollevò il foglio sigillato in precedenza, “Gisborne dovrà attenersi ai miei ordini”.
“Re Riccardo verrà a sapere come trattate la sua gente”.
Martine sentiva ancora la guancia che le pulsava, ma non avrebbe versato lacrime di fronte a quell’uomo.
“Se voi agirete come vi ordino, il vostro Riccardo non verrà a sapere proprio niente”.
Lo sceriffo chiuse l’ultima lettera, sigillandola.
“Ottimo. Fatto. Com’è semplice comandare, uh?” e rise, alzandosi e andando verso di lei.
“Vorrei tanto potervi seguire fino a York e saggiare le vostre qualità di spia” e così dicendo le sfiorò il seno.
“Se volete, posso darvene subito un assaggio”.
Martine alzò il ginocchio e lo lanciò contro il basso ventre dello sceriffo, che si accasciò dolorante a terra.
“Piaciuto? Prova ancora a mettermi le mani addosso e vedrai cosa ti faccio assaggiare, brutto vecchio depravato!” gli urlò.
L’uomo soffriva e sbuffava, e dopo qualche secondo riuscì a rimettersi in piedi.
“GUARDIEEE!!! GISBORNEEE!!!”.
Martine sentì la porta aprirsi subito, e Guy entrò di corsa, seguito da un paio di uomini.
Rimase sorpreso di vedere lo sceriffo a terra che si stringeva i pantaloni, e la ragazza rossa in viso e livida ad una guancia.
“PORTATELA VIAAA, PRIMA CHE CAMBI IDEA E LA UCCIDA CON LE MIE MANIII!!!”

 

La freccia mancò il bersaglio. Per la terza volta.
“Devi calcolare anche la forza del vento” le suggerì Robin.
“E cosa sono? Una banderuola?!”. Faith si stava spazientendo.
Dopo pranzo, aveva accettato con entusiasmo la proposta di Robin Hood, ovvero di prendere lezioni di tiro con l’arco.
Claudia avrebbe aiutato Nigel, visto che aveva una certa esperienza, se questi non si fosse subito tagliato un dito prendendo in mano una freccia, costringendoli a rimanere al riparo per curarlo.
“E io me ne rimango qui con il gorillone” aveva detto Jack, per la gioia di Little John.
Much invece li aveva seguiti nella neve, per raccogliere le frecce scagliate, ed ora stava tornando corrucciato verso di loro.
“Padron Robin, fa troppo freddo. Sono tutto fradicio, ho le mani gelate e sento che fra poco mi arriverà un bel raffreddore. Non possiamo tornarcene davanti al fuoco?”.
Robin afferrò una delle frecce dalla mano dell’amico, la incoccò e la tirò. Centro perfetto.
“Va bene, fate come volete. Ma poi non dite che non vi avevo avvertiti!” e se ne andò, continuando a brontolare.
Faith si sfregava le mani, cercando di scaldare le dita ormai viola.
“Much non ha tutti i torti. Ed è inutile continuare, non ho futuro come arciere”.
Robin appoggiò l’arco a terra, le si avvicinò e le prese le mani. Le chiuse tra le sue e cominciò a soffiarci aria calda. Faith sentì il calore salirle per le dite, ma anche le guancie si stavano colorando di rosso.
Quando Robin alzò lo sguardo e le sorrise, lei ritirò le mani, imbarazzata.
“Venite qui” e senza che potesse protestare, la prese per la vita e se la portò davanti al suo corpo.
“Impugnate bene l’arco. Così. Ora la freccia.” e Faith si sentì avvolgere dall’abbraccio caldo del giovane.
“La freccia va tenuta ben stretta. Ora tirate la corda” e le strinse le mani intorno al piccolo pezzo di legno, tirando insieme a lei fino a tendere l’arco.
Faith cercava di non tremare, ma il respiro di Robin sul collo le stava facendo battere forte il cuore.
“Prendete la mira. Calcolate la distanza e il vento. Calma. Respirate lentamente. Ora mollate” e lasciarono andare la presa.
La freccia si conficcò a pochi centimetri da quella del fuorilegge.
Faith si mise a saltare dalla gioia.
“Ma vieni! Ma chi sono! Wooooo!!!” e si lanciò ad abbracciare Robin.
“Visto che ne siete capace?” le sussurrò nell’orecchio.
Faith rimase immobile, stretta nell’abbraccio. Aveva il fiatone e ora respirava affannosamente dall’emozione.
“Ok, vediamo se siete più bravo di me. Scommetto non riuscirete a tirare tre frecce in un colpo solo”.
“Una sfida? Va bene” e le lanciò uno dei suoi sorrisi migliori.
Fece centro con tutte e tre le frecce, e Faith ebbe la prova che davvero Robin Hood era il miglior arcere del mondo.
E Robin Hood le aveva appena insegnato a tirare con l’arco! Era stata abbracciata da Robin Hood! Robin Hood le stava sorridendo e ammiccando!
Non stava in sé dalla gioia. Per un attimo, ebbe l’istinto di baciarlo, ma l’immagine di Allan che le sorrideva la fermò.
Si ricompose, schiarendosi la gola.
“Grazie Robin. Ma ora torniamo, così posso vantarmi con Claudia” e scappò via, in direzione del rifugio.

 

“Come… come… ma vi rendete conto di quello che avete fatto?!”.
Gisborne la fissava sconvolto. Non s’era ancora ripreso dallo shock, e adesso osservava Martine che sistemava le sue cose.
“E voi vi rendete conto di quello che ha fatto a me?” gli urlò, indicando la guancia, che ora aveva assunto un colorito violaceo.
“Mi dispiace”.
“Non siete voi a dover chiedere scusa, Guy. Quell’uomo è spregevole, vecchio, crudele e… e… ha l’alito cattivo!!!”.
Martine si sedette sul letto, le braccia incrociate sul petto, cercando di calmarsi.
Gisborne l’aveva riaccompagnata in stanza da qualche minuto. Sebbene dolorante e tra un imprecazione e un insulto, lo sceriffo era riuscito a consegnare a Guy la lettera.
L’aveva letta, aveva capito gli ordini. Ma non riusciva a comprendere come Martine potesse essere ancora viva dopo il gesto che aveva fatto.
“Voi mi avete mentito” le disse.
La ragazza si girò a fissarlo, ancora rossa di rabbia.
“In che senso?”.
Guy si avvicinò al letto, indicando la lettera.
“Ho l’ordine di riportarvi a casa. Di starvi vicino sempre. Ma in caso doveste scappare, sarò costretto a trovarvi ed uccidervi. Perché?”.
“A me lo chiedete? Parlate con lo sceriffo. Lo psicopatico è lui”.
“Sebbene a volte… spesso… non condivida le sue idee… se ricevo ordini di questo genere, significa che voi non siete chi dite di essere”.
Martine lo fissò per un po’, in silenzio.
“Avete ragione. Vi ho mentito” ammise alla fine, stanca.
Gisborne la guardò, serio.
“Non sono niente di quello che vi ho detto. Non sono un’attrice, non sono di York e non sono amica di Marian”.
L’uomo le si avvicinò, prendendola per le spalle e stringendo forte.
“Come avete detto?”.
“Non ho fatto altro che raccontarvi bugie sulla mia identità. Ma non potevo fare altrimenti”.
Lui la fissava con occhi di ghiaccio, ma lei poteva vedere che in loro bruciava il fuoco dell’ira.
“Come avete potuto… mi avete preso in giro fin dall’inizio…” e la strinse fino a farla gemere dal dolore.
“Non vi ho mentito su tutto! Io vi voglio bene! Aspettate! Guy! Guy! Mi fate male!”.
Lasciò la presa e fece per uscire dalla stanza. Di spalle, le rivolse alcune parole, con voce bassa e dura.
“Ho l’ordine di uccidervi se farete qualche gesto avventato. Credo avrò meno rimorsi, ora” e uscì, sbattendo la porta.

 

L’ho ferito. Ho ferito Guy. C’era da aspettarselo. Perché non ero riuscita a tenere la bocca chiusa!?
Perché non volevo mentirgli ancora. Ma così facendo, l’avevo perso. Maledizione. Piansi per tutto il tempo lacrime di rabbia e tristezza. L’avrei fatta pagare cara allo sceriffo. E avevo una mezza idea per farlo arrabbiare ancora di più.

 

Sebbene ci avesse messo molta pazienza, non era riuscita a scrivere meglio di così.
Sia per il freddo che le bloccava le dita, sia perché i mezzi rudimentali di scrittura non erano d’aiuto, era riuscita a mettere su carta poche parole.
Faith ammirava la sua opera, osservata alle spalle da Robin.
“Scrivete bene” ammise il giovane, con conseguente arrossire della ragazza.
“Rileggete anche per noi che non siamo così colti come voi” disse Much, mentre sistemava i letti.
Faith si mise in piedi e si schiarì la gola, tenendo il foglio ben davanti a sé.
“Troviamoci alla Locanda del Bue domani pomeriggio. Portate Martine. Noi siamo Robin Hood.”.
Robin annuì, battendo un colpo con le mani per poi sfregarle, e guardando tutti i presenti in volto, uno ad uno.
“Bene. Chi si offre volontario per portarla a Nottingham?”.

 

Quando si dice la sfortuna.
Allan trovò la lettera la mattina dopo. Much, vedendo che nessuno si era fatto volontario, aveva accettato la missione. Ovviamente non sarebbe andato da solo, lo avrebbe scortato Little John.
Mentre Allan ritirava il denaro accumulato dalle guardie alla porta della città, Much, travestito da mendicante, gli aveva infilato la lettera nella sacca del cavallo. Sacca che il giovane non controllò fino al giorno dopo, soltando dopo aver scortato una donna al convento. Quella donna ero io.

 

 

2 Marzo 1193
Giorno 5
Foresta di Sherwood

“Maledizione! Eppure dovrebbe funzionare lo stesso!”.
Martine schiacciò i tasti dell’iPhone, ma non successe niente.
Eppure sul manuale aveva letto che, in mancanza del GreenId, si sarebbe potuta richiamare la macchina del tempo anche solo con il cellulare, inserendo il codice segreto.
Andò verso il cavallo e tirò fuori il volume. A fatica, riuscì ad arrivare alla pagina in questione.
“Ricominciamo. Cliccate sull’icona con il furgone. Ok” e cliccò. Una barra segnalava che l’applicazione si stava caricando.
Cliccate su SHOW. Ok” e si aprì un’ulteriore barra, che portò alla schermata più importante, ovvero dove inserire la password.
Doc aveva deciso per una password particolare. Non aveva scelto una sequenza casuale o una data precisa, ma una serie di parole; ovvero, il nome del suo autore preferito.
“Ho fatto tutto giusto, mi manca solo quel dannatissimo nome! Perché non va bene Einstein?! Uffi!!!”.
Martine ripensò alla sua infanzia, ma non ricordava che Doc le avesse parlato di un autore preferito in particolare. Aveva provato a inserire Einstein come parola chiave, ma solo perché era il nome del cane del professore. Magari poteva andare, e invece l’accesso le veniva negato.
Chiuse con troppa foga il manuale, e avendo una mano occupata dal cellulare, il pesante volume le cadde a terra.
Martine mise l’iPhone in una piccola sacca in pelle che portava legata alla vita, e raccolse il manuale. S’era riempito di terra e neve, così si mise a scuoterlo prima che si rovinasse.
E vide cadere una foto.
“Ma cosa…”.
Si chinò a raccoglierla, e rimase senza parole.
Nella foto c’era lei, vestita con un trench, e una borsa al braccio. La foto era in bianco e nero, consumata lungo i margini e piuttosto spiegazzata. Ma non era questo che l’aveva lasciata sconvolta.
Nella foto, lei era abbracciata ad un ragazzo che non aveva mai visto.
Guardò sul retro, ma non c’era scritto altro, a parte una data: 13 ottobre 2010.
Se lo sconosciuto e la foto l’avevano sconvolta, quella data la paralizzò.
In lontananza, sentì le campane suonare. Mise la foto nella sacca, corse al cavallo, e dopo aver sistemato il manuale nella borsa, corse verso il convento.

 

Arrivai appena in tempo. Guy non s’era accorto della mia fuga nella foresta.
Dopo aver passato una nottata pessima, ero intenzionata a raggiungere i miei amici ad ogni costo.
Cercando nella mia memoria, mi ricordai che nel medioevo erano tutti molto credenti, e che per una dama era normale andare spesso a pregare in convento. Avevo quindi chiesto di potermi confessare, prima di partire per il lungo viaggio. Con mia sorpresa, lo sceriffo aveva accettato senza replicare. Potevo quindi uscire facilmente dal castello e, una volta fuori, avrei raggiunto la macchina del tempo. Secondo le istruzioni di Doc, potevo mettermi in contatto con i miei amici, grazie ai traduttori auricolari. Infatti, potevano fungere da ricetrasmittenti, ma solo se si mandava il messaggio dal furgoncino. La sorpresa per il permesso acquisito svanì subito, quando trovai Gisborne ad attendermi davanti la porta. Lui ed Allan mi avrebbero scortata fino al convento, avrebbero atteso fuori e mi avrebbero riportata indietro. Ma non sapevano di avere a che fare con una come me, che non si da per vinta facilmente. Una volta lasciata all’interno, ero riuscita a sgattaiolare da una porta sul retro, e sfruttando il fatto che Gisborne era distratto a dare ordini ad Allan, ho preso un cavallo che stava legato lì fuori, e sono scappata nella foresta.
Purtroppo la mancanza della password e il ritrovamento della foto mi avevano fatto perdere tempo. Una volta tornata, trovai Guy ad aspettarmi. Allan non c’era.

 

Aveva smesso di nevicare, ma faceva molto freddo. Le strade erano piene di fango e sporcizia, e ogni cavallo o carro che passasse accanto a loro sollevava schizzi melmosi e puzzolenti.
Faith voleva ripulirsi il viso, ma Robin le aveva fatto notare che, più sporca sembrava, più assomigliava ad un mendicante.
Grazie a quel travestimento, erano riusciti a passare tranquillamente le porte di Nottingham. La ragazza non poteva sopportare il puzzo di sudore e letame che saliva da quegli abiti, ma se quello era l’unico modo per passare inosservati, non avrebbe aperto bocca.
“Dopotutto, lo fa pure Kevin Costner, chi sono io per tirarmi indietro?” rise tra sé e sé.
Raggiunsero la Locanda del Bue, ed entrarono. L’aria era calda, e Faith dovette rassegnarsi. Sebbene ci fosse più pulizia che all’esterno, la puzza di sudore regnava sovrana.
Robin la trascinò verso il retro del locale, dopo aver pagato profumatamente l’oste per il suo silenzio.
La ragazza si trovò in una stanza immersa nella semi oscurità, un paio di candele messe su di un tavolo rischiaravano appena l’ambiente stretto. Trovò una brocca piena d’acqua e, ignorando Robin, immerse le mani e si pulì il più possibile.
“Ti stai facendo bella per Allan?”.
Hood la stava osservando, sorridendo.
Faith gli fece una linguaccia, e gli diede le spalle, continuando a sistemarsi.
“Lei è già bella, non ha bisogno di far niente”.
La ragazza si fermò, le mani ancora umide sul volto. Quella voce. Non voleva girarsi, si vergognava dello stato pietoso nel quale si trovava. Ma l’altra parte di lei sarebbe corsa subito tra le sue braccia, riempiendolo di baci.
Cercò di contenersi e, asciugandosi con uno straccio trovato lì accanto, si voltò.
Allan era lì, davanti alla tenda che separava la locanda da quella stanza.
“Ciao” riuscì a dirgli, la voce roca e un mezzo sorriso.
Lui la fissò fino a quando Robin non si mise tra loro. Quindi si fece serio, entrò nella stanza e si sedette.
“Volevate vedermi?”.
“A dir la verità, ne farei anche a meno. E per dirla tutta, non hai portato chi ti avevamo chiesto”.
Allan si alzò, per mettersi faccia a faccia con Robin.
“Non per fare il guastafeste, ma non è colpa mia se il vostro sistema di posta fa acqua. Non controllo sempre le borse del cavallo, specie se so di non avere niente di mio all’interno”.
Silenzio, i due che si squadravano.
“Bambini, bambini, calma. Much avrà sbagliato sistema, e tu avrai una buona ragione se Martine non è qui. Vero?” chiese Faith, fiduciosa.
Allan la guardò, rimanendo comunque serio.
“La vostra amica è una fonte di guai. Peggio di voi. Stamattina l’ho accompagnata a pregare in convento, e tra poche ore sarà scortata a York da Gisborne”.
La notizia colse la ragazza come un fiume in piena. Rimase a bocca aperta senza sapere cosa dire, quindi Robin prese la parola.
“Per quale motivo avrebbe bisogno di una scorta?”.
“Da quello che sono riuscito a farmi dire dalle guardie che erano presenti, pare che la ragazza abbia fatto a botte con lo sceriffo”.
“A botte?!” esclamò Faith, incredula.
Allan annuì.
“All’inizio pensavo fosse tutto una balla, ma stamattina ho visto che Martine aveva un enorme livido sulla guancia”.
Robin sbuffò sconsolato, mettendosi le mani ai fianchi.
“Dannato sceriffo. Sollevare le mani su una fanciulla indifesa”.
“Da quello che ho sentito, le guardie dicono di aver trovato lo sceriffo per terra, sofferente, che si stringeva i gioielli”.
Faith avrebbe riso, se non fosse stato per la notizia sconvolgente che Allan le aveva dato.
La sua amica scortata a York? Da Gisborne? Perché? Come era finita a fare a botte con lo sceriffo?
“Devo assolutamente parlare con lei” disse, risoluta.
Robin non rispondeva, e neppure Allan.
La ragazza stette a fissarli per quello che le sembrò un’eternità, fino a che non sospirò esasperata.
“Ohi, ci siete? Dovete fare qualcosa! Non potete permettere che venga portata via!”.
Hood si girò a guardarla, poi si sedette al tavolo, pensoso.
“Allan…?” sussurrò, speranzosa.
Ma il giovane continuava a fissare Robin, in attesa.
“Lascerete che la portino a York?!”.
“Non possiamo fare altrimenti. Ci deve essere qualcos’altro sotto” disse Robin.
“Per esempio?”.
“Per esempio, il motivo per il quale lo sceriffo non l’ha fatta uccidere subito” disse Allan.
“Esatto. Che mi dicevi delle casse del tesoro?”.
“Che casse? Che tesoro?”. Faith non ci stava capendo più niente.
“Lo sceriffo s’è riunito ieri con i Cavalieri Neri” spiegò Robin, “per complottare contro re Riccardo. Hanno ammassato al castello una quantità di tesoro tale da eliminare il nostro sovrano. Il modo per farlo ci è ancora ignoto, ma Marian credeva che le casse sarebbero rimaste a Nottingham”.
“Invece so per certo” continuò Allan, “ che, sia il compleanno che le casse, era tutto un diversivo per ingannare Robin e la gang. Non sono a conoscenza del piano dello sceriffo, ma sicuramente ha aumentato il numero delle guardie nel castello. Qualcuno dice per catturare una spia”.
“Una spia?” chiese Faith.
“Non nostra, questo è certo” confermò Robin.
Dopo qualche minuto passato a riflettere nel silenzio della stanzina, Hood si alzò e si avvicinò agli altri.
“Hai detto che Martine verrà scortata a York, giusto?”.
“Sì. E purtroppo non potrò seguirla. Ordini dello sceriffo. Dovrò fare le veci di Gisborne in sua assenza”. Disse questo con tono di scusa, rivolto a Faith.
“Una ragazza sconosciuta compare dal nulla, assieme ad un gruppo di amici altrettanto sospetti” e a queste parole la ragazza socchiuse gli occhi con fare minaccioso, “entra nelle grazie di Guy senza problemi, attacca lo sceriffo fino a mandarlo a tappeto… e lui la grazia?”.
Faith non capiva dove voleva andare a parare con quel discorso, e anche Allan sembrava brancolare nel buio.
“Non capite? Lo sceriffo crede che Martine sia la spia! Non c’è altra spiegazione!”.
La ragazza lo guardò come imbambolata. Se Robin fumava roba buona, voleva averne un po’ anche lei, perché questa insinuazione aveva del ridicolo.
“Ok. Va bene. Ammesso che tu abbia ragione… perché mandarla a York?!” chiese Faith.
Robin tornò a riflettere, le sopracciglia aggrottate.
“Sentite, spia o non spia, Martine partirà tra poco. L’unico modo per salvarla è rapirla nella foresta. Io posso informarmi sul percorso che faranno, ma sarete tu” e Allan indicò il fuorilegge, “e gli altri ad occuparvi del salvataggio”.
“Ecco qua il vero Allan, che si tira indietro nel momento del bisogno” disse Robin.
Faith si girò subito verso il giovane alle sue spalle. Vide che s’era fatto serio, come non l’aveva mai visto prima.
“Ecco qua Robin Hood, quello che crede sempre di comandare tutti e di avere sempre la coscienza pulita” e così dicendo, si girò per andarsene.
“No, aspetta!” e la ragazza lo trattenne per la giubba.
“Ragazzi, calma. Non so cosa ci sia d’irrisolto tra voi due, ma non voglio andarci di mezzo. E non voglio che a pagarne le spese sia Martine. Quindi, spia o non spia, tesoro o non tesoro, dobbiamo fare qualcosa. Se voi vi tirate indietro, bene. Nessun problema. Me ne occuperò di persona”.
I due rimasero a fissarla per qualche secondo.
“Ha un bel caratterino” esclamò Robin, sorridendo.
“Sapessi…” gli rispose Allan.

 

Passai il resto della mattinata a sistemare le poche cosa che avevo. Gisborne fece portare il baule con gli abiti di Marian nelle mie stanze. Ma non rimase mai a lungo, e non mi rivolse che poche parole. Pranzai da sola. Un’ora dopo, una serva venne a prepararmi per partire.

 

La mantella era calda, e sebbene il colletto fosse fatto di vera pelliccia, Martine ci affondò il volto.
Era contraria alle pellicce, ma se queste venivano usate per scaldarsi e non per vanità, allora poteva anche accettare di portare un animale morto sulle spalle.
Pochi minuti dopo che la serva aveva sistemato le valigie, un’altra persona, con un animale morto sulle spalle, entrò nella stanza.
“Vedo che la vostra guancia sta lentamente tornando normale. Avrei preferito vedere ancora un bel viola acceso coprirvi il volto”.
Lo sceriffo passeggiava lentamente per la stanza, osservando tutto senza però un motivo preciso.
“Vedo invece che voi siete tornato a camminare in posizione eretta” rispose Martine, senza scomporsi.
“Hahaha. Simpatica. Voi mi piacete. Dico davvero. E’ davvero un peccato essere nemici, saremmo potuti diventare una bella coppia”.
“Anche se fossi stata a favore del principe Giovanni, credo avrei preferito sposare un lebbroso, piuttosto che voi”.
Lo sceriffo rise ancora più forte, e Martine si accorse di un luccichio verde. Un dente dello sceriffo aveva una pietra verde incastonata.
“Bella pietra, quella che portate” osservò la ragazza.
In principio parve non comprendere a cosa si riferisse, ma poi capì che stava parlando del suo dente e se lo tolse, facendoglielo osservare da vicino.
Martine si ritrasse per il ribrezzo.
“Un incidente. Gisborne mi ha colpito con la spada per sbaglio. Così ho pensato di vivacizzare un po’ la cosa. Carino, eh? L’alchimista che me l’ha venduto dice che è una pietra molto antica, proveniente dall’Egitto”.
La ragazza sussultò. Che fosse… che fosse il pezzo della daga? Avrebbe avuto senso. Il GreenId s’era illuminato tutte le volte che lo sceriffo era presente nella stanza. Si maledisse per averlo lasciato a Faith, ma dentro di sé esultava per la scoperta.
Lo sceriffo non sembrò accorgersi di nulla, e continuò a parlare.
“Ho anche un dente con rubino, uno con diamante. Uno pure con una sfera d’oro!”.
“Interessante! Mi farebbe molto piacere vederli”.
La squadrò per qualche secondo, dubbioso.
“Non c’è un altro calcio in arrivo, vero?” chiese, allontanandosi di pochi passi.
“Potete stare tranquillo. Cercherò di trattenermi. Però avrei piacere della vostra compagnia ancora per un po’, prima della partenza. Se volete ancora parlarmi di pietre preziose…”.
Lo sceriffo sorrise.
“Eccola qua la donna! Vi piacciono le cose che brillano! Venite, vi faccio vedere la mia collezione” e così dicendo si incamminarono verso le sue stanze.

 

“Claudia ed io andremo alla locanda di Dollie, ed aspetteremo Martine”.
“Sei sicuro passeranno per di lì?” chiese Nigel.
Allan annuì.
“Per evitare di essere visti, Gisborne ha deciso di partire dalla locanda. Una donna scortata da un carro di guardie che esce dal castello sarebbe troppo visibile. Sempre se assecondiamo la loro idea che Martine sia una spia nemica”.
“Mi pare comunque un piano avventato” ammise Nigel.
“Andrà tutto bene, fidati” disse Robin.
Il suo piano era questo: Allan, Faith e Claudia sarebbero andati alla locanda. Una volta arrivati Gisborne e Martine, Allan avrebbe distratto l’uomo, permettendo a Faith di comunicare con l’amica. Martine avrebbe poi seguito la seconda parte del piano, ovvero avrebbe fatto finta di sentirsi male. Affidandosi a quello che aveva detto Faith, ovvero che Gisborne provava qualcosa per la ragazza, la carovana si sarebbe fermata per la notte proprio nella locanda. E loro avrebbero fatto scappare la prigioniera.
“E se Guy dorme nella stanza di Martine? Ci avete pensato?” chiese Claudia.
“Lo leghiamo” esclamò Much, stringendo un bel pezzo di corda.
Claudia guardò Robin, e vide che sorrideva, assecondando l’idea dell’amico.
“Mi pare molto più avventato di prima” aggiunse Nigel, sospirando.

 

I teschi erano messi in fila, l’uno accanto all’altro. Ogni teschio serviva da “manichino” per i denti dello sceriffo.
Martine rabbrividì al pensiero che un tempo quelle fossero le teste di persone vere. La semplicità con la quale l’uomo ci giocava, la disgustava.
Ma finse interesse, sebbene l’unico dente che le premeva di guardare fosse quello nella bocca dello sceriffo.
“… e questo arriva dalla Cina. Mi dicono sia stato trovato nella spada di un guerriero, morto sulla Muraglia Cinese. Affascinante”. L’uomo mirava i suoi gioielli come un bimbo la macchinina nuova.
Quindi non si accorse di un bracciale di ferro che calava sulla sua testa a tutta velocità.
Lo sceriffo stramazzò al suolo.
Martine provò a toccarlo con la punta del piede e, vedendo che questi non si muoveva, si avvicinò alla sua scrivania.
Dopo avervi appoggiato il pezzo di ferro staccato dall’armatura accanto alla porta, si sedette e, presi carta e penna, scrisse una lettera.
Cercò di copiare alla ben e meglio la scrittura dello sceriffo. Scrisse un paio di righe, arrotolò il foglio, e ci versò sopra la ceralacca. Mancava solo il sigillo.
“L’anello… l’anello…” e vide che stava ancora al dito dell’uomo. A fatica glielo sfilò, e per poco non morì di paura quando lo sentì sospirare. Ma sembrava ancora svenuto.
Sigillò il documento e se lo mise nella sacca.
“Veniamo a te, adesso” disse, rivolta all’uomo steso a terra. Lo prese per le mani e cominciò a trascinarlo a fatica verso il letto. La parte complicata fu sollevarlo sul materasso.
“Ma…le…detti…. medio… evali… e i loro… letti… alti… a… balda… cchino!”.
Spostò le coperte, stropicciò i cuscini qua e là.
“Ed ora la parte peggiore” sospirò, mentre sfilava, ad occhi semi chiusi, gli abiti dal corpo addormentato dell’uomo. Posizionò un cuscino a coprire le parti basse ed ammirò la sua opera.
“Perfetto” sorrise.
Si avvicinò al volto dell’uomo e lentamente gli aprì la bocca. Le veniva la nausea, peggio che a spogliarlo. Ma doveva farlo. Sebbene non fosse sicura fosse davvero un pezzo della daga, cosa aveva da perdere a rubargli il dente?
Venne via dalla dentiera senza fatica, ma Martine era schifata a tal punto, da avvolgerlo in un fazzoletto, per nasconderlo immediatamente nella sacca.
Si diresse verso la scrivania, più precisamente verso il falco.
“Tu ora vieni via con me, sai bello? Il tuo padrone sarà al settimo cielo quando lo saprà” sussurrò all’animale, mentre lentamente gli calava il paraocchi sulla testa.
Indossò il guanto di pelle, ci fece salire il falco e strinse forte i legacci alla mano.
Osservò che tutto fosse in ordine nella stanza. Per ultimo, riattaccò il bracciolo all’armatura ed aprì la porta. Fuori, attendevano le guardie, pronte a scortarla alle sue stanze.
Martine aprì volutamente la porta in modo che vedessero lo sceriffo steso sul letto. Quando le guardie lo ebbero visto, nudo e con un ghigno soddisfatto sul viso, e si girarono sconvolti verso di lei, la ragazza fece finta di pulirsi i lati della bocca con le dita.
“Lo sceriffo ha chiesto di non essere disturbato. Il nostro incontro l’ha stancato troppo” e così dicendo, si avviò per il corridoio, seguita dai soldati basiti.

 

Pioveva. Mannaggia come pioveva! Avremmo preferito tutti di gran lunga che avesse continuato a nevicare.

 

Gisborne non parlava. Guardava fuori dalla carrozza le ombre che si susseguivano l’una dietro l’altra. Il buio stava calando in fretta, e la pioggia rendeva tutto cupo e lugubre.
Aveva letto la lettera dello sceriffo. Sebbene trovasse strano che gli fosse stata consegnata direttamente dalle mani della ragazza che ora era seduta accanto a lui.
Regalo il mio falco a Lady Wescott, sperando le cavi gli occhi. Non ho intenzione di vederla mai più, ergo non presenzierò alla partenza. Mi affido a voi, Gisborne. Vasey”.
Gli sembrava strano come gesto, ma finora non c’era stato niente di normale.
Come al solito, però, quello che ne soffriva di più era proprio lui.
Quella donna non era chi diceva di essere. Gli aveva mentito fin dall’inizio. Non ne capiva il motivo. Ma soprattutto, come faceva a sapere tutto della sua storia con Marian?
“Perché?” chiese.
Martine sobbalzò, sebbene lui avesse parlato quasi sottovoce. Il falco sbattè le ali.
Non serviva chiedergli cosa volesse dire, lei sapeva, o almeno, poteva immaginare cosa stesse pensando l’uomo.
“Sarò sincera con voi. Non ho mai voluto ferirvi, questo lo dovete capire. Non era mia intenzione entrare in intimità con voi. Una serie di circostanze mi hanno portata ad agire come avete visto. Mi dispiace solamente che voi ne dobbiate soffrire. Vi può consolare il fatto che soffro anch’io, per tutto il dolore che vi ho causato”.
Guy la fissava con disprezzo.
“Mentite. Siete brava a farlo”.
Martine sospirò, e non potè trattenere qualche lacrima che le saliva agli occhi.
“Pensatela come volete”.

 

Gli eventi sono un po’ confusi. Vuoi la pioggia, il buio della notte, la moltitudine di gente alla locanda…
Fatto sta che successe una cosa spaventosa, che difficilmente potremo dimenticare.

 

La stanza era la stessa. Faith sorrise, ricordando i bei momenti trascorsi con Allan lì dentro.
Dollie non aveva sorriso vedendola, quindi non avevano scambiato troppe parole.
“Io e la mia amica ci tratterremo qui la notte. Se dovesse arrivare Allan, vorrei essere avvisata” le disse.
La locandiera storse il naso e accennò un sì.
“Davvero una padrona accogliente” ammise Claudia, mentre si toglieva il mantello umido e lo metteva ad asciugare davanti al fuoco.
Faith si spogliò, appoggiando gli abiti accanto a quelli dell’amica.
“Speriamo solo vada tutto come ha detto Robin”.

 

“Perché vi fermate?” urlò Gisborne, scendendo dalla carrozza.
“Sir Guy, c’è il signor Allan!” rispose il soldato che teneva le redini.
“ALLAN! CHE DIAVOLO CI FAI QUI?!”
Il giovane si avvicinò, e scese da cavallo. Cercava di ripararsi nel mantello, ma era fradicio.
“Lo sceriffo mi ha detto di raggiungervi immediatamente! Appena vi siete allontanati, è arrivato un messaggero con una lettera urgente per Lady Wescott!”.
Una lettera per me, si chiese Martine.
Allan entrò nella carrozza e gliela consegnò. La ragazza la aprì subito, sciogliendo i sigilli, mentre anche Gisborne rientrava, gocciolando acqua dappertutto.
Mia cara Nim, è accaduta una tragedia. Vi aspettiamo tutti per consolarvi, sperando vivamente voi non reagiate come Mrs Bennett quando la figlia scappò con Wickham. Sempre vostra, Miss F”.
Martine rimase immobile a leggere e rileggere quelle parole.
La scrittura era sicuramente quella di Faith, sottolineato anche da Miss F che firmava la lettera. Il tutto era confermato anche dal fatto che si rivolgeva a lei come Nim, soprannome che solo la sua amica poteva conoscere.
Ma che voleva dire quel riferimento a Mrs Bennett?! Cosa c’entrava quella madre logorroica di Orgoglio e Pregiudizio con lei?
“Vi aspettiamo tutti… vi aspettiamo… reagire come Mrs Bennett…” ripetè sottovoce.
Alla fine capì. E iniziò ad urlare e a disperarsi.
“Ah! Tragedia! Disastro! Ah! I miei nervi!” urlava, gesticolando come un’attrice incallita, mentre il falco si agitava sul braccio.
Vide che Allan sorrideva e le faceva l’occhiolino.
“Che vi succede? State male?” chiese Guy, seriamente preoccupato dalla reazione improvvisa della giovane.
“Ah, aiuto, che faccio? No! No! Ah, la mia testa!”.
Martine cercava di camuffare le risate per la sua interpretazione fingendo di piangere.
Gisborne prese in mano la situazione.
“Allan, vai avanti e avvisa la tua amica alla locanda che ci fermeremo più del previsto. Dille di preparare una stanza in modo che sia calda al nostro arrivo. Se possibile, anche una vasca pronta”.
“Certo Guy” e il giovane si allontanò correndo verso il suo cavallo, non prima di aver lanciato un sorriso di intesa a Martine.
Dopo qualche secondo, la carrozza ripartì, sobbalzando.
Gisborne si avvicinò alla ragazza, che continuava a singhiozzare disperata. Le tolse delicatamente il falco dal braccio, e lo chiuse nella gabbia accanto a lei. Poi, un po’ titubante, le mise un braccio intorno alle spalle, e la strinse a sé.
“State tranquilla. Si sistemerà tutto. Ditemi cosa è successo” le disse, dolcemente.
“Mia… mia… sniff… mio…” ma non finì la frase che tornò a piangere, nascondendosi tra le braccia dell’uomo. Voleva inventarsi la morte di un qualsiasi familiare, ma dover mentire di nuovo a Guy l’aveva bloccata. Fintanto che non chiedeva spiegazioni, poteva evitare di raccontargli altre bugie.
“Shhh… shhh… va tutto bene. Ci sono io qui con voi”.

 

Il ragazzino uscì correndo dalla stanza. Dollie non s’era degnata nemmeno di salire, ma c’era d’aspettarselo.
“Aspettami qui. Non aprire a nessuno, mi raccomando. Gira gente poco raccomandabile”.
Claudia annuì, stanca. Finalmente, dopo la nottata insonne a castello, e dopo aver dormito al freddo in mezzo alla foresta, poteva starsene sotto le coperte vicino al caldo di un caminetto. Non si sarebbe mossa da lì per nulla al mondo.
“I miei abiti sono ancora umidi, maledizione” brontolò Faith, mentre cercava di infilare la giacchina sopra l’abito, neanche fosse una contorsionista in un circo.
“Prendi i miei, dovrebbero essere meno umidi” disse Claudia, sbadigliando e girandosi verso il muro, infagottata nella coperta.
In effetti, i suoi abiti erano praticamente asciutti. Faith li indossò più in fretta che potè, e corse fuori dalla stanza.
“Grazie e mi raccomando non… vabbè, notte!” e chiuse la porta, correndo giù dalle scale.
Si tirò il cappuccio in testa, per passare inosservata. Anche se la confusione al piano terra era tale che non l’avrebbe notata nessuno. A parte Dollie.
“Guarda, la sua amica sta uscendo. Ti conviene approfittarne finchè è in stanza da sola!” disse, con la voce stridula da oca.
“Sicura sia proprio lei? Quella dal culo grosso che s’è sbattuto il capo?”.
Dollie annuì. Il giovane, lo sguardo inquietante e il ghigno stampato sul viso, si avviò su per le scale.

 

La stalla era calda, anche più calda della sua stanza.
Ma niente poteva eguagliare il calore che quell’uomo le faceva provare.
“Allan… ti adoro… davvero… ma… ah… no… aspetta….” cercò di dire la ragazza, mentre il giovane la riempiva di baci.
“Tutto come previsto. Martine ha capito il messaggio e Guy ha abboccato. Saranno qui tra poco”.
Continuava a baciarla sul collo e sulle labbra, mentre le sue mani la stringevano a sé. Faith avrebbe voluto liberarsi, ma non poteva resistere ai suoi baci.
“Ma… noi… non…”.
“Robin è già dentro la locanda, assieme ai tuoi due amici. Little John e Much attendono a poche miglia con i cavalli. Ho corso come un matto per arrivare prima della carrozza. Abbiamo tempo”.
“Tempo per cosa?!” chiese Faith. Ma quando si vide lanciare sulla paglia morbida, capì subito i piani di Allan.

 


Non ci perdoneremo mai di non essere arrivati in tempo. Soprattutto Faith. Ma come potevamo immaginare quello che sarebbe successo? Questo viaggio sta diventando più pericoloso ogni giorno che passa. Non dovevamo partire. Non dovevo portarli con me.

 

La porta si aprì, scricchiolando appena.
Dick la richiuse lentamente, e si girò verso il letto. La stanza era quasi al buio, illuminata solo dal fuoco nel caminetto. Sul muro si creavano strane ombre, quasi fossero fantasmi.
Il giovane si sedette sul letto, osservando le coperte che coprivano la ragazza.
Aveva pensato a lei tutto il giorno, il suo capo gliel’aveva promessa ed ora era lì. Poteva finalmente avere la sua ricompensa. Aveva lavorato sodo, Allan doveva aver riconosciuto infine le sue doti dopo mesi di duro lavoro.
“Io e te ci divertiremo” sussurrò, mentre spostava la coperta.
Claudia si girò, gli occhi semichiusi.
“Faith?” chiese, la bocca impastata dal sonno.
Il giovane scattò in piedi, sorpreso. La ragazza mise a fuoco chi aveva di fronte, e si tirò a sedere, terrorizzata.
“Chi siete? Cosa volete?”.
“Chi siete voi!”. Il tono di Dick era nervoso.
Era la ragazza sbagliata! Maledetta Dollie! E adesso? Che cosa avrebbe fatto?
Claudia stava per alzarsi dal letto. Aveva visto sul tavolo, a pochi passi, il suo piccolo coltello. Doveva essere svelta, ma la paura l’aveva come congelata.
Un movimento di Dick, lui che indietreggiava, e la ragazza colse l’attimo. Corse verso il tavolo, impugnò l’arma e la puntò contro il giovane, che rimase immobile.
“Vattene! VATTENE!” gli urlava contro, ma lui non si muoveva. Anzi, cominciò a sorridere.
“Mi piacciono le puttanelle coraggiose. Avanti. Prova a colpirmi”.
Claudia continuava a puntargli il pugnale, senza sapere che fare. Sebbene fosse magro, era pur sempre un uomo, e poteva metterla al tappeto molto facilmente.
“I miei amici saranno qui a momenti, ti conviene scappare o ti uccideranno senza pensarci!” lo minacciò.
Dick fece finta di rabbrividire, ridendo.
“Che paura! Avanti, puttanella! Vediamo che sai fare”.
“Non sono una puttana!” gli urlò, rabbiosa.
“Oh sì che lo sei. Chissà che lavoretti sai fare con quella tua boc…” ma non finì la frase che Claudia gli si gettò addosso urlando, colpendolo alla spalla.
Il sangue iniziò a sgorgare velocemente, ma Dick non si lasciò sorprendere una seconda volta. Quando la ragazza tentò di colpirlo ancora, lui le prese le braccia e gliele bloccò, facendole cadere il pugnale..
“LASCIAMIII!!!” urlava, sferrando calci senza sosta.
Dick la sollevò senza sforzo e la buttò sul letto. Le tirò un pugno in viso e, mentre lei era stordita, raccolse il pugnale, e glielo puntò alla gola.
“Eccola qui, la mia puttanella” le sussurrò nell’orecchio, leccandoglielo, mentre iniziava a slacciarsi i pantaloni.
Claudia piangeva, il labbro gonfio e sanguinante.
“Ti prego… no…” lo supplicò.
“Shhh shhh puttanella… non ho ancora iniziato”.

 

Corse al riparo, seguita da Gisborne. La locanda era piena di gente, e tutti si voltarono verso di loro. Non appena si accorsero dell’uomo vestito in nero, calò una specie di silenzio irreale. Ognuno si girò verso il proprio boccale.
Dollie venne verso di loro, sorridente.
“Mio signore, è un onore potervi ospitare per la notte. Ho fatto preparare la vostra stanza. Il ragazzo vi accompagnerà subito di sopra” e tirò un calcio al bambinetto che giocava seduto per terra.
“Avete visto Allan?”
“No, mio signore. L’ho visto andare verso le stalle, ma non è più rientrato”.
Gisborne si voltò verso Martine.
“Venite con me” le disse, prendendola per un braccio.
“Posso benissimo aspettare qui…” ma lui non l’ascoltò. Mentre uscivano dalla porta che portava alle stalle, la ragazza intravide Nigel che la fissava, seduto ad un tavolo.

 

“Li seguiamo?” chiese Jack, mentre si scolava la terza birra. Finora, era l’unico che s’era ambientato alla grande nella locanda.
Robin si guardò intorno, e appena Gisborne si chiuse la porta alle spalle, fece segno ai due di seguirlo.
Nigel quasi inciampò su di un ubriaco steso a terra.

 

Faith aveva paglia fin dentro le orecchie. Maledisse Allan per le sue idee geniali.
Il giovane, invece, sorrideva soddisfatto.
Si rivestirono in fretta, osservati dai cavalli che ruminavano tranquilli.
“Scusate cavallini. Spero non vi sarete scandalizzati” disse la ragazza.
“Credo abbiano apprezzato” sorrise Allan, beccandosi un mucchio di fieno in testa.
“Spero di poter apprezzare anch’io, non appena mi spiegherai cosa stai facendo”.
I due si girarono di scatto verso la porta che dava alla locanda.
Gisborne li stava fissando, e dietro di lui c’era Martine, che tentava di trattenersi dal ridere.
“Guy… ah… ecco… io… ti ricordi di Lady Faith?” e indicò la giovane accanto a lui, che cercava di coprirsi come meglio poteva.
“Oh eccome se mi ricordo di lei. Ti avevo avvertito di non fare cavolate. Le guardie la porteranno subito a Nottingham e finirà in gattabuia. Mentre tu mi dovrai dare molte spiegazioni, se non vorrai finire a farle compagnia”.
“Mi spiace Giz, ma al momento al buio ci vai tu!” e una trave colpì la testa di Gisborne, che cadde a terra, immobile.
Martine si piegò subito a controllare che fosse ancora vivo. Respirava ancora, anche se c’era un po’ di sangue nei capelli.
“Tranquilla, ha la pellaccia dura. Se la caverà” le rispose Robin, gettando lontano il pezzo di legno.
Faith corse ad abbracciarla, e le due quasi scoppiarono a piangere.
“Stai bene? Ho sentito che sei stata picchiata! Ma come ti viene in mente di fare a botte con lo sceriffo?!”.
“E’ una lunga storia” sorrise Martine.
“Fortuna che ti definisci una persona pigra e tranquilla” ironizzò l’amica.
Vennero raggiunti da Nigel e Jack, e ci fu un’altra serie di abbracci.
“Basta dividerci adesso però eh!” la rimproverò Faith.
“A proposito… dov’è Claudia?”.

 

Dollie vide Allan rientrare dalla stalla. Gli andò incontro sorridendo, per poi cambiare espressione non appena comparve anche Faith.
“Ma tu… come… che cosa ci facevi con lui?!” chiese confusa.
“Dollie, basta. Mi hai rotto! Mamma mia che pigna nel sedere! Eh! Quando ce vo’ ce vo’…” esclamò la ragazza, avviandosi verso le scale.
“Quindi non c’eri tu nella stanza? Allora Dick con chi…”.
Faith si fermò a mezza scala, mentre Allan prendeva la locandiera per le spalle.
“Dick? Cosa c’entra adesso Dick?! Parla!”.

 

Trovammo Claudia immobile nel letto, mezza nuda. Era pallida e sporca di sangue.
Dick s’era addormentato sulla sedia e, quando Allan entrò e vide la scena, ci fu subito lotta tra i due.
Per una volta, avevamo la fortuna dalla nostra. Dick era disarmato, cercò di recuperare il pugnale lasciato sul letto accanto a Claudia, ma Allan fu più veloce. Lo trapassò da parte a parte con la spada, uccidendolo. Faith si gettò sul letto, gridando. Io arrivai dopo qualche minuto, quando Dick era già morto. Avevo aiutato Robin e gli altri a legare Gisborne, quindi ero salita anch’io di sopra.
Credo non dimenticherò mai quell’immagine.

 

 


Locanda di Greenwood

Aprì gli occhi. Cercò di mettere a fuoco, ma era troppo buio e continuava a vedere tutto girare.
Poi una figura comparve, sfuocata e indefinita. Sentiva che gli metteva qualcosa di fresco sulla testa. Fu allora che sentì davvero il dolore.
“Ahi… dove… dove… dove mi trovo?”.
“Shhh… shhh… stai tranquillo. Non ti agitare. Hai preso una brutta botta. Se Robin scopre che son qui, tira una trave in testa anche a me”.
Quella voce. Dolce e gentile. Gli vennero in mente degli occhi castani e un sorriso. Ma quando sentì pronunciare il nome del fuorilegge, Gisborne si riprese.
Cercò di muoversi, ma era legato. Si guardò intorno, rabbioso. L’avevano legato nella stalla. Ora ricordava.
Guardò Martine, e non era uno sguardo di ringraziamento.
Lei capì che era meglio lasciarlo tranquillo, e si sedette lì accanto, in mezzo alla paglia.
“Ecco chi siete veramente. Una sporca fuorilegge. Hood. Siete con lui”.
“Vi sbagliate. Non è come sembra. Posso spiegare”.
“NO! Non vi credo! Mi avete mentito, non voglio nessuna spiegazione da voi! E io che mi ero pure preoccupato per voi poco fa. Siete una bugiarda”. Aveva la voce rotta dalla rabbia.
Martine si alzò, e andò ad inginocchiarsi di fronte a lui.
“Perché credete sia ancora qui, allora?”.
Gisborne la fissò in silenzio. Non sapeva cosa rispondere. In effetti, non aveva motivo di restare. Sarebbe potuta scappare senza badare minimamente a lui. Invece, al suo risveglio, lei era lì.
“Pietà?” disse infine.
Lei negò, muovendo la testa lentamente.
“Volete la verità? Vi avviso, potrebbe lasciarvi sconvolto. Potreste non credermi”.
La voce della ragazza era così dolce che Guy sentiva di trovarsi di fronte ad un dilemma. Ascoltarla e fidarsi… o tradirla come aveva fatto lei non appena ne avesse avuta l’occasione?
“Parlate. Vi ascolto”.
Martine chiuse gli occhi e respirò profondamente.

 

Gli dissi tutto. Della nostra missione, della Daga, di Imhotep. Gli raccontai della mia vita nel ventunesimo secolo, della macchina del tempo, del GreenId. Gisborne ascoltava, in silenzio. In certi momenti avrei voluto fermarmi; ma più lo guardavo, più sentivo di dovergli dire tutta la verità.

 

“Voi non siete una bugiarda. Voi siete completamente pazza”.
Lo disse serio, con un tono di disprezzo nella voce.
“Immaginavo non mi avresti creduta. Guarda” e tirò fuori dalla sacca l’iPhone.
Prima di partire, aveva inserito all’interno la sua scheda di memoria, così da avere sempre con sé una parte del suo mondo.
Gisborne osservò a bocca aperta i video di Martine che giocava a palla con un cane, di lei che cantava con quell’altra ragazza. E poi foto di gente, luoghi e mezzi che lui non poteva nemmeno immaginare. Infine vide immagini del castello di Nottingham, della foresta, del convento… e anche una sua foto.
“Doc ci ha vietato di alterare la storia. Una volta finita la missione, avrei cancellato tutte le prove di questo viaggio. Tranne la tua foto” gli disse.
“Voi non siete pazza. Siete una strega”.
“Fantastico. Io ti confesso tutto, ti apro il mio cuore e non mi credi? Beh, io c’ho provato” sospirò, sconsolata. Si rialzò, pulendosi il vestito dai pezzi di paglia.
“Aspetta”.
Gisborne la fissò.
“Ammesso e concesso che sia tutto vero. Cosa ne sarà di me?”.
“Dipende da te. Se ti fidi di me oppure no”.
“Hood cosa c’entra in tutto questo?”.
“Niente. Robin non sa nemmeno che mi trovo qui”.
Guy non riusciva a capire. La ragazza gli aveva spiegato di essersi trovata in questa situazione per puro caso, che non era una spia e che Robin l’aveva salvata solo su richiesta dei suoi amici. Però non riusciva ancora a fidarsi completamente di lei. Chi gli diceva che anche quella non era una bugia? Eppure la storia strampalata e assurda aveva molto più senso di tutte le bugie che aveva sentito in quei pochi giorni.
“Se vi dico che mi fido, voi mi lasciate andare?”.
Martine annuì e tornò ad inginocchiarsi di fronte a lui.
“Ho bisogno del tuo aiuto. E tu hai bisogno del mio”.
“Perché avrei bisogno di voi?” chiese, sprezzante.
“Ricordi? Hai l’obbligo di scortarmi a York. Cosa succederebbe se lo sceriffo scoprisse che non sono mai arrivata?”.
Ha ragione, pensò Gisborne.
“Non lo conosco bene come te, ma da quel poco che ho visto, credo si arrabbierebbe non poco. E non voglio che tu vada nei guai per colpa mia. Non più”.
Lui la fissò senza parlare per qualche secondo, facendola arrossire.
“Perché fate tutto questo per me?”.
Martine sorrise, imbarazzata, mentre giocherellava con un piccolo pezzo di paglia.
“Perché… mi piaci. Mi ero ripromessa di pensare solo alla missione. Ma tu ci sei finito in mezzo”.
“Io… vi piaccio?” chiese, quasi sorridendo.
“Sì… molto. Ok, siete un po’ lunatico, vi arrabbiate per un nonnulla e vi fate mille problemi. Ma… che posso farci… se vi trovo affascinante?”. Lei stava ridendo, nervosa. Ormai il pezzo di paglia ero ridotto in mille pezzi.
Lui si avvicinò lentamente al viso di lei, tanto quanto potevano permettergli le corde alle braccia.
Si fermò a pochi centimetri dalle labbra di lei, e la guardò.
“Anch’io vi trovo affascinante. Non vi capisco, tutto mi dice di non fidarmi di voi. Ma… sento che… quando vi son vicino… tutto è più… dolce…” e la baciò.
Fu lento e delicato, e dopo qualche minuto, Guy sentiva che la testa gli girava, ma non per la botta in testa. Guardò in volto la ragazza e vide che era tutta rossa, con gli occhi lucidi.
“Wooo, Guy… mamma mia…“ esclamò, sventolandosi con la mano.
Lui sorrise, avvicinandosi per lasciarle un bacio sulla guancia.
Martine si sarebbe lasciata baciare su tutto il corpo, ma non c’era altro tempo da perdere.
“Fermo. Fermo, aspetta. Ascolta. Robin adesso è nella foresta, assieme agli altri della sua gang”. Vide che Gisborne tornava scuro in viso, ma continuò.
“I miei amici sono con loro. C’è stato… un incidente. A quanto pare, non facciamo altro che attirare svenute”.
Chiuse gli occhi, l’orrore delle immagini che le tornavano alla mente.
“La mia amica Claudia è stata aggredita e violentata da uno dei vostri uomini. Non ricordo il nome e non voglio ricordarlo. L’ha picchiata e ferita gravemente. Ha perso molto sangue…” e Martine si fermò, per evitare di piangere.
Guy aspettò qualche secondo, fino a che la ragazza non si riprese.
“La vostra amica… il mio uomo… l’ha uccisa?”.
Martine sospirò.
“No. Grazie al cielo, no. E’ ancora viva. La stessa cosa non può dirsi di quel bastardo. Ringraziando Allan, ora sarà all’inferno. Brutto bastardo”.
“Quindi…se ho capito bene… voi siete rimasta qui da sola… per me?!”.

 

Per quanto io volessi bene a Guy, Robin non mi avrebbe mai permesso di restare da sola con lui. Non dopo tutta la fatica fatta per salvarmi. Jack era rimasto, essendosi bel integrato nell’ambiente. Esporre il mio piano era stato come parlare al vento. L’emozione per aver conosciuto il mitico Robin Hood era svanita subito. Pareva essere l’unico in grado di comandare e risolvere i problemi. Faith cercò di difenderlo, ricevendo occhiatacce sia da me che da Allan. Qual’era il mio piano, infine?

 

“Vai verso York. Paga il silenzio dei tuoi uomini, trova un’altra donna da sfruttare come mia sosia. Fai tu. Poi tornerai indietro e consegnerai il falco allo sceriffo”.
“Non capisco” ammise l’uomo.
“Lo sceriffo crede io sia una spia, crede io conosca l’ubicazione di un tesoro. Ma io non so niente! Fingerai di essere stato costretto ad uccidermi. Ho la mania di scappare facilmente, no?” sorrise.
Guy annuì.
“Così saremo tutti sani e salvi”.
“Una cosa… però… non mi è chiara. Una volta sistemate le cose con lo sceriffo… voi che farete?”.
Martine sospirò. Gli accarezzò la guancia, guardandolo tristemente.
“Me ne devo andare. Questo è un addio”.
“Ma perché mi avete detto tutto questo, se poi non vi vedrò più? Non potevate scappare e basta?”.
“Sei un testone o la botta in testa ti ha fatto perdere qualche neurone? L’ho fatto perché ti voglio bene! Non volevo andarmene sapendo di averti ferito. Ecco”.
Gisborne sorrise.
“Grazie”.
Martine lo baciò ancora. Ancora poche ore e non avrebbe più potuto farlo.
“Potrò venire a salutarvi?” chiese Guy.
“Sarebbe troppo doloroso” ammise la ragazza.
“Posso almeno vedere questo aggeggio magico?”.
Martine acconsentì a mostrargli il GreenId. Mise una mano al collo, e tirò fuori una catenina, con un ciondolo a forma di cono, sormontato da una pietra verde.
“E il dente dello sceriffo è un pezzo della daga?”.
“Non il dente, la pietra. Guarda” e mise la mano nella sacca.
“Aspetta, l’avevo messo nel fazzoletto… ma… dov’è il fazzoletto?!”. Panico.
“Il fazzoletto? L’ho usato per asciugarvi le lacrime quando piangevate sulla carrozza” confessò Guy.
La ragazza sbiancò.
“Qual è il problema? La carrozza sarà qua fuori” disse l’uomo.
“No. Allan ha detto alle guardie di andare avanti, che li avremmo raggiunti il giorno dopo a cavallo”.

 

 

Data di pubblicazione: 13 ottobre 2010
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

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