DAGGER: CAPITOLO 3.2

 

Si svegliò rabbrividendo.
Aprì gli occhi, e le ci volle qualche secondo per rendersi conto di dov’era e del perché aveva così freddo. Fece un attimo di mente locale guardandosi attorno: era in una stanzetta dalle pareti di legno, stretta e buia, e non si era svegliata su di un letto. Ecco il perché di tutto quel freddo: era immersa in una vasca piena d’acqua che, se qualche ora prima era stata fumante, ora con il gelo pungente di quel febbraio e gli spifferi delle pareti era decisamente ghiacciata.
E non era sola in quella vasca. Allan dormiva beatamente, immerso in quell’acqua gelida e sembrava in pace con se stesso, la testa abbandonata su un lato e le braccia poggiate sul bordo della tinozza.
Dannazione! Fa un freddo del diavolo. Si mosse lentamente per non svegliarlo, almeno fintanto che era nuda.
Perché mi faccio tanti problemi, poi? Insomma, noi… hehe Un ghigno le si aprì sul volto, condito da un’alzata di sopracciglia maliziosa.
Uscì dall’acqua e si asciugò con il telo che era stato portato in camera assieme all’acqua, avvolgendoselo poi attorno al corpo.
Si avvicinò al camino per ravvivare il fuoco che era ormai completamente spento, ma le cui braci fumavano ancora sotto il leggero strato di cenere. Dopo qualche tentativo, un fiamma calda si sprigionò dalle braci con un bel rosso vivo e caldo.
Raccolse i suoi vestiti e quelli di Allan ancora bagnati, e li stese davanti alla fiamma. Sciolse i capelli e poggiò il nastro di velluto nero inumidito ad asciugare insieme alle vesti. Avvicinandosi al vetro della piccola finestrella che dava sul buio e il freddo della notte, sorrise, pensando a quanto sarebbe stata eccitata a trovarsi davanti un manufatto del 13° secolo solo una settimana prima. Ora le sembrava la cosa più naturale del mondo aver tutte quelle cose lì, a portata di mano. Fuori la pioggia non accennava a smettere, e la notte era rischiarata di tanto in tanto da lampi tanto vicini da far tremare le poche suppellettili della camera. Passò le punte delle dita sullo spesso legno del tavolo, e si stupì di quante cose non avesse notato all’interno della stanza nel momento in cui ne era entrata. Per quanto quella Dollie le stesse antipatica, doveva ammettere che aveva un certo gusto, vista la cura che metteva nel suo esercizio nonostante i limitati mezzi che la sua condizione le imponeva. Sul tavolo c’era un piccolo servizio di terracotta, con del pane ed una brocca con dell’acqua, e persino un piccolo mazzetto di fiori sul tavolino vicino al letto. Una stanza piccola, certo, ma pulita e più che dignitosa.
Aveva ancora freddo. Si sedette nell’angolo del letto più vicino al camino e si strinse nella coperta, fissando l’uomo che divideva con lei la stanza. Ora che lui non la guardava a sua volta, non si vergognava a studiare ogni centimetro del suo corpo. Aveva già notato i muscoli ben torniti del torace e delle gambe, le belle e forti mani. Ma ad uno sguardo più attento, si rese conto che la sua pelle era ricoperta di cicatrici, per la maggior parte vecchie e già sbiadite; ma fece caso a come quelle dei polsi fossero ancora violacee. Non potevano avere più di un paio di mesi, così come quella che sembrava una bruciatura sull’addome.
Notò allora che aveva la pelle d’oca. Si alzò per svegliarlo.
Prendersi una broncopolmopleure in pieno 1200 non gli avrebbe certo fatto vincere il premio per l’idea più brillante del millennio.
“Allan?” – lo chiamò con un filo di voce, accarezzandogli i capelli. Nessun segno di vita.
“Allan?”- ricevette in risposta un grugnito che la fece sorridere.
“Alzati, o ti prenderai un malanno” – un altro grugnito e lo vide alzarsi ancora con gli occhi chiusi. Il corpo nudo e sgocciolante non sembrava volersi muovere dal centro della vasca. L’occhio non poté fare a meno di scorrere rapidamente dal pomo d’Adamo alle ginocchia.
Che siano tutti così ben equipaggiati gli uomini di questo periodo? Dovrei chiedere a Nim.. Chissà se pure… smettila Faith, serietà cribbio! Sì però dai… un pensierino ci sta, no? No! Smettila, smettila, non guardare!
Allan continuava a tenere gli occhi chiusi. Lo prese gentilmente per i fianchi e lo aiutò ad uscire dalla tinozza, mentre lui si appoggiava a lei con pericolosa mancanza d’equilibrio e gli occhi che non accennavano ad aprirsi.
Si, però non mi aiuti per niente bel fusto! Fortuna che non pesi 180 chili, ragazzo. Lo fece sedere sul letto, puntellandolo con un braccio per evitare che si stendesse, e lo asciugò velocemente nel tentativo di scongiurare la malaugurata ipotesi che bagnasse quel misero metro di coperta che avevano a disposizione. Poi lo lasciò cadere su un lato e lo spinse verso il muro, lo coprì con la coperta e si stese accanto a lui.
Allan le passò un braccio intorno alla vita e la strinse a sé, sussurrandole un assonnato “grazie… alzato… alba… ” che le strappò un sorriso.

 

“Riposate ora. Torneremo al castello all’alba, vedremo di recuperare le vostre amiche e di completare la nostra missione” sentenziò Robin, stendendosi su quello che doveva essere il suo giaciglio.
“Ma non avevate detto che era troppo pericoloso tornare adesso?” chiese titubante Nigel, guardando a turno i tre uomini e ricevendo in risposta un sorriso beffardo di Robin.
“Ma Padrone! Non è né sicuro né pratico che loro vengano con noi! Non sanno muoversi nel castello… non sono addestrati a combattere da quello che ho visto, e…”
“Much, non abbiamo la minima idea dell’aspetto delle loro amiche! E per di più…”
“E per di più non potete certo costringerci a stare a guardare mentre le nostre amiche sono in pericolo. Potete proprio scordarvelo di andare a salvarle da soli!” chiarì Claudia. “E poi, come sottolineava Robin, non avete idea dell’aspetto di Faith e Martine.”
Much parve arrendersi, guardò prima Robin che confermò la propria decisione con un cenno del capo, poi John che commentò il tutto con un’alzata di spalle.
“Beh allora immagino che potrete prendere i giacigli di Will e Djaq, saranno liberi per qualche tempo…” disse con il tono professionale di chi è da tempo abituato ad organizzare la vita del proprio padrone minuto per minuto. “Avete qualche ora per dormire, vi conviene sfruttarla! Quando Robin si mette in testa qualcosa non c’è scopo a controbattere.” Si allontanò verso la sua cuccia, brontolando e scatenando così l’ilarità dei suoi due compagni.
Claudia, alla quale non piaceva particolarmente l’idea di dormire a più di 30 centimetri dal terreno, si appropriò del giaciglio più vicino al suolo, lasciando Nigel e Jack a spartirsi quello sopra il suo.
“Dai tesoro, non fare il timido!” sbuffò allegramente Jack, mentre si stendeva sulla pagliericcio e batteva una mano sul quel letto improvvisato, invitando Nigel a raggiungerlo. I tre uomini della Gang si girarono perplessi a quell’esternazione un po’ troppo esplicita di affetto cameratesco, ma preferirono non commentare, visto che la normalità non era certo il tratto caratteristico del terzetto che avevano appena conosciuto.
“N-no g-g-grazie Jack, penso che me ne starò qui seduto a riflettere un poco…” così dicendo, Nigel sedette sullo sgabello che aveva di fronte, poggiò i gomiti sul tavolo e il mento tra le mani, e chiuse gli occhi, pensando dove potessero essere e cosa stessero facendo in quello stesso momento Martine e, soprattutto, Faith.

 

Chiusa nella sua stanza, Martine si chiedeva come sarebbe andata a finire quella storia.
Diamine, un ultra-novantenne ed un pirata pazzo del 1600 hanno avuto meno problemi di noi! E ora come diavolo faccio ritrovare gli altri? Che minchia di fine ha fatto Faith? E Allan? Sparito pure lui! E che cacchio, manco il mago Casanova fa tanti danni in così poco tempo!
Era seduta al centro del grande letto nel mezzo della stanza che ora sembrava dispersiva, svuotata di tutti i suoi precedenti abitanti. Svuotata dei suoi amici.
Di riuscire a dormire non se ne parlava neppure, dopo tutte le emozioni di quella giornata aveva l’adrenalina a mille e non riusciva a stare ferma. Facendo vagare lo sguardo per la stanza come un’anima in pena, gli occhi le caddero sul manuale di Doc che aveva cominciato a leggere la sera prima.
Solo ieri, e sembra passata una vita si disse, mentre apriva il pesante volume e si metteva a leggere con tutta la concentrazione di cui era capace, cercando di memorizzare qualsiasi informazione utile.
Dopo circa un’ora in cui aveva letto una lista infinita di cose tecnico-fisiche di cui si era già dimenticata, finalmente era giunta ad una parte interessante. Riguardava come riconoscere i frammenti della Daga. A quanto pareva, questi, come il GreenId, avevano una reazione quando questo si avvicinava a loro. Concentratissima su ciò che stava leggendo, si stava quasi accartocciando su se stessa, avvicinando sempre più gli occhi alle pagine.
-“Ecco ragazzi qualche informazione utile per trovare i pezzi della Daga. Dovete saper che, essendo la Daga un manufatto dalla forza magica incredibilmente potente, esso mantiene in ogni suo piccolo frammento un po’ di quella magia, ed è di questa che noi andremo a servirci per trovare ogni più piccola scheggia. In realtà, la cosa è più semplice di quanto sembri. Tutto ciò che dovete fare è… ”
Martine alzò gli occhi dalla pagina con il cuore che le batteva all’impazzata, ancora poche righe ed avrebbe scoperto come riconoscere il frammento della Daga. Il problema era che ora il GreenId l’aveva Faith, ma lei non aveva idea di dove fosse la sua amica.

 

La porta andò in frantumi con un unico colpo sordo.
Sobbalzarono entrambi nel letto e fissarono la cornice scardinata da cui stavano entrando Sir Guy con la sua spada sguainata e dietro di lui, un sorriso di scherno sul volto, lo sceriffo. Il Greenid al petto di Faith s’illuminò, mentre i due intrusi si avvicinavano al letto.
“Sai Allan, la tua amichetta sembra tanto angelica, ma sotto sotto è una doppiogiochista proprio come te… sarà per questo che andate tanto d’accordo” disse Guy con voce gelida. Parlava al suo sottoposto non degnando di uno sguardo Faith, che era rimasta letteralmente senza parole. La ragazza sentì i muscoli del corpo di Allan tendersi per il nervosismo, e lo vide sporgersi lentamente per portarsi davanti a lei.
“Che stai dicendo, Guy? È solo una cantante… non credo… ” non ebbe il tempo di finire la frase.
“Ah non credi? Da quando quello che credi tu ha importanza, eh? Ad ogni modo, non ti è venuto in mente che magari non è esattamente una coincidenza se la tua amichetta qui arriva con il suo gruppo sgangherato giusto in tempo per rischiare di rovinare in nostri piani con un’intrusione da manuale di Hood?”
“Io non ne so nulla, lo giuro!” riuscì infine a pigolare Faith, strappando un ghigno a Sir Guy ed una risatina diabolica allo sceriffo. “Vieni qui bambina, avvicinati” le disse quest’ultimo con tono mellifluo. Faith sentì le dita di Allan serrarsi sul suo polso, e quel campanello di ‘allarme pericolo’ che suona nella testa nelle situazioni a rischio sembrò trapanarle i timpani.
“Forza ragazza, non ho tutta la notte!” aggiunse spazientito lo sceriffo. “E tu Allan, abbi la decenza di metterti qualcosa indosso, non siamo qui per vederti come mamma ti ha fatto!”
Faith si alzò dal letto, grata d’aver indossato la sottoveste prima di mettersi a dormire, e si avvicinò all’uomo che ora aveva uno sgradevole sguardo soddisfatto. Quando lei fu abbastanza vicina, lo sceriffo allungò una mano verso la sua scollatura. Faith rabbrividì.
“Non la toccate” stava sibilando alle sue spalle Allan con tono livido.
“Tranquillo ragazzo, non te lo sciupo il tuo giocattolo! Visto, Gisborne, come la femmina stimoli un’insensata fedeltà nell’uomo? È una malattia. Una volta contagiati, ti rimane per sempre nel sangue, come la lebbra.” Vasey sputò fuori l’ultima parola come fosse veleno.
“Ma torniamo a noi bambina. Cos’hai nascosto lì?” chiese, scostando la stoffa all’altezza del petto. Lo sguardo dello sceriffo era stato catturato da un bagliore verdognolo sotto la veste di Faith.
Portato allo scoperto, il GreenId brillava come se fosse vivo, specchiandosi con strani luminosi riflessi nello smeraldo incastonato nel dente dello sceriffo.
“Mmm… che cosuccia interessante. Posso?” condì la frase di finta cortesia, e glielo strappò dal collo con tale violenza da farla sanguinare.
Reagì senza pensare con rabbia e ferocia. Allungò il braccio per riprendersi ciò che le era stato rubato, mentre in un secondo le risuonava nelle orecchie ciò che Doc aveva detto loro se il GreenId fosse finito nelle mani sbagliate. Ma il movimento effettuato fece in modo che la manica della veste si alzasse scoprendo l’intero avambraccio, così come il tatuaggio che su esso campeggiava. Il simbolo della famiglia Locksley: un arco ed una freccia inscritti in un cerchio.
Lo sceriffo, con un’agilità impensabile per la sua età e corporatura, schivò il colpo a lui indirizzato.
“Toh! Che sorpresa! Che te ne pare Gisborne! Non sei il solo con un bel pataccone sul braccio, ma ammetto che il tuo ha almeno un po’ più di stile!” cantilenò Vasey con la sua voce graffiante.
Guy, la spada puntata verso Allan per tenerlo a distanza, la prese per il polso, storcendole il braccio in modo da vedere il simbolo tatuato e costringendola a gemere per la strana angolazione che stava prendendo il suo gomito. “Come volevasi dimostrare…”
“Cosa..” borbottò incredulo Allan.
“La lascio a te,Gisborne. Peccato, ottima carne fresca sprecata così! Ma d’altra parte bisogna amputare l’arto cancrescente se si vuole guarire, no? Lebbra, Giz! Lebbra! Prima sistema questa, poi torna al castello e pensa alla sua amica!” disse lo sceriffo,uscendo dalla stanza giocherellando con il GreenId.
“No, Martine no! Lei non c’entra niente con Hood, lo giuro!!” lo pregò Faith con voce stridula e rotta dal pianto. Fu distratta per un momento da un’ombra che si muoveva oltre la sua coda dell’occhio.
Allan piombò tra di loro, saltando addosso a Guy e spingendola lontana contro la parete. I due cominciarono a lottare e Allan riuscì a disarmare Guy, facendo scivolare la sua spada sul pavimento fino ai piedi di Faith. Lei si piegò per raccoglierla ma, dopo un tonfo sordo, vide lo stivale nero di Guy calare sulla lama, mentre la prendeva per i capelli e la spingeva lontano. Se c’era una cosa utile nell’esser stata un maschiaccio per tutta la vita era che sapeva muoversi con agilità e colpire nei punti giusti, pur non avendo la forza necessaria per mettere un uomo al tappeto. Una volta che Guy le lasciò andare i capelli, gli si avvicinò velocemente mordendogli con ferocia la mano che stringeva la spada. Lui lasciò la presa, e tentò di colpirla con il pugno. Faith riuscì a schivare e con un salto arrivò a graffiarlo sulla fronte accecandolo per qualche secondo con il suo sangue. Nel frattempo Allan, ripresosi dal colpo alla tempia, si avventò di nuovo su di lui, ricominciando il combattimento. Faith non poteva far altro che stare a guardare. Intromettendosi avrebbe solo peggiorato la situazione.
Dopo un violento scambio, Allan sembrava esser passato in vantaggio e, con un colpo che a pugilato sarebbe valso come k.o. tecnico, lo fece cadere in ginocchio, rintontito. Da quella posizione, a Guy bastò allungare la mano. Si alzò e si voltò di scatto, cozzando petto contro petto con il suo avversario.
Silenzio.
Nessuno dei due si mosse per quella che a Faith sembrò un’eternità. Del sangue colava nel rettangolo di pavimento delineato dai piedi dei due combattenti. Vide Gisborne traballare, e poi fare un passo indietro.
Allan crollò in ginocchio al suolo, annaspando alla ricerca d’aria, la spada conficcata nel torace poco sotto lo sterno. La pozza di sangue che si allargava sul pavimento.
Pesanti lacrime cominciarono a scendere dagli occhi di Faith, mente gli si avvicinava e gli accarezzava il volto.
“Ecco perché Marian vi ha abbandonato, ecco perché chiunque preferirebbe Robin a voi, ecco perché nessuna donna potrà mai amarvi! Siete un codardo, un malvagio, un mostro! Morirete misero e solo!” urlò tutto il suo dolore in faccia a Guy, che si allontanò scosso dalla previsione che gli era appena stata fatta.
Allan era pallido e freddo, tremava.
Mentre faticava per respirare, le rivolse un sorriso e le disse a mezza voce: “Non per fare il guastafeste tesoro, ma hai un aspetto orribile!” e si accasciò senza vita, con ancora quel sorriso sardonico sulla faccia.
“No… no… no… nooo… non può essere… NOOOOOO!”.

 

 

GIORNO 4

 “Forza signori, è l’alba!”. La voce allegra del più famoso fuorilegge della storia li svegliò da un sonno poco ristoratore. Era ancora buio, e una leggera pioggerellina continuava a bagnare la foresta. Se non altro, il grosso del temporale si era allontanato.
Claudia si alzò dal suo giaciglio e si stiracchiò, stropicciandosi gli occhi, mentre Jack si era messo di colpo a sedere, ma continuava ad avere gli occhi chiusi. I tre fuorilegge invece sembravano già belli pimpanti, e si muovevano come api operose dentro il piccolo covo che si erano costruiti. John si avvicinò al tavolo e assestò una manata sulla schiena di Nigel, che alzò la testa di scatto assumendo una posa ridicolmente rigida sullo sgabello dove aveva dormito. Sulla faccia aveva stampate le venature delle assi di legno del tavolo su cui era collassato poche ore prima e un rivoletto di bava secca all’angolo sinistro della bocca.
“Sciacquatevi il viso, vi aiuterà a svegliarvi” disse loro Much, avvicinandosi con una brocca piena d’acqua e aggiungendo “quando sarete pronti, cercate di trovare qualcosa che possiate usare come arma… c’è sicuramente qualcosa che può fare al caso vostro qui dentro!”
Il giovane pareva nervoso, impaziente, come se volesse dire qualcosa, ma si trattenesse dal farlo.
Claudia, dopo essersi data una rinfrescata, si guardò intorno e, visto che aveva seguito un corso di tiro con l’arco, le parve più che naturale prendere in prestito uno di quelli addossati alla parete. Robin la guardò alzando un sopracciglio, mentre John si dava una scrollata di spalle.
“Che c’è? Lo so usare davvero!” disse, sorridendo. “Certo non al vostro livello, ma quanto basta per creare un diversivo… o qualcosa di simile!”
“Io sono già a posto così, grazie” disse Jack, accarezzando il coltello legato al suo fianco e la borsa dalla quale non si separava mai.
“Io… io… io credo sia meglio che io non maneggi alcuna arma… no davvero, Signor John, non è il caso”. Il gigante, con un ghigno, gli aveva messo in mano un bastone della lunghezza di una mazza da cricket, che alla luce soffusa delle candele sembrava stranamente minacciosa anche nelle mani di Nigel.
“Allora qual è il piano?” chiese Claudia con tono speranzoso, vedendo tutti così determinati.
“Andiamo al castello, rubiamo l’oro dello sceriffo, salviamo le vostre amiche, e scappiamo”. Spiegò Robin con un ghigno, mentre Much alzava gli occhi al cielo, evidentemente poco d’accordo.
Non per fare il guastafeste ma quello è un proposito, non un piano” disse tra lo stupore generale Nigel. Claudia sbuffò un sorriso all’imitazione di Allan, e Jack strizzò l’occhio in direzione del compagno di disavventure mimando con le labbra “uccello colorato delle foreste”, provocando un suono a metà tra una risata e una strozzatura in Nigel.
“E questa da dove viene, scusa?” chiese Robin, con tono tutt’altro che amichevole.
“Sta imitando il suo rivale… sai, conosci il tuo nemico, eccetera eccetera… ehehe.. ottima interpretazione N.” tentò di chiarire Jack, causando solo altre occhiate perplesse. “Dai, quel bel tenebroso castano… sottoposto di quell’altro bel tenebroso moro…”
A questo punto i tre uomini, sempre più perplessi, si erano immobilizzati per vedere dove sarebbe andato a parare il pirata.
“D’accordo, capito, volete la versione completa. Il giovine letterato qui è nella fase fringuello in amore per una giovine letterata, che a quanto pare però preferisce i bruti, seppure belli tenebrosi e con gli occhi azzurri. Indi il bel letterato è rimasto a bocca asciutta senza sapere cos’abbia il bruto dallo sguardo ceruleo più di lui; di conseguenza lo imita in parte per sottolineare la sua poca intelligenza, in parte per darsi un tono che possa accalappiare la giovin pulzella. Comprende???”
Le facce dei presenti erano cinque punti interrogativi.
“Mi state dicendo che siete in combutta con Allan?” chiese Much con una punta d’astio che li colse di sorpresa
“C-combutta? Che intendi?” domandò spaesata Claudia. “Lui ci ha dato una mano, e c’è una certa intesa tra lui e Faith. Ma questo cosa cambia?”
“Cambia che quello è uno schifoso traditore!” sentenziò Much, appoggiato dai cenni d’assenso di Robin, John e Nigel, più che soddisfatto che il discorso non s’incentrasse più sulle sue capacità amatorie.
“In tutto questo c’è lo zampino di Allan? PARLATE! Perché in tal caso, sappiate che non andremo a cacciarci in una trappola, con la scusa che ci sia qualcuno da salvare, senza avere delle garanzie!” chiarì Robin senza troppe cerimonie, provocando un moto d’ira in Claudia e Nigel.
“Che razza di garanzie potremmo mai darvi? Avete visto che le guardie dello sceriffo davano la caccia a noi quanto a voi… e per quanto ne sappiamo lo sceriffo probabilmente pensa che siamo in combutta con voi! E le nostre amiche sono ancora nelle loro mani, non posso neppure immaginare cosa faranno loro per sapere dove siamo e dove sia il famigerato Robin Hood!”. La voce di Nigel si faceva progressivamente più alta e più concitata. La preoccupazione e la paura che trasparivano dal suo volto e da quello di Claudia non potevano essere una posa.
La sincerità era sempre stata l’arma vincente per convincere Hood. E una volta presa la sua decisione certo non perdeva tempo.
“D’accordo. Il piano resta lo stesso, andremo al castello e recupereremo le vostre amiche come promesso. Non sia mai che venga loro fatto del male per causa nostra. Ma una volta al sicuro, voglio saperne di più per quanto riguarda questa storia di Allan. Qualcosa non mi torna. Potete stare certi che tutto quello che fa, lo fa per suo tornaconto”
“Poco ma sicuro” bofonchiò Nigel
“Su amico! È fatta, ora salverai la dama e sarai l’eroe nella splendente armatura. Non potresti sorprenderla più di così!” cercò di tirarlo su Jack, passandogli una mano sulle spalle. “Prendi questo… mettilo. Vedrai, le donne adorano l’effetto che fa! Per non parlare dei lividi, ne vanno pazze!” e così dicendo, gli passò un sacchettino contenente un oggetto misterioso che aveva il potere d’ammaliare le pulzelle.
“Forza gente! Non abbiamo poi tanto tempo! Dobbiamo riuscire ad intrufolarci nel castello ancora coperti dalla semioscurità!”. Robin prese il suo arco, s’infilò il pugnale nella cintura ed uscì dal rifugio seguito dai suoi fedeli compagni.
I tre amici si guardarono, cercando di farsi forza a vicenda, così presi nel turbine d’avvenimenti da non riuscire a capacitarsi di ciò che stava succedendo.
“Per Martine, per Faith e per la Daga” disse Claudia. I due uomini annuirono solennemente, e partirono di corsa al seguito dei fuorilegge.

 

Ohhhh che male al collo!!! Ahi… ahi… ahi.
Martine non fece in tempo ad aprire gli occhi, che un dolore lancinante lungo tutta la colonna vertebrale la costrinse ad un movimento veloce e scomposto per cambiare posizione. Si era addormentata al centro del letto, le gambe incrociate e la faccia appoggiata sul libro che aveva in grembo. Una specie di chiocciola umana. Era il momento più buio della notte, quello che precede il sorgere l’alba, e il castello era ancora immerso nel silenzio.
Si alzò per sgranchirsi, si diede una rinfrescata e cominciò a misurare a lunghi passi la stanza, mentre il cervello cominciava a carburare grazie al cibo che Guy le aveva fatto portare.
D’accordo. Punto uno. Il frammento è qui nel castello. Quindi è qui che dovremo stare e cercare. Punto due. Ogni volta che il GreenId si è illuminato nelle vicinanze era presente lo squallido sceriffo, quindi con ogni probabilità è una cosa che possiede lo sceriffo e che con ogni probabilità ha addosso. Ora: domanda fondamentale, ci saranno dei momenti in cui non l’ha addosso? E se sì, dove lo lascia? E soprattutto, noi come lo raggiungiamo? Guy non potrebbe essermi d’aiuto in questo campo. Però potrebbe sapere se ci sono cose da cui lo sceriffo non si stacca mai. Ma me lo direbbe? No, probabilmente s’insospettirebbe e attaccherebbe con un interrogatorio infinito. E noi non abbiamo tempo. Allo stesso tempo, lo sceriffo non indossava nulla di particolare: nessun ciondolo, nessuna cintura, e aveva vestiti diversi nelle due occasioni in cui l’ho visto. Che sia qualcosa sotto i vestiti? Rabbrividì. Non voglio nemmeno pensarci. Su Nim pensa, pensa, pensa… Niente. Dai pensa, pensa, pensa….

 

“NOOOOOOOOOAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHHH!!!”
Si sentì scrollare, aprì gli occhi ma non vide nulla. Erano completamente pieni di lacrime. Aveva smesso di urlare, ma era ancora squassata dai singhiozzi.
“Faith!” qualcuno la stava chiamando, scuotendola.
“Faith!” la voce del suo soccorritore sembrava preoccupata. Lei stava continuando a singhiozzare, aveva portato le mani agli occhi troppo terrorizzata da quello che l’aspettava.
“FAITH”. Ora la voce era passata dalla preoccupazione alla paura. Sentì due dita passarle sulle palpebre e svuotarle dalle lacrime. L’urgenza del richiamo la costrinse ad aprire gli occhi.
Si trovò a fissare due occhi azzurri. Conosceva quegli occhi.
Non era possibile.
Si divincolò dalle braccia che la stavano stringendo, e inciampando sulle gambe malferme si lanciò verso la porta della stanza. Non aveva ancora raggiunto la porta che le ginocchia cedettero definitivamente facendola crollare al suolo, non sbatté la faccia contro il pavimento solo perché lui la prese al volo mentre cadeva.
“Faith che ti prende? Mi stai spaventando a morte!!! Guardami! Che succede?”. La fece voltare in modo che lo guardasse in faccia.
Lo fissò in volto e le sue pupille parvero dilatarsi.
“Allan? Tu… tu…” lo allontanò da sé. Lui aveva uno sguardo interrogativo.
Passò una mano sul suo petto scendendo fin poco sotto lo sterno, dove fermò i suoi polpastrelli. Poi abbassò lo sguardo verso il proprio avambraccio, nessun tatuaggio. Era stato un sogno, un incubo.
Alzò lo sguardo, la faccia di Allan era sconcertata.
“Stai tremando…” le disse senza muoversi.
“Eri morto… infilzato come una porchetta per colpa mia” e scoppiò in una risata isterica.
“Non per fare il guastafeste ma, se dormire con me ti fa quest’effetto, credo che dovremmo limitarci a fare altro a letto…” suggerì con un sorrisetto malizioso e rimediando uno schiaffo in pieno viso. Faith si alzò ancora leggermente malferma e si allontanò da lui con una faccia da finta offesa.
“Ehi, che diamine!” si lamentò il ragazzo, alzandosi e portandosi le mani ai fianchi. Lei continuava a dargli le spalle.
“Ohi! Non per dire, ma stavo cercando solo di sdrammatizzare!”. Le si avvicinò e le appoggiò una mano sulla spalla destra per farla voltare. Non ci fu bisogno che la costringesse, lei si voltò di scatto tuffandosi letteralmente tra le sue braccia, circondando la vita del ragazzo con le sue.
Allan fu preso alla sprovvista. Tutti i suoi contatti con il gentil sesso generalmente si limitavano al… sesso, appunto. Quindi rimase interdetto su come reagire. Aveva intuito la complessità della ragazza e non sapeva come relazionarsi con essa. Ma, sentendola tremare contro il suo petto, la cosa più naturale fu stringerla e sussurrarle all’orecchio per calmarla.
“Tranquilla… è per quello che hai sognato?”. Ricevette in risposta un cenno affermativo con la testa.
“Che credi? Non per far il guastafeste, ma ho una pellaccia dura! Ho la vista di un falco e l’udito di una volpe. Per non parlare della mia incredibile abilità nel sentire arrivare una minaccia.”
“Ah sì?” gli chiese, con la fronte ancora appoggiata al suo petto e la voce schermata. “Riesci a prevedere l’arrivo di una qualsiasi minaccia?”
“Certo”
Faith si staccò velocemente dall’abbraccio e, senza dargli alcun preavviso, gli diede uno spintone che gli tolse l’equilibrio, facendolo cadere rovinosamente nella vasca piena d’acqua fredda. Allan era sconcertato, fradicio e incredulo, mentre Faith era scoppiata in una fragorosa risata “Ho la vista di un falco e l’udito di una volpe! Per non parlare della mia incredibile abilità nel sentire arrivare una minaccia” disse, imitando la voce del ragazzo.
Gli occhi azzurri furono attraversati da un guizzo maligno.
Si alzò velocemente dalla vasca con un’espressione tutt’altro che rassicurante. Faith fece in tempo a raggiungere la porta e a girare la chiave che lui la arpionò con un braccio e cominciò a scuotersi come un cagnolone zuppo per schizzarla il più possibile. Ridendo Faith aprì la porta per fuggire nel corridoio e si trovò di fronte Dollie con una faccia tutt’altro che affabile.
“È quasi l’alba, Allan. Stavo venendo a svegliarti come mi avevi chiesto. Pare che dopotutto non ce ne sia bisogno…”
“Ehm grazie Dollie. Nessuna novità?”
“Novità? Perché dovrei avere qualche novità?
“Dai su… Sai benissimo che sei la mia informatrice preferita…” le sorrise. Faith si allontanò dalla porta dirigendosi verso il fuoco. I suoi vestiti erano asciutti e cominciò a vestirsi, borbottando tra sé e sé. Imprecò mentalmente rendendosi conto di aver perso il nastro per capelli, mentre Dollie cominciava a raccontate ad Allan le voci che giravano riguardo agli avvenimenti della serata, informazioni che, Faith ne era certa, avrebbero richiesto un pagamento.
“Pare che dal castello siano fuggiti quattro artisti. Gira voce che in realtà fossero uomini infiltrati di Hood. Uno di loro ad ogni modo è stato costretto a rimanere perché era praticamente ospite speciale di Sir Guy. Ora le guardie stanno cercando i forestieri ovunque. A quel che si dice, Sir Guy è convinto che se riuscirà a trovare loro troverà anche Hood. Fossi in te mi darei una mossa a tornare al castello, Sir Guy sarà furioso con te per esser sparito”
“Non ne dubito”.
Come subodorato da Faith, Dollie era pronta a riscuotere. La locandiera si sporse un po’ all’interno della camera per assicurarsi di catturare lo sguardo della sua giovane rivale e, quando fu certa di averne attirato l’attenzione, si avvicinò ad Allan e passandogli una mano dietro la nuca lo baciò. Meno prevedibile per Faith fu la reazione del giovane. Invece che divincolarsi da quel bacio, portò le mani alla vita della donna, che ricevuto il suo pegno si dileguò nel corridoio buio.
Faith, nonostante volesse mostrarsi superiore, sentì la rabbia montarle dentro. Quando lui si voltò verso di lei, lo guardò con occhi fiammeggianti.
“Io non… cioè… non è come pensi… voglio dire… ma sei vestita!”
“Quanta perspicacia!”
“Senti, io non… Dollie…”
“Evita.”
“Come?”
“Evita. Non hai firmato nessun contatto d’esclusiva. Fine della storia.”
“Ma che…?”
“Ti vuoi dare una mossa? Vestiti! Dobbiamo tornare al castello, Martine è li da sola!”
“Tu non ci vieni al castello.”
“Come prego?”
“Ho detto che non ci vieni al castello, è troppo pericoloso.”
“COSA?”. Faith stava cominciando ad alzare la voce.
“Dovrò arrabattarmi in qualche modo per venirne fuori tutto intero anch’io, quindi è meglio che tu stia qui.”
“Non esiste.”
“Cosa?”
“Cosa, cosa?”
“Cosa non esiste?”
“Oddio! Senti. Non c’è sulla terra un modo in cui tu possa convincermi a restare qui, quindi o mi porti con te, o sappi che ci andrò da sola al castello!”
“Ragiona! Io non posso fare quello che devo se mi preoccupo per te!”
“Bene! Allora preoccupati per Dollie, così siamo tutti più contenti, d’accordo?”
“Mai conosciuta una donna più testarda di te!”
“Beh magari perché non ti sei mai sprecato a parlarci due minuti con quelle che conoscevi
“Beh, magari nessuna di loro è mai stata interessata a parlare con un pezzente come me…” stava farfugliando, mentre cercava di chiudere l’ultimo laccio della giubba senza riuscirci.
“Guarda che il melodramma con me non attacca cocco. Lascia”.
“Che?”
“Lascia, faccio io”. Faith si avvicinò e cominciò la smanettare con la fibbia che sembrava non volersi chiudere.
“Non per fare il guastafeste, ma non stavamo litigando?”
“Già… bisogno d’altro?” e gli strinse la fibbia al collo, strozzandolo.
“Nhhoo, grhhazie, vhha benihhissimo chhossi”.
Erano pronti.
Nascose il GreenId sotto i vestiti e uscì dalla stanza. Scese le scale e passò davanti al bancone, dove Dollie la guardò con aria maligna e soddisfatta per poi voltarsi verso Allan.
“Tesoro, è passata di qui una delle guardie dello sceriffo, gli ho detto di aspettarti così potevate fare la strada insieme.”
“Cosa?” chiese lui preoccupato
“Dick! Vieni!”. La voce di Dollie era trionfante
Faith guardò Allan, angosciata. In fin dei conti, lei era uno dei quattro forestieri scomparsi il giorno prima, nonché potenziali complici di Hood, e aveva come l’impressione che Dollie l’avesse sospettato fin dall’inizio, cercando di metterla nei guai.
“Beh Allan, è stato un piacere come al solito” disse, accarezzandogli il petto con gesto volutamente teatrale. Poi, alzandosi in punta dei piedi, fingendo di posargli un bacio sulla guancia, gli sussurrò all’orecchio. “Pensa a Martine, ci vediamo a Nottingham, ti trovo io” .
Senza dargli il tempo di replicare, si calò il cappuccio del vestito sul viso e uscì nell’aria fredda dell’alba inglese, incamminandosi verso il sentiero. Uscendo dalla porta incrociò la guardia di nome Dick. Le saltò il cuore in gola quando, con la coda dell’occhio, si rese conto che il giovane, che non poteva avere più di diciott’anni, si era voltato a guardarla.
“Visto che culo quella, signore?” lo sentì ridacchiare, entrando nella locanda.
“Puoi dirlo, ragazzo.” La porta si chiuse, e lei rimase sola alla luce ingannevole dell’alba.

 

“Miei Buoni signori, ci siamo! Questa sarà la prima riunione di quella che si spera essere una prospera impresa per tutti i presenti!” disse lo sceriffo durante la sua entrata teatrale.
“Sapete bene perché siamo tutti qui riuniti. Il regno di Riccardo deve giungere alla fine se noi vogliamo trionfare”
Tra i presenti si alzò qualche borbottio d’assenso, anche se era impossibile dire chi fosse stato a parlare, visto che tutti i presenti indossavano lunghi mantelli e cappucci calati sul viso. Lo sceriffo proseguì.
“Come sapete bene, ognuno di noi ha investito molto su questo progetto”. Altri cenni affermativi, mentre il padrone di casa si rigirava tra le dita una moneta d’oro. “Ma come ben comprenderete, bisogna rischiare per arraffare. Per questo ho studiato personalmente delle misure di sicurezza speciali, per fare in modo che il tesoro che noi tutti abbiamo contribuito a costituire sia, sopra d’ogni dubbio, al sicuro”
“Questa l’ho già sentita. Hood vi ha già creato problemi in altre situazioni al di sopra di ogni dubbio, o sbaglio?”
Lo sguardo stizzito dello sceriffo si posò sul cappuccio dal quale era provenuta la critica.
“Beh, si da il caso che questa volta io sia stato consigliato da uno degli uomini che Hood a rinnegato ed allontanato dalla sua cricca, e che per questo gli ha giurato… come si potrebbe dire… odio eterno?” ridacchiò della sua stessa perspicacia.
Gisborne entrò nella stanza e si avvicinò allo sceriffo. “Nessuna traccia di Hood nel castello, e neppure dei suonatori. Alla fine credo che li abbia rapiti, per qualche suo strambo progetto. Ad ogni modo il castello è sgombro. Lascerò un drappello di uomini a sorvegliare tutte le entrate ed una staffetta pronta ad avvisarmi in caso di qualsiasi problema. Io farò il giro delle mura per cercare delle tracce di Hood.”
“Sì sì, Gisborne, non tediarmi con i tuoi cavilli organizzativi. Agisci. E non interrompere più una mia riunione senza preavviso. Ora fuori dai piedi!”
Il braccio destro dello sceriffo si allontanò, mentre quest’ultimo si riprendeva il suo posto di protagonista.

 

Pensa pensa pensa… ancora nulla…
Martine fu distratta dalle sue elucubrazioni mentali da voci provenienti da oltre la porta, accompagnate da un clangore metallico. Martine si avvicinò la porta e accostò l’orecchio alla serratura.
“Hai sentito? Pare che la banda non fosse poi tanto preparata dopotutto! Pare anche che Sir Guy sia imbufalito. Quattro di loro sono spariti!”
“Certo, anche io me la sarei data a gambe dopo una performance del genere. Hai visto la faccia dello sceriffo?”. Sghignazzarono.
“Oh, ma il bello deve ancora venire, gira voce che i quattro scomparsi in realtà fossero complici degli uomini di Hood! Non vorrei essere la povera donna che hanno lasciato indietro!”. Risero ancora.
“Beh, io non vorrei essere il signor Allan, invece. Pare sia sparito in direzione “birra e bocce di Dollie” anche questa sera. Quando Sir Guy tornerà al castello e se lo troverà davanti, come minimo lo frusterà a sangue per esser sparito così mentre era in corso un’incursione di Hood!”. Risero ancor più sguaiatamente.
“Me le prenderei volentieri un po’ di frustate per passare un po’ di tempo con le bocce di Dollie, io!!!”
I commenti delle due guardie erano diventati progressivamente incomprensibili, mentre si allontanavano lungo i corridoi.
Cazzo! Cazzo! Cazzo! Cazzo! Siamo nella cacca fin sopra i capelli! Se pensano che stiamo con Hood mi sbatteranno nelle celle, e così gli altri se li troveranno! E come diavolo faremo con la Daga? Certo non potremmo recuperare il pezzo mentre stiamo a marcire nella segrete di uno stramaledetto castello medievale! Devo uscire da questa stanza e trovarmi un nascondiglio! Se è vero che Guy è fuori dal castello, le guardie non riceveranno ordini di arrestarmi fino al suo ritorno; anche perché, diciamocelo: potrò pure piacergli, ma se allo sceriffo giungono queste voci, non darà certo a me il suo appoggio. Devo muovermi! Uomini di Hood! Grandioso! E Faith? Che sia con gli altri? Che sia con Hood? Con Allan non può essere se lui era diretto verso le “bocce di Dollie”! Maledetto traditore con il cervello da bagigio! Gran bell’idea farci uscire durante il concerto! Sì, chi non noterebbe che una banda esce nel bel mezzo della sua performance? E che tempismo! Zuccone medievale!
Mentre il suo cervello ribalzava tra pensieri logico-logistici su cosa prendere prima di andarsene e dove dirigersi, e gli insulti verso il medioevo, gli uomini, l’orgoglio, le armi, le celle, le guardie e le tette altrui, le mani di Martine si muovevano concitatamente per raccogliere tutto quello che doveva portare con sé lasciando quella stanza.
Stese il mantello nero fabbricato da Jack, che si stava rivelando tanto provvidenziale, e cominciò ad accatastare su di esso tutto ciò da cui non si sarebbe separata. Una volta finita la cernita lo chiuse come fosse un fagotto.
Si guardò attorno per un’ultima volta e, in uno slancio di vanità, prese il bellissimo vestito rosso che le aveva regalato Guy e che aveva lasciato in dispare. Lo mise nel fagotto. Si posò la sacca in spalla e girò la maniglia della porta.
Il corridoio era deserto. Guardò prima a destra, poi a sinistra. Neanche un’anima.
La missione innanzi tutto si disse.
Si richiuse silenziosamente la porta alle spalle e s’incamminò lungo il corridoio, verso la zona più buia.

 

* * *
“Ora?”
“Aspetta.”
“Ora?”
“Aspetta.”
“Ora?”
“Aspetta!”
“Robin, cosa stiamo aspettando?”
“Che quel dannato cavaliere si allontani abbastanza dalle mura da non poterci vedere, Much. Evitare di attirare l’attenzione ti ricorda nulla?”
“Non posso ricordarmi tutto! E poi quel cavaliere mi sembra proprio un innocuo contadino”.
“Già, sembra… anche noi potremmo sembrare innocui contadini, ma….”
“Dovete andare avanti ancora per molto? Invece di discutere le vostre geniali tattiche militari, non dovremmo tipo… agire?” chiese Nigel, spazientito. Era un già un fascio di nervi per conto suo, non gli servivano altri elementi che scatenassero ansietà.
“Appena quel tipo” e Robin indicò il giovane che si allontanava dalle mura della città al trotto sul suo ronzino “avrà superato quegli alberi, che ci metteranno al riparo dalla sua vista, usciremo allo scoperto e… MALEDIZIONE!”
“Che succede?” chiesero all’unisono Claudia e Much con tono più che allarmato.
“Due uomini dello sceriffo si avvicinano a cavallo. E uno dei due è Allan.”
“Il traditore” borbottò John, che fino a quel momento non aveva fiatato
“Grandioso!” fu il commento di Jack. “Allora possiamo farci dare una mano…”. La frase gli valse occhiate di puro odio dai tre fuorilegge.
“No, no, dico sul serio. A livello strettamente di logica il mio ragionamento fila, ascoltatemi un attimo. Lui via ha tradito per soldi, giusto? Beh, se ha fatto il voltagabbana con voi, significa che le sue remore non sono d’ordine ideologico, ma piuttosto pragmatico. Di conseguenza, offriamogli qualcosa che lui voglia, e lui ci aiuterà… comprende? Ho ragione, no?”
“No” fu la risposta secca di Robin.
“Noi non scendiamo a patti con i traditori” rincarò la dose John.
“Ha messo a rischio le vite di tutti noi per denaro, non ci si può fidare” concluse Much.
Sembrava non avere senso controbattere. Nigel, Claudia e Jack non sapevano come agire.
I due cavalieri sorpassarono la posizione dell’improbabile sestetto al galoppo, ma pochi metri più avanti sembrarono rallentare, confabularono per qualche momento poi il soldato spronò la sua cavalcatura, mentre Allan fermò la propria.

 

Osservò Faith uscire dalla porta della locanda senza poter far nulla per fermarla e finse di apprezzare il commento che Dick aveva fatto su di lei, anche se, sentendolo pronunciare quelle parole, avrebbe voluto appenderlo al muro con un bel pugno sul naso. Si avvicinò a Dollie per salutarla e, mentre Dick beveva le ultime gocce dal suo boccale di birra, la locandiera pretese il suo guadagnato bacio d’arrivederci, ficcandogli la lingua in bocca senza troppe cerimonie.
Allan si divincolò, molto più velocemente di quanto non fosse sua abitudine, dalle braccia e dalla lingua di Dollie, che lo guardò con aria interrogativa.
“Sono in ritardo, dolcezza” chiarì.
“Non sarà che ti sei stancato troppo con quella?”
“No, dolcezza, neppure un poco. Dovevo tenerla d’occhio, niente divertimento con lei, anche se le sarebbe piaciuto…”
“Immagino hehe. Ma a quello che diceva…”
“È una chiacchierona, da solo aria alla bocca.”
“Sarà per quello che ha una voce così spiacevole” e si scambiarono quello che Dollie prese per un sorriso complice.
“Ora dobbiamo proprio andare.. Dick! Ti chiami Dick, vero?”
“Si, signore”
“Leviamo le tende!” e prima di uscire calò una manata su una natica di Dollie, che ridacchiò soddisfatta.
Visto che la locanda di Dollie fungeva anche da mansio per la Guardia di Nottingham, presero due cavalli e si diressero verso la città.
Allan sperava durante il tragitto di intravedere Faith, per esser certo che andasse tutto bene e con la speranza di trovare una scusa per fermarsi ed accompagnarla, ma nulla. Arrivarono in prossimità del braccio della Foresta di Sherwood che più si avvicinava alle mura della città, ed a quel punto Allan era matematicamente certo di averla sorpassata.
Da lontano poterono vedere la città cominciare ad animarsi, con qualche commerciante che faceva capannello oltre la porta d’entrata e un contadino sul suo smilzo cavallo che si allontanava dai cancelli.
Spronarono le cavalcature ormai in prossimità della meta e, avvicinandosi al collo del suo cavallo per schivare i rami della foresta che si piegavano sopra il sentiero, ad Allan parve di scorgere delle ombre, delle figure che avrebbe potuto riconoscere tra mille.
“Dick, hey ragazzo! Rallenta un secondo”
“Signore?”
“Mi sono appena ricordato di dover raccogliere una certa pianta per la cuoca dello sceriffo… non so, deve aromatizzare uno stufato o qualcosa del genere… mi fermo qualche minuto… tu vai pure avanti!”
“Si, signore”
Questo ragazzo non è certo un chiacchierone, si trovò a pensare.
“Ah Dick, ci siamo fermati entrambi solo pochi minuti da Dollie, chiaro?”
“Si, signore”
“Ottimo”. Eh bravo il mio ragazzo, non sarà una cima, ma è utile.
“Ah, signore?”
“Dimmi”
“Noi ci siamo fermati da Dollie solo pochi minuti SE lei mi presenta quella con il bel culo”. Dick si illuminò con un sorriso poco raccomandabile.
“Certo, certo, dammi qualche giorno per rintracciarla, d’accordo?”
“Si, signore, ma sappia che ho una buona memoria.. E la ragazza mi era stata promessa da Dollie” disse, una sfumatura di cattiveria nella voce.
“Vattene!”
Dick spronò la sua cavalcatura e si allontanò a tutta velocità verso il castello.
Allan rimase basito per qualche secondo, un po’ sconvolto dalla situazione. Ma non c’era tempo da perdere. Voltò il cavallo e si diresse verso il gruppo di cespugli che sapeva nascondere le persone che stava cercando.

 

“ROBIN!”
Nessuna risposta.
“ROBIN!”
Ancora niente.
“ROBIN! Dannazione devo parlarvi!”
Si guardava attorno, sapendo d’essere sentito e visto.
“L’oratoria non è mai stata la tua maggiore abilità”
“No. La sua maggiore abilità è il doppiogiochismo!”
Le voci provenivano dalle chiome degli alberi, ma non riusciva a collocarle.
“Ragazzi, potete dirmi tutto quello che volete, ma dovete ascoltarmi! Posso darvi delle informazioni utili, posso procurarvi tutto quello che vi serve, ma ho bisogno che mi aiutiate.”
“Questa è bella! Ti serve il nostro aiuto adesso!”
Ah grandioso, ci mancava John! “Giuro, non ho bisogno di aiuto per me, ma per una ragazza!”
“Faith!”. Claudia uscì dal suo nascondiglio e si avvicinò ad Allan, che era ancora a cavallo.
Smontò con un balzo.
“Maid Claudia! Ero certo che foste con la Gang, non speravo nulla di meglio!”. Anche gli altri cominciarono ad uscire dai loro nidi. Allan scambiò un saluto sia con Jack, che lo ricambiò di buon grado, che con Nigel, che non era altrettanto contento di vederlo. Gli altri si limitarono a guardarlo con diffidenza.
“Allora, dicci di Faith! Dov’è? Come sta? Dove ha passato la notte?” lo incalzò Claudia.
“Beh, per quanto riguarda la notte, è stata con me. E stava bene finché non siamo stati costretti a separarci per colpa di quella dannatissima Dollie.”
Si voltò verso Robin, che stava ridacchiando. “Tipico”.
Comunque… il punto è che ci siamo dovuti separare. Lei si è allontanata a piedi da sola da Greenwood, e venendo in città non l’ho vista. Spero si sia inoltrata nella foresta per ripararsi, ma non ho idea se qualcosa sia andato storto… Robin, ho bisogno che tu la trovi… ho bisogno di sapere che sta bene…”
“E perché mai noi dovremmo aiutarti? Che ne sappiamo che la tua non è solo una tecnica per distrarci da qualche strambo piano dello sceriffo?”
“Much!” lo pregò Claudia.
“Ascoltate, lo so che sono l’ultima persona a cui vorreste credere, so che non mi darete mai più fiducia, ma sapete anche che non vi ho mai realmente tradito!”
“HA! Questa si che è bella!” lo canzonò Robin.
“No, Robin, ascolta! Non ho mai dato allo sceriffo nessuna, NESSUNA informazione su di voi, sul campo, su Marian o su chiunque ci abbia mai aiutati. Questo lo devi riconoscere. E ora che sono a parte di alcuni dei piani più oscuri dello sceriffo, ho fatto tutto quello che era in mio potere per farvi giungere le informazioni!”
“NO Allan! MARIAN ha fatto di tutto!” ringhiò Robin furioso.
“E CHI CREDI ABBIA PASSATO LE INFORMAZIONI A MARIAN? O A TODD, IL RAGAZZETTO DI CLUN? CHI CREDI VI ABBIA LASCIATO TUTTI QUEGLI INDIZI IN GIRO PER NOTTINGHAM E PER LA FORESTA? CREDI CHE LO SCERIFFO O GUY SIANO TANTO IDIOTI DA SEMINARE DELLE BRICIOLE DI PANE COME HANSEL E GRETEL?”
“ZITTO!”. John lo prese per il collo e lo sbatté contro un albero.
“Fermo John” disse Robin, le braccia incrociate, fissandolo meditabondo. In tutto questo Claudia, Jack e Nigel fungevano da pubblico in trepidante attesa di un responso.
“Ascolta Robin, io non mi aspetto che mi perdoniate, so che non lo farete. Ma ora che Marian non c’è, e non abbiamo tempo, devo passarti delle informazioni che non potete ignorare.”
“Parla.”
“Il vostro assalto al castello ieri notte avrebbe potuto essere un disastro. Marian vi aveva spiegato cosa sarebbe successo al castello in questi giorni, ma quando se n’è andata le misure di sicurezza che ora sono state applicate non erano ancora neppure state immaginate. Sappiate che il tesoro raccolto ieri dai nobili resterà nel castello per i prossimi dieci giorni, ed ogni giorno, due volte al giorno, proprio per confondervi e cercare di catturarvi, partiranno dal castello dei carri. Verrà sparsa volontariamente la voce che quei carri contengono il tesoro, ma questo non si sposterà che fra poco più di una settimana, non è ancora stato deciso come. Il punto è che non dovete attaccare questi finti convogli, a meno che non siate completamente consci della situazione circostante. Se non altro, il fatto che voi abbiate tentato di agire ieri sera mi ha aiutato a creare un diversivo per far uscire loro…” indicò Claudia, Nigel e Jack.
“Beh, ma se il tesoro resta al castello, noi dovremo comunque trovare un modo per intrufolarci di nuovo e rubarlo…” puntualizzò Much, che non aveva minimamente dato peso all’ultima frase del loro vecchio compagno.
“Sì, su questo punto ci sto ancora lavorando…”
“Lavora un modo per farci entrare, allora”
“Non per fare il guastafeste, ma sarà molto più difficile farvi uscire che farvi entrare. Ad ogni modo, abbiamo dieci giorni per pensarci”
“Ci dovrai spiegazioni molto più dettagliate di queste, sappilo. Fregaci, e questa volte sei morto, Allan. Morto” sentenziò Robin, mentre John assentiva con profondi cenni della testa.
“Ora, vi prego, voi pensate a trovare Faith. A quest’ora dovrebbe esser circa sei miglia a nord di qui. Io devo tornare di corsa al castello.”
“Signor Allan! Nessuna notizia di Martine?” chiese infine Claudia, che aspettava di fare quella domanda ormai da qualche minuto.
“Andrò subito a controllare, ma tutto sommato credo che sia più al sicuro di tutti noi messi assieme! A presto!”. Detto questo, rimontò in groppa e si allontanò tra i cespugli. Una volta superato il limitare della foresta, partì al galoppo.
“Pfh! Signore adesso…” borbottò Much, allontanandosi tra gli alberi in coda al gruppo.
Stupida, scema, cretina, idiota, mentecatta, deficiente che non sono altro! Non mi bastavano i minchioni del ventunesimo secolo, noooooo… dovevo andarmi a incoccarmi di un minchione del tredicesimo. Brutto cretino… gliela do io la violetta, gliela do! E si è pure fregato il mio mantello da Hobbit, ‘sto infame! Altro che la ruffianaggine e le belle parole di ieri. Chissà dove le ha pescate. “Mi siete entrata nel cuore, creatura bella e delicata”. Ma per piacere! E sarei io quella crudele. Ma non farmi ridere. E io che faccio? Ci casco come un’allocca. Brava Faith, brava. 800 anni di evoluzione sul groppone e questo è il risultato? Fantastico! Gliela spacco a testate quella faccia bellissima… con gli occhi azzurri… il sorriso che mi scioglie… lo sguardo che mi fa cedere le gambe… la voce calda…. ALT! FERMA LI’! Qualsiasi fantasia romantica su di lui è bandita! E io che mi faccio anche il dannatissimo sogno spacca cuore per lui! Lui come mi ripaga? Non si degna neppure si togliersi quella vacca di dosso quando gli si è avvinghiata tipo Koala su un eucalipto… ma pensa te! E DOVE CAZZO HO MESSO IL NASTRO PER I CAPELLI??? Ecco, adesso sfioro la crisi isterica. Lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo… gettarsi tra le braccia di un bel figone medievale dopo un giorno che lo conosci? Ma che diavolo mi è preso? Aneurisma, certamente un aneurisma.
Questi pensieri avevano invaso la mente di Faith nel momento in cui aveva fatto il primo passo sulla strada di terra battuta che l’avrebbe riportata a Nottingham.
Spossata dalla stanchezza per il poco sonno e l’ansia dovuta agli avvenimenti che si erano succeduti nelle ore precedenti, il suo cervello viaggiava ormai in loop sugli stessi argomenti, mentre lei avanzava in una sorta di trance zombesca. Un lontano vociare la mise all’erta, così si spostò lentamente sul lato della strada per poi inoltrarsi nella boscaglia che si stagliava a pochi metri dalla carreggiata. Vide da lontano i due soldati passare a cavallo sul sentiero, e fece inconsciamente una smorfia in direzione di quello che conosceva.
Ricordò che la sera prima, all’andata, la camminata fino al Greenwood era durata circa una quarantina di minuti, calcolò che facendola a ritroso in mezzo alla boscaglia e ai cespugli, con i conseguenti cambi di direzione e saliscendi, ci avrebbe messo probabilmente più del doppio. Era già un’ora che camminava, e non era neppure a metà strada.
Maledisse Allan ad alta voce.
“Non hai idea di quanto io sia d’accordo con te”
Avendo creduto di essere da sola fino a quell’istante, fece un salto per lo spavento. Ma riprese all’instante il contegno.
“Ma davvero? Scommetto che non è per il mio stesso motivo!” disse un po’ piccata. Il suo interlocutore aveva un sorriso da sono figo e so di esserlo, ma del tipo che riesce comunque a risultare simpatico. Incredibilmente, nonostante la situazione, non provò la minima paura nel trovarsi sola con quello sconosciuto. A ben guardarlo non era neppure malaccio esteticamente. Alto, biondo, magro ma prestante, un bel sorriso, un’aria affascinate, davvero un bel vedere insomma.
“Non scommettere su Allan, lui è un baro.” Il giovane rise della propria battuta, e fu soddisfatto di notare che anche Faith sorrideva.
“Bé, è stato un piacere, ma io devo proprio darmi una mossa. Devo essere a Nottingham il prima possibile” disse Faith, continuando a togliersi i ciuffi dalla faccia e strattonando la gonna che si era impigliata tra dei cespugli spinosi.
“Prendi”. Le stava porgendo un laccio di cuoio. “Per i capelli”
Faith lo guardò con una gratitudine del tutto sproporzionata al gesto.
“Sei il mio eroe personale, sappilo.”
“Lieto di sentirlo, qui per servirti!”. Lui sorrise allegramente.
Riuscire a legarsi i capelli in una semplice coda di cavallo la fece sentire come rinata, il volto le si illuminò in un sorriso finalmente rilassato.
“Basta poco per rallegrarti la giornata, eh?”
“Puoi dirlo! Ah, tanto per la cronaca, mi chiamo Faith!” e gli tese la mano con decisione.
“Lo so” ghignò, mentre le stringeva la mano.
“C-Come sarebbe… lo sai?”. Faith cercò di divincolarsi dalla stretta, visto che la dichiarazione dell’uomo era tutto fuorché tranquillizzante. Lui le lasciò la mano, sentendo che lei si stava innervosendo.
“Tranquilla, tranquilla. Per quanto io possa odiare queste parole… mi manda Allan”
“Se volevi farmi morire d’infarto ci sei quasi riuscito!”
“E ho ricevuto calde sollecitazioni anche da tre strambi personaggi, due uomini ed una ragazza, vestiti con dei mantelli neri…”
“Claudia, Jack e Nigel! Allora sei davvero il mio eroe personale!”
“Vieni con me!”
Invece di continuare a seguire il bordo della foresta, si addentrarono tra gli alberi verso est, il sole che sorgeva negli occhi.
“Senti, ce l’hai un nome o devo continuare a chiamarti Mio Eroe?” chiese con un po’ di fiatone, affrontando un ripida ma breve salita. Lui che stava pochi passi avanti a lei si fermò e, voltandosi, si presentò.
“Sono Robin, Robin Hood”.

 

Man mano che avanzava lungo il corridoio buio, Martine si malediceva per la pessima idea; ma ormai la decisione era presa, e non sarebbe tornata in quella stanza, non da sola. Non fece tempo a finire di formulare questo pensiero che si sentì prendere per un polso e trascinare indietro da dov’era venuta.
“Ma che diavolo…”
“Shhhhh”
In meno di 10 secondi era tornata nella sua camera.
“Ma siete due pazze scatenate voi e la vostra amica? Sono tutti così dementi dalle parti vostre?”
“Allan?”
“Già, in tutto il mio splendore! Non per fare il guastafeste, ma che stavate cercando di fare?”
“Beh, ho pensato che, visto che ormai siamo considerati complici di Hood, non sarebbe stata un’ottima idea farmi trovare qui pronta per essere arrestata!”
“E chi vi ha detto una cosa del genere? Anche se ci fosse questo sospetto, certo non verrebbe da Guy o sareste già nelle segrete a quest’ora. E senza la sua approvazione nessuna azione viene mai attuata nel castello”
“Io ho solo pensato che…”
“Perché voi due dovete sempre prendere l’iniziativa, eh?”
“N-Noi due?”
“Si voi e Faith!”
“Ma…”
La porta si spalancò di scatto, lasciando entrare Guy di Gisborne.
“Signora, ho cercato notizie sui vostri compagni e… Allan?”
“Hey Guy! Anche tu q…”
Lo prese per il colletto della giubba, sbattendolo contro la parete.
“DOVE DIAVOLO SEI STATO? E COSA CI FAI QUI?”

 

“Beh… io…”
Lanciò uno sguardo veloce a Martine. “Signora scusateci, tornerò il prima possibile”
Guy spostò la presa sulla nuca di Allan e, trascinandolo fuori dalla stanza con uno spintone violento, lo mandò a sbattere contro lo stipite della porta. Guy si richiuse la porta alle spalle, lasciando Martine nuovamente sola nella sua stanza, impotente, in attesa di notizie. Se non altro ora poteva esser certa che Guy non l’avrebbe fatta arrestare, fintanto che continuava a chiamarla signora.

 

 

Data di pubblicazione: 27 maggio 2010 / 3 giugno 2010
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

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