DAGGER: CAPITOLO 3.1

 

Allan osservava il continuo andirivieni delle carrozze nella piazza del castello. Doversi svegliare all’alba, quando tutta la città ancora dormiva, per ritrovarsi a fare da usciere agli invitati dello sceriffo, non era tra le sue mansioni preferite.
La mattinata era pure iniziata bene, col pensiero di Faith e della surreale, seppur fantastica, notte insieme. Vederla di nuovo alla luce del sole lo aveva reso felice come non lo era stato da molto tempo, ma la reazione di lei lo aveva spiazzato. Che si fosse resa conto di aver fatto un errore? Aveva sbagliato qualcosa e lei aveva cambiato opinione su di lui? Non capiva. Aveva pure cercato di rassicurare Martine sui sentimenti verso l’amica.
Già, sentimenti, pensò tra sé e sé. Fino a quel momento, aveva sempre pensato che non potesse esistere quella cosa chiamata colpo di fulmine. Secondo la sua modesta opinione, l’attrazione improvvisa e fulminea verso l’altro sesso era dovuta a semplice istinto animale e bisogno di soddisfare i propri desideri sessuali.
S’era quindi chiesto se quello che provava per Faith fosse del banale desiderio di giacere con una donna. Le occasioni non gli erano mai mancate nel corso degli anni, e la servetta della locanda vicino alle mura lo sapeva bene. S’era divertito spesso con lei, ma le sensazioni che aveva provato erano diverse da quelle provate la notte scorsa con Faith. C’era qualcosa in lei che lo confondeva e spiazzava. Non solo per il modo di parlare a volte a lui incomprensibile, e per certi atteggiamenti strani e fuori luogo. C’era in lei qualcosa che lo attraeva, come se la conoscesse da molto tempo. O meglio, come se la stesse aspettando da sempre.
Ripensando e riflettendo a queste cose, s’era più volte dato dello stupido da solo. Però era intenzionato a scoprire tutto su Faith, per conoscerla meglio e per capire meglio sé stesso. La reazione di lei di poche ore prima l’aveva spiazzato, adesso non sapeva più come comportarsi.
“Beh, vecchio mio. Forza e coraggio!” si consolò a voce alta, sfregandosi le mani.
Un vecchio nobile che nel frattempo aveva finito di salire le scale e sentì quelle parole, gli sorrise. “Eh figliolo, i reumatismi son una brutta cosa…”.
“Il segreto per conquistare le donne è la sorpresa”.
Nigel fissò Jack, e smise di armeggiare con una candela che aveva trovato sul tavolo lì accanto. Una volta sistemati nella hall gli strumenti rudimentali per l’esibizione, la “band” era stata rimandata nella sua stanza. Lì era subentrata la noia mista ad impazienza. Gli era stato detto che Allan era impegnato con i preparativi e che quindi non poteva occuparsi di tener loro compagnia. Nigel aveva osservato Faith, per capire cosa realmente provasse in questo momento e la reazione a quelle parole. E Jack aveva colto lo sguardo fisso e pensieroso del ragazzo.
“Hai presente gli uccelli delle foreste? Normalmente le loro piume son nere o marroni. Ma quando devono attrarre la femmina si vestono di mille colori!”.
“Jack, trascurando il fatto che per un attimo mi sei sembrato un documentario di Discovery Channel… ma che stai dicendo?!”.
“Ragazzo mio, le donne come Faith hanno bisogno di un uomo che le sorprenda, le emozioni e le conquisti. Tu, caro mio, al massimo potrai avere la sua stima e fiducia. Ma al confronto con quel Allan, lei ti considererà sempre inferiore”.
“Tu dici? Ma cos’ha lui che io non ho? Sarà uno zuccone medievale. Non sa nemmeno parlare e mettere insieme due parole senza ripeter non per fare il guastafeste” e dicendolo, Nigel imitò la voce e le movenze di Allan. Jack gli mise un braccio intorno al collo, sospirando.
“Amico mio, intanto parti svantaggiato dal fatto che la tua cara Faith trovava affascinante il signor A Dale prima ancora di incontrarlo di persona. Prova ad immaginare cosa possa aver pensato una volta arrivati qui. L’oggetto dei suoi studi e fantasie da quasi tutta una vita, e finalmente a portata di mano. Non ne approfitteresti?”.
Nigel guardò Faith. Se ne stava seduta sul letto con Claudia, a riascoltare le canzoni da imparare.
“Sono un fallito” sospirò.
“Non buttarti giù. Per esperienza personale, e credimi se ti dico che ne so abbastanza, le donne non sanno quello che vogliono. Sta a noi decidere per loro”.
Nigel si girò a fissare il pirata. Non era ben sicuro di potersi fidare di lui, e quindi di prendere ogni sua parola e consiglio come oro colato. Ma riflettendoci su, la cosa aveva un suo senso.
“Il tuo consiglio?” chiese, speranzoso. Jack si mise dritto, gonfiandosi come un gallo che deve attrarre la gallina. La fiducia conquistata lo aveva gasato.
“Per adesso osserva. Ieri notte c’è stata quella violenta discussione tra Faith e Martine, e Faith sembra sempre difendere Allan. Ma stamattina ho intravisto maretta tra la nuova coppietta, forse lei non è rimasta soddisfatta. Non ho ancora ben capito la tua amica, forse è più confusa di te”.
“Magari ti sbagli”.
Jack lo fissò, socchiudendo gli occhi. “Capitan Jack Sparrow non sbaglia mai. Al massimo confonde le cose. Come la tua Faith. Credo si sia arrabbiata con Martine perché in realtà voleva arrabbiarsi con sé stessa”.
“Davvero?”. Nigel era sempre più impressionato dalle doti del pirata come psicologo dell’amore.
“E’ chiaro. Non sa se ha sbagliato o no a buttarsi così nelle braccia di Allan. Non lo conosce se non attraverso dei libri. Chi le può dire se in realtà non ha preso una bufala bella e buona?”.
“Da quando la conosco, è sempre stata molto passionale, si fa coinvolgere anima e corpo dai suoi impegni. Forse hai ragione, Jack. Forse ho ancora qualche possibilità. Devo solo rendermi interessante ai suoi occhi!”.
Il pirata gli tirò una pacca sulla schiena, che doveva essere amichevole ma che tolse il fiato al povero Nigel.
“Vedi che cominci a capire? La sorpresa, fratello. Sorprendila!”.

 

Faith li osservava da un po’.
“Secondo te cos’avranno di tanto interessante da raccontarsi?” chiese. Claudia alzò gli occhi dal notebook, e guardò il ragazzo e il pirata che discutevano a voce bassa vicino al fuoco.
“Dallo sguardo interessato di Nigel, direi che si sta facendo raccontare qualcosa di storicamente interessante. Gli brillano gli occhi. Rispetto a poche ore fa, ha il volto radioso”.
Faith guardò l’amica, con un mezzo sorriso. “Da quando osservi così attentamente il caro Nigel?”.
“Che vorresti dire?”. Claudia aveva già capito dal tono della voce dell’amica dove sarebbe andata a parare la discussione. Era sempre così tra loro due. Lei faceva un’osservazione qualsiasi, anche innocente, su un ragazzo, e subito Faith le dava una gomitata amichevole, pronta a lanciarsi nell’organizzare appuntamenti nei panni della moderna versione di Emma, una delle eroine della Austen.
“No, niente. Però è carino…”.
“Faith”.
“Intelligente…”.
“Faith”.
“Ha un bell’appartamento…”.
“Faith”.
“Dai, non è male” e le diede una gomitata, ammiccando.
“Perché non te lo sei presa tu allora, se è un così buon partito?”. La domanda di Claudia tolse il sorriso a Faith, che abbassò lo sguardo.
L’amica aveva ragione. E non poteva nemmeno mentire sul fatto che i primi tempi aveva trovato Nigel davvero affascinate. La sua conoscenza della storia era immensa, il che compensava la sua goffaggine. Non poteva essere definito l’uomo più bello del pianeta, ma un buon numero di stragiste a Nottingham lanciavano spesso occhiate languide verso di lui. Lui, che aveva occhi solo che per lei. Erano usciti insieme un paio di volte, avevano tante cose in comune e molti argomenti sui quali discutere. Nigel aveva tentato spesso di avvicinarsi a lei, ma Faith l’aveva sempre tenuto a distanza. Come scusa prendeva sempre lo studio e la ricerca, quando in realtà non era sicura se lasciarsi andare oppure no.
Ora che s’era lasciata troppo andare con Allan, non sapeva che fare. Per di più, Nigel le aveva aperto il suo cuore.
“E’ davvero un buon partito. Credimi. Solo una stupida come me va ad innamorarsi di qualcuno che non ha mai incontrato” ammise Faith. Claudia capì che stava parlando di Allan, e cercò di saperne di più. Dopo la sfuriata tra lei e Martine della scorsa nottata, non ne avevano più parlato.
“Ma adesso che l’hai incontrato… cosa provi?”.
“Che cosa proveresti se dovessi incontrare il tuo sogno? Non me ne capacito nemmeno io. Già è difficile accettare il fatto che siamo nel medioevo. E’ tutto così irreale e surreale. Non so come agire né come reagire. La discussione con Martine… non so che mi sia preso. Lei m’è sempre sembrata la più forte e sicura tra le due, era a lei che chiedevo consiglio se buttarmi in una relazione con questo o quel ragazzo. Stavolta non son riuscita ad avere un suo consiglio e, prendimi per una stupida, ma mi sono sentita abbandonata da lei. Mi odierà”.
“Non è vero. E non sei stupida, sei solo confusa, come tutti noi. Vedrai che le cose si sistemano. Stasera parla con lei, parla con Allan e con Nigel”.
“Come se l’evento di stasera non fosse abbastanza pesante…” sbuffò Faith.
“Vedrai che ti sentirai meno pesante. Fidati. Non sarò Martine, ma anch’io posso dare consigli” disse, sorridendo.
Faith l’abbracciò, ringraziandola. “Maaa… adesso puoi dirmelo. Davvero non t’interessa Nigel?” le chiese col sorriso ritrovato, e dandole una gomitata. Claudia sospirò sconsolata, e stava per risponderle a tono, quando qualcuno bussò ed entrò nella stanza.

 

La porta venne richiusa alle sue spalle dalle guardie, e tutti si girarono verso la persona che stava entrando. Martine indossava un bellissimo vestito di velluto rosso, e i capelli le erano stati raccolti sulla nuca in varie trecce e treccine, mentre alcuni ciuffi erano stati lasciati liberi di incorniciarle il viso. Avanzò lentamente, sia perché non era ancora abituata a quel vestito e non voleva strapparlo finendoci sopra col piede, sia perché non sapeva come avrebbero reagito gli altri. Il primo a parlare fu Jack, che le venne incontro squadrandola dall’alto al basso, e pure davanti e dietro.
“Tesoro sei splendida” le disse ammiccando.
“Bella pettinatura, ma io saprei fare di meglio”. A parlare era stata Faith, che non s’era mossa dal letto, ma non aveva staccato gli occhi da lei sin da quando era entrata nella stanza.
“Non avevo dubbi” rispose Martine, che vide l’amica accennare un lieve sorriso. Dentro di sé tirò un sospiro di sollievo. Non poteva sopportare di litigare con lei, specie in una situazione nella quale si trovavano adesso. Per questo le chiese di parlare, mettendosi nell’angolo accanto alla finestra, lanciando un’occhiata d’intesa agli altri del gruppo perché non le disturbassero. Martine giocherellava con l’orlo delle maniche, non sapendo come iniziare il discorso.
“Dunque…” e sospirò.
“Scusa”.
“Eh… ?”.
Fu la volta di Faith di abbassare lo sguardo e giocherellare con le dita, ma non sul suo vestito. S’era messa d’impegno a staccare pezzetti di muro dalla finestra.
“No, ecco. Scusa. Ieri ho reagito male, non so davvero che mi sia preso. Non abbiamo mai litigato, o almeno, mai veramente. Solo che… mettiti nei miei panni, come avrei potuto resistere? E mi ha presa alla sprovvista! Stavo venendo a cercarti, e lui mi ha presa e buttata sul letto, e…”.
“Ah però. Irruento il giovane!” disse Martine, a bocca aperta.
“C’erano le guardie che mi cercavano, ha solo cercato di proteggermi”.
“Ah ah…”.
“Ci siamo nascosti sotto le coperte, potevano trovarci!”.
“Ma ceeeerto…”.
Faith le lanciò una scappellotto amichevole. “Puoi anche non crederci, ma è successo tutto così in fretta che non ho avuto il tempo di pensare razionalmente. Non me ne capacito neppure adesso. E mi sento strana, in qualche modo colpevole. Ma con me stessa. Mi son lasciata andare troppo facilmente. Me la son presa con te, ho fatto star male Nigel, e adesso non so nemmeno se Allan mi parlerà ancora”.
“Per quale motivo, scusa?”.
“Stamattina l’ho ignorato bellamente, e ho visto che c’è rimasto male. Credi avrà frainteso?”.
“Faith, stai tranquilla. Non ci avrà capito niente. Magari trova la scusa che la mattina, appena alzata dal letto, sei sempre di cattivo umore”.
“Sicura? Uff, che cosa stressante. Come se non avessimo già grattacapi. Fra poche ore dobbiamo cantare, lo sceriffo potrebbe ucciderci tutti prima di riuscire ad intonare la seconda strofa, e non abbiamo ancora trovato nemmeno un pezzetto della daga! Peggio di così…” e sospirò, mentre staccava un pezzo enorme di muro. Poi si girò verso l’amica, lo sguardo allucinato.
“Oh porca vacca, non ti ho nemmeno chiesto come stai! Ti ha fatto del male?”. Aveva alzato all’improvviso la voce, e tutti si girarono verso di loro. Martine si piegò verso l’amica e iniziò a parlare sottovoce. Non voleva che gli altri sentissero tutto.
“Sto bene, non mi ha fatto niente. Oh beh… qualcosa mi ha fatto, ma ero totalmente consapevole delle mie azioni”.
Il volto di Faith era un punto interrogativo.
“La missione ha la priorità assoluta. Dobbiamo trovare i pezzi della daga in tempo. Abbiamo ancora una settimana e qualche giorno, e il GeenId ci ha dato un lieve segno di vita. Non so se hai riflettuto sul fatto che, appena finita la festa e in qualsiasi modo finisca, noi saremo allontanati dal castello? Se c’è una remota possibilità di trovare il pezzo, credo lo si debba cercare in queste stanze. Forse abbiamo un possibile alleato in Allan, ma serve avvicinarsi maggiormente allo sceriffo. E quale modo migliore se non sfruttare il suo braccio destro?”.
“Sei perfidamente geniale. E come hai convinto Guy?”. Ma dopo aver fatto la domanda, Faith si diede la risposta da sola. Ormai da molti anni le loro menti viaggiavano sulla stessa frequenza, e a volte non serviva nemmeno che una delle due parlasse perché l’altra aveva già capito tutto.
“No… non dirmelo…”.
Martine arrossì e annuì.
“Ma sei fuori?! No dico… ma sei fuori??? Guy! GUY! WTF!”.
“Shhhh, non urlare! E che è, che sarà mai! Mi sono… come dire… sacrificata per la missione” e le scappò una mezza risata sotto i baffi.
“Sì, lo vedo come sei messa male per il sacrificio. Ma santo cielo…” e si mise una mano sul viso.
“Faith, se il mio piano funziona, forse avremo l’aiuto da Guy!”.
“Certo, ammetto che come idea non è male. Ma… Guy…”.
“Guarda che non è esattamente come me l’hai descritto tu tante volte, o come si vede nei film. Forse il fatto che fosse sempre associato allo sceriffo gli ha fatto guadagnare l’etichetta di cattivone”.
Faith non sembrava molto convinta. Doveva ammettere che, studiando il personaggio, aveva scorto un barlume di umanità sulla questione amorosa con Lady Marian. Ma nutriva ancora dei seri dubbi sulla sua effettiva bontà.
“Mi raccomando, stai attenta. Guy sarà pure un uomo affascinante e, a tua detta, una brava persona, ma non ci possiamo fidare di nessuno”.
“Questo vale anche per te e per il tuo Allan” le sorrise Martine. L’amica sbuffò, ma sorrise a sua volta.
“Ragazze, mi spiace disturbarvi in questo momento di femminili confidenze, ma fra pochi minuti dovremo esibirci”. Era Jack, che s’era avvicinato con un involto nero tra le mani. Faith si alzò, lo prese e lo indossò. Le stava a pennello. Come pure agli altri del gruppo.
“Bene, siamo pronti. Mi raccomando, siate naturali e lasciatevi trasportare dal ritmo”. Tutti fissarono il pirata, che nel pronunciare la parola ritmo, aveva accennato un movimento alquanto sensuale del bacino.

 

“Mi raccomando, Gisborne. Non voglio avere sorprese. Tutti devono credere che sia semplicemente una festa per il mio compleanno”. Lo sceriffo osservava la sala, annuendo e sorridendo qua e là. Gli invitati chiacchieravano l’uno con l’altro, in attesa che iniziasse il banchetto. Le serve stavano portando le vivande sulle tavolate, e già qualche nobile s’era munito di un boccale pieno di birra.
“Ogni porta è controllata, ho fatto mettere altre guardie all’entrata della sala” gli sussurrò Guy.
“Bene bene. I miei ospiti speciali sono arrivati?”.
“Vi attendono nella sala della guerra”.
“Ottimo! Vai a dire loro che li raggiungerò tra una mezz’ora, e controlla che abbiano cibo e birra in abbondanza”. Guy annuì e, facendosi largo tra gli invitati, si diresse verso la porta sotto le scale. Aveva organizzato tutto nei minimi particolari, erano settimane che controllava meticolosamente ogni cosa e sperava non ci sarebbero stati inconvenienti. Uno in particolare. Quell’arrogante di Robin. Avrebbe sicuramente cercato di entrare nel castello, molto probabilmente si trovava già all’interno insieme a quella sgangherata della sua banda di poveracci. Ma lui e lo sceriffo erano stati abbastanza furbi nello spargere voci fasulle, voci di una donazione in denaro da parte dei nobili per il festeggiato.

 

“Robin, sei proprio sicuro?”. Much non sembrava molto convinto. Le mura della città di Nottingham gli incutevano paura ogni volta che vi si trovava davanti. Fortunatamente, indossava il suo fidato mantello, il cappuccio calcato bene in testa a nascondergli il volto. Little John al suo fianco sembrava più sicuro di sé, il passo veloce e l’aspetto noncurante di chi non bada a ciò che gli accade intorno. Much sapeva bene che in realtà non era così, e che il gigante buono era spaventato e guardingo molto più di lui. L’unico che sembrava a suo agio, come sempre del resto, era Robin.
“Abbiamo visto i nobili arrivare, ci sono servitori ovunque, e in uno di quei bauli ci sarà sicuramente ciò che cerchiamo”. Il fuorilegge indicò due valletti che scaricavano una cassa pesante da una carrozza.
“Robin, non sappiamo nemmeno dove cercare. Senza Marian nel castello, andremo alla cieca!”.
“Much, stai tranquillo. Prima di partire, Marian mi ha riferito tutto quello che c’era da sapere. Andrà tutto liscio come l’olio” e sorrise.

 

“Verrete prelevati fra poco, quindi vedete bene di essere pronti. Voi. Venite con me”. Guy entrò e uscì dalla stanza senza dare il tempo a nessuno di ribattere o rispondere. Martine, che aveva incontrato il suo sguardo e aveva capito che quel voi era riferito a lei, rimase qualche secondo immobile, poi fissò gli altri.
“Mi raccomando. Se le cose dovessero mettersi male” e porse il Greenid a Faith.
“Perché lo dai a me?”
“Perché l’ultima volta s’è illuminato in quella stanza, e alla presenza dello sceriffo. Guy è sospettoso, se dovesse vedere qualcosa di luminoso mentre son seduta con loro, credo avrei qualche problema a spiegare cos’è questo” e indicò l’oggetto nelle sue mani.
“Ma se le cose non andassero per il verso giusto?” chiese Nigel.
“Scappate, se potete. Io me la caverò”.
“Adesso non metterti a fare l’eroina del gruppo. Siamo arrivati tutti insieme, e tutti insieme ce ne andremo”. Faith non voleva accettare il Greenid, ma Martine glielo mise al collo con la forza.
“Si da il caso che una certa persona” e indicò con la testa l’oscura presenza fuori dalla porta “abbia un interesse particolare per me. Sfrutterò questo vantaggio”.
“Ma non credo che Guy…”.
“Faith, mentirò se necessario. L’ho fatto finora, quindi non credo ci siano problemi a farlo ancora. Voi state attenti e cercate di non farvi uccidere”.
“Stai attenta anche tu” le disse Claudia, mettendole una mano sulla spalla. Martine sorrise e si avviò fuori della stanza. Un ultimo sguardo agli amici, e le guardie chiusero la porta dietro di lei.

 

Uscì dalla stanza e si avviò verso l’altra ala del castello. Miracolo dei miracoli, s’era lavato fin dietro le orecchie, e gli abiti aveva una parvenza di pulito maggiore del solito. Una violetta faceva capolino sulla giubba.
Una guardia venne verso di lui, correndo. “Sono arrivati. Sono venuto ad avvisarvi, come avevate chiesto”.
“Bene, ottimo lavoro. Dove stanno aspettando?”.
“Dove avevate detto voi, in cucina”.
“Perfetto. Seguimi” e s’incamminarono lungo il corridoio. Dopo qualche minuto, incrociarono Guy, che era accompagnato dalla giovane forestiera.
“Proprio te volevo. Vai a prendere i suonatori e portali davanti alla porta della sala. Ti dirò io quando farli entrare”.
“Certo Guy. Vado subito, appena finisco una cosa”.
Gisborne, che aveva già ripreso a camminare, si girò verso Allan.
“No, tu vai subito. Cos’altro devi fare?”.
“Recuperare delle cose per lo spettacolo dei suonatori”. Incrociò lo sguardo di Martine, che lo guardava sorpresa e incerta. Guy rimase alcuni secondi a fissarlo, poi si avvicinò. Gli occhi caddero sulla violetta, e un sorriso disgustato comparve sul suo volto. Gli puntò il dito contro. Allan non si mosse.
“Fai. In. Fretta”.
“Tranquillo, ho tutto sotto controllo” e si avviò con la guardia.
Quando li vide sparire dietro l’angolo, Guy si girò verso Martine e notò che la ragazza aveva un’espressione strana. Quando si accorse di essere osservata, lei sorrise, aspettando imbarazzata che Gisborne dicesse qualcosa. Ma lui non disse niente e riprese a camminare.
“Vi assicuro che sarà uno spettacolo degno dello sceriffo” disse infine, cercando di rompere il pesante silenzio.
“I miei… colleghi ed io non siamo soliti esibirci spesso. Con questo non voglio dire che non siamo all’altezza della vostra corte, ma capirete bene se ci sarà un po’ di emozione nelle nostre voci. Siamo ancora novizi di quest’arte, e abbiamo ancora molto da imparare. Per esempio, certe ballate richieste dallo sceriffo non cred…”.
“Voi non dovete preoccuparvi. Non vi sarà chiesto di cantare. Come vi ho già detto, sarete la mia dama e quindi siederete accanto a me”. La voce di Guy era dura e sembrava quasi non gli interessasse proprio per niente dell’esibizione.
“Beh, ma io mi preoccupo. Come potrebbe reagire lo sceriffo se le cose non andassero come richiesto?”.
“Lo sceriffo ha ben altri problemi che preoccuparsi per una ballata male interpretata. Anche se, devo ammettere, l’ultimo duo di suonatori ha cantato l’ultima nota sul patibolo” e si girò verso di lei, sul volto un leggero ghigno. Martine sentì il sangue mancarle nelle vene. Le cose sarebbe sicuramente andate male, non avevano imparato nessuna delle ballate richieste! In cuor suo, sperava che i problemi che angustiavano lo sceriffo lo avrebbe distratto dalla loro performance.

 

Faith cercava di non guardarlo troppo, ma erano così vicini che poteva sentire il suo respiro.
Pochi minuti dopo che Guy aveva prelevato Martine dalla loro stanza, era comparso Allan. Era radioso, così radioso che a Faith per poco non collassava un’arteria. S’era rintanata nell’oscurità del mantello, il cappuccio tirato fin sul naso. Ma vederlo camminare davanti a lei, parlare e sorridere… era troppo. Così decise di farsi avanti.
“Bel fiore”.
Allan si girò verso di lei. Aveva appena finito di raccontare a Jack della locandiera di Greenwood e della sua birra speciale, e aveva ancora il sorriso sulle labbra. “Ah, questo?” e indicò la violetta appuntata sul petto. “L’ho messa per voi”.
Sbadabam, fece il cuore di Faith. “P-per me? Perché?”.
Lui le si avvicinò, fino a sfiorarle la guancia. “Perché mi siete entrata nel cuore, creatura bella e delicata. Quindi questo fiore simboleggia quanto voi contate per me e che posto vi ho riservato”.
La ragazza rimase senza parole. O almeno, avrebbe voluto esclamare sticazzi, ma sarebbe sembrato poco appropriato in quel momento. Aveva i brividi, ma cominciava a sudare. Sentiva le guance in fiamme e la gola secca. La sua prima reazione fu quella di ridere nervosamente, ma quando vide che Allan mutava espressione, diventando sempre più cupo e imbarazzato, si fece seria, arrossendo ancora più di quanto non lo era già.
“Suvvia, non credete di esagerare? Non ci conosciamo che da pochi giorni, e io non valgo la bontà del vostro cuore e delle vostre parole. Anzi, volevo scusarmi per come mi sono comportata questa mattina. Vi sarò sembrata un’arpia”.
Allan sorrise, e le accarezzò il volto. “Siete stata crudele, lo ammetto. Ci son rimasto davvero male. Ma ciò mi ha fatto riflettere su cosa provo realmente per voi”.
“E cosa provate?”. Faith aveva la gola bloccata dall’emozione.
“Non so bene come descriverlo. Non sono bravo con le parole. Credo voi siate speciale. Anzi, ne sono sicuro. E non voglio che ciò che è nato tra noi in una notte finisca così presto. Vorrete scusarmi se sono così ardito con le parole, ma non vorrei che scappaste via una volta finita la festa. Non voglio che mi lasciate solo. Non voglio essere di nuovo solo”. Aveva gli occhi lucidi, le mani strette a pugno, lo sguardo fissò nel vuoto.
Faith capì che doveva esserci qualcos’altro in quelle parole, nel cuore di quel ragazzo c’era tanta amarezza e solitudine. Poi il ricordo della pietra tombale fece capolino tra i suoi pensieri e un velo di tristezza la colse. Gli prese le mani, sciogliendo i pugni e se le portò alle labbra. Poi lo guardò, commossa. “Non voglio perdervi nemmeno io. Qualsiasi cosa succeda”.

 

Le porte si aprirono. Guy comparve all’improvviso, fece un cenno con la testa ad Allan, che si avvicinò al gruppo.
“Mi raccomando, state tranquilli e fidatevi di me. Qualsiasi cosa succeda, non fate niente”. Allan s’era rivolto a tutti, sottovoce, ma lo sguardo più intenso lo aveva rivolto a Faith. Lei annuì, incerta su cosa significassero quelle parole. Sentì che Nigel le sfiorava la mano, e la trascinava oltre la porta.
La sala era affollata. I nobili ospiti seduti sulle panche a mangiare, bere, ridere e parlottare. I servitori che correvano avanti e indietro. Cani che si rincorrevano tra loro alla ricerca di avanzi di cibo. E infine lui, lo sceriffo.
Seduto a capotavola, osservava tutto con un mezzo sorriso. Seduta accanto a Guy c’era Martine, che si sentiva un pesce fuor d’acqua. Questa almeno fu la prima impressione che ebbe Faith nel vederla.
“Oh ecco qua cosa mancava alla festa! Signori miei, dopo aver riempito le vostre nobili pance, ora riempirò le vostre orecchie! Musica!” e lo sceriffo si mise ad applaudire, seguito da tutti i commensali. Poi il silenzio.
Faith stava sudando come una fontana, mentre Nigel accanto a lei tremava. Lo si capiva dal lieve rumore metallico del mestolo sui piatti metallici nelle sue mani.
“Calma” gli sussurrò, “e smettila di fissarmi le tette”.
“Il GreenId” disse il giovane con una smorfia. Faith fissò l’oggetto al collo e vide il leggero bagliore verde. Fece appena in tempo a coprirsi meglio con il mantello, che un suono delicato di un flauto riempì l’aria. Tutti si girarono verso la fonte di quella musica soave: Jack e il suo fiffolo.
Faith sorrise, ringraziando il cielo di avere il pirata con loro. Era strano forte, ma aveva quel coraggio e quella sfrontatezza che a loro mancava, soprattutto in situazioni del genere.
“Salve signori, vi ringraziamo fin da ora per la vostra benevolenza, speriamo di intrattenervi nel migliore dei modi. In special modo il nostro sceriffo, augurandogli ogni bene in questo giorno speciale. Per questo, gli dedichiamo il nostro cavallo di battaglia!”.
“Un… cavallo…?!” bisbigliò lo sceriffo, voltandosi verso Gisborne, mentre Martine tratteneva una risata.
La musica cessò, Jack si girò verso Nigel, lanciandogli uno sguardo eloquente e sussurrò “tre due uno”. Il giovane deglutì, chiuse gli occhi. E iniziò a cantare insieme al pirata. Claudia iniziò a battere il tempo col tamburello.

>>>====>

A-weema-weh, a-weema-weh, a-weema-weh, a-weema-weh
A-weema-weh, a-weema-weh, a-weema-weh, a-weema-weh

Faith aveva scelto di cantare la prima strofa, e si fece avanti.

In the jungle, the mighty jungle
The lion sleeps tonight
In the jungle the quiet jungle
The lion sleeps tonight

Il coro di Nigel e Jack riprese, mentre Faith si lanciava in un lungo gorgheggio, danzando a tempo. Fu poi il turno di Claudia, che si portò avanti e danzò agitando il tamburello con i suoi lunghi nastri colorati.

Near the village the peaceful village
The lion sleeps tonight
Near the village the quiet village
The lion sleeps tonight

Il coro e i gorgheggi accompagnavano la strofa. Poi Jack riprese a suonare il fiffolo, mentre Faith e Nigel danzavano insieme, roteando e prendendosi sotto braccio. Poi Claudia smise di suonare il tamburello, e arrivò l’ultimo pezzo della canzone. Faith era già pronta, quando Martine si alzò in piedi e si mise a cantare.

Hush my darling don’t fear my darling
The lion sleeps tonight
Hush my darling don’t fear my darling
The lion sleeps tonight

Martine raggiunse gli altri. Le due amiche si abbracciarono, e si misero a ballare la danza del pacchetto, mentre Jack e Claudia continuavano a suonare, e Nigel si lanciava nei gorgheggi finali. E fu il silenzio. Un silenzio totale, rotto solamente dal ringhio dei cani sotto i tavoli.
“Non credo sia stata un’ottima idea” sussurrò Faith verso l’amica. Martine annuì, soprattutto dopo aver visto lo sguardo poco raccomandabile di Gisborne.
Lo sceriffo sembrava senza parole. Si voltò verso Guy, poi verso Allan. Entrambi i suoi scagnozzi facevano finta di niente. Poi finalmente qualcuno arrivò a salvarli. Un nobile, molto giovane ma anche molto brutto, si mise ad applaudire, realmente soddisfatto dalla performance. Doveva essere una persona molto importante, perché lo sceriffo lo seguì a ruota, come pure tutti gli altri invitati.
“Dovete sapere, mio caro sceriffo, che codesta melodia ha origini molto antiche. Durante uno dei miei viaggi, ho avuto incontri con il popolo dei Mori, e loro erano soliti cantarla ai loro bambini come filastrocca della buonanotte”.
“Ma pensate un po’. Abbiamo assistito ad un’esibizione… pittoresca e moresca, quindi? Bene bene bene! Ma io sono un tipo molto, come dire, patriottico. Amo il suolo inglese, come amo le sue tradizioni!”. Lo sceriffo rise.
“Lunga vita a Re Riccardo, allora!” disse il giovane, alzando il calice.
Il sorriso morì sulle labbra dello sceriffo, che alzò il calice, seguito da tutti gli invitati. “Sì. Lunga vita al re”.
Che falso che falso che falso, pensò tra sé Faith.
“E che possa tornare presto, vittorioso, in salute e blablabla. Ma andiamo avanti con la musica!” e lo sceriffo si sedette, fissando il gruppo oltre la sua tavola. Jack stava già per intonare la prossima melodia, quando Allan si mise davanti a loro.
“Miei signori, avete appena assaporato le melodie esotiche. Ora andremo a presentare le ballate che voi tutti amate, e che il nostro beneamato sceriffo stava aspettando”. In quel mentre, due giovani si fecero strada tra il gruppo. Uno di loro teneva tra le mani una lira, l’altro un mandolino.
Allan si girò verso di loro e sussurrò qualcosa. “Seguite il ritmo più che potete e, appena finita la canzone, uscite dalla porta dalla quale siete entrati”. Tutti annuirono, sebbene non capissero cosa aveva in mente il giovane.
Martine sentì che Gisborne accanto a lei era inquieto, e cercò di distrarlo, sebbene anche lei non capisse cosa stava succedendo.
“Adesso vedremo se questi baldi giovani sono alla nostra altezza. Come vi son sembrata? Credo di aver un po’ stonato. Non credete?”.
Guy non si girò nemmeno, troppo intento a seguire i movimenti di chiunque nella sala.
“Siete stata soave, milady. Ma avrei preferito un avvertimento da parte vostra”.
“Scusate, sir Guy. Non era mia intenzione angustiarvi” e assunse un’espressione amareggiata, che dopotutto non era più di tanto falsa. L’uomo si girò, le mise una mano sulla sua, e le sorrise.
“Voi non mi angustiate. Sono solo preoccupato, e gli imprevisti mi mettono in allerta”.
“Cosa vi turba?”.
“Niente, godetevi la festa. Io vado a controllare che sia tutto a posto” e si allontanò. La musica nel frattempo era ripresa.

>>>====>

I due sconosciuti dovevano fare i menestrelli di professione, perché intonarono una delle ballate richieste dallo sceriffo senza alcun problema. Jack e Claudia cercavano di seguire la melodia il più possibile, mentre Faith e Nigel cercavano di non sembrare dei completi idioti, e si lanciavano in danze delicate e coreografiche. Apparire delicato per Nigel risultava difficile, ma nessuno pareva badare a lui.
Gli invitati, che fino ad un attimo prima erano rimasti scioccati e incantati dalla performance, riconoscendo la melodia, si rimisero a mangiare e discorrere tra loro. Quando nessuno più faceva caso a loro, Allan fece un gesto, e uno alla volta gli improvvisati suonatori uscirono dalla sala. Faith rimase per ultima, e non sembrava volersene andare.
Allan la raggiunse. “Dovete andare. Adesso.”
“Non posso”.
“Non potete?!”
La ragazza non poteva mettersi a spiegargli tutto lì davanti ad un pubblico così numeroso, ed oltretutto svelargli la sua identità. Allentò il mantello e gli mostrò il ciondolo che aveva al collo. Brillava ancora di una fievole luce verde.
“E questo cos’è?”. Il giovane sembrava allarmato, quasi spaventato.
“Non posso svelarvi adesso tutto quanto, ma la mia missione è scoprire cosa fa brillare questa pietra. Sembra ci sia qualcosa qua dentro, o qualcuno, che scatena una reazione e…”.
“E’ tutto molto interessante, ma non c’è tempo. Dovete scappare. Subito”.
Martine s’era avvicinata molto lentamente ai due. “Guy è preoccupato ed è uscito a controllare la situazione. Le cose si mettono male. Dove sono andati gli altri?” chiese, rivolta ad entrambi.
“Allan ci sta aiutando a scappare. Ma il GreenId… guarda” e le mostrò la pietra.
“Com’è successo a me. C’è qualcosa qui dentro” e si guardò intorno. E il suo sguardo cadde sullo sceriffo, che il quel momento li stava fissando. E non era uno sguardo benevolo.
“Faith, vattene. Allan, portali fuori e tienimi informata” e se ne tornò verso i tavoli.
“Martine! Martine!” le urlò sottovoce, ma il giovane la stava già strattonando fuori della porta.
“Metti giù le mani! Non posso lasciarla là dentro!”.
Allan aveva chiuso la porta dietro di sé e si stava guardando intorno. “Zitta”.
“Zitta lo dici a tua sorella. O alla puttanella della taverna!”. Ma lui non l’ascoltò, e si diresse verso la fine del corridoio. Faith lo seguì brontolando, e solo una volta raggiunto il giovane rimase in silenzio, come raggelata. Due guardie erano state messe fuori combattimento.
“Chi può essere stato?”. Dopo aver controllato che fossero ancora vivi, si rialzò e la prese per un braccio, e si allontanò da quel corridoio.
“Dove stiamo andando? Mi vuoi dire qualcosa?!”.
“Guy non ha apprezzato il mio piccolo scherzetto e la vostra colorita esibizione. Se prima era infastidito, o preoccupato come ha detto la vostra amica, beh… adesso sarà infuriato. Robin è nel castello”.
“Robin? Robin Hood?!”. Faith si guardò in giro, come una fan che attenda l’uscita dal camerino del suo idolo dopo un concerto. “E da cosa l’avete dedotto?”.
“Diciamo che riconosco il tocco di Little John” sorrise Allan. Faith non era più in sé dalla gioia, e il giovane se ne accorse.
“Fossi in voi non sarei così allegra. Vi devo portare fuori di qui al più presto. Prima raggiungiamo i vostri amici, meglio sarà”. Furono in pochissimo tempo presso la stanza dove il gruppo aveva alloggiato in quei giorni. Aprirono la porta, ma al suo interno non c’era nessuno.
“Ma… dove diavolo sono?!” chiese Faith, allarmata.

 

La musica continuava allegra, e le voci dei nobili si facevano più alte e alticce.
“Cosa non darei per un cosciotto di pollo al miele…”. Much aveva l’acquolina in bocca, mentre controllava che dal corridoio non arrivasse nessuno. Little John aveva appena steso le guardie davanti la porta, e ora se ne stava rintanato in un angolo, in attesa. Robin presidiava l’altro corridoio, così che il trio aveva il controllo su tutta la zona antistante la porta della sala. Chiunque fosse uscito, loro lo avrebbero visto, ma senza essere visti.
Qualche istante prima era stato il turno di Guy che, non vedendo le guardie, s’era insospettito e si era diretto da qualche parte del castello, senza notare minimamente gli intrusi. Poi era stata la volta di un uomo basso, avvolto in un mantello nero, che si guardava intorno con sguardo perso. Robin aveva dato ordini precisi: catturare i Cavalieri Neri.
“Sono loro a complottare con lo sceriffo, e sicuramente hanno con sé le chiavi degli scrigni dove tengono l’oro. Marian ha detto di aver sentito lo sceriffo parlarne con Guy qualche settimana fa. Fa tutto parte del complotto contro il re” aveva detto loro la sera prima, mentre studiavano il piano d’azione.
Robin fece un gesto, e Much si avventò sul malcapitato, che lanciò un urlo tutt’altro che mascolino. La bocca gli fu tappata in fretta, sotto pressione di un coltello alla gola, e Much si allontanò assieme al suo prigioniero. Dopo pochi minuti, un altro cavaliere nero. Questo camminava in modo strano, e si mise a bere da una fiaschetta. Bastò un colpo secco di Little John sulla testa del cavaliere, che questi cadde a terra. Il gigante se lo caricò sulle spalle e si avviò per lo stesso corridoio che aveva preso Much.
Fu la volta di Robin. Dalla porta uscì l’ennesimo cavaliere avvolto nel mantello nero. Questo sembrava indeciso. Andava avanti e indietro. Robin gli arrivò alle spalle, e gli sfiorò un braccio. Lo sconosciuto si girò di scatto e si trovò di fronte un giovane, che sorrideva.
“Salve” gli disse. E gli tirò un pugno che lo mandò a terra, privo di sensi.
“Debolucci questi famigerati Cavalieri Neri” e se lo caricò sulle spalle. Ci mise qualche minuto più del solito a raggiungere le stanze di Marian, ed era ormai senza fiato, quando aprì la porta. Adagiò il corpo per terra e sbuffò. Poi vide di fronte a sé una ragazza. Dietro di lei stavano Much e Little John, con un’espressione a dir poco preoccupata.
“Padron Robin, abbiamo un problema” esordì Much.
“Lo vedo. Chi siete?” chiese, rivolgendosi alla giovane.
“Mi chiamo Claudia McFayden, e come stavo spiegando ai suoi compari, credo abbiate sbagliato persona!”.
Robin si avvicinò alla ragazza, e la squadrò per bene. “Non sapevo che nei Cavalieri Neri fossero ammesse anche le donne”.
“Non sono un Cavaliere Nero, lo volete capire?! Vedete quelli? Sono i miei amici! Siamo qui per suonare al compleanno dello sceriffo!”. Jack e Nigel non s’erano ancora svegliati dopo le mazzate prese, e giacevano immobili sul pavimento.
Robin sembrava confuso. “Quindi non sapete niente dei Cavalieri Neri?”.
Claudia scosse la testa. “Siamo arrivati da qualche giorno, non siamo del posto. Vi prego, lasciateci andare”.
“Padron Robin, che facciamo adesso?”. Much si stava agitando.
Il fuorilegge fece qualche passo avanti e indietro per la stanza, quando delle voci attirarono la sua attenzione verso la porta, e si avvicinò per ascoltare. Era la voce di Gisborne. Dava ordini di cercare per il castello.
“Cercate Robin Hood e trovate il gruppo di suonatori!” urlava. Un rumore metallico, una serie di passi e poi silenzio. Robin si voltò verso la ragazza.
“Pare stiano cercando entrambi. Forse non avete mentito”.
Claudia sorrise stizzita.
“Robin. Fuori. Adesso” furono le parole di Little John. Il fuorilegge non se lo fece ripetere due volte.
“Conosco un passaggio segreto, sta in una stanza non lontana da qui. Seguitemi”.
“E i miei amici?” chiese Claudia, indicando i due per terra. Robin fece segno a Little John, che se li caricò entrambi sulle spalle.

 

“Avete una bella voce, è stato un peccato non potervi sentire in qualche altra canzone”. Lo sceriffo, approfittando dell’assenza di Gisborne, s’era seduto accanto a Martine.
“Vi ringrazio, mio signore. Siete troppo buono”. Gli occhi dell’uomo la fissavano con insistenza e la ragazza si sentiva a disagio. Così cercò di non farsi prendere dalla paura, e gli sorrise, continuando a parlare. “Davvero una bella festa. Il cibo era ottimo, le conversazioni pure. Ma mi domando dove sia finito sir Guy…”.
“Oh non vi preoccupate, tornerà presto. Anche se spero vorrete deliziarmi ancora un po’ con la vostra compagnia” e le accarezzò la spalla con un dito. Martine sorrise, cercando di ritrarsi dal tocco dello sceriffo.
“Siete timida. Che tenerezza”. Le si avvicinò, in modo che nessun altro potesse sentire cosa aveva da dirle. “Le guardie chiacchierano tra loro, e mi è giunta voce che non siete stata così timida nelle stanze di sir Guy”.
“Mio signore!” e si alzò, rossa in viso. “Vorrete scusarmi. Non mi sento a mio agio, credo di aver bevuto troppo. Con il vostro permesso” e, dopo un lieve inchino, si avviò verso la porta. In quel momento entrò Guy.
“Ecco il vostro cavaliere, mia signora. Fatevi scortare da lui nelle vostre stanze!” urlò lo sceriffo, ridendo. Guy la fissò per qualche secondo, non capendo cosa stesse succedendo. Il volto della ragazza era livido, dalla vergogna o dalla rabbia, non era chiaro. Avrebbe voluto avere spiegazioni, ma aveva un impegno urgente. “Aspettatemi qui” le disse, mentre si dirigeva verso lo sceriffo. Martine decise di rimanere, sia per dimostrare che non aveva paura, sia per capire quale problema affliggesse Gisborne.

 

“Ne siete sicuro?”.
“Le due guardie qui fuori e cinque per il resto del castello”.
“E nessuna traccia dei suoi compagni” ripeté, indicando la ragazza all’altro capo della sala.
“No, mio signore”.
Lo sceriffo stette in silenzio qualche secondo, meditando. “La riunione si farà, quindi per il momento non c’è da preoccuparsi. Ora io andrò dove sapete. Mi auguro che la sala sarà ben controllata dalle vostre guardie”.
“E per quanto riguarda Robin Hood e i suonatori?”.
“Cercateli, trovateli, legateli, imprigionateli, picchiateli, fategli il solletico. Fate come al vostro solito”. Si stava già allontanando, quando ritornò sui suoi passi. “Tenete d’occhio Lady Ugola d’Oro. Se noterò altre stranezze mentre sarà nostra ospite, la riterrò colpevole e mi occuperò personalmente di lei”. Guy vide un sorriso malefico sul volto dello sceriffo, e volse lo sguardo verso Martine, che lo stava aspettando in fondo alla sala.

 

Una pioggerellina fine stava impregnando i mantelli, rendendoli pesanti. Era un po’ che camminavano, il castello e la città di Nottingham erano ormai lontani.
“Manca molto?”. Faith non aveva più fiato. Troppe emozioni l’avevano sfiancata, ed ora non desiderava altro che un bel bagno caldo ed un letto soffice.
“Greenwood è vicina, dietro quel boschetto troveremo rifugio”. La taverna della zoccola, borbottò la ragazza.
Effettivamente, dopo aver attraversato un sentiero tra gli alberi, si presentò davanti a loro una locanda. Fecero appena in tempo, perché la pioggia cominciava a scendere abbondante.
“Allanuccio! Come stai, tesoro? Quanto tempo!”. Venne loro incontro una donna, sulla quarantina, secca come un chiodo, ma con un seno alquanto prosperoso. Il volto era carino e ancora giovanile, se non fosse stato per una cicatrice che le attraversava la guancia.
“Ma sei tutto bagnato! Vieni con me, che ti sistemo io…” e stava già per portarselo via, quando s’accorse della presenza di Faith.
“Oh. Ma hai compagnia…”.
“Dollie, questa è una mia cara amica”.
A quelle parole, Faith abbracciò stretto Allan, prendendolo alla sprovvista. “Mooolto cara” e sorrise alla locandiera, in tono di sfida.
“Ehm… già… quindi… sì… uh… hai stanze?”. Allan si sentiva a disagio.
“Con questo tempaccio? Purtroppo ne ho solo una. Piccola, molto piccola. Ma tu sei cavaliere e so che la lascerai alla tua cara amica. La mia stanza è molto spaziosa, lo sai. Quindi non ci sono problemi!”.
“Cara Dollie, sei davvero gentile. Ma credo non ci sarà bisogno di scomodarti a tal punto. Allan ed io siamo così intimi che un letto basterà. L’importante è che sia un buon letto, di legno resistente, perché sai com’è irruento il nostro Allan sotto le lenzuola. Vero Allanuccio?” e strizzò con fare scherzoso le guance ormai violacee del ragazzo.
La locandiera strinse gli occhi fino a renderli una fessura sottile sottile. “Bene. Primo piano, terza porta a destra. Vi chiederei i soldi in anticipo, ma mi fido di Allan, dopo anni che lo conosco. Anni di caloroso affetto reciproco”.
“Che grande amicizia, cara Dollie. Se fosse possibile avere acqua calda, così Allanuccio qui potrà scaldarsi un po’. Sai com’è. Tutto bagnato, non vorremmo mica che si pigli qualche malanno, no?” e nel frattempo strofinava la mano sul petto del giovane. Mamma mia, senti qua che roba, pensò Faith. Dollie annuì, gridò qualcosa ad un ragazzino lì vicino e ritornò dai suoi clienti.
La stanza era piccola, come aveva detto la locandiera. Ci stava giusto un letto, un piccolo tavolo con una candela e una brocca d’acqua, e un piccolo contenitore per i bisogni.
“Non mi abituerò mai al vaso da notte…” sospirò Faith, e si mise a guardare fuori dall’unica finestra della stanza. Continuava a piovere, e in lontananza si sentiva il rombo del temporale.
“A volte proprio non capisco i tuoi discorsi” disse Allan, mentre cominciava a togliersi le scarpe.
“Eh… sapessi…”.
“Racconta pure. Abbiamo tutto il tempo”.
“E’ abbastanza complicato, non credo potres… ma cosa stai facendo?!”. Allan stava a torso nudo, i vestiti bagnati sparsi per il pavimento. Le mani stavano slacciando la cintura dei pantaloni.
“Mi spoglio. Non per fare il guastafeste, ma non rimango con i vestiti bagnati addosso”.
“Sì, ma almeno… non so… potevi avvertire…” e si mise a riguardare fuori dalla finestra.
“Come se non mi avessi già visto” rise.
“Era buio. E poi… e poi… e poi non si fa!”.
Faith sentì delle mani cingerle la vita, e lui che le respirava sul collo. “Ti chiedo scusa”.
La ragazza si girò, per guardarlo nei suoi stupendi occhi chiari. Ma lo sguardo le cadde inesorabilmente in basso.
“E ti pare il modo di chiedere scusa?! Ma sei nudo??? Oh cielo!” e si lanciò istintivamente verso la porta. La aprì per scappare fuori, e si trovò davanti Dollie che, aiutata dal ragazzino, stava portando la vasca di legno per il bagno. Rimasero tutti impietriti per qualche secondo. Poi il ragazzino prese l’iniziativa e portò dentro la vasca tutto da solo.
“L’acqua calda arriva subito” disse, scendendo di corsa al piano di sotto. Dollie fissò ancora per un po’ la coppia nella stanza e poi se ne andò, gli occhi ancora due fessure sottili sottili.
“Quella prima o poi mi uccide” disse Faith.
“Non per fare il guastafeste, ma me la prenderei anch’io se mi avessi detto quelle cose”.
La ragazza si voltò verso di lui, cercando di evitare di abbassare lo sguardo, ma fortunatamente Allan aveva avuto la decenza di coprirsi con un lenzuolo. “Sì, lo so, ho reagito male. Ma Dollie è una bella donna, più o meno. E se la tirava un po’ troppo. E voleva che tu dormissi con lei. E… e…”
“E sei gelosa”.
“Non è vero!”.
Allan si mise a ridere e si avvicinò per abbracciarla.
“Acqua caldaaaa” e il ragazzino cominciò a portare secchi e secchi di liquido fumante. Quando ebbe finito, la stanza si era riempita di vapore, tanto era piccola. La finestra era stata chiusa per riscaldare l’ambiente, il rumore della tempesta che veniva smorzato, escludendoli dal mondo esterno.
Allan chiuse la porta a chiave, si avvicinò alla vasca, toccò l’acqua e un attimo dopo toglieva il lenzuolo e s’immergeva.
“Finalmente… che bellezza… dai, vieni finché è calda”.
“Come scusa?”.
“Sei fradicia. Togliti quei vestiti e buttati dentro!”.
Faith si stringeva nei pochi abiti che aveva, vergognandosi al solo pensiero di spogliarsi mentre lui stava a guardarla. Ma stava tremando più dal freddo che dalla paura, e non poteva rischiare di prendersi un raffreddore nel Medioevo. “Non guardare!”.
Quando il giovane si mise la mano sugli occhi, Faith cominciò a slacciarsi i nastri del corpetto. Fece scivolare via prima il vestito, poi la sottoveste. Una volta tolta tutta la biancheria, rimase in piedi davanti alla vasca, coprendosi come meglio poteva.
“Ma non ci staremo mai tutti e due” osservò, battendo i denti dal freddo.
“Entra e basta”.
Faith sbuffò e, con l’agilità di un tricheco, s’immerse nella vasca, sedendosi tra le gambe di lui, e dandogli le spalle, così che la vedesse nuda il meno possibile. “Caldina eh?” esclamò, cercando di rilassarsi.
Lui cominciò a bagnarle la schiena, massaggiandola dolcemente. Bagnò le spalle, e poi scese lungo le braccia, per poi risalire verso il collo. Senza rendersene conto, Faith gli stava accarezzando le gambe, massaggiandole dolcemente come faceva lui. Prendendolo come un invito, dalle spalle di lei scese verso i seni, e li afferrò stringendoli tanto da farla ansimare. Lei inclinò la testa all’indietro, fino ad appoggiarsi completamente al corpo di lui. Allan le prese il volto con una mano e la baciò. Faith sentì il calore aumentare, mentre il bacio si faceva più intenso. La mano di lui scese lungo il suo corpo, fino a raggiungere l’angolo in mezzo alle gambe.
“Cosa… no…” ansimò lei, ma Allan non ci fece caso, e la zittì con le sue labbra, mentre continuava ad accarezzarla. Faith poteva sentire l’eccitazione di lui, ma non la lasciava partecipare al gioco. La baciava ovunque: sulle labbra, sul collo, sulle spalle. E la mano che l’accarezzava continuava a farla impazzire, fino a che la fece ansimare più forte. Allan l’abbracciò forte, mentre lei si lasciava cadere sul corpo di lui.
“Tutti così i bagni dalle vostre parti?” chiese Faith, la voce roca.

 

Aprì gli occhi, e sentì un dolore lancinante alla fronte.
“Ma sempre così mi devo svegliare?”. Si guardò intorno, cercando di mettere a fuoco l’ambiente. Sentiva il temporale tutto intorno, e qualche goccia che ogni tanto gli cadeva addosso. Il tetto sembrava di paglia o rami secchi, come pure il pavimento. C’erano delle specie di letti costruiti semplicemente con delle rocce con un lenzuolo sopra, e tanti oggetti vari: pentole, barattoli, coltelli, frecce… e Nigel.
“Hey” gli fece Jack, andandogli incontro.
“Hey” gli rispose il giovane, rimanendo seduto sulla branda, intontito come lui, e con un ematoma su un occhio.
“Uh! Amico, che ti è successo?” chiese il pirata, squadrandolo da vicino.
“Non ne ho idea. Ma tu non ti sei chiesto dove siamo?”.
“Amico, succede spesso di svegliarmi in posti strani…” e si sedette accanto a lui. Nigel sospirò. Non ricordava niente, a parte un giovane che fuori della porta della sala gli aveva sorriso. Poi buio. S’era risvegliato pochi minuti prima di Jack, e non riusciva a capire come fosse arrivato in quello strano posto. Non c’era nessun altro oltre a loro e…
“Dove sono Faith, Claudia e Martine?!” urlò. Il pirata guardò a destra e poi a sinistra.
“Non le vedo”.
“Ma dai?!” e si alzò in piedi a perlustrare ciò che li circondava. Pareva essere una specie di rifugio, e da alcuni spazi tra i rami intrecciati si poteva vedere all’esterno. Erano nella foresta, e pioveva. Forse si sbagliava, forse era solo il rumore della pioggia sulle foglie, ma a Nigel era parso di sentire qualcosa. Vide delle ombre in lontananza, tra gli alberi. C’erano tre uomini, tra loro una donna: Claudia. Uno degli individui era il giovane che gli aveva sorriso, e molto probabilmente era la fonte del suo occhio dolorante. Non appena furono vicini, la parete ramosa si sollevò.
“Nigel! Jack! State bene?”. Claudia corse ad abbracciarli, al culmine della gioia. Gli estranei nel frattempo si sedevano nel rifugio, tranne il giovane che aveva tramortito Nigel. Ora non sorrideva più, anzi. Aveva un’espressione preoccupata.
“Chi siete?” chiese Nigel, una volta lasciato l’abbraccio della ragazza.
“Un po’ maleducato da parte vostra, visto che siete nostri ospiti!” esclamò uno di loro, un tipo barbuto con una strana cuffia di stoffa in testa.
“Un po’ maleducato da parte vostra, visto che ci avete picchiato e portati qui” rispose a tono il pirata.
“Tranquilli ragazzi. Qui siamo al sicuro. Vi presento Much, Little John e… Robin Hood”.
Nigel rimase senza parole. Il tizio che aveva di fronte avrà avuto più o meno la sua età, se non più giovane, e non si trattava d’altri che del famoso fuorilegge. Beh potrò dire di essere stato steso da Robin Hood, pensò tra sé e sé.
“Ma Faith dov’è? E Martine?” furono le domande di Jack.
“Non lo so. Quando siamo scappati, le guardie ci stavano cercando”.
“Sì, ma perché stavamo scappando? Perché ci avete catturati?”.
“Abbiamo sbagliato persona. Credevamo foste i Cavalieri Neri”. Fu Robin a parlare. Spiegò loro la stessa storia che aveva raccontato pochi minuti prima a Claudia. Qualche settimana prima, Marian aveva origliato di nascosto una conversazione tra lo sceriffo e Gisborne. Lo sceriffo stava organizzando una finta festa di compleanno per mascherare un incontro segreto tra lui e i Cavalieri Neri. Incontro dove si sarebbe discusso dell’eliminazione di Re Riccardo e dell’ascesa al potere del principe Giovanni.
“Ogni Cavaliere avrebbe contribuito all’impresa consegnando nelle mani dello sceriffo un quantitativo ingente di oro. L’incontro sarebbe avvenuto in contemporanea con una presunta festa di compleanno. Così l’arrivo dei Cavalieri non sarebbe stato notato tra le moltitudini di nobili presenti. Così, quando abbiamo visto uscire delle persone avvolte in mantelli neri, abbiamo dedotto che fossero i Cavalieri che si accingevano a partecipare all’incontro. Una volta catturati, ci saremmo fatti consegnare l’oro, e li avremmo rispediti a casa. Ma abbiamo fatto un errore, purtroppo”.
“Tutta colpa della tua idea di metterci mantelli neri!” brontolò Nigel verso il pirata.
“Però tengono caldo” e si sedette in un angolo, avvolgendosi come un pipistrello.
“Ho già detto loro che le nostre amiche sono ancora al castello, ma per adesso è troppo pericoloso tornarvici” spiegò Claudia.
Robin si avvicinò, e le mise un braccio intorno alle spalle. “State tranquilli, vedrete che se la caveranno. E vi prometto che torneremo a prenderle”.
“Robin!” esclamò Much.
“E’ colpa nostra se sono nei guai, e sarà nostro dovere rimediare!”.

 

“Ve lo ripeto: non ho idea di dove si trovino! Ero nella sala assieme a voi, non mi sono mossa. Chiedetelo allo sceriffo!”.
“Meglio se state lontana il più possibile dallo sceriffo”. Guy osservava la pioggia allagare il cortile del castello, Martine gli stava accanto, appoggiata al ballatoio. Le guardie avevano cercato ovunque i suoi compagni, senza trovarne traccia. Era scomparso misteriosamente anche Allan, e la cosa metteva in agitazione Gisborne.
“E se… e se i miei compagni fossero stati rapiti da Robin Hood? Voi stesso avete detto che è riuscito ad entrare nel castello” suggerì Martine.
“Che motivo avrebbe Hood di rapirvi?”. Lo disse con un tale tono di disprezzo, che la ragazza si offese.
“Scusate se siamo gente di poco conto per voi”.
Guy si rese conto della durezza delle sue parole, e cercò di scusarsi. Si avvicinò a lei, stava per abbracciarla, ma Martine si ritrasse.
“Scusate. Non volevo offendervi. Non era mia intenzione. Ma conosco Hood, e ogni suo gesto ha un significato. Quindi non vedo come degli artisti come voi possano interessargli” e tornò a fissare il vuoto. Martine gli andò accanto, e gli mise una mano sul braccio. Guy sorrise debolmente.
“Vedrete che tutto si aggiusterà. Conosco i miei compagni, troveranno il modo di comunicare con me e sistemeremo le cose”.
“E allora spero proprio Hood li abbia rapiti, così finalmente lo catturerò”.
Ahia qui tira brutta aria, pensò Martine. “E una volta catturato, ognuno andrà per la sua strada”.
Guy si voltò verso di lei. “Vuol dire che ve ne andrete? Non vi vedrò più?”
“Avrei piacere di rimanere ancora un po’, stare con voi per conoscervi meglio. Ma il mio compito qui è finito. Anzi, non ho nemmeno cantato, quindi dovrei essere già lontana da qui” e sorrise.
“A proposito. Conoscevate i menestrelli che hanno suonato al posto vostro?”.
Ma a questo non sfugge proprio niente, brontolò la ragazza tra sé e sé. “Mi spiace, non ho idea di chi fossero. Ma ringrazio il cielo per la loro presenza. Noi avremmo fatto sicuramente una pessima figura!”.
“Non avete cantato male. Avrei piacere a risentire la vostra voce”.
Martine si strinse forte a lui. Era preoccupata a morte per i suoi amici. Non aveva idea di dove fossero, né come e quando si sarebbero rivisti. Aveva lasciato il GreenId a Faith. Se non fosse riuscita a ritrovarla, sarebbe dovuta rimanere in quell’epoca per sempre. L’idea le raggelava il sangue. Ma appena guardava Guy, appena si stringeva a lui e il calore la avvolgeva, si sentiva al sicuro. Un pensiero le passò nella testa, e la spaventò. Dentro di sé, sperava che Faith e gli altri stessero lontani ancora per un po’, così avrebbe avuto modo di rimanere con Guy più a lungo. Magari era solo una cotta passeggera. Lui era così bello e affascinante, ogni sua parola dolce era una freccia al cuore.
Il flusso di pensieri fu interrotto dall’arrivo di una guardia. “Nessuna traccia di Hood e dei fuggitivi, signore”.
“Cercate in paese, nelle taverne e in ogni casa”. La guardia annuì e corse via. Guy si stropicciò gli occhi con la mano.
“Siete stanco, avete bisogno di riposare”.
“Non posso. Lo sceriffo ha dato degli ordini, e io…”.
“Le guardie hanno i loro ordini? Sanno dove trovarvi?” chiese Martine.
“Sì, ma…”. Cercò di obiettare, ma la ragazza lo stava trascinando verso una terrazza interna del castello. Lo fece sedere su una panca e si mise di fronte a lui.
“Ora chiudete gli occhi” gli ordinò. Guy sbuffò, cercando di rialzarsi, ma Martine lo rimise a sedere e gli puntò minacciosamente il dito contro.
L’uomo chiuse gli occhi. E sentì il tocco delicato della mani di lei sul volto. Con le dita massaggiava lentamente le tempie, poi gli occhi, il naso, le labbra. Sentì i brividi su tutto il corpo quando mise le mani tra i capelli, le dita che solleticavano il capo. Poi le labbra di lei si chiusero sulle sue, e sussultò. Martine gli bisbigliò nell’orecchio “rilassatevi”, e Guy si lasciò andare. La abbracciò forte, appoggiando la testa sulla vita di lei, che continuava ad accarezzarlo dolcemente.
“Perché siete così buona con me? Io non sono una brava persona. Sono crudele, malvagio. Ho ucciso per motivi inutili. Perché non scappate da me?”.
Martine gli sollevò il volto, e lo fissò in quei fantastici occhi verdi, che in quel momento erano lucidi e bisognosi di affetto. “Voi non siete cattivo, siete una vittima. Io riesco a vedere l’amore nel vostro cuore. Basterebbe che voi ve ne andaste lontano da qui. Lontano dallo sceriffo”.
“Non posso. Lui mi considera importante. Ho degli obiettivi, e non posso abbandonare tutto adesso”.
“E allora siete un testone! Nessuno vi vorrà mai bene e rimarrete solo per sempre. Bella compagnia, quella dello sceriffo!”. Brava Martine, che tatto, si rese conto dopo aver parlato.
Gisborne rimase abbracciato a lei, in silenzio. Poi si alzò e, senza guardarla negli occhi, le diede un bacio sulla guancia e la incitò a rientrare nelle sue stanze. “Per stasera sarà meglio che non usciate. Vi farò portare la cena” e si allontanò.
“Ma… quando posso rivedervi?”. Ma lui non le rispose.

 

 

Data di pubblicazione: 7 maggio 2010
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

Lascia un commento