DAGGER: CAPITOLO 2.3

 

27 Febbraio 1193
GIORNO 2
CASTELLO DI NOTTINGHAM

Un rumore improvviso e tutti si svegliarono di soprassalto. Tutti a parte Jack, che continuava a dormire beato come un angioletto, stringendo la sua borraccia piena di rhum.
“Ma che ca…”.
Martine si alzò di colpo, il cuore che batteva a mille. Aveva l’impressione di essersi addormentata da meno di un minuto. Faith al suo fianco aveva la stessa sensazione, mentre si metteva a sedere stropicciandosi gli occhi. Nigel, sdraiato sul divano vicino la finestra, si alzò in piedi di scatto, facendo cadere la coperta, e rivelando dei carinissimi boxer con gli orsacchiotti.
“Non credo siano molto medievali, dei cavalli sarebbero stai più appropriati” esclamò Claudia, che si stava mettendo a sedere sul letto come le altre due ragazze e osservava ridendo l’intimo di Nigel, che questi cercava di coprire come meglio poteva.
Altri colpi alla porta. Qualcuno stava bussando.
“Avanti, è aperto!” brontolò Jack dal pavimento, e si rigirò verso il muro bofonchiando frasi sconnesse.
La porta si aprì e comparve una figura scura. Sarà stato il buio della stanza o la luce che entrava dalla porta aperta, ma nessuno aveva ancora riconosciuto quella presenza misteriosa. Finché non aprì bocca.
“Chi di voi è il capo?”.
Faith, che si stava mettendo gli stivali, al sentire la voce di Allan, perse l’equilibrio e cadde sopra Jack.
“Oh, scusa, non volevo…” cercava di scusarsi la ragazza.
Da parte sua, il pirata non sembrava così arrabbiato, mentre stringeva tra le mani i seni di Faith.
“Beh, io potrei volere, quando e dove vuoi, dolcezza. Anche subito, se hai così tanta fretta di saltarmi addosso” disse Jack, i denti d’oro che brillavano nella semi oscurità. In risposta ricevette uno schiaffo in pieno viso.
“Ok, meritato. Me la vado sempre a cercare…” e si rigirò tra le coperte sul pavimento, iniziando a russare pochi secondi dopo. Nel frattempo, Allan s’era appoggiato alla porta, braccia e gambe incrociate, e uno sguardo tra il divertito e il sorpreso.
“Ragazzi, non per fare il guastafeste ma non ho tutto il giorno. Lo sceriffo vuole assolutamente parlare col capo della vostra banda. ADESSO” furono le sue parole, molto più serie di quanto si aspettassero.
Martine guardò gli altri, e vide che nessuno osava proferir parola. Sarebbe stata sua la responsabilità di addossarsi tutti i pericoli, avendo messo lei nei casini l’intero gruppo. Si stava già alzando dal letto, quando Faith le mise una mano sulla spalla.
“Vado io” disse l’amica.
“Faith… no…”
“Tranquilla. Credo di potermela cavare meglio di tutti in questa situazione”.
“Sì, ma… lo sceriffo…”
“Ho visto abbastanza film e letto abbastanza libri per sapere che mi troverò davanti un essere crudele e sadico. Me la caverò, fidati”.
“Non ti lasciamo andare da sola” disse Claudia.
“Mi porto Nigel, contente?” e prese il ragazzo per un braccio. Nigel non era così convinto della decisione, ma sicuramente avrebbe difeso Faith con la sua vita. Più o meno, pensò tra sé e sé.
“Vi siete decisi? Bene. Seguitemi” e Allan si incamminò lungo il corridoio.

 

“Perché Faith ci mette così tanto?!”. Claudia andava avanti e indietro per la stanza. Ormai era passata quasi un’ora da quando i due amici si erano allontanati con Allan.
“Ho un brutto presentimento. Io vado a cercarla” decise la ragazza, mentre si metteva sulle spalle il mantello. Martine si alzò in piedi, e cercò di fermarla.
“Non credo sia saggio andarsene in giro per il castello. Ci saranno guardie ad ogni porta, e non sappiamo dove siano adesso Faith e Nigel. Magari… magari lo sceriffo aveva altre udienze in giornata e li ha potuti ricevere solamente adesso!”. Anche se aveva cercato di essere il più convincente possibile, Claudia sembrava risoluta ad andare a cercare l’amica.
“Non mi sembra sicuro dividerci ulteriormente. Non conosciamo questo castello, potresti perderti o venire catturata per sbaglio. Meglio aspettare”.
“Ho guardato abbastanza episodi di Merlin per sapermi destreggiare in un castello. E poi dimentichi che sono scozzese. I castelli sono nel nostro DNA. Inoltre, siamo imprudenti per natura”. E detto questo, si coprì il capo col cappuccio, e aprì la porta.
“Almeno lascia che Jack venga con te. Mi sentirei più sicura”.
Claudia la fissò, alzando un sopracciglio.
“Più sicura?!”.
“Mi sa che l’unica ad aver fede in me sei tu, mio dolce bon bon” sorrise Jack, dando un buffetto sulla guancia a Martine, e avviandosi deciso verso il corridoio.
“Aspettami!” gli urlò Claudia, fissando per un momento la ragazza davanti alla porta, prima di correre dietro al pirata.
“Ecco. Ottimo. E adesso che faccio?” si chiese Martine, chiudendo la porta dietro di sé.
Attraversò la stanza e si affacciò alla finestra. Era una bellissima giornata di sole, e dall’alto della loro stanza si poteva vedere tutta la città di Nottingham. La gente si affaccendava dentro e fuori delle mura. Commercianti con i loro negozi, contadini che vendevano i prodotti del loro orto, gli ubriachi fuori dalle osterie, stranieri di passaggio. Tutti sembravano avere qualcosa da fare. Tranne Martine.
La ragazza strinse tra le mani il Greenid, che teneva legato al collo come un ciondolo. Alla luce del sole splendeva di un magnifico verde smeraldo.
Sembrava tutto così incredibile, che se non vi ci fosse trovata in mezzo, non l’avrebbe mai creduto possibile. Si sedette sul letto, e tirò fuori da una delle sacche il manuale della macchina del tempo.
“Almeno ho qualcosa da leggere…”.
Ma con i suoi compagni dispersi per il castello, senza sapere quando sarebbero tornati, era difficile leggere mantenendo la concentrazione. Aveva ormai riletto la stessa frase per cinque volte, quando qualcuno bussò alla porta. Martine sperava fossero i suoi amici. In ogni caso, si avvicinò con fare prudente alla porta.
“Sì?”.
“Aprite”. La voce era profonda e autoritaria. Fosse stata nel futuro, non avrebbe aperto per nulla al mondo, anzi. Avrebbe tirato il chiavistello e impugnato la mazza da baseball. Ma quella porta non sembrava così sofisticata e resistente, ed era meglio non peggiorare la loro situazione. Aprì lentamente la porta e, quando alzò gli occhi, davanti a lei c’era sir Guy di Gisborne.
“Sono venuto a prendere voi e i vostri compagni”.
“Ehm… ah… certo, capisco. Ma al momento siamo un po’… come dire… impegnati”.
L’uomo in nero allargò gli occhi.
“Impegnati?!”.
“Nelle prove. Sa come sono gli attori. Provare provare provare” e rise nervosamente. Ma Gisborne non sembrava affatto divertito, né convinto.
“Lo sceriffo vi sta aspettando. Sbrigatevi”.
Martine era come raggelata dal tono duro dell’uomo. Non aveva le forze per mentirgli ancora, vista anche la presenza al fianco di Guy di una lunga spada. Sperava di non mettere a rischio la vita dei suoi amici rivelando la verità.
“Ecco, vedete… al momento ci sono solamente io. Due miei compagni sono stati chiamati poche ore fa dallo sceriffo, mentre gli altri due sono usciti a… uhm… cercare la cucina. Sa com’è, quando la fame ti assale…”
Lo sguardo di Gisborne si fece ancora più gelido.
“Chiamati dallo sceriffo? La cucina? Credete forse che io sia uno stupido? Lo sceriffo ha incaricato me di venirvi a prelevare, e si da il caso io arrivi or ora dalla cucina, e non ho visto nessuno dei vostri compagni. Ora voi mi seguirete dallo sceriffo, senza fare scherzi. Dei vostri amici mi occuperò più tardi” e strinse la mano sull’impugnatura della spada. Martine sentì il cuore fermarsi, mentre usciva dalla porta. Gisborne l’afferrò per un braccio, e la trascinò lungo il corridoio. Ma la ragazza non riuscì a stare in silenzio.
“Il vostro sottoposto, tale Allan A Dale. Lui è venuto a prendere i miei compagni. Magari non vi è stato riferito…”.
Guy si fermò, e lentamente si girò verso di lei.
“Allan? Quando?”.
“Più o meno un paio di ore fa. Ha detto chiaramente che lo sceriffo voleva vedere il capo del nostro gruppo”.
Gisborne stette in silenzio, come per riflettere.
“Effettivamente… stamattina ho tardato a venirvi a prelevare. Problemi… personali” e si incupì ancora di più, la presa sul braccio di Martine che si allentava un po’.
“Ecco! Magari lo sceriffo si è spazientito e ha mandato Allan a chiamarci!”.
La stretta torno a serrarsi sul braccio della ragazza, e l’uomo in nero riprese a camminare.
“Ciò non giustifica gli altri vostri compagni. Pregate che non abbiano fatto altro che rovistare tra le pentole…”.

 

Allan camminava svelto per i corridoi, ma Faith teneva tranquillamente il passo. Nigel, invece, inciampava spesso sulle pietre sconnesse del pavimento, o urtava le guardie lungo il cammino.
“Posso farvi una domanda?” chiese la ragazza, interrompendo il silenzio.
“No”.
Ma Faith non si fece scoraggiare.
“Se voi siete Allan A Dale… perché lavorate per lo sceriffo?”.
Allan non rispose.
“Voi siete uno dei fuorilegge, uno degli uomini di Robin Hood. Non dovreste essere qui, ma nella foresta!”.
L’uomo si fermò, la guardò per qualche secondo, poi riprese a camminare.
“Signora, è meglio se tappate la vostra gentil bocca” e accelerò il passo.
Arrivarono davanti ad una porta, che si apriva su una grande sala. Dopo aver sceso delle scale, si trovarono davanti a una specie di trono. Su di esso, sedeva un uomo di mezza età.
Lo sceriffo di Nottingham, pensò Faith, con evidente emozione. C’erano varie persone che parlavano con lui. Uno sembrava decisamente un sarto. Stava prendendo le misure di alcune stoffe appoggiate sul tavolo, per poi tornare a misurare le braccia dello sceriffo.
Le varie udienze andarono avanti per quasi un’ora, sembrava stessero ultimando i preparativi per un grande evento. Poi tutti uscirono contemporaneamente.
“Sceriffo, vi ho portato due degli artisti, come avevate chiesto”.
Allan si mise alle spalle di Faith e Nigel, mentre l’uomo sul trono si alzava e veniva verso di loro.
“Bene bene. Bene! Ah, la musica. Attendo sempre con ansia il mio compleanno per festeggiare con della buona musica. Ditemi, è tutto pronto?”.
Silenzio.
“Ah… eh… certo, vostra signoria” rispose Nigel, con un inchino.
“Ottimo! La lettera con la lista delle ballate vi è arrivata per tempo? Uhm? Spero siate all’altezza, le canzoni scelte non sono facili da interpretare. L’ultimo gruppo di musicanti… beh… ha terminato qui la sua carriera, purtroppo” e lo sceriffo fece una faccia da finto addolorato.
“Ehm… lettera? Lista?”. Faith stava sudando freddo.
“Non vi è arrivata? Dannazione! Allan!!! Hai spedito subito la lettera come ti avevo ordinato?”.
“Certo signore”.
“Dannato servizio postale! Di sicuro c’è lo zampino di Hood…” e lo sceriffo batte i piedi a terra.
Faith sobbalzò. Hood. Robin Hood!
“D’accordo. Niente problema. Se siete dei bravi artisti conoscerete ogni ballata. Giusto? Dunque, ecco la lista…” e cominciò ad elencare una serie di opere tipicamente medievali. I due ragazzi erano come impietriti. Avevano sentito parlare di tutte quelle ballate, ma non era mai stato trovato alcun reperto circa la melodia di esse.
“Tutto chiaro?” chiese lo sceriffo.
“C-certo, mio signore” rispose la ragazza, con un inchino.
“Ottimo! Magnifico! Potete usare tutto ciò che vi serve, senza problemi. Allan vi farà da guida per il castello e la città. Ecco il mio lasciapassare” e mise una pergamena nelle mani di Nigel.
“Ottimo, ottimo!” continuava a canticchiare, mentre tornava al suo trono sfregandosi le mani. Faith si sentì il braccio essere tirato con forza. Allan li stava riportando alla loro stanza.
“E adesso come facciamo?” chiese Nigel sottovoce, mentre camminavano per i corridoi.
“Non ne ho idea. Se non cantiamo esattamente quello che vuole lui, credo la nostra missione finirà anche troppo presto!”.
Dopo aver girato un paio di corridoi, Allan si fermò, tirò fuori una chiave, aprì una porta e spinse dentro i due ragazzi. Poi richiuse la porta dietro di sé.
“Non è la nostra stanza…” osservò Nigel con crescente terrore.
“Chi siete?”.
Il giovane li fissava con i suoi occhi di ghiaccio.
“Siamo artisti. Ci avete chiamati per il compl…” ma la ragazza non riuscì a finire la frase.
“Non ho mai spedito la lettera dello sceriffo” ammise Allan, “e voi non sapevate niente del compleanno dello sceriffo” .
Faith rimase a bocca aperta, incapace di parlare. Erano nei casini.
“Sentivo che c’era qualcosa che non andava, fin da quando vi ho trovati nella foresta, così vicini al covo di Robin. E adesso vi ho sentiti parlare di una missione. Parlate. O vi ficco questa in gola” e in due seconda la spada era puntata contro di loro. Nigel si mise coraggiosamente di fronte a Faith, ma tremava da capo a piedi.
“Parlate! Subito!”.
“E’ vero! Non siamo artisti di strada!” urlò la ragazza.
“Faith!”. Nigel si girò, sconvolto.
“Abbiamo una missione da compiere, questo è vero. Ma non ha niente a che fare con lo sceriffo o voi, Allan. Siamo alla ricerca di un oggetto, e le nostre fonti ci hanno portato a Nottingham”.
“Che oggetto?”
“Non lo sappiamo. Purtroppo l’unico indizio che abbiamo ci dice che tra due settimane questo oggetto si troverà qui”.
Allan era scettico, ma voleva saperne di più.
“A cosa vi serve?”
“Non possiamo dirvelo. Mi spiace”.
La punta della spada toccò il collo di Nigel, premendo sulla pelle.
“Ve lo giuro! Non ha niente a che fare con voi! Vi prego, lasciateci andare!”. Faith si era avvicinata ad Allan e lo stava guardando con occhi supplicanti. Il ragazzo la fissò a lungo, tenendo sempre la spada sul collo di Nigel, che non si muoveva di un millimetro.
“Non siete della banda, giusto?”
“Banda? No, ve l’ho detto, non siamo artisti”.
“No, io intendevo… la banda di Robin Hood. Non vi ha mandati lui, vero?”.
“No, mi spiace. Agiamo da soli” fu la risposta di Faith. Allan continuava a fissarla, tanto che la ragazza faceva fatica a sostenere quello sguardo profondo e freddo. Il ragazzo rinfoderò la spada, con sommo piacere e sollievo di Nigel.
“Voi due. Seguitemi”.
Allan riaprì la porta, si guardò in giro e si incamminarono di nuovo per il corridoio.
“Stiamo tornando alle nostre stanze?” chiese Nigel.
“No”.
“Dove…” sussurrò Faith.
“Vi salvo la vita. Vi porto alla locanda. Lì c’è un mio vecchio amico che sa tutto sulle ballate che vi ha chiesto lo sceriffo”.
La ragazza si fermò.
“Avanti, camminate!” le intimò Allan.
“Perché volete aiutarci?”.
Aveva un’espressione triste, ma al tempo stesso molto dolce.
“Perché… perché sento che siete delle persone buone. E voi…” disse rivolgendosi alla ragazza “la canzone che avete cantato… beh… mi ha colpito. Adesso seguitemi, prima che cambi idea”.
Faith sorrise. Sotto sotto, il fuorilegge di Sherwood viveva ancora. E si incamminarono di nuovo.

 

Martine non aveva sbagliato di molto nel mentire a Guy di Gisborne. Claudia e Jack si ritrovarono nella dispensa del castello.
“Jack, andiamo!”.
Il pirata stava raccogliendo tutto ciò che trovava in giro: cibo, vestiti, strani arnesi da cucina.
“Tesoro, ci sto salvando la pelle. Fidati” e continuò a riempire un enorme cassa di legno.
“Di grazia, come credi di riuscire a spostare tutta quella roba?!”.
Claudia stava impazzendo. Nell’aggirarsi per i corridoi, per loro fortuna avevano incontrato poche guardie. Ovviamente erano stati fermati ogni volta. Ma con grande stupore della ragazza, il pirata era sempre riuscito ad imbambolare tutti.
“Il rhum fa miracoli, dolcezza” aveva detto, agitando la borraccia ormai vuota.
Sì, è anche i pezzi d’oro che gli hai dato, pensò Claudia. E adesso come pensava di svaligiare la dispensa del castello senza che lo mettessero direttamente ai ferri?
“Guardia!” urlò Jack.
Alla ragazza per poco non venne un colpo. Una delle guardie che stavano fuori entrò di corsa, la lancia puntata verso di loro.
“Porta questa cassa nelle nostre stanze” ordinò il pirata.
“Non ho avuto alcun ordine di…”
“Vuoi contraddire lo sceriffo nel giorno del suo compleanno? Come credi reagirà quando verrà a sapere che i suoi artisti preferiti non sono riusciti a prepararsi per tempo, e che non si esibiranno?”. Sebbene portasse l’elmo e una cotta di maglia gli coprisse il viso, Claudia vide la guardia spaventarsi e correre subito a chiamare rinforzi. Il pirata sorrise e fece l’occhiolino alla ragazza.
“Vedi, mia cara? Anni e anni di esperienza in bugie e tranelli!”
“No Jack. Siamo solo fortunati che le guardie sono totalmente incompetenti. E’ un classico”.
Il pirata sbuffò e si mise sulle spalle un lungo pezzo di stoffa nera.
“E quello dove l’hai trovato?” chiese Claudia.
“Stava vicino alle stoviglie. Credo siano le tovaglie dello sceriffo. Lugubre il nostro cattivone!”.
“Mettile giù, e andiamo via di qui. Dobbiamo cercare Faith e Nigel!”. Invece Jack prese tutte le tovaglie e le mise nella cassa.
“La tua amica e il tontolone sono appena usciti dal castello”.
“Come, scusa!?”.
“Guarda tu stessa dalla finestra”.
La ragazza corse verso l’apertura sul muro e sbirciò fuori. Tra la gente in mezzo al mercato intravide i loro compagni. Ed erano assieme ad Allan A Dale. Li seguì con lo sguardo, e vide che entravano tutti insieme in quella che pareva una locanda.
“Jack, riesci a portarci fuori dal castello?”. Ormai Claudia cominciava più o meno a fidarsi delle doti nascoste del pirata.
“Ma certo, mio bocciolo di rosa. Fritz!” disse rivolto alla guardia.
“Mi chiamo Jonas, signore”.
“Preferisco Fritz. Ascolta, non abbiamo trovato i bicchieri giusti per creare i nostri effetti di luce e suono con l’acqua. Sai, bling bling, baraliling. Portaci alla locanda qui sotto”
“Ma signore… non credo di avere l’ordine di…”
“Happy Birthday, dear Vasey… happy birthday dear sheriff…” canticchiava il pirata, mentre usciva dalla porta. Fritz (o Jonas), abbassò la testa sconsolato e, rivolto a Claudia, disse “prego mia signora, da questa parte”. Claudia tratteneva a stento le risate, ma riuscì a mantenere un contegno degna di una vera lady.

 

Gisborne entrò nella sala, mandando avanti Martine. Un uomo di una certa età, vestito anch’egli di nero, si girò verso di loro.
“Ah Gisborne! La puntualità oggi non è il tuo forte!”
“Signore”. Il tono era un misto tra il sottomesso e l’irritato.
“Ho mandato Allan a prendere gli artisti, visto che non arrivavate. Ora i preparativi sono quasi ultimati!” sorrise, e vide solo in quel momento che Gisborne non era solo. Guy si accorse dello sguardo interrogativo dell’uomo, e fece le presentazioni.
“Così siete anche voi una degli artisti? Bene, bene. Molto carina, come la tua compagna. Spero vi tratterrete anche dopo la festa, avrei piacere di ascoltarvi entrambe nelle mie stanze” e le accarezzò la guancia. Martine rabbrividì. Guy sembrava disgustato.
“Signore, credo dovreste pensarci bene prima di fidarvi del tutto di questi “artisti”. Due di loro sono usciti dalla stanza non accompagnati e adesso vagano per il castello. Ho già avvisato le guardie di cercarli”.
Lo sceriffo si avvicinò al viso dell’uomo.
“Gisborne… tu mi parli di fiducia nelle persone… che mi dici allora della dolce Marian? Non la vedo accanto a te. Come sempre del resto”
Martine si stupì nel sentir balbettare l’uomo accanto a lei.
“M-marian… è dovuta partire. Stamattina… ha lasciato u-una lettera, andava a trovare una zia a York… ho provato a fermarla, ma…”
“…ma non ci siete riuscito, eh Gisborne? Che novità”. Il tono dello sceriffo era ironico e crudele. Martine si girò, e vide che Guy fissava il pavimento.
“Bene, Gisborne. Trovate gli artisti fuggitivi e controllate che tutti sia a posto per domani. E cercate di scoprire di quale zia di Marian si tratti”.
“Signore” e la ragazza si sentì di nuovo prendere per il braccio. Nel fissare a terra per evitare di inciampare nel vestito, Martine vide una leggera luminescenza attraverso la stoffa del corpetto. Il Geenid.
“Avanti, camminate!”. Guy la tirava sempre più forte.
“Mi fate male, aspettate!”.
“Non ho tempo da perdere con voi”. Sembrava fosse davvero arrabbiato. Una delle guardie gli si avvicinò, e riferì che i due stranieri erano stati visti nella dispensa. Gisborne fissò Martine.
“Ve l’avevo detto che avevano fame”.
“Sono ancora lì?”.
“Nossignore” rispose la guardia. Spiegò che il più strano dei due aveva mezzo saccheggiata la dispensa per organizzare lo spettacolo del giorno dopo. E che avevano poi espresso il bisogno di raggiungere la locanda fuori dal castello.
“Avete visto Allan?” chiese infine.
“Ha portato gli altri due artisti nella stessa locanda qualche istante prima”.
Gisborne rimase qualche secondo a pensare, poi riprese a camminare, senza però più strattonare la ragazza. Anzi, sembrava che non gli interessasse più niente di lei. Ma a Martine interessava dove stava andando l’uomo.
“Sir Guy, aspettate! Vengo con voi!”.
“No, voi tornate nella vostre stanze. Guardia, accompagnatela. E badate bene che non perda la strada come i suoi amici” e se ne andò.
“No, aspettate!” ma non servì a nulla. La guardia scortò Martine alla stanza, chiuse la porta a chiave se si mise a piantonare l’entrata.
La ragazza era furiosa, confusa, spaventata ed emozionata. Il Greenid aveva dato un segnale, seppur flebile, ma non era riuscita a capire dove potesse trovarsi il pezzo della daga. Lo sceriffo era un persona subdola, crudele e sadica. Proprio come se l’era immaginato. Invece Guy era leggermente diverso. L’aveva trattata male, ma quando era stata nominata Marian, aveva visto in lui un lampo di umanità.
Ma non aveva tempo di pensare a queste cose. Doveva trovare il modo di uscire dalla stanza.
“Perché diavolo sono andati a quella locanda? E con Allan, poi?”. Si guardò in giro.
“I muri di questi castelli solitamente nascondono porte segrete…”. O forse erano solo trucchi cinematografici per salvare gli eroi del film? Martine sperò non fosse così. Toccò ogni centimetro dei quattro muri che formavano la stanza. In alto, accanto al letto, notò che una pietra sporgeva maggiormente rispetto alle altre, e che sembrava aver molto spazio vuoto intorno.
“Tentar non nuoce…” e provò a spingerla. Niente.
“Dai… so che sposti qualcosa” e premette più forte. Niente.
“Dannazione!” e vi si aggrappò. La pietra si spostò in basso, e si sentì un rumore di ingranaggi. Poi della polvere uscì da dietro il letto.
“Ha ha! Bingo!” e spostò il letto. Dalla fessura, larga pochi metri, arrivava luce e aria fresca. Martine vi si infilò dentro e cominciò a percorrere il passaggio segreto.
“Fa che mi porti fuori e in tempo…”.

 

Faith, Nigel, Claudia e Jack uscirono dalla locanda. Allan li aveva affidati a Bob, un vecchio irlandese che da anni ormai viveva in Inghilterra, e che era conosciuto da tutti per la sua grande memoria in fatto di ballate e canzoni.
“E grande Bob! Che vecchietto simpatico e generoso” esclamò Claudia, stringendo tra le mani un vecchio volume in pelle pieno di pergamene: le melodie e i testi delle ballate, messe nero su bianco da Bob nel corso degli anni.
“E grazie ad Allan” aggiunse Faith.
“Senza di lui saremmo sicuramente stati il regalo perfetto per il compleanno dello sceriffo: una bella impiccagione pubblica”.
“Io non mi fido ancora del tutto” ammise Nigel, che si massaggiò il collo dove era stato minacciato con la spada.
“E fai bene” disse Jack, indicando l’entrata del castello. Guy di Gisborne, seguito da quattro guardie, stava venendo verso di loro. Non li aveva ancora visti, grazie alla moltitudine di gente che affollava il mercato.
Corsero di nuovo dentro la locanda e, sedendosi vicino ad una finestra, osservavano Gisborne che si avvicinava sempre più.
“Sapevo che non ci si poteva fidare di quel Allan!” mugugnò Nigel. Faith non sapeva cosa dire. Voleva credere alle buone intenzioni del fuorilegge, ma adesso ogni prova era contro di lui.
“Dobbiamo nasconderci” propose Jack, che stava già per alzarsi dal tavolo.
“Ma lo sceriffo ci ha dato un lasciapassare. Ha detto che potevano andare dovunque!” disse Faith, mostrando la pergamena.
“Ma con una piccola clausola, ovvero scortati dal caro e fidato Allan!”. Il tono di Nigel era duro e preoccupato. Però non aveva tutti i torti.
“Guardate!” urlò Claudia. Si voltarono tutti verso la finestra. Gisborne era appena uscito dalle mura interne del castello, quando Martine lo aveva raggiunto correndo e si era parata di fronte a lui.
“Cosa ha intenzione di fare?!” sussurrò Faith, terrorizzata.

 

Le guardie la presero per le braccia.
“Vi avevo detto di tornare nelle vostre stanze. Vedo che avete proprio intenzione di non collaborare”.
“Io collaboro solo se vengo trattata in maniera educata. Dite subito alle vostre guardie di lasciarmi”.
Gisborne sorrise e le si avvicinò.
“Voi ditemi perché i vostri amici si sono nascosti alla locanda, e io vi lascio andare”.
La ragazza sostenne lo sguardo dell’uomo, ma non disse niente. Cosa avrebbe potuto dire?
Guy si girò di nuovo verso la locanda.
“Se Marian non vi vuole è perché siete un maleducato, violento e crudele!”.
Martine sapeva da quello che le aveva raccontato l’amica che sir Guy di Gisborne non era solo un assassino, come descritto nella leggenda, ma che c’era anche un risvolto romantico nella storia. Aveva amato lady Marian, proprio come Robin Hood. Aveva anche provato a sposarla, ma la dama aveva scelto di stare con il fuorilegge, tradendo la fiducia di Gisborne più e più volte. Vista la reazione che aveva avuto nella sala dello sceriffo, aveva deciso di tentare un’azione estrema. E ottenne un risultato.
Guy si fermò e tornò velocemente verso di lei. La prese per entrambe le braccia, portandola vicina a sé. I suoi occhi facevano paura, e un sorriso crudele aveva fatto capolino sul suo volto.
“Portatela nelle mie stanze” ordinò alle guardie, mantenendo però un tono basso della voce, che fece venire i brividi alla ragazza.
“Vi mostrerò, mia signora, come sono gentile ed educato con una dama come voi”. Le guardie la portarono via, mentre Martine cercava di liberarsi.
Allan stava scendendo le scale del castello, e vide la scena.
“Guy, cosa stai facendo? Che è successo?”.
“Dimmelo tu che è successo. Come ti sei permesso di portare fuori questa gente? Lo sai che nessuno può girare per il castello…”
“… senza un permesso scritto dello sceriffo. Lo so. E loro ce l’hanno. Se non mi credi, ti porto da loro. Eccoli lì”. Allan era tranquillo come un angioletto, mentre indicava quattro persone appena fuori dalla locanda. Faith, Claudia, Nigel e Jack erano usciti di corsa non appena Martine era stata portata via a forza. Gisborne vide che una delle ragazze stringeva nelle mani una pergamena, dalla quale scendevano i sigilli dello sceriffo.
Gisborne era furioso e, senza proferir parola, tornò sui suoi passi.
“Ora che è stato tutto chiarito, puoi lasciare andare la ragazza, no?” gli urlò Allan. Guy si voltò verso di lui.
“Di lei me ne occupo io. E’ sfuggita alle guardie, si è ribellata e va punita” e rientrò al castello. Nel frattempo gli altri erano arrivati davanti alle scale, e Faith raggiunse Allan.
“Dove ha portato la nostra amica?”.
“Mi spiace, non ho potuto fare niente per lei. Ma vi posso assicurare che Guy non le farà del male”. La faccia del giovane non era però molto convincente.

 

 * * *

 

“Come ho potuto essere così stupida?”.
Martine s’era seduta vicino alla finestra, la testa tra le mani. Tratteneva a stento le lacrime, che volevano scendere più per rabbia che per paura.
“Guardi tanti film, ti lamenti della stupidità dei personaggi e poi agisci come loro?!”.
Non riusciva a capacitarsi della situazione nella quale s’era andata a cacciare. Quante volte aveva scherzato con Faith guardando un horror in TV, quando l’eroina del film si avventurava in una casa buia e disabitata in piena notte, e ovviamente ci rimaneva secca per colpa di un assassino vampiro zombie e mummificato che brandiva un’ascia bipenne con mitra incorporato?
E cosa aveva fatto lei, alle prime avvisaglie di pericolo? Era rimasta lucida e tranquilla? No. Era scappata dalla sua stanza controllata dalle guardie, passando attraverso un cunicolo segreto; aveva sfidato altre quattro guardie, e niente di meno che Guy di Gisborne; infine aveva insultato il braccio destro dello sceriffo davanti ai suoi uomini. Che dire?
“Stupida, stupida, stupida!”.

 

“Stupida, stupida, stupida!”.
Faith lanciò un calcio contro la porta, mancando per un pelo la gamba di Jack.
“Hey dolcezza, noi non ne abbiamo colpa” fu la risposta del pirata, che accarezzò le travi di legno alle sue spalle. Ma venne fulminato dalla ragazza, che tornò sui suoi passi e gli puntò gli occhi addosso.
“Non è colpa tua?! Te ne sei andato in giro per il castello a raccoglier tovaglie!” e gli tirò addosso il pezzo di stoffa nero che stava nella cassa lì accanto.
“Allora prenditela con me, non con Jack. Sono stata io a volerti venire a cercare”. Claudia si sentiva un po’ in colpa per aver lasciato Martine da sola, ma sentiva che in quel momento era la persona meno in pericolo e che sarebbe stata al sicuro in quella stanza.
“Appunto. Aspettare qui pareva brutto” brontolò Faith.
“Scusa se mi sono preoccupata per la mia amica, la prossima volta ci penserò due volte prima di andare a salvarla a costo della mia vita” le urlò dietro Claudia. Nigel cercò di mettersi in mezzo alle due ragazze, ma non ci fu bisogno di passare alle maniere forti. Le due amiche si sedettero ai lati opposti della stanza, in silenzio.
“Ragazze, calma. Se iniziamo a litigare tra di noi, peggioriamo le cose. Se c’è una cosa che ho imparato con Sidney, è che c’è sempre una soluzione. Può capitare che la via della salvezza sia più ardua da trovare, ma alla fine si trova sempre la luce alla fine del tunnel”.
Silenzio.
“Ok, ho detto una cavolata, sto zitto”.
“No Nigel, hai perfettamente ragione” disse Claudia, alzandosi e andando verso l’amica.
“Pace?”.
“Sei venuta a cercarmi perché credevi fossi in pericolo, come potrei odiarti?” e Faith si alzò ad abbracciare la ragazza.
“Mmm, che bello spettacolo”. Jack osservava deliziato le due amiche abbracciate.
“Pervertito” fu la loro risposta in coro.

 

“Allan, meno ti vedo e meglio sarà per te”.
Guy stava uscendo dalle stanze dello sceriffo, quando notò accanto alla porta il suo sottoposto.
“Guy, non pensi di essere stato un po’ troppo crudele con quella ragazza?”.
“No”
“Non è del posto, non sa come comportarsi. E’ un’attrice, che grilli vuoi che le passino per la testa?”.
Allan cercava in tutti i modi di aiutare Martine, sebbene non la conoscesse affatto. S’era fidato ciecamente di quell’altra ragazza, Faith, e voleva credere che anche la sua amica fosse della stessa pasta.
Gisborne continuava a camminare a passo veloce per i corridoi del castello, senza badare minimamente all’uomo alle sue spalle. Una volta in prossimità delle sue stanze, Guy si fermò e chiamò a sé due guardie.
“Voglio che nessuno, e con nessuno intendo anche il signor Allan” e lanciò un’occhiata alle sue spalle “entri da quella porta. Voglio che vi mettiate all’inizio del corridoio. E che nessuno mi disturbi. Sono stato chiaro?”.
Le guardie annuirono, ma Allan capì che il messaggio era rivolto principalmente a lui. Si avviò verso la parte opposta del castello, e pochi minuti dopo si trovò dinanzi la stanza che ospitava gli stranieri. Sentiva delle voci abbastanza alterate provenire dall’interno seguite da alcuni minuti di silenzio. Poi bussò. Una corsa, la porta che si aprì di scatto. Allan si trovò a pochi centimetri dal volto di quella ragazza, e rimase qualche secondo senza parole.
“Sì? L’avete trovata? Dov’è? Sta bene?” chiese Faith, guardando alle spalle del ragazzo. Allan sentì il profumo della ragazza, mentre lei lo sfiorava, e iniziò a balbettare.
“Sì, cioè volevo dire no”.
“Non sta bene?”. Tutti s’erano avvicinati preoccupati.
“No, volevo dire che sì, l’ho trovata. Cioè, so dov’è”.
“Ma sta bene? Possiamo andare da lei?”.
“No, non potete. Mi spiace”.
“E adesso? Che possiamo fare?”.
“Aspettare fino a domani mattina, di sicuro sarà di nuovo tra voi per l’ora di colazione”.
Faith lo fissò attentamente. Allan deglutì.
“Dove si trova? Ditemelo!”.
“Ah… ah, io… niente di grave, non è finita in cella, se è questo che vi preoccupa” e le fece un mezzo sorriso. Faith sentì la salivazione aumentare alla vista di quel viso sorridente, e per poco non sorrise a sua volta come un’ebete, ma ritornando in sé un attimo dopo al pensiero dell’amica in pericolo.
“Non sarà… non mi direte che è stata portata nelle stanze di Gisborne, vero?”.
Il ragazzo sospirò. “Se vi dicessi il contrario, stareste più tranquilla?”.
Claudia si mise una mano davanti alla bocca, Nigel una mano tra i capelli. Jack mise le mani intorno alla vita di Faith, che lo liquidò con una gomitata all’indietro e chiese, sapendo già la risposta, “di grazia, quale può essere l’utilità della mia amica nella stanza di sir Guy?”.
Allan divenne improvvisamente serio, quando alle sue spalle arrivarono le guardie con la cena.
“La vostra amica ha disobbedito ad un ordine e ha insultato sir Guy di Gisborne. Lui deciderà la giusta punizione, e voi non potrete far niente. Con permesso”. Fece un leggero inchino e, lo sguardo serio, fissò Faith. La ragazza, gli occhi che si facevano lucidi, sentì che in quello sguardo c’erano tutte le scuse e l’impotenza di Allan.

 

La porta si aprì. Martine si alzò di scatto dalla sedia, e fissò l’uomo che era appena entrato. Guy richiuse la porta dietro di sé, bloccandola. Poi si avvicinò al tavolo accanto a lei. Non l’aveva ancora guardata, ed era come se lei non fosse nemmeno nella stanza mentre lui si toglieva i guanti di pelle nera. Martine si soffermò ad osservarlo.
Era una vera e propria presenza oscura, che incuteva timore al solo guardarlo. Era vestito di nero, giacca e pantaloni in pelle. Anche i capelli erano neri, ma osservò con piacere che aveva dei bellissimi occhi verdi. E trasalì quando si accorse che quegli occhi la stavano guardando.
“Come conoscete Marian?”.
Martine non si aspettava quella domanda, e rimase a bocca aperta per qualche secondo.
“Ecco… Marian… io… io… siamo amiche d’infanzia”.
Guy chiuse gli occhi e sospirò. “Non siete di Nottingham, come…”.
“Quando… quando…” e Martine si ricordò di cosa Guy aveva detto poco tempo prima davanti allo sceriffo.
“Quando è venuta per la prima volta a York, a visitare gli zii. La mia famiglia abitava accanto alla sua, e io e Marian giocavamo spesso assieme. Sembravamo quasi sorelle”. Salva, pensò.
“Marian… Marian vi ha parlato di me?”. Sembrava che il solo pronunciare quel nome gli facesse male.
“Q-qualche volta, in qualche lettera. Non l’ho più vista spesso come quando eravamo bambine. Mio padre era un attore ed eravamo sempre in giro per l’Inghilterra”.
Guy si sedette sul letto e rimase in silenzio a fissarla.
“Disse che a castello c’era un cavaliere, dal carattere duro e scontroso. Che… che la seguiva ovunque, e che le faceva mille regali. E che un giorno le ha chiesto di sposarlo” e Martine pregò di non aver detto delle grandi cavolate, e che le storie che le aveva raccontato Faith fossero vere e non mere leggende.
“Vi ha anche detto come è andata a finire?” sussurrò appena.
“Lei ha… cambiato idea… e poi… il fuorilegge Robin Hood l’ha rapita e portata nella foresta”.
Guy si alzò e si avvicinò piano a lei.
“E come credete mi sia sentito? Come pensate io viva ogni giornata”.
Martine sentì il cuore battere a mille, la paura che cresceva mano a mano che l’uomo si avvicinava.
“Distrutto. Col cuore spezzato. Tradito” disse con un soffio di voce.
“Esattamente. Voi avreste fatto lo stesso?”.
Alzò lo sguardo e incrociò quello di lui. I suoi occhi erano tristi e allo stesso tempo pieni di rancore. Martine giurò di averli visti luccicare, come se Gisborne stesse per piangere. O forse era la luce del tramonto che entrava dalla finestra. Fatto sta che il cuore della ragazza batté più forte, ma stavolta non per la paura.
“Io… non… non vi conosco, sir Guy. Non posso giudicare. Marian avrà avuto le sue ragioni. Forse ha sbagliato ad illudervi, ma non dovreste portarle ancora così tanto rancore”.
Gisborne si avvicinò ancora di più, e Martine sentì che le accarezzava il volto col dorso della mano.
“Siete davvero molto simili, voi due. Proprio come sorelle. Le vostre parole suonano così dolci e i vostri occhi sono così comprensivi, mentre invece dovrei diffidare di voi”. La mano di lui era ora sul collo di lei. Ancora pochi centimetri, e avrebbe toccato il Greenid. O qualcos’altro sotto la veste.
“Sir Guy, se ancora provate dell’affetto per Marian, vi prego. Non credo lei vorrebbe che voi mi faceste del male”.
Gisborne fermò la mano, e la strinse attorno al collo.
“Affetto? Che affetto potrei mai provare per lei?”. Stava per lasciarsi andare alla rabbia che lo assaliva sempre al ripensare alla donna amata, quando guardò Martine. La ragazza era spaventata, ma sembrava sincera nella sua comprensione. E poi lei gli serviva. Si allontanò verso il letto, e le diede le spalle. “Venite qui”.
Martine rimase come impietrita, e non mosse un muscolo.
“Non voglio farvi del male”.
Un passo alla volta, la ragazza fu accanto a Guy.
“Aprite quella cassa”.
Martine vide ai piedi del letto un enorme baule in legno intarsiato. Lo aprì e rimase a bocca aperta: era pieno di abiti da donna. Guardò Guy, stupita.
“Non vi preoccupate, non ho strane abitudini. Non me ne vado in giro per il castello vestito come una donna. Sono… sono di Marian. Li ha lasciati qui, prima di partire per York”.
“Sono bellissimi” esclamò Martine, mentre li osservava uno ad uno.
“Sono vostri”.
Nel vedere la faccia sorpresa e la felicità negli occhi della ragazza, Gisborne sorrise. Ma non si aspettava che lei si alzasse, venisse verso di lui e lo baciasse sulla guancia. Sorrise di nuovo e si sedette sul letto ad osservarla, mentre lei tirava fuori gli abiti uno ad uno.
“Domani al compleanno dello sceriffo avrò bisogno di una dama”. Martine si fermò. Guy venne verso di lei e le prese la mano.
“Volete farmi questo onore?”.
Il cuore le si fermò, il respiro le mancava. In quell’istante dimenticò i suoi amici e la missione, il fatto che lui fosse un assassino nemico di Robin Hood, che l’avesse catturata e rinchiusa per ben due volte. In quel momento davanti a lei stava un cavaliere affascinante che la invitava ad un ballo.
“Accetto. Con molto piacere” e fece un piccolo, goffo inchino. Lui le baciò la mano.
“Vorrete scusarmi. Vado a prendervi qualcosa da mangiare. Se nel frattempo volete provare qualche abito…” e uscì dalla porta. Martine aspettò che si fosse allontanato per ridere sottovoce e fare mille giri con un bellissimo abito in mano.
“Se Faith vedesse questi vestiti…” esclamò, mentre si lanciava sul letto. E in quell’istante la realtà tornò dura e cruda.
“Oh merda. Oh no, di nuovo!? Stupida, stupida, stupida!!!” e batté i pugni sul letto.

 

Allan vide passare Guy con una guardia. Questa portava una vassoio con del cibo.
“Se me lo dicevi, te la portavo io la cena” esordì.
Guy continuò a camminare.
“Pollo allo spiedo? Così tanta fame la prigioniera?”.
Allan si trovo sbattuto contro il muro.
“Non. Chiamarla. Prigioniera” e lo lasciò cadere a terra.
“Hey, calma. Non c’è bisogno di tutta questa violenza. Se non è prigioniera, allora lasciala tornare dai suoi amici”.
“No”.
“Perché?”
Gisborne lo sbatté di nuovo al muro. “Perché ti interessa tanto quella ragazza? Parla!”
“Io? Ma no, non mi interessa. Solo che la sua amica…”.
“E allora fatti la sua amica, se ti interessa tanto”.
“Farmi… farmi la sua amica?! Non ho queste intenzioni, non ci penso nemmeno. E tu?”.
Guy rimase in silenzio, lo sguardo fisso su quello di Allan.
“Cosa voglio fare con quella ragazza solo solo fatti miei. Se ti sento ancora parlare di lei, giuro che la prossima volta ti faccio sfondare il muro con la testa” e se ne andò.
“Ma chi me lo fa fare, poi?” si chiese il ragazzo, mentre si sistemava l’abito. Si disse che lo faceva per salvare l’onore di una povera ragazza innocente. Si disse che lo faceva affinché nella sua vita non ci fossero solo cattive azioni. Ma ogni volta che pensava a come trovare un modo di liberare Martine, le compariva di fronte il volto di Faith.
“Dannazione! Mi sono rammollito…” e se ne ritornò sui suoi passi, fissando il pavimento. Ma non fece tanti metri che si scontrò contro qualcuno.

 

“Io vado a cercarla”.
“Prima ti arrabbi con me, e poi vuoi fare il mio stesso errore?”. Claudia stava cercando di trattenere Faith dal fare un gesto avventato.
“La violenterà! Lo volete capire? Non esistono le mezze misure in quest’epoca. E quello è Gisborne! Ve ne rendere conto?”. Tutti avevano lo sguardo basso, non sapevano che dire.
“Magari… magari l’ha solo rinchiusa in una stanza” disse Nigel, con poca convinzione.
“Amico mio, anche se la rinchiude in un’altra stanza, ciò non vuol dire che non le possa fare niente lo stesso” osservò Jack. Faith s’era già messa il mantello da Hobbit ed era già fuori dalla porta.
“No, aspetta!” le urlò Claudia. Ma sentì la ragazza che parlava con le guardie.
“Devo discutere con lo sceriffo degli ultimi preparativi. Portatemi da lui”. Le guardie si scambiarono un accenno, e una di loro la scortò via. Nigel rimase a bocca aperta, e stava già per seguirla, quando l’altra guardia lo fermò.
“Abbiamo il permesso dello sceriffo! Possiamo girare a nostro piacimento per il castello” protestò il ragazzo. Ma la guardia sembrava irremovibile. Allora Nigel, ricordando una delle migliori mosse di Sidney, fece due passi, si abbassò e sferrò al soldato un calcio potentissimo sul basso ventre. E mentre questi si accasciava dolorante, lo stese con un colpo alla nuca. Il rumore dell’armatura sul pavimento richiamò l’altra guardia, che lasciò sola Faith.
“Corri Faith!” sentì in lontananza. La ragazza sorrise e si mise a correre.
“E bravo Nigel!”. Ma appena svoltato l’angolo al secondo corridoio, sbatté contro qualcosa, e vi cadde rovinosamente addosso.

 

“Grazie ancora per la cena, sir Guy”.
Il pollo era molto speziato, e il miele che lo ricopriva non le era andato molto a genio. Ma le cipolle arroste erano state una bontà. Era incredibile che fosse riuscita a mangiare sebbene sotto pressione. Doveva averlo notato pure Gisborne.
“Avete un ottimo appetito, signora”. Sorrise. Martine non poteva fare a meno di sorridere in risposta. E, con suo stupore e angoscia, non aveva smesso di lanciargli sguardi furtivi per tutta la cena. Era un bell’uomo, doveva ammetterlo. Marian doveva essere davvero innamorata di Robin per trattare Guy così male. Ok, secondo la leggenda era un maledetto assassino e secondo i film un uomo violento e senza cuore. Ma ora che era davanti ai suoi occhi, come poteva pensare male di lui?
“Mi chiamo Martine. Potete chiamarmi per nome, sir Guy”. Oh no, ancora questa dannata civetteria, rimproverò a sé stessa.
“Martine” sussurrò lui, fissandola.
Maledizione! Non con quel tono di voce caldo e suadente e quello sguardo!
“Sir Guy, ho molto apprezzato la vostra compagnia. Però vorrei ricongiungermi con i miei compagni, se non vi dispiace”.
L’uomo si alzò e andò verso la finestra.
“ Saranno preoccupati, non ho più avuto modo di parlare con loro” continuò, raggiungendolo alla finestra.
“Hanno motivo di essere preoccupati? Vi ho trattata male?”. Guy continuava a fissare il cielo. Il sole era tramontato da quasi un’ora, e al suo posto ora stava la luna, così luminosa come Martine non l’aveva mai vista. Ma non tale da oscurare tutte le stelle che si perdevano a vista d’occhio.
“Sono stata bene, sir Guy, davvero”. Era sincera.
“Ma non dicevate giusto stamane che sono un maleducato, violento e crudele?” e si girò verso di lei, serio.
“Beh… ammettetelo. Ho sentito parlare di voi da una fonte che non vi apprezzava molto, e la vostra reazione di stamane non è stata d’aiuto”.
Guy sorrise. “Vi riaccompagno alle vostre stanze” e le fece strada. Ma attraversando un corridoio che si affacciava sul guardino interno del castello, Martine si fermò di colpo.
“Vi prego, sir Guy. Possiamo passeggiare ancora un po’? Magari nel giardino qui sotto”.
“Dovreste riposare…”
“Vi preeeeego. E’ una notte così bella” e sottovoce “e poi non ho ancora digerito il pollo”.
L’uomo fece un mezzo sorriso e acconsentì, iniziando a scendere le scale. E non si accorse di Faith che usciva da una porta in fondo al corridoio. Martine tirò un sospiro di sollievo e, parlando a gesti, le indicò di tornare nella loro stanza. Mentre la guardava andar via, vide che aveva i capelli scompigliati, e che indossava una giacca strana.
“Io l’ho già vista quella giacca… ma dove?” si chiese Martine, mentre scendeva le scale.

 

Allan tentò di rialzarsi, ma cercando di sollevare lo sconosciuto che gli era piombato addosso, lo afferrò per il busto. Ma le sue mani si strinsero su dei pettorali troppo evidenti per essere quelli di un uomo.
“Eh no, due volte nello stesso giorno!” e Allan si sentì piombare uno schiaffo potentissimo sulla guancia.
“Ahio! E che diamine!”.
Faith si bloccò, e invece di rialzarsi, si mise seduta sulle pietre fredde del pavimento.
“A-allan?! Oh scusate, non volevo!”.
Adesso capisco perché stamane il tizio strano è stato ben felice di attutire la caduta, pensò il ragazzo, rialzandosi in piedi.
“Cosa ci fate in giro a quest’ora… e senza scorta per giunta! Non sarete scappata per caso?!”. Faith non fece in tempo a rispondere, che le urla delle guardie risposero per lei.
“E’ andata da quella parte!” e “chiudeteli dentro a chiave o sir Guy ci uccide tutti!”. La luce di una torcia cominciava ad illuminare il corridoio scuro dove stavano Allan e Faith.
“Presto! Alzatevi e seguitemi!”. La prese per una mano e la trascinò per il corridoio oscuro, illuminato solo dalla luce fioca della luna che passava attraverso le finestre. Pian piano, le voci delle guardie sparirono.
“Da questa parte!” le sussurrò. Attraversarono un corridoio e, attraverso le colonne, Faith poté vedere il giardino interno del castello. Allan la tirò dentro ad una porta e fu di nuovo buio.
“Dove… dove siamo? Dove siete?”.
“Aspettatemi qui” e vide un’ombra uscire dalla stanza e chiudere la porta dietro di sé.
“Wow. Due volte che scappo con Allan A Dale, e due volte che mi chiude in uno stanzino al buio”. Ma non rimase sola a lungo. La porta si riaprì, e vide il ragazzo richiuderla subito. Aveva con sé una torcia, con la quale accese una candela su di un tavolo lì vicino. Poi immerse la torcia in un secchio pieno d’acqua, spegnendola.
“Così non ci vedranno, ma almeno non saremo al buio” esclamò, col fiatone. Faith si sedette sul letto, sfinita. Quando alzò lo sguardo, vide che Allan la fissava.
“Non per fare il guastafeste, ma mi volete spiegare cosa è successo?”.
“Volevo salvare la mia amica”.
“E pensate che io non abbia fatto tutto ciò che potevo per riportarla da voi?”.
Faith si alzò in piedi. “Ditemelo voi. Da che parte state? Come faccio a sapere se mi posso fidare di voi?”.
Notò che il ragazzo abbassò lo sguardo e, ciondolando, si avvicinò al letto e vi si sedette. Lei gli si mise accanto.
“Non lo so. Io volevo solo… non so nemmeno io cosa volevo. Fai un errore e nessuno è pronto a perdonarti. Forse è anche colpa mia. Ho mentito così tante volte che ormai non si capisce più quando mento e quando dico la verità. Ma io volevo bene a Robin, e gliene voglio ancora. Anche se mi ha cacciato, io continuo a vegliare su di loro. Certo, non posso sempre aiutarli, o Guy se ne accorgerebbe. Ma si può sapere cos’hai da guardarmi così?!”
Faith trasalì. Non s’era resa conto che per tutto il tempo era rimasta come imbambolata ad ascoltarlo, osservando ogni centimetro del suo corpo, e rimanendo ipnotizzata dal suo sguardo.
“Non potresti capire” sorrise. Allan la fissò per qualche istante.
“Sono davvero curioso di sentirvi cantare al compleanno dello sceriffo. Non per fare il guastafeste, ma non so se riuscirete a imparare tutte le ballate entro domani”.
“Le ballate!!!” urlò Faith, saltando in piedi.
“Zitta o ti sentono!”.
“Devo tornare subito, presto!” e stava già aprendo il chiavistello della porta.
“Ho sentito un rumore, da questa parte!”. I passi delle guardie si avvicinavano. Faith vide scendere il buio all’improvviso, e qualcosa la tirò per la vita e la strattonò sopra il letto. Poi si sentì coprire da qualcosa.
“Sssh” le sussurrò nell’orecchio. Era Allan. Una luce fioca illuminò la stanza, le guardie si scambiarono due parole e poi richiusero la porta. Dopo qualche minuto, il rumore dei passi e delle armature svanì. Faith poteva sentire il respiro di lui nell’orecchio, sentiva i loro copri toccarsi, ma non osava muoversi.
“Hey” fece lui.
“Hey” rispose lei.
“Non per fare il guastafeste, ma adesso… potremmo anche alzarci”.
“Ok” e spostò la coperta. Aria finalmente, inspirò Faith. Cominciava a fare troppo caldo lì sotto.
“Ma toglimi una curiosità. Perché dici sempre non per fare il guastafeste?”.
Sentì Allan prendere il respiro per rispondere, e poi rimanere in silenzio. “Non lo so. Davvero. Ma sempre per non fare il guastafeste!”.
Faith non riuscì a trattenere le risate e dovette girarsi verso il cuscino, e verso Allan. Nemmeno lui resistette, la risata della ragazza era contagiosa, e rise.
“Hai una bella risata. Mi piace quando ridi” le disse. Faith smise a poco a poco di ridere. Sentì che una mano scivolava lungo il materasso e saliva ad accarezzarle la mano, dolcemente. Lei ebbe uno scatto, e lui ritrasse la sua.
“Scusa, non volevo. Anzi, non dovevo. Volere e dovere son due cose diverse” e si mise a sedere. La ragazza poteva vederlo illuminato dai pochi raggi di luna entravano dalla piccola finestra a lato.
“No, aspetta”. La mano di Faith lo raggiunse al braccio. “Parliamo ancora un po’” e mentre lo diceva, lo accarezzava dolcemente come aveva fatto lui prima. Mamma mia, senti che vene, pensò tra sé e sé la ragazza. Sentì che lui si distese di nuovo di fronte a lei.
“Non per fare il guastafeste, e non ridere” le sussurrò, sentendo che lei iniziava a sghignazzare “ma non sono così galantuomo. Non voglio farvi del male. O non sarei migliore di sir Guy”.
Faith non controllò più la mano, perché sentì che lentamente accarezzava la testa del ragazzo.
“Sarà stata tutta l’agitazione di questi giorni o la birra di quest’epoca…”.
“Quest’epoca? Cosa intendete dire?”.
La ragazza si morse il labbro. “Niente. Niente. E’ solo che voi non ve ne rendete conto, ma… io è molto tempo che penso a voi. Molto, molto tempo. E ora che vi ho qui davanti, sento che ho bisogno di toccarvi, di guardarvi, di sentire che siete vivo e vero”.
“Non capisco… non vi capisco… siete strana… l’ho sentito fin dall’inizio. Ma nelle vostre parole, nei vostri occhi… non so perché, ma ho percepito una strana forza. Qualcosa di buono e piacevole. Come non ne provavo da molto tempo”.
Ok, ora svengo, pensò Faith. Rimasero in silenzio per qualche minuto, poi Allan le si avvicinò al volto, e la baciò. Sembrò che durasse un’eternità, sia per lui che per lei. Poi lui si ritrasse, come in attesa.
Bene Faith, qua rischi di morire da un giorno all’altro. Buttati e basta!
La ragazza si avvicinò e lo baciò. Lui le prese il viso tra le mani, e premette le labbra contro le sue con sempre maggior passione.
Sentì il peso del corpo di lui sul suo, ma non era un peso. Faith era ancora più eccitata, non poteva credere a quello che stava accadendo.
Sebbene ancora incredula, le sue mani cominciarono a spogliarlo. Slacciò le cinghie della sua giubba una ad una. Sentì le spalle larghe e, scivolando lungo il petto, i muscoli per definiti. Lui nel frattempo la baciava lungo il collo, e le aveva già tolto il corsetto.
“Siete molto più veloce di me a togliere questi cosi, avete una certa esperienza vedo” osservò lei.
“Dov’è necessità, ma estrema e vera, non v’è più leggi ed essa solo impera” recitò Allan, mentre cominciava a baciarle le spalle nude.
“Ma che cosa dici?!” rise Faith. Ma smise subito di ridere quando lui strinse le labbra attorno ai suoi capezzoli. Lanciò un gemito, e lui le coprì la bocca con la mano, che lei gli morse.
“Carnivora” esclamò lui.
“Smettila di fare lo stupido!” e gli tirò un finto ceffone.
“E pure violenta!”
Allan si mise a sedere, facendo il finto offeso e, alla luce della luna, Faith vide il suo fisico perfetto. Lei si alzò, gli accarezzò la guancia che aveva appena schiaffeggiato e, mentre lo baciava, lo fece distendere. Gli sfilò gli stivali uno ad uno, poi gli slacciò la cintura. E infine gli sfilò i pantaloni. S’era accorta già da tempo che lui era decisamente eccitato ma, una volta tolto l’ultimo indumento, non c’era più modo di torna indietro.
Lui la prese tra le braccia, la fece distendere e le sfilò ciò che rimaneva ancora del vestito. Poi si adagiò lentamente su di lei. Faith sentiva il calore del corpo di lui che le bruciava la pelle.
“Faccio ancora in tempo a fermarmi. Ma dovrete tirarmi un bel ceffone. Non so quanto riuscirò ancora a trattenermi”. La voce di lui era profonda, calda come il suo corpo.
“Se mi fermassi a pensare, sicuramente mi renderei conto che sto agendo in maniera avventata. Ma quando vi guardo negli occhi e sento la vostra voce, la ragione svanisce e tutto ciò che voglio siete voi”.
“E’ accaduto tutto così in fretta, ne siete sicura? Ci siamo conosciuti solo ieri…”.
Faith sorrise. “Vi conosco da molto più tempo di quanto possiate immaginare” e lo baciò. Allan lo prese come un invito e aprendole gentilmente le gambe, entrò dentro di lei, facendola sospirare. Fu delicato con lei, ma la passione aumentò man a mano che la sentiva gemere più forte. Faith cercava di trattenersi, ma il piacere era troppo forte da sopportare, e si nascose col viso sul collo di lui, baciandolo con passione quando raggiunse il culmine. Dopo pochi attimi sentì che anche lui ansimava più forte e un istante dopo gemeva vicino al suo orecchio. Per qualche minuto ci furono solo i loro respiri affannati a riempire la stanza. Allan si alzò sui gomiti, accarezzando il volto di lei.
“Non vi ho fatto male, vero?”.
“Male? Non avete fatto altro che bene” sospirò soddisfatta Faith. Lo vide sorridere nella semi oscurità.
“Non per fare il guastafeste, ma sarebbe meglio rivestirci. Vi riporto alle vostre stanze, prima che succedano altri guai”. Raccolsero i loro abiti, e mentre si chiudeva il corsetto, Faith imprecò.
“Che succede?”
“Dannati abiti medievali! Lo spago s’è rotto! Come lo metto adesso?”.
Allan si avvicinò e le mise addosso la sua giubba. Faith osservava le sue belle mani chiudere le cinghie una ad una.
“Grazie”.
“Affascinante” esclamò, squadrandola. Faith sorrise, e gli mise sulle spalle il suo mantello da Hobbit.
“Non dovete…”.
“Fa freddo, e avete sudato. Non voglio che vi pigliate un malanno”.
“Grazie allora”
Allan era già fuori dalla stanza. Faith stava per raggiungerlo, quando sentirono dei passi e delle voci provenire dalla parte opposta del corridoio.
“E’ Guy!” sussurrò Allan, sbiancando e nascondendosi in un angolo buio. Ma c’era un’altra voce, una voce femminile.
“Martine!” esclamò Faith sottovoce, guardando fuori dalla stanza. Vide che l’amica stava bene, più che bene. Aveva uno splendido vestito addosso, e pareva conversare allegramente con Guy. La porta scricchiolò, e Faith pregò che non l’avessero sentita. Vide lo sguardo dell’amica distrarsi dalla conversazione e cadere su di lei. Sorpresa, fermò Guy con una scusa, e riuscì a farlo allontanare. Poi a gesti le indicò di darsela a gambe. Faith raggiunse Allan, che la riportò alle sue stanze.
“Guardie. Ho ritrovato ciò che vi eravate persi. Mi raccomando, che non succeda più” disse in tono duro ai soldati di guardia alla porta. Faith sghignazzava. Mentre entrava nella stanza, tra la sorpresa degli altri, si girò a sussurrare qualcosa al ragazzo.
“Credi le guardie avranno notato che ho la tua giubba?” e chiuse la porta, sorridendo maliziosamente. Allan rimase prima a bocca aperta, poi rise e se ne andò fischiettando.

 

L’aria era fresca nel cortile. Martine rabbrividì un po’, e rimpianse di non aver indossato anche il bellissimo mantello che stava nel baule. Ma doveva resistere ancora qualche minuto, per dare tempo a Faith di tornare alle loro stanze.
“Quante stelle. Non le ho mai viste così splendenti”. Guy le guardò, e sospirò. Poi tornò a guardarla. Certi suoi movimenti, alcuni suoi tratti e certe espressioni gli ricordavano Marian. Voleva dimenticarla, ma non ci riusciva. Però non voleva neppure che quella ragazza la rimpiazzasse. Voleva solo essere felice, per una volta. Voleva provare ad amare ed essere amato. Non era facile, il suo carattere non era dei più semplici da gestire. E i suoi obblighi verso lo sceriffo lo rendevano un essere spietato e crudele. Dentro di sé sapeva di non esserlo. Doveva solo farlo capire al mondo.
“Davvero molto belle” esclamò, in un sussurro. Martine gli sorrise. Come voi, avrebbe voluto dirgli. Si rese conto che si stava lasciando andare troppo velocemente, e non era una buona idea.
“Fa freschino qui fuori. Forse è meglio rientrare”. Guy le fece di nuovo strada e la accompagnò fino alla sua stanza.
“Guardie, lasciateci soli” ordinò, non appena davanti la porta. Le guardie borbottarono qualcosa come avanti e indietro e ma non vanno a dormire?!
Martine vedeva che Gisborne voleva dire qualcosa, ma come lei era in imbarazzo.
“Grazie ancora per… per tutto. Attendo vostri ordini per domani, sir Guy”.
“Non ho niente da ordinarvi, signora. Solo cercate di non mettervi nei guai”.
“Potete chiamarmi Martine. Signora mi fa un po’…. vecchia”. Lui sorrise. Si fissavano, senza sapere cosa dire.
“Allora…”
“Allora… buonanotte”
“Dormite bene… Martine” e fece per andar via, come sollevato. Ma lei gli prese la mano. Guy si girò e si avvicinò.
Cosa cavolo sto facendo, si chiese Martine. “Ecco, io… no, niente…”
La ragazza stava per lasciargli la mano, quando Gisborne si avvicinò al suo viso, e la baciò sulla guancia. Lentamente si allontanò, ancora sorpreso del suo gesto. Ma Martine lo sorprese ancora, riavvicinandosi al suo viso e baciandolo dolcemente sulle labbra. Lo vide sconvolto, mentre entrava dalla porta. Ma prima di chiuderla, vide che stava sorridendo.

 

* * *

 

Ci fu un momento di gioia generale. Tutti che si abbracciavano, chi rideva e pure chi versava qualche lacrimuccia.
“Beh gente, se vi emozionate per così poco…” fu il commento di Jack, che però non si era tirato indietro da ogni un abbraccio.
“Stai bene? Ti ha fatto del male?” chiese Claudia. Martine scosse la testa.
“Ho avuto molta paura, questo è sicuro. Ma credo che, sotto sotto, Guy sia una brava persona”.
Faith rimase basita, e se ne uscì con una piccola risata ironica sotto i baffi. “Sì, certo. Come no…”.
L’amica si voltò, a fissarla. “Sul serio, Faith. Mi ha trattata bene”.
“Lo vedo” esclamò la ragazza, “davvero un bel vestito. Un regalo derivante dal suo buon cuore, suppongo”.
“Beh, di sicuro non gliel’ho rubato sotto gli occhi. Ma che ti prende?”.
Faith fece spallucce e si sedette su di uno sgabello vicino al caminetto, che era stato acceso per la notte.
“Piuttosto. Dicci tu dove hai preso quella maglia. Quando ti ho vista nel corridoio non me ne ero resa subito conto, ma quella è la giubba di Allan A Dale”. Tutti si girarono a fissarla. Era successo tutto così in fretta che nessuno aveva fatto caso ai suoi abiti. Appena tornata, le erano saltati addosso contenti, e un attimo dopo era tornata anche Martine. Così avevano dimenticato che Faith non indossava più lo stesso abito col quale era uscita. Adesso la ragazza sembrava imbarazzata.
“Ho avuto un… un imprevisto. Mentre venivo a cercarti”.
“E l’imprevisto è stato scambiare i vestiti con Allan?” chiese Nigel, che cominciava a ricordarsi qualcosa. Aveva intravisto il ragazzo indossare il mantello di Faith, mentre la riaccompagnava alla loro stanza.
“Non sono fatti tuoi, Nigel” gli rispose, con tono duro.
“Certo che sono fatti nostri. Qualsiasi cosa ci succeda sono fatti nostri. Siamo lontani da casa, in un mondo che non ci appartiene e ogni cosa, ogni particolare è importante. Hai parlato con Allan? Che vi siete detti? Hai avuto qualche informazione?”. Martine si avvicinò, e cercò di continuare il discorso. Ma Faith non riusciva a trattenersi.
“Non fare tanto la santarellina, che ti conosco bene”.
“Come scusa!?”.
“Stai qui a farmi il terzo grado, quando invece saresti tu a doverci raccontare cosa t’è successo”.
Martine rimase in silenzio, sorpresa dal tono ostile dell’amica. “Certo. Come vuoi. Non è un problema. Guy mi ha tenuta nella sua stanza, abbiamo parlato di lady Marian, poi mi ha offerto del cibo e il vestito. Tutto qui”.
“Guy. Adesso lo chiami pure per nome? Bene”.
“Faith, ma che ti succede?”. Adesso era Claudia a notare che qualcosa non andava nell’amica.
“Niente! Siete tutti qui a farmi domande su domande, quando invece dovremmo preoccuparci di cosa ha combinato Martine”.
“E cosa avrei combinato, scusa? Parla chiaro, ti prego. Non ci stiamo capendo niente!”.
Faith si alzò dalla sedia. “Ammettilo, dai. Gliel’hai data. Non sono così stupida da credere che un uomo come sir Guy ti abbia trattata come una principessa, quando nel cortile ti ha fatta portare via come una schiava. Cena al lume di candela, vestiti, passeggiata al chiaro di luna. Ma ti prego. Hai visto che è un bell’uomo. Lo ammetto, ha il suo fascino. E tu ti fai imbambolare da due occhi verdi come da una torta al cioccolato. E piuttosto che ti facesse violenza, l’hai girata a tuo vantaggio e gliel’hai data spontaneamente. Spero almeno ti sia piaciuto”.
Silenzio. Erano tutti ammutoliti, gli occhi fuori dalle orbite, incapaci di credere a quello che Faith aveva appena detto. Martine non s’era mossa, a parte alzare le sopracciglia dallo stupore.
“Effettivamente, dopo aver passato parte della giornata in compagnia di sir Guy, saltargli addosso è stato uno dei miei pensieri. E’ un uomo affascinante e, sebbene mi rimanga ancora qualche dubbio sulla sua persona, s’è dimostrato gentile e galante. E non escludo che, se avesse avuto intenzione di usarmi una qualsivoglia violenza, avrei cercato di trovarne i lati positivi. Ma così non è stato. E col senno di poi, aggiungo anche un purtroppo. Sir Guy non ha abusato di me. In mancanza di Marian, sua precedente scelta, ha invitato me come sua dama di compagnia al ballo in onore del compleanno dello sceriffo. Ecco quindi spiegato il vestito. Tutto qui”.
“Tutto qui? Stai fraternizzando col nemico, te ne rendi conto?” le urlò Faith.
“Il nemico? Ma ti rendi conto di cosa stai dicendo? Qui sono tutti nostri nemici, pure il topo che è uscito prima da dietro il letto!”.
“Non è vero! Allan è dalla nostra parte”.
“Bene, sono contenta. E di grazia, quando te lo avrebbe confessato? Quando vi siete imboscati in qualche stanza? E’ per questo che hai la sua giubba e t’ho vista vagare tutta spettinata per i corridoi? Ti sei sacrificata per la causa o per me? O invece ti sei semplicemente divertita?”.
Ora era la volta di Faith di stare zitta. Gli altri la fissarono, e videro che muoveva la bocca senza proferir parola.
“Non lo neghi… e accusi me” disse Martina, la voce triste.
“Stavo venendo a cercarti! Ero davvero preoccupata per te” disse l’amica, cercando di difendersi.
“Ciò non ti scusa per quello che hai detto! Ti sei fatta Allan? Buon per te! Erano anni ormai che sognavi di andare a letto con lui, adesso che l’hai avuto davanti in carne ed ossa non hai perso tempo. Bene. Ma non cercare di scusare i tuoi ormoni accusando me. Perché non lo accetto”. Martine si avvicinò al letto, prese alcuni cuscini e una coperta e si stese accanto a Jack, sul pavimento.
“Ti spiace se stanotte dormo qui? Non credo di essere la compagnia giusta per la mia amica, ha altri gusti in fatto di compagni di letto” disse ad alta voce. Faith si risedette sullo sgabello. Fissava il fuoco nel camino, e a stento tratteneva le lacrime. Nigel, che era seduto sul pavimento a poca distanza, la fissava.
“Che c’è?” chiese la ragazza, la voce un po’ rotta.
“E’ vero? Quello che ha detto Martine…”.
“Tanto cosa importa?”.
“A me importa”.
Faith vide che il ragazzo la fissava con uno sguardo carico di amarezza. Poi lo vide allontanarsi per andare a dormire sul divano, dandole le spalle.
“Vieni a letto, dai” le disse Claudia, mettendole una mano sulla spalla.

 

Passarono un paio d’ore. Nigel non riusciva ad addormentarsi, e il russare di Jack non aiutava affatto. Ripensò alle parole di Faith e a quelle di Martine, e sentì il cuore stringersi e farsi piccolo. Meglio pensare ad altro, disse tra sé e sé. E un attimo dopo si metteva a sedere di scatto sul divano, lo sguardo sconvolto. Corse a svegliare gli altri, ricevendo una serie di imprecazioni.
“Ma che ti piglia? Sei tutto scemo?!” bofonchiò Claudia, grattandosi gli occhi.
“Ragazzi, per caso vi è sfuggito di mente che giorno è oggi?”.
“Il 28 febbraio… e non è nemmeno l’alba” furono le parole sconnesse di Martine.
“E sapete che oggi è il compleanno dello sceriffo, vero?”.
“Nigel, tranquillo, che ce lo ricordiamo…” sbuffò Faith, rimettendosi sotto le coperte. Pochi secondi dopo, scattò anche lei a sedere, inorridita. Un coro di voci bianche si innalzò nella stanza.
“LE BALLATE!!!”.
“Siamo nella merda”. Martine sprofondò il viso nel cuscino, mentre Jack la consolava palpandola qua e là, ricevendo sonori ceffoni ad ogni palpata.
“Non proprio. Nigel, hai ancora il mio iPod nello zaino?” chiese Faith.
“L’iPod?! Perché dovrei avere il tu… aspetta! Aspetta!” e corse verso lo zaino.
“Eccolo! Scusami, non te l’ho più restituito, era così rilassante lavorare allo scavo con la musica che…”.
“Va bene Nigel. Passami il mio borsone”. Nigel ubbidì, come un cagnolino. Faith tirò fuori il suo notebook, attaccò l’iPod e guardò tutti i presenti.
“Ragazzi, stasera si studia finché non si scaricano le batterie”.
“Ma il libro di ballate di Bob? La lista dello sceriffo?” chiesero tutti.
“Voi ne sapete cantare qualcuna? Io no. Quindi cerchiamo di salvarci la pelle in qualche modo”.

 

 

28 Febbraio 1193
GIORNO 3
CASTELLO DI NOTTINGHAM

I rumori di una Nottingham mattiniera svegliarono presto la compagnia.
“Ditemi che fra poco arriverà una bella tazza di caffè caldo…” brontolò Faith.
“Non penso proprio, a meno che tu non parta 300 anni prima di Colombo verso le Americhe, portando con te il macinino e la caffettiera” commentò Claudia al suo fianco, vestendosi.
“Haha, simpatica di prima mattina, eh?”.
Ma non tutti stavano dormendo. Martine era seduta accanto alla finestra, e leggeva il libro di istruzioni di Doc. Quando si accorse che tutti erano svegli e la stavano osservando, chiuse il libro e tirò fuori il Greenid.
“Dopo tutta la confusione di ieri, non vi ho più detto una cosa importante. Mentre mi trovavo nella stanza dello sceriffo, il Greenid s’è illuminato”. La compagnia spalancò gli occhi e si avvicinò.
“Non chiedetemi di più. C’eravamo solo io, lo sceriffo e Guy. Me ne sono accorta per puro caso, non saprei dirvi se il pezzo che cerchiamo si trovi nella stanza. Ma di sicuro, non si trova addosso a Guy. Non s’è mai illuminato mentre ero con lui. Ma potrei controllare meglio appena gli sarò di nuovo vicina” e lanciò un’occhiata a Faith.
“Gnegnegne” fu la risposta silenziosa dell’amica.
“Quindi, io direi di stare attenti a quando si illumina e cercare la fonte”.
“Ma se ce l’hai sempre tu, come facciamo noi ad accorgercene?”. Faith aveva ancora il dente avvelenato, e doveva controbattere in qualche modo all’occhiata di prima.
“Lo vuoi tenere tu? Tanto lo sceriffo vuole vederci tutte e due dopo la festa, quindi…”.
“Cosa intendi?” chiese Claudia.
“Lo sceriffo ha fatto apprezzamenti su di me e su Faith, e dopo la festa vorrebbe un concerto privato nella sua stanza”.
Faith rabbrividì. “Tienilo pure. Ti sei letta anche le istruzioni, magari lo sai usare meglio di me” concluse sottovoce.
“Bene, detto ciò, non ci resta che aspettare di essere convocati”.
“E preghiamo che le canzoni vadano bene. Jack, il tuo fiffolo?”.
“Pronto” rispose il pirata.
“Percussioni?”.
“In fase sperimentale, ma pronte” fu la risposta di Nigel, che sistemava le pentole trovate nella dispensa il giorno prima.
“Tamburello?”.
“Fatto!” esclamò soddisfatta Claudia, che aveva creato uno strumento rudimentale attaccando dei cucchiaini l’uno all’altro.
“Voci? Ah già… giusto… canterò da sola… visto che probabilmente sarai impegnata con Guy” disse rivolta all’amica.
Martine abbassò lo sguardo. Era davvero dispiaciuta. Durante la notte aveva comunque ripassato le canzoni, in caso di emergenza. Aveva cercato di convincere tutti che avrebbe cantato con loro, ma nessuno sembrava convinto della cosa.
“Lascia stare” avevano detto “magari rischi la vita meno di noi”.
Avrebbe fatto di tutto per trovare il pezzo della daga, pur di dimostrare che teneva alla missione e alla vita dei suoi amici. Non aveva dormito tutta la notte, per cercare una soluzione. E forse aveva trovato il modo, sebbene non ne fosse ancora sicura. Ma non poteva parlarne con nessuno, specie dopo la litigata della sera prima.
“E per la questione vestiti, ecco qua” disse il pirata, soddisfatto.
“Jack. Sono tovaglie” osservò Faith, mentre l’uomo deponeva sul letto un enorme involto nero.
“Ti sbagli, mia cara. Mentre ti scatenavi in prorompenti gorgheggi, io ho tagliato e cucito i nostri costumi di scena. Ta daaaaa!” e sollevò una delle tovaglie, che era stata trasformata in un magnifico mantello nero.
“Jack, sono meravigliosi!” esclamò Claudia. Faith si avvicinò, gli prese il volto tra le mani e gli stampò un mega bacio sulla guancia. Jack stava già allungando le mani, ma la ragazza fu abbastanza svelta e previdente da sgusciare via in tempo.
“Ne ho fatto uno in più, non si sa mai” disse rivolto a Martine.
“Grazie” rispose la ragazza, prendendolo tra le mani e sorridendo tristemente.
Tre colpi alla porta ruppero la tranquillità nella stanza. Poi un giro di chiave e Allan entrò nella stanza.
“Buongiorno signori, spero abbiate dormito bene” sorrise. Ma l’aria che tirava lo raggelò. Tutti lo fissavano con occhi strani, e Faith era l’unica che guardava altrove.
“Ah. Bene. Il buongiorno si vede dal mattino. Ottimo. Signori, la colazione è pronta” e un paio di guardie entrarono con dei grandi vassoi carichi di pane e boccali di birra.
“La colazione del pirata!” esclamò Jack, che si mise subito a ingurgitare un paio di pinte.
“Lady Martine” disse poi Allan. La ragazza si girò di soprassalto, distratta com’era dalla voracità di Jack e dal profumo del pane caldo.
“Sir Guy vi attende nelle sue stanze. Sono qui per accompagnarvi”. Senza pensarci, Martine si girò verso Faith, che rimase impassibile.
“Sarò lieta di seguirvi” e, dopo aver indossato il mantello nero e aver salutato gli altri, uscì dalla porta.
Allan si avvicinò a Faith. “Come state?” le chiese.
“Bene, e voi?”. Il tono però non corrispondeva alle parole.
“Che succede? Qualcosa non va?”.
“Niente. Tutto bene” e fece per andare verso il tavolo della colazione, dove gli altri gozzovigliavano allegramente.
Allan la prese dolcemente per un braccio. “Se c’è qualcosa che vi ha fatta star male, o rimpiangete quello che c’è stato tra noi stanotte…”.
Faith lo guardò, e sorrise. “Sto bene, grazie. Ora vorrei mangiare, sono molto affamata. Se non vi dispiace….” E si allontanò da lui. Nigel osservò la scena dal tavolo, facendo finta di essere impegnato con un’enorme pagnotta.

 

Camminarono per i corridoi in silenzio. C’erano solo il rumore delle armature delle guardie indaffarate e il vociare delle servitrici, che avevano il loro daffare a portare cibo, fiori e vestiti di stanza in stanza. Quando furono in prossimità della stanza di Gisborne, a pochi passi dalle guardie, Martine si fermò. Allan se ne accorse e le si avvicinò.
“Che succede?”
La ragazza lo fissò, e lui vide che c’era qualcosa che non riusciva a dire.
“State tranquilla. Se Guy non v’ha fatto niente ieri, non vi farà niente nemmeno oggi. Beh, a meno che non lo facciate arrabbiare, allora diventa di un lunatico pazzesco…”.
“Signor Allan”.
“Chiamami pure per nome, non sono un nobile” disse ridendo.
“Allan… mi raccomando… non farla soffrire…” e lo fissò.
Il ragazzo smise di ridere, e piegò la bocca in un semplice sorriso. “Non è mia intenzione, ve lo assicuro. State tranquilla”.
“E’ la mia migliore amica, non potrei sopportare di vederla soffrire, tengo troppo a lei”.
“Non mi crederete, mi prenderete per pazzo, ma… tengo molto a lei anch’io”.
Martine sorrise, lo ringraziò con lo sguardo e si avviò verso le guardie nel corridoio, a pochi passi dalla porta di Gisborne.

 

Mentre sistemavano gli ultimi oggetti nella sala del banchetto, Nigel si avvicinò a Faith.
“Ti vorrei parlare” e la invitò vicino alla scalinata, lontano dagli altri.
Le guardie erano venute a prenderli pochi minuti dopo la colazione, e adesso stavano lavorando assieme alla servitù ai preparativi del compleanno.
“Nigel, c’è poco tempo, vorrei provare le canzoni ancora una volta per sentire come regolarci con l’acustica e…”.
“Sai che non sono una persona molto coraggiosa, e spero comprenderai quanto mi costa dirti quello che sto per dirti. Ma io… ecco… tu… tu… tu mi piaci. Molto. Da sempre, credo. Dalla prima volta che ci siamo conosciuti”.
“Quando ti ho fatto cadere l’anfora sul pollicione del piede?” sorrise imbarazzata la ragazza.
“Sì. Il tuo viso, il tuo profumo, la tua preoccupazione e le tue imprecazioni per le dannate anfore…”.
“Dannate anfore” ripeté lei, in tono falsamente irato.
“Non so… colpo di fulmine, colpo d’anfora. Non so spiegarmelo. Ma mi sei piaciuta subito”. Nigel stava sudando, e deglutiva a fatica. Non che Faith si sentisse più a suo agio.
“Venendo al dunque. Io… io… volevo dirti… beh… stai attenta. Questo posto è pericoloso, la gente è pericolosa. Io… io… ci tengo a te, ecco. Detto questo, sei libera di prendere le tue decisioni. Ma sappi che… io sarò sempre qui, al tuo fianco. Se avrai bisogno di aiuto… per quel poco che posso fare…”.
Nigel si sentì abbracciare forte, sentì i capelli di lei sul viso e chiuse gli occhi.
“Grazie” rispose lei, sussurrandogli nell’orecchio.
“Hey, voi! Smettetela di strusciarvi, e tornate a lavorare!” fu il commento di Jack, che in quel momento stava insegnando ad una serva come maneggiare un fiffolo.

 

“E’ permesso?”.
Martine entrò nella stanza e si tolse il mantello. Fece alcuni passi verso il letto, ma non vide nessuno.
“Buongiorno”.
La voce la colse alle spalle, e la fece sobbalzare. Guy era dietro l’anta dell’armadio, con una maglia nera in mano. Martine rimase imbambolata nell’osservare che l’uomo era a torso nudo, e che era decisamente un bello spettacolo.
“Avete dormito bene?” chiese, avvicinandosi e fissandola con uno sguardo mezzo sorridente.
“P-più o meno, signore” balbettò. Ormai era a pochi centimetri da lei. Sentì la sua mano accarezzarle il viso.
“Non avevamo deciso di chiamarci per nome?”.
“A-avete rag-gione, G-Guy”. La vista ravvicinata dei pettorali dell’uomo e la carezza la mandarono in confusione. Guy se ne rese conto, e sorridendo si rivestì. La maglia aveva comunque una enorme scollatura, cosa che non aiutava più di tanto la ragazza nel riprendere le proprie facoltà mentali.
“Scusate, forse vi ho messa a disagio”.
“No! No, Guy, state tranquillo. Solo che… beh… siete in forma…”. Che cosa sto dicendo?!, disse tra sé la ragazza. Gisborne sorrise, e finì di vestirsi. E inflisse un ulteriore stoccata al cuore di Martine quando, sedutosi sul letto, le chiese di aiutarlo a chiudersi la giubba.
“Voi volete farmi morire, vero?” disse la ragazza, avendo capito il gioco di Guy.
“Scusate se mi prendo gioco di voi, ma siete troppo divertente. E poi… devo dire che anche voi siete in forma…”.
Martine vide che lo sguardo dell’uomo andava dritto verso i suoi seni che, ringraziando i vestiti di Marian, erano più fuori che dentro.
“Signor Guy! Siete un ma-le-du-ca-to!” scherzò, accentuando ogni sillaba con una ditata sul petto di lui. Gisborne le afferrò la mano e la baciò dolcemente.
“Potrete mai scusarmi?” disse, fissandola con uno sguardo che avrebbe steso anche una mucca. Infatti dovette raccogliere tutte le forze dentro si sé per trattenersi dal non saltargli addosso, anche per non darla vinta a Faith senza reagire. Era un pensiero stupido, visto che la sua amica, a quanto pareva, se l’era spassata bene con Allan… ma doveva rimanere concentrata sulla missione.
“Vi scuserò, Guy. Se mi direte qualche curiosità sul castello. Conosco poche cose di Nottingham, se non attraverso le lettere di Marian, e sono così curiosa, sapete! Per esempio, avete qualche reperto raro o antico? Qualche oggetto esotico e sconosciuto?”.
Gisborne la osservò, serio. “No. Perché?”.
Ovvia domanda alla mia non ovvia domanda, pensò Martine. “Curiosità. Adoro le fiabe di fantasmi e tesori nascosti” mentì, con un sorriso simile ad un bambino di tre anni che gioca col trenino nuovo.
“Niente di ciò che avete nominato. Ovviamente, non conosco a memoria le proprietà dello sceriffo, ma in ogni caso nessun altro dovrà mai conoscerle” disse, rimanendo serio. Martine sorrise. Ormai la magia romantica s’era spezzata e Guy si alzò dal letto.
“Il banchetto inizierà tra un’ora, ho scelto per voi un altro vestito, che secondo me potrebbe starvi meglio” e indicò la sedia accanto al letto. Spostò una vecchia coperta che vi stava appoggiata, e un bellissimo abito di velluto rosso fuoco, con ricami d’oro e d’argento, la stava aspettando. La ragazza non aveva parole, ma espresse tutta la sua felicità mostrando un enorme sorriso a Guy, che sorrise a sua volta. La sorprese ulteriormente, dandole un bacio sulla guancia, poi andò verso la porta.
“Vi lascio la stanza. Io sarò qui fuori a parlare con le guardie. Se avete bisogno di lavarvi, c’è una brocca e un catino sul tavolo. Appena avrete finito, chiamatemi. Per acconciarvi i capelli, manderò una serva”.
Martine rimase tutto il tempo a fissare il vestito, poi si girò verso l’uomo. “Aspettate”.
Guy si fermò sulla porta mezza aperta, la ragazza che andava verso di lui col vestito in mano.
“Avrei piacere se… se poteste restare… ad aiutarmi… col vestito”.
Nessuno si mosse per qualche secondo, tranne la guardia fuori dalla porta, che si girò e rimase a bocca aperta. Lentamente, la porta venne chiusa. E Gisborne restò nella stanza.
“Come avete detto, scusa?”
Martine rimase per un attimo senza parole. Mentre osservava il vestito, aveva ripensato a varie cose, in particolare quelle sulle quali aveva riflettuto durante tutta la notte. Guy era il braccio destro dello sceriffo, o almeno l’uomo più vicino al potere lì a Nottingham. Se lei e gli altri avevano bisogno di aiuto per trovare i pezzi della daga, bisognava cogliere le occasioni al volo. Grazie a Faith e ai suoi ormoni, avevano un possibile alleato in Allan. Ma per avere sicuro accesso ai segreti dello sceriffo, serviva Guy. Ottimo sarebbe stato avere come alleato lo sceriffo stesso. Ma solo pensare allo sguardo viscido del vecchio… le si accapponava la pelle. Sempre durante la notte insonne, era arrivata alla conclusione che però, agendo così, si sarebbe comportata proprio come Marian, ovvero avrebbe sfruttato il povero Guy per i suoi scopi. E non lo voleva. Perché in fin dei conti, sebbene Faith l’avesse accusata ingiustamente, un fondo di verità c’era. Ovvero, che era rimasta ipnotizzata da quegli occhi verdi, da quell’uomo misterioso che era sir Guy di Gisborne. E durante la notte aveva immaginato le braccia di lui che la stringevano e poi… e poi…
Quindi, in fin dei conti, se Faith s’era lasciata andare seguendo i suoi sentimenti e sensazioni (ed ormoni), perché non doveva farlo anche lei? Con l’eventuale possibilità di avere Guy come alleato e non come nemico?
Ammettiamolo, mi hanno convinto i pettorali, al diavolo la daga, rise tra sé. “Vorrei che mi aiutaste ad indossarlo, sono abituata a ben altri vestiti, molto più modesti” e così dicendo, si voltò, dandogli le spalle, e iniziò a slacciare i nastri del corpetto. Per qualche secondo rimase in attesa, le mani tremanti che scioglievano i nodi. Poteva sentire i battiti del cuore nelle orecchie, e il coraggio che veniva meno ogni secondo che passava.
Poi sentì le mani calde di lui sulle spalle, ed ebbe un brivido.
“Prima arrossite nel vedermi svestito… e un attimo dopo siete così audace?”.
“Voi mi chiedete di aiutarvi nel vestire, perché non posso fare lo stesso?”.
“Giusta osservazione”. Nel frattempo, le sue mani erano scese dalle spalle ad aiutare le mani di lei a slacciare ogni nastro. Lentamente. Così lentamente da farla soffrire.
“Lo sceriffo si arrabbierà se arriviamo in ritardo…”. L’avesse mai detto. In pochi secondi, lui le sfilò l’abito e la lasciò in sottoveste. Martine rabbrividì, sia per il freddo che per l’emozione.
“Così va bene?” le chiese.
“S-sì… ma fa freddino…”. Sentì che si avvicinava, sentì il calore del suo corpo alle sue spalle. Poi le labbra di lui baciarono la spalla di lei, e le risalirono il collo, dandole leggeri baci appena sfiorati.
“Voi sapete come far salire la temperatura ad una signora”.
Lo sentì ridere. “E adesso cosa devo fare per aiutarvi?”.
Eh, e adesso che mi invento?!, si chiese disperata. Non restava che rivestirsi o sperare in un gesto irruento di Guy. Ma il gesto non arrivava. “Passatemi il vestito, grazie”. Lui andò verso la sedia, prese l’abito e l’appoggiò sul letto.
E bravo Gisborne, pensò. Per prendere il vestito si sarebbe dovuta piegare, puntando il suo lato B verso il lato A di Guy. Lo fece lentamente, e piegandosi in modo da sfiorare il corpo dell’uomo alle sue spalle. Se non fa niente adesso…
Ma lui non fece niente. Lo sentì solo sospirare e lei, girandosi tenendo il vestito in mano a coprirle il corpo, vide che lui aveva gli occhi chiusi.
“Anche voi sapete come scaldare un uomo” disse quasi sottovoce.
Martine sorrise. “Se avete caldo, lasciate che vi aiuti a togliervi questi abiti. Ormai conosco bene questi ganci”. Senza che lui proferisse parola, gli aprì la giubba e gliela tolse, facendo poi scivolare le mani sulla maglia. Poi cominciò ad indietreggiare, tirandolo per la maglia, e si sedette sul letto. E lo guardò.
“Martine… cosa… perché…”. Era confuso, ma sembrava trattenersi a stento.
Ecco, ottimo, e ora che gli rispondo?!, brontolò tra sé e sé. Ma gli uomini medievali non erano tutti degli animali assetati di sesso? Cosa aveva il povero Gisborne di male? Forse il chiodo fisso su Marian lo bloccava a tal punto?! Martine, ormai scoraggiata, si lasciò andare dritta distesa sul letto, accanto al vestito rosso di velluto.
“Niente, Guy. Lasciamo stare. Ho sbagliato tutto. Che stupida sono stata, che figura di m….” e si mise le mani sul viso.
“Cos’è che avete fatto di sbagliato?”. La voce di lui era così vicina che Martine ebbe un sussulto. Tolse le mani dal viso e vide gli occhi di lui a pochi centimetri. S’era avvicinato senza far rumore ed ora era quasi disteso su di lei, i gomiti appoggiati al materasso per tenersi in equilibrio.
“Ah… io… ho sbagliato… a comportarmi così… starete pensando male di me…”.
“Ammetto che mi avete spiazzato, e che non so come reagire. Non so cosa volete e perché”.
“Non lo so nemmeno io, Guy. Per questo credo di aver sbagliato a chiedervi di restare. Era meglio se mi cambiavo e basta”. Era sincera.
“Quindi volete che me ne vada?” e lo disse avvicinandosi al collo di lei, e cominciando a baciarla.
“Eh… se fate così però…”.
“Se faccio cosa?” e fece scorrere una mano lungo il corpo, partendo dalle spalle scendendo lungo i fianchi. Martine sospirò e, senza pensarci, gli prese il volto tra le mani e cominciò a baciargli le guance, poi la fronte, il naso e infine le labbra. Guy si lasciò andare sul corpo di lei, e Martine sospirò affondando le mani nei capelli neri e folti, mentre lui la baciava più appassionatamente. L’uomo le prese l’orlo della veste e gliela sollevò, facendo scivolare una mano sotto di essa.
“Siete morbida e calda” le sussurrò nell’orecchio e Martine, nel sentire quella voce profonda e la mano forte chiudersi sul suo seno, si strinse ancora di più al corpo di lui, sentendolo eccitato come lei. Gli sfilò la maglia e cominciò a baciargli le spalle larghe, mentre con le dita e le unghie gli graffiava il petto, fino a scendere alla vita. Guy si alzò in piedi e rimase immobile a fissarla, ansimando leggermente. Martine si mise a sedere, e cominciò a slacciare la cintura dei pantaloni di pelle, facendoli poi scivolare sul pavimento. E alzò lo sguardo verso di lui, distendendosi di nuovo sul letto. Guy si riadagiò sul corpo di lei, spostandole i capelli dal viso e baciandole le labbra dolcemente.
“Siete ancora in dubbio su cosa volete veramente?”.
“Direi proprio di no. Voi che dite? Però… ho solo una lamentela da farvi”.
L’espressione di Guy si fece seria.
“Non mi avete tolto tutti i vestiti, non mi state aiutando per niente”.
Lui sorrise, si rialzò in piedi e sfilò l’ultimo pezzo di stoffa che ancora copriva il corpo di Martine. Poi, trascinandole delicatamente il bacino fino al bordo del letto, le aprì le gambe, le afferrò i fianchi e la penetrò. La ragazza gemette e si afferrò con le mani alle coperte. Sentì le mani di lui che si chiudevano suoi suoi seni, mentre entrava e usciva dal suo corpo con maggiore irruenza. Più il tempo passava, più guardava il volto di lui rosso ed eccitato, e meno riusciva a trattenersi. Quando sentì che anche lui era vicino, si lasciò andare e un’ondata di calore la avvolse. Lo sentì gemere di piacere e poi lasciarsi cadere su di lei. Respirarono affannosamente per qualche secondo, poi lui la guardò.
“Devo essere un mostro, con tutti i capelli per aria” fu il commento di Martine.
“Siete bellissima”.
Che commento scontato in un momento simile, pensò la ragazza, sorridendo. Ma era stato comunque molto dolce. E non era niente in confronto alla bellezza di lui in quel momento, con gli occhi verdi che luccicavano e il mezzo sorriso, il corpo caldo e statuario che la avvolgeva.
“Guy… non vorrei spezzare questo momento così speciale, ma…”.
“Vi aiuto a vestirvi” rispose lui, avendo capito cosa intendeva la ragazza. Martine sorrise. Dopo essersi rimesso i pantaloni, la rivestì delicatamente, accarezzandole e baciandole le parti del corpo che rimanevano ancora scoperte.
“Ora vi chiamo la serva per i capelli, mostro”. Martine gli fece il solletico per dispetto e Guy si girò sorpreso, ma divertito. La prese per la vita e la sollevò per aria.
“Mettetemi giù! Vi prego!”. La fece scivolare lentamente lungo il suo corpo, poi le diede un bacio sulla fronte. Le sorrise, si mise maglia e giubba, ed uscì dalla stanza. Martine si mise le mani tra i capelli. Non perché era preoccupata di sembrare davvero un mostro, ma perché non credeva ancora a quello che aveva appena fatto.
“Adesso Faith potrà dire tutto quello che vorrà. Ma di sicuro non me ne pento minimamente”.

 

 

Data di pubblicazione: 23 settembre 2009 / 1 ottobre 2009 / 17 dicembre 2009
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

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