DAGGER: CAPITOLO 2.2

 

26 Febbraio 1193
GIORNO 1
FORESTA DI SHERWOOD

Nigel sentì su di sé lo sguardo perplesso del gruppo; non si curò di quello di Jack che era uno sguardo strambo di natura, ma quelli di Martine e Claudia gli dicevano che forse c’era qualcosa che non andava. In effetti, si rese conto di star ancora saltellando di gioia abbracciato a Faith, che aveva ormai da diversi secondi mollato la presa da lui e che ora lo guardava con un’espressione a metà tra lo sconsolato e il divertito. Nigel arrossì all’istante, sciogliendo l’abbraccio tra i risolini generali.
Faith si guardò allora attorno eccitata, e gli occhi le caddero sul loro mezzo di trasporto. La brina che l’aveva imbiancato si era sciolta ed ora era lì, in tutto il suo splendore, azzurro acceso. Pensandoci, rappresentava un bel grattacapo. Non lo si sarebbe potuto considerare al passo coi tempi nel 2010, ma certo non era abbastanza vecchio da passare inosservato nel 1193.
“Che facciamo con questo?” chiese agli altri, indicando col pollice il vecchio Volkswagen.
“Dovremo disboscare mezza Sherwood per nasconderlo…”.
Tutti si guardarono intorno avviliti, ammettendo che avrebbero avuto un bel da fare per mimetizzarlo.
“Sono sicura che Doc ha pensato a qualcosa per i casi del genere” affermò Martine, fiduciosa. “Ci ha detto di leggere attentamente il manuale delle istruzioni” disse, perdendo un poco della fiducia, ricordandosi le dimensioni del sopracitato manuale.
Mentre Claudia estraeva dal cruscotto il manuale, passandolo faticosamente a Martine perché trovasse una soluzione, e tutti cercavano di sbirciare i fogli di carta riempiti dalla scrittura fitta fitta di Doc, Jack sembrava stranamente attratto dalle fronde degli alberi sopra di loro, e non prestava minimamente attenzione a quello che i suoi compagni stavano facendo, cercando di fare lo spelling di qualche strana parola “s-c-i, no.. s-h-o… neppure”.
“Trovato!” esclamò improvvisamente trionfante Martine. “Non ci credo… Doc ha trovato un modo per far diventare invisibile il furgone. Ha messo un pulsante apposta… ricordate che ci aveva detto dei problemi per nasconderlo in Cina? Beh, a quanto pare ha risolto il problema! Ah, eccolo..” disse, localizzando un bottone rosso sopra il parafango anteriore destro, che fino a quel momento era passato del tutto inosservato, e pigiandolo. Nell’incredulità generale, il furgone svanì, divenuto completamente invisibile. Faith allungò le braccia per toccare la forma invisibile, e con sua grande sorpresa le sue mani non trovarono appoggio.
“Aspetta!!!” sbottò Faith. “Adesso mi spieghi come lo ritroviamo il bottone, visto che non c’è nemmeno più il furgone?” disse, portandosi le mani sui fianchi.
Claudia e Nigel guardavano Martine, aspettando fiduciosamente una risposta, mentre Jack in sottofondo continuava a compitare “s-c-o-a… no, neppure così”.
Ora Martine leggeva a voce alta:
-Per ritrovare il vostro mezzo, confidate nel Greenid. Ora che il furgone è invisibile, è tecnicamente incastrato in una sacca spaziotemporale. Come potete ben immaginare non potevo farlo diventare invisibile e basta..- “Certo, che idea improbabile” bofonchiava Faith con il suo caratteristico sarcasmo -…immaginate cosa potrebbe succedere se, nel suo stato di invisibilità, il furgone fosse ricoperto da qualcosa, come delle foglie, o se qualcuno ci andasse a sbattere. Un rischio che decisamente non possiamo permetterci di correre. Quindi, come ho già detto, confidate nel Greenid-
“Perché deve sempre essere così criptico quell’uomo?!” si stava chiedendo Martine, mentre estraeva della sua sacca il manufatto conico.
Ora Faith e Martine davano le spalle ai compagni e si passavano il Greenid, muovendosi come se stessero cercando il campo per il loro cellulare.
Claudia e Nigel si guardavano sempre più perplessi. “Magari saper a memoria Indiana Jones in questi casi aiuta…” stava dicendo la ragazza.
Faith e Martine continuavano a muovere il cono avanti ed indietro, a destra e sinistra, su e giù, ora più lentamente.
Ecco. Sembrava cominciare a funzionare. Qualcosa, nel nulla, aveva cominciato a sibilare e poi ad emettere un “Bip” continuo, il cui volume diventava sempre più forte.
Ed ecco, ad un tratto, sospesa nel vuoto a circa settanta centimetri da terra, lampeggiava una lucina rossa.
“Ci siamo!”
Martine premette il bottone e il furgoncino riapparve, lo premette nuovamente ed esso scomparve ancora una volta.
“S-c-o-i-t… no! Dannazione!”
Ora il problema “mimetizzazione” del furgone era risolto. Lo fecero riapparire e, quando ebbero recuperato dal suo interno tutto quello che avrebbe potuto esser loro utile, lo fecero sparire definitivamente. Si guardarono l’un gli altri con facce gongolanti: avevano scampato una bella faticata e ne erano tutti molto soddisfatti.
“Ragazzi, vediamo di darci una mossa adesso, per trovare il pezzo della Daga abbiamo solo due settimane e già perso diverse ore, visto che non abbiamo la minima idea di dove dirigerci. Io proporrei di andare verso la città tanto per cominciare”.
“S-c-o-i-l… NO!” stava ancora borbottando Jack, guadagnandosi occhiate pietose dall’intera compagnia, incluso Nigel.
Jack scrutò i volti dei giovani ad uno ad uno, ed infine sbottò: “Beh che c’è? Ho fame!”
“Scusa, ma questo cosa c’entra con s-c-o…?” chiese Martine, divertita.
“Eccolo! SCOIATTOLO!!! Ho fame!”
Lasciando tutti senza parole, il pirata aveva cominciato ad arrampicarsi su una grande quercia, puntando un ignaro roditore che zampettava da un ramo all’altro.
“Sco-iat-to-lo! Vieni qui scoiattolino, non ti faccio nulla.. voglio solo mangiarti!”
Faith, non badando minimamente al pirata, si stava guardando attorno con occhi avidi. Tutto lì intorno era così verde da far male agli occhi. Era il posto più bello che avesse mai visto e, se non avessero avuto tanta fretta, si sarebbe stesa lì al centro del sentiero, e avrebbe semplicemente goduto della fantastica sensazione che quel bosco le trasmetteva. Sembrava un paradiso in terra.

 

A qualche metro di distanza un rumore di foglie calpestate, che girandosi avrebbero identificato come di zoccoli, li fece voltare tutti di scatto.
Un uomo a cavallo, completamente vestito di nero e con una lunga spada a due fili che pendeva dal fianco, li guardava col suo sguardo penetrante, ghignando dall’alto della sua cavalcatura a qualche metro di distanza. Si era sporto in avanti e poggiava il gomito sul collo dell’animale che stava montando. Alle sue spalle, altri due uomini a cavallo, con elmo e cotta di maglia.
A quella vista, Nigel e Faith si scambiarono un cenno d’assenso, ma anche Claudia e Martine sembravano non aver avuto problemi a riconoscere i tre uomini: le guardie dello sceriffo di Nottingham, ed un loro superiore non ben identificato.
“Non per fare il guastafeste,” esordì l’uomo in nero con un sorriso sornione, “ma gli scoiattoli non sono esattamente quello che si dice uno spuntino prelibato, mi dicono…”. Cercò l’approvazione degli uomini alle sue spalle, che risposero ridendo sguaiatamente, e poi alzò lo sguardo su Jack che stava continuando la sua scalata.
“Ah, tanto per la cronaca, siete in arresto” e, detto questo, fece un cenno alle due guardie, che si apprestarono a scendere da cavallo.
“Aspettate… ma… ma perché?” stava balbettando Nigel.
L’uomo in nero lo guardò con una certa aria di sufficienza, poi cominciò a recitare: “Chiunque sia sorpreso nella foresta o nella zona circostante, senza il permesso scritto del Nostro Benevolo Sceriffo di Nottingham” a questo punto l’araldo sembrava tutto meno che convinto delle parole che stava pronunciando “verrà considerato complice di, amico di, o spia per conto del famoso fuorilegge Robin Hood, e per questo preso in consegna… quindi signori miei, siete pregati di seguirmi”.
Le guardie alle sue spalle scesero da cavallo, attrezzandosi con le corde per legarli.
“Ma non esiste! Il mio primo giorno a Nottingham e mi arrestano?” si fece avanti Faith; poi, alzando la testa verso gli alberi e la voce per farsi sentire, disse “e tu, Capitan Cretino, scendi da quello stramaledetto albero, ORA!”
Jack era piombato a terra con la grazia di un Caterpillar, provocando nell’uomo in nero una certa perplessità, espressa chiaramente con un’alzata di sopracciglio interrogativa. In effetti, oltre al suo comportamento e il modo di muoversi decisamente inusuale, il pirata non era esattamente in linea con la moda dell’epoca, al contrario di quello che si poteva più o meno affermare degli altri.
L’avevano costretto a mettere un abito adatto, ma per certe cose Jack non aveva sentito ragioni. Sopra gli stivali aveva cucito a spirale un cordino di conchiglie e di ossa si pollo, all’altezza della vita portava ben tre cinture, nessuna delle quali utile a tener al loro posto i calzoni che gli scendevano impietosamente ogni due minuti, aveva i lunghi capelli neri sciolti sulle spalle, gli occhi truccati ed in testa uno strano copricapo di pelle malandata a tre punte. Dalla borsa coloratissima che gli pendeva al fianco usciva una lunga piuma verde e un suono tintinnante ad ogni suo movimento.
Nel tempo che i tre uomini avevano speso per studiare lo strampalato individuo, Faith si era fatta avanti e ora parlava con quello che aveva dedotto essere il capo. “Non avete alcun motivo per considerarci ostili o meritevoli di un arresto, quindi se vorrete farci da scorta fino alla città, vi saremmo immensamente grati… altrimenti potete andarvene per la vostra strada”.
“Faith…” aveva cominciato Nigel, supportato da Martine e Claudia che annuivano alle sue spalle.
“No, Faith un cavolo, e anche voi due non guardatemi così”.
Il cavaliere era rimasto a bocca aperta. Aveva sentito solo una donna in tutta la sua vita parlare con quel tono ad un uomo, ed era piuttosto certo che la signora di Knighton Hall non avesse sorelle o parenti strette nella vicinanze.
“Tanto sta, Signora, che non mi avete mostrato alcun permesso per attraversare la foresta, quindi deduco che non ne siate in possesso”.
Mentre i suoi amici si guardavano cercando una soluzione, e le guardie si avvicinavano per legarli, Faith cercava di far mente locale, ma non ricordava nessun resoconto, nessun documento che parlasse di permessi per attraversare Sherwood.
“Dannazione!” esclamò frustrata, prendendo a calci un sasso, che schivò di pochi centimetri la testa di una delle due guardie, mentre l’uomo a cavallo sembrava molto divertito dalla scena.
Inaspettatamente, fu Nigel a tirarli fuori da quella situazione a dir poco spiacevole.
“Signore, abbiate pazienza, siamo artisti di strada in viaggio per far conoscere la nostra arte in tutto il paese”. A questo punto l’uomo lo interruppe e, indicando con il pollice Faith, chiese sottovoce: “Lanciatrice di coltelli?”.
“Artisti di strada? Ma non eravamo d’accordo per la versione ‘fedeli in pellegrinaggio’?”.
Nigel si concesse una risatina nervosa e poi, rivolgendosi di nuovo al cavaliere, “ad ogni modo siamo diretti a Londra, e speravamo di poterci esibire anche qui a Nottingham, non sapevamo nulla di questo permesso…”
“Che ti è saltato in mente, Nigel?”. Faith stava lanciando una delle sue famosissime occhiate fulmino-uccido.
“Sì, non nego che ci sarebbe bisogno che qualcuno tirasse su il morale di questa città” disse il cavaliere, lanciando un’occhiata in tralice a Faith .“Da dove venite?”
“Dal nord” dissero simultaneamente le tre ragazze.
“Io veramente vengo dritto dritto da Tortuga col vento in poppa” disse Jack, togliendosi il cappello e facendo un profondo inchino tintinnante.
A questo punto, le due guardie non sapevano se lasciarli andare perché decisamente innocui, o rinchiuderli come pazzi da legare.
“Credo che il Signore volesse sapere qual’è stata la nostra ultima tappa…”
“Signore? A quel pomposo, questa è bella…” stava borbottando Faith. Fortunatamente la voce di Nigel che diceva “Leeds” coprì quella della ragazza.
“Artisti di strada eh?” chiese allora l’uomo con un tono che non prometteva nulla di buono, e sorridendo ai suoi due compari. “Datecene prova e, forse, vi permetterò di entrare in città senza corda al collo”.
“Grandioso! E adesso che facciamo, genio?” chiese Faith a Nigel, perfettamente immedesimata in un lama parlante di nome Kuzko.
“Non lo so, sei tu la maniaca delle citazioni… ne sai centinaia a memoria… improvvisa!”.
“C’è qualche problema?” chiese allora una delle guardie, vedendoli molto indecisi.
“Il problema è che io ho ancora fame!” bofonchiò Jack.
“No, no! Abbiamo solo bisogno di un paio di minuti per organizzarci” disse Nigel, spingendo Faith verso Martine e Claudia.
“Ma sei scemo? E adesso cosa c’inventiamo? Qui l’unica che ha mai fatto teatro è Martine! Cosa siamo in grado di fare secondo te?”
“Senti Faith, ormai siamo in ballo. Nigel ha avuto un’ottima intuizione, questa potrebbe essere un’ottima copertura… sono sicura che tu e Martine potete riuscire a recitare qualche scena di un cartone o di un film… certamente ne sappiamo più di film che di misteriose usanze cristiano-medievali, e noi possiamo senz’altro aiutarvi, dateci solo le coordinate!”.
“Direi che in una situazione del genere ci conviene cantare qualcosa… è decisamente più semplice che recitare senza nessuna preparazione… certo, se avessimo qualche strumento per accompagnarci…” stava proponendo Martine.
“Beh, si da il caso che io abbia qui il mio tamburello ed il mio fiffolo” disse Jack che, sorprendendo tutti, si mise a ravanare nella propria borsa, estraendone prima un tamburello poi dei sonagli ed infine un piccolo, ma elegante strumentino alla cui estremità era legata con uno spago ricoperto di pece: la lunga piuma verde. Così vennero a conoscenza della vera natura del “fiffolo”, nome altamente specializzato che Jack adoperava per indicare un banalissimo flauto di legno.
“Ora il problema che si pone è che l’unico che sa suonare uno strumento e che lo possiede non conosce neppure una delle canzoni che conosciamo noi” argomentò Claudia.
“Beh veramente una la conosce…” ricordò a tutti Martine.
Si avvicinarono gli uni agli altri, e cominciarono a confabulare se fosse o meno il caso di fare una certa canzone, e con questa sembrarono raggiungere una soluzione. Faith aveva rotto l’anima a tutti ascoltando ‘Flawed Design’ di Stabilo in continuazione e a tutto volume con lo stereo del suo appartamento, e Jack era stato uno degli ascoltatori coercizzati il giorno prima. Avevano trovato così la canzone che conoscevano tutti e che era relativamente semplice da far suonare a Jack.
Ricordarono indicativamente a Jack la melodia che avrebbe dovuto suonare, sperando in una sua vena interpretativa non troppo fantasiosa, Claudia avrebbe avuto in consegna i sonagli, Faith il tamburello per completare la sessione ritmica, e tutti e quattro avrebbero cantato. A Faith sarebbero toccata la prima strofa, a Martine, famosa per la sue interpretazioni come air-singer dei Finley, la seconda, mentre a Claudia e Nigel tutti i controcanti. Si sarebbero giocati la possibilità di entrare a Nottingham come ospiti o come fuorilegge, e quindi avevano intenzione di mettercela tutta, anche se in realtà nessuno di loro credeva che la performance avrebbe potuto esser minimamente credibile. Non avevano, comunque, tenuto conto del fatto che in quanto a performance live il medioevo non era proprio così all’avanguardia.

 

Erano pronti, ed il loro pubblico sembrava impaziente.
Jack cominciò a soffiare nel suo flauto, emettendo un suono flebile e delicato, che si fece subito più energico accompagnato dal tamburello e dai sonagli. Faith cominciò a cantare:

>>>====>

 

When I was a young boy
I was honest and I had more self-control
If I was tempted I would run
Then, when I got older
I began to lie to get exactly what I wanted
When I wanted it
– And I wanted it
Now, I’m having trouble differentiating
Between what I want
And what I need
To make me happy
So instead of thinking I just stop
Before I have the chance to contemplate the
Consequences of action

 

Alla voce di Faith si sostituirono quelle di Nigel e Claudia che amalgamate sembravano creare un effetto armonico del tutto inaspettato.

 

And I will turn off
And I will shut down
Burying the voices of my conscience hitting ground
And I will turn off
And I will shut down
The chemicals are restless in my head

 

Il ritmo divenne più energico e più veloce, ed ora cantavano tutti insieme.

 

‘Cuz I lie
Not because I want to
But I seem to need to
All the time
Yeah, I lie
And I don’t even know it
Maybe this is
All a part of my flawed design

 

Dopo una pausa in cui l’unico suono era stato una nota sospesa del flauto di Jack, Martine attaccò con la seconda strofa.

 

And ever since I figured out
That I could control other people
I’ve had trouble sleeping
With both eyes closed
And if I asked permission
If I make sure it’s ok
I promise I won’t slip up this time
You can trust me
But never take advice from someone
Who just admitted to being devious
Who just confessed to treason
And I would ask
That you never ask a question
That I cannot ask myself
For it might
Dirty up your conscience

 

Fu solo durante quella strofa che Faith, limitandosi a tenere il tempo con il tamburo, cominciò a concentrarsi sull’effetto che la loro esibizione stava avendo sul loro pubblico, lanciando delle occhiate di soppiatto.
Le due guardie sembravano piacevolmente sorprese e soddisfatte di quella performance a loro uso e consumo, mentre il cavaliere aveva un’espressione strana, quasi ferita. Alzò lo sguardo e per un istante i suoi occhi incrociarono lo sguardo di Faith che ebbe, solo per un brevissimo momento, l’occasione di scoprire due iridi di un azzurro così intenso da sembrare liquido.

‘Cuz I lie
Not because I want to
But I seem to need to
All the time
Yeah, I lie
And I don’t even know it
Maybe this is
All a part of my –

And how can you say those things
Why can’t you just believe?
And how can you say those things
And keep a straight face?
And how can you say those things
Why can’t you just believe?
And how can you say those things
And keep a straight face?

‘Cuz I lie
Not because I want to
But I seem to need to
All the time
Yeah, I lie
And I don’t even know it
Maybe this is
All a part of my –
‘Cuz I lie
And if I could control it
Maybe I could leave it all behind
Yeah, I lie
And I don’t even know it
Maybe this is all a part of my
Flawed design

 

Ogni volta che avevano ripetuto quel ritornello, l’uomo aveva distolto lo sguardo da loro, abbassando la testa, come se quella canzone lo riguardasse in qualche modo.
Quando ebbero finito la canzone, l’uomo rimase qualche secondo in silenzio; poi, alzando gli occhi su di loro e recuperando la sua faccia di bronzo, disse: “Siete stati molto più bravi degli ultimi ‘artisti’ passati di qua. Vi concederò il beneficio del dubbio, ma non sperate che vi perda d’occhio. Sarò la vostra ombra fintanto che starete in città, ricordatevelo”. Detto questo, diede ordine ai suoi uomini di prendere parte dei loro bagagli e di scortarli in città.
Mentre si dirigevano verso la città, il cavaliere si mise a parlare del più e del meno con Nigel, a cui fittissimi studi sul periodo permisero di discutere con l’uomo dei fatti storici che avevano determinato il destino dell’Inghilterra come se si trattasse di chiacchiere da osteria.
In capo ad un paio d’ore di cammino arrivarono in vista delle mura della città, molto più alte ed imponenti di quanto le scoperte archeologiche di Nigel e Faith avevano mai permesso d’immaginare. Attraversando il ponte levatoio, e passeggiando per le vie della città diretti al castello, i due archeologi si guardavano attorno meravigliati registrando ogni dettaglio possibile.
Quando arrivarono alla piazza antistante il castello, un altro uomo in nero, con un fare da angelo vendicatore, uscendo da un pesante portone di legno chiodato, si diresse verso di loro con passo deciso e con una faccia tutt’altro che accogliente.
Era ancora a diversi metri dal loro accompagnatore quando cominciò ad urlare contro di lui.
“ALLAN! DOVE DIAVOLO SEI STATO???? Devo ricordarti che sei qui solo perché IO lo consento?? Torna al tuo lavoro, il mio cavallo ha bisogno di essere strigliato!”.
“Ma…” stava dicendo l’altro.
“ORA!” ruggì il nuovo arrivato, facendo morire in gola qualsiasi protesta al giovane. “ASPETTA! Chi diavolo sono questi cinque?” e, dopo aver ricevuto le spiegazioni del caso, “trova una sistemazione per loro e poi pensa al mio cavallo!”. Poi, rivolto ai nuovi arrivati, “scusate l’incompetenza del mio sottoposto, vi troverà a breve una sistemazione nelle stanze del castello. Del resto mi occuperò io personalmente, farò in modo che abbiate un colloquio con lo sceriffo domattina stessa. Oh, perdonatemi, ho scordato di presentarmi” e aggiunse con un cenno del capo “l mio nome è Guy di Gisborne. Se avete bisogno di qualcosa, fatemi chiamare.”.
Detto questo, fece un rapido inchino e sparì oltre la porta da cui era arrivato.
Faith rimase a bocca aperta, e tutto quello che riuscì a balbettare nelle due ore seguenti fu “Allan, quello era Allan A Dale… e io… Allan…e Guy di Gisborne”.
Così, prima che calasse la notte su Nottingham, loro erano stati sistemati in una stanza ampia e ben riscaldata. Dopo che gli fu portata in camera una cena spartana ma ristoratrice, si misero tutti a letto, distrutti dalle emozioni della giornata.
Fu solo in quel momento, dopo diverse ore in cui quel “12 Marzo 1193” continuava a ronzare nella sua testa che Faith ricordò perché quei numeri le risultavano così familiari.
“Cazzo! Cazzo! Cazzo! CAZZO!!!!!” urlò allora, facendo scattare tutti sull’attenti.
“Che succede?”.
“Qual’è il problema, Faith?”.
“Ora so perché il 12 Marzo 1193, non mi suonava nuova come data” disse Faith con tono lugubre.
“E allora?”.
“Non tenerci sulle spine!”.
“É la data esatta in cui lo Sceriffo fu dato per disperso, motivo per cui Nottingham ha rischiato di essere rasa al suolo dagli uomini del Principe Giovanni… saremo nel mezzo della confusione più totale e, se modifichiamo minimamente il corso temporale… il finale della storia potrebbe essere completamente diverso…”.
Il silenzio scese tra i giovani, ognuno perso nelle proprie riflessioni sulla situazione. Ora avrebbero avuto grosse difficoltà ad addormentarsi, e meno di sei ore dopo avrebbero avuto il loro primo incontro con lo Sceriffo.

 

 

Data di pubblicazione: 27 marzo 2009
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

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