DAGGER: CAPITOLO 1.7

 

Una melodia riempiva la stanza. Martine avrebbe continuato a dormire, il suono della voce di Josh Groban che proveniva da qualche parte vicino alla sua testa le conciliava il sonno. Ma la vibrazione aveva fatto volare il cellulare sul pavimento, e adesso il piccolo aggeggio ruotava disperato sul marmo. “Mmm!” mugugnò la ragazza, girandosi come un caimano tra le lenzuola e allungando il braccio verso il cellulare. Purtroppo calcolò male la distanza dal bordo del materasso, e planò a terra. Tra mille imprecazioni, e un dolore lancinante al fianco, cercò di ricordare dove si trovasse. Gli occhi semichiusi le diedero una visione poco chiara della stanza, ma in pochi secondi riconobbe la sagoma delle sedie, il tavolo e la cucina in lontananza. Era in salotto, sul divano di Faith. La sera prima avevano ecceduto nei festeggiamenti e, sebbene stanca morta, non riusciva a dormire. Così, non appena Faith s’era addormentata, mugugnando ripetutamente I’m not being funny, aveva preso la coperta e s’era trasferita sul divano. Lo sconosciuto aveva smesso di chiamare. Guardò lo schermo. Numero sconosciuto. Le sei di mattina. Martine imprecò contro lo scocciatore, e contro sé stessa per aver lasciato la suoneria del cellulare accesa. Si avviò barcollando verso il frigorifero, e si versò un po’ di succo nel bicchiere. Si sedette, prese di nuovo in mano il cellulare e tolse la suoneria. Il cellulare riprese a vibrare, facendole prendere un colpo. “Ancora numero sconosciuto?! Ma chi cavolo…” Solitamente non rispondeva mai a numeri che non stavano in rubrica. E questa volta non avrebbe fatto eccezioni. Dopo qualche secondo, il cellulare smise di vibrare.
Martine provò a ricordare se quel numero le era familiare, ma nel frattempo lo sconosciuto continuava ad insistere. “Pronto!” rispose, decisa a mandare a quel paese chiunque egli fosse.
“Marty? Sei tu?”
“Ehm… sì… ma… chi parla!?”
“Marty? Mi senti?”
“Sì, la sento… ma…”
“Grande Giove! Marty! Finalmente! Non hai idea della fatica che ho fatto per trovare il tuo numero! Quel professore, Howell, non voleva cedere! Ma io gli ho dato qualche informazione preziosa sulle anfore etrusche, e alla fine non riuscivo più a staccarmelo di dosso! Spero solo di non aver modificato il continuum spazio temporale… anche se ne dubito…”.
“Continuum spazio temporale… grande Giove… ma che…” e poi Martine riconobbe la voce all’altro capo del telefono.
“Doc! Ma sei tu?”
“E chi dovrei essere?!”
“Doc!!! Ma come… perché… ma… ti pare l’ora di chiamare?! Ma sai che ore sono???”
“Secondo i miei calcoli, in Inghilterra sono le sei del mattino, quattordici minuti e trentacinque secondi. Giornata di sole, previsto annuvolamento nel tardo pomeriggio. Ti consiglio un ombrello se decidi di uscire”
Martine si lanciò sul divano, e affondò il viso sul cuscino. “Appunto, è presto. Si può sapere perché mi hai chiamata? Dove sei? E’ successo qualcosa di grave? Dove sei stato tutto questo tempo?”
“Ah, il tempo… beh, diciamo che sono stato impegnato. Ma ho scoperto qualcosa. Qualcosa che ai tuoi genitori sarebbe interessato moltissimo, e che tu troverai molto interessante!”

 

Martine si trovava nello studio di suo padre, quando incontrò per la prima volta il dottor Emmett Brown. Al tempo avevo solo dieci anni, ma quell’uomo dai capelli bianchi e lo sguardo allucinato non l’avrebbe dimenticato facilmente.
Quel giorno suo padre e lo strano tizio stavano parlando, chini sul tavolo.
Martine aveva appena finito di fare i compiti con sua madre e voleva mostrare a suo padre l’ultimo disegno che aveva fatto: una riproduzione di un’anfora greca. Entrando nello studio vide lo sguardo eccitato del padre, mentre lo sconosciuto gli spiegava qualcosa. “Vieni, Martine. Guarda!”
Lei si avvicinò al tavolo e vide che vi era sopra una vecchia pergamena. L’aveva già vista varie volte sulla scrivania del padre: c’erano disegnati alberi, montagne, case, strane scritte in latino… sembrava una mappa. Ma l’antico documento era strappato, e la piccola porzione non aiutava ad identificare il luogo disegnatovi sopra. “Papà… ehm… l’avevo già visto…”
“Ma non avevi ancora visto questo!”, furono le prime parole che lo sconosciuto le rivolse. Avvicinò al pezzo di pergamena del padre un altro pezzo, molto simile. Non combaciavano. “Vedi? Appartengono alla stessa pergamena! Guarda il tipo di carattere, l’inchiostro usato e la linea delle figure. La mano che l’ha disegnato era la stessa!”. Suo padre tratteneva a stento l’emozione. “E leggi l’iscrizione sull’altro pezzo: armorum fatum arcanus hic est
Martine aveva iniziato da poco a studiare il latino su volere di suo padre, ma la cosa non la entusiasmava molto. “Ehm… e che vorrebbe dire?” chiese timorosa.
“Il segreto della Daga del Destino è qui” rispose l’uomo dai capelli bianchi.
Il suo dito puntava la scrivania del padre, in mezzo ai due pezzi di pergamena. La ragazza era dubbiosa, ma non osava fiatare.
“Il dottor Brown ha trovato uno dei pezzi mancanti, e sapendo che da anni ormai svolgo ricerche sulla daga, mi ha contattato. Purtroppo…”
“… purtroppo manca il pezzo fondamentale, ovvero il pezzo centrale della pergamena” sospirò il dottor Brown. Martine osservò il vuoto tra i due pezzi. “Ma non vi ho nemmeno presentati. Signor Brown, questa è mia figlia, Martine. Martine, questo è il dottor Emmett Brown”.
“Un vero piacere” rispose l’uomo, sorridendo.
“Ma… lei com’è venuto in possesso di questa pergamena, signor Brown… ehm, dottore…?”
“Chiamami pure Doc. Diciamo che… col tempo… sono entrato in possesso di questa mappa. Diciamo che avendo altro tempo a disposizione, con l’aiuto delle ricerche di tuo padre, potrei trovare anche il pezzo mancante!”.
“Ed è per questo che il dottor Brown è invitato a rimanere qui a cena da noi” disse il padre, sorridendo. Da allora, la presenza di Doc in casa divenne un’abitudine. Per Martine era come avere un nonno acquisito, solo un po’ più svitato. Le storie che le raccontava, tutte storicamente ispirate, la lasciavano a bocca aperta. A volte rimanevano a bocca aperta anche i suoi genitori, che finivano col discutere sulla veridicità o meno di alcuni fatti storici. Nei cinque anni a venire il dottore aiutò spesso i Wescott nelle loro ricerche e studi archeologici; ma il pezzo mancante non venne mai trovato e, con la morte dei genitori e il conseguente trasferimento a Londra, Martine e Doc si vedevano di rado. L’ultimo incontro fu in un bar di Londra, due anni prima. Davanti ad un caffè, l’uomo le disse che sarebbe partito per un lungo viaggio, e che non sapeva quando sarebbe tornato. “Troverò il pezzo mancante, Marty. Te lo prometto!” le aveva detto, sbattendo la mano sul tavolo.
“Doc, lascia stare…”.
“No, ho letto il libro di miti e leggende dei Caraibi che mi hai dato, e credo di poterne ricavare qualcosa. Ti farò sapere!”. Martine non ebbe più sue notizie. Fino a quel mattino.

 

Il cellulare vibrò. Numero sconosciuto. Le nove del mattino. “Doc?” mugugnò, alzando la testa dal cuscino.
“No, sono Nigel. Disturbo? Stavi dormendo?”
“Più o meno. Dimmi…”
“Ho portato il caffè, mi apri?”
Martine ebbe bisogno di qualche secondo per riprendersi. Al suono della sveglia di Faith s’era lentamente trasferita sul suo letto ed era affondata sotto il piumone, mentre l’amica si preparava il caffè e usciva a prendere Claudia in stazione. Mentre andava verso la porta d’entrata si chiese come facesse Nigel ad aver il suo numero di cellulare e perché fosse venuto col caffè.
“Ciao, come va? Ho pensato di scusarmi per stanotte portandovi il caffè” e agitò il sacchetto di Starbucks. Una piccola macchia scura si stava formando sul fondo di cartone. “Oh porc…” e il giovane corse verso il lavello, lasciando piccole gocce sul pavimento. “Scusa, scusa, scusa! Non pensavo si staccasse il coperchio…”
“Prendi quelle tazze. Due si sono salvati, dividiamo quello che rimane del terzo e siamo a posto”
“Faith non c’è?”. C’era un tono triste nella voce di Nigel. Si sedettero sul divano, e mentre Martine gli spiegava dov’era la loro amica, sorseggiarono con gusto il caffè. “Senti, ma… ieri sera ho detto qualcosa di troppo… cioè… dopo aver bevuto… io… ehm…”
“Tranquillo, niente di compromettente”
“Ah bene. No, perché avevo paura di aver detto qualcosa di troppo riguardo a Faith, che…” e si fermò, deglutendo. Poi fissò Martine e sorrise.
“Nigel, se anche avessi detto qualcosa di troppo, fidati. Non avrebbe fatto danni”
“Meno male” sospirò il ragazzo.
“Tanto credo che ormai Faith sappia cosa provi per lei” Per poco non si creò una nuova pozza sul pavimento, mentre Nigel soffocava e sputacchiava caffè. “Ma dai, si vede lontano un miglio! Voglio dire, ti conosco da meno di due giorni. A proposito, perché hai già il mio numero di cellulare?”
“Perché nel caso non funzioni con Faith, posso provarci con te” disse serio, mente sorseggiava l’ultimo goccio dalla tazza. Martine lo fissò a bocca aperta e, quando incrociarono lo sguardo, Nigel si mise a ridere e lei lo picchiò scherzosamente. Il ragazzo si alzò per far finta di scappare ma scivolò sulla pozza di caffè e cadde violentemente sul sedere. “Nigel, tutto bene?”
“Ohi ohi ohi! Più o meno… sì… ahia” e tentò di rialzarsi.
“Vieni, forse è meglio se ti stendi un attimo sul letto. Ti porto del ghiaccio” A fatica, la ragazza lo portò a spalla in camera di Faith, e lo adagiò a pancia in giù.
“Sono un disastro. Lei non mi vorrà mai” brontolava tristemente. Dalla cucina si sentiva Martine che rompeva il ghiaccio e tornava con uno strofinaccio gonfio e chiuso con un nodo.
“Ecco, ora stai fermo. Vedrai che passa. Stamattina anch’io ho preso una bella botta sul sedere, cadendo dal divano”
“Pavimento due, deficienti zero” rise Nigel. Anche lei si mise a ridere.
“Vedi? Non sei senza speranze. Sei divertente E intelligente. A volte l’essere un imbranato fa tenerezza. E sei carino” Martine si stupì delle sue parole. E quando Nigel girò la testa e la fissò con quegli occhini da cucciolo…
“Davvero?” le disse, e allungò la mano per accarezzare quella di lei.
“Adesso non montarti troppo la testa, ok?” e fece per alzarsi, ma lui la trattenne per il braccio. Si mise a sedere, facendo cadere lo strofinaccio gelato. La ragazza vedeva uno sguardo diverso, e cominciava ad avere paura. Lui le teneva la mano e l’accarezzava lentamente, non staccando mai gli occhi dai suoi.
“Nigel… sicuro di non aver battuto anche la testa?”
“Non ricordo… però se vorrai mettermi il ghiaccio anche lì, sarò sempre a tua disposizione”
“Sei ancora ubriaco?! E Faith?”
“Lei mi trova tutte le qualità che mi trovi tu? Oppure prima stavi solo cercando di consolarmi?”
“No, beh… ero sincera, ma… concentrati Nigel! Il tuo obiettivo è Faith!”
“E se mi concentrassi si di un altro obiettivo… più vicino…” e lentamente il suo volto si portò vicino a quello di lei. Martine abbassò lo sguardo, incapace di pensare e parlare. Nigel le spostò i capelli e le diede un leggero bacio sulla guancia. Gli sguardi si incrociarono di nuovo e… il cellulare suonò.
“Pronto? Sì? Ah ok… no, son sveglia. E’ passato Nigel col caffè. Nel forno? Ora controllo… a quanto? Ok. Sì, ho capito! Ok, a dopo” e Martine appoggiò il cellulare sulle gambe.
“Era Faith. Sta aspettando Claudia alla stazione, e mi ha chiesto se posso mettere su l’arrosto, così sarà pronto per quando tornerà. Quindi…” e rimase in silenzio.
“Quindi non sarà di ritorno in breve tempo” disse Nigel, che riprese a giocherellare con le dita sulla mano di lei.
“Nigel. Ascolta. Tu sei in fase vado-con-la-prima-che-mi-caga-perché-adesso-son-depresso, e io sono più o meno nella tua stessa situazione. Se noi ora abusassimo di questo letto per fare sesso non credo potremmo più comportarci allo stesso modo in presenza di Faith. Non escludo un nostro futuro incontro di questo genere, ma… per adesso no”
Lui sorrise e le diede un leggero bacio sulle labbra. “Mi rimetteresti il ghiaccio sulle chiappe?” disse, stendendosi di nuovo sul letto. Martine sorrise.
“Che cosa romantica…”

 

* * *

 

“Ma ti pare che io cucini le patate col forno a 250 gradi?!”
“Ti lamenti anche? Mi chiami dicendo di accenderlo per cucinare l’arrosto, che tra l’altro non avevi nemmeno scongelato… e io devo pensare alle tue patate?!”
“E ci devo pensare io? Sei tu quella che mangia sempre patate. Per fortuna stavolta ho deciso di cambiare menù, facendo arrosto invece di petti di pollo…”
“Quindi sarebbe colpa mia se tu non sai cucinare altro?”
“COME SCUSA!?”
“NON URLARE!!!”
Claudia, seduta sul divano, osservava le due ragazze litigare in cucina. Accanto a lei, Nigel sorseggiava ciò che rimaneva del caffè. “Ho un dolore allucinante al seder… ehm, scusa” balbettò.
“Tranquillo, nessun problema. Anch’io sono un po’ a pezzi dopo il viaggio. Ma dimmi. Sono sempre così?” sussurrò Claudia, indicando le due nell’altra stanza.
“Beh, Martine la conosco da troppo poco tempo per poter dare la mia opinione. Invece Faith… beh, dopo mesi passati insieme a lavorare a stretto contatto… ecco, lei… ha un animo caliente.”
“Ca-caliente?!”
Claudia tentava a stento di trattenere una risata.
“Sì, molto… ehm, molto italiana, ecco. Non ha origini italiane? Mi pareva avesse detto che sua madre era italiana. No? Mmm, cambiando discorso… andiamo a separarle o finisce che rimaniamo senza pranzo.”
Nel frattempo le due litiganti s’erano accordate sul menù giornaliero: pasticcio al forno. “C’è per caso del caffè che vi avanza?” chiese Claudia, cercando di sollevare l’aria pesante che aleggiava ancora nella stanza.
“Dovrebbe essercene un po’ nella macchinetta, se non ti dispiace berlo freddo. Altrimenti te ne scaldo un po’. A proposito. Nigel, grazie ancora per quello che hai portato stamattina” disse Faith, mentre gettava la borsa di cartone umido tra i rifiuti. Nigel la fissò come se non capisse.
“E cosa avrei portato?”
“Il caffè. Non l’hai preso tu?”
“Eh… no”
“Nigel, non sparar cavolate che non è giornata” esclamò Martine. Il ragazzo aveva la stessa espressività di un pesce rosso.
“Ragazze, vi giuro che non l’ho preso io. Ricordo solamente di aver bevuto molto stanotte, di non essere stato molto bene… e poi buio fino a stamattina. Anzi, Faith. Grazie per avermi fatto dormire qui. Mi spiace aver occupato il letto, potevate lasciarmi anche sul divano”
Questa volta erano le due ragazze ad avere la faccia da pesce rosso. “Nigel, non hai dormito qui” disse Faith.
“Hai dormito a casa tua, e stamattina sei passato a portare il caffè” concluse Martine. Claudia osservava tra il divertito e lo stupito l’evolversi della situazione. Poi vide che il volto di Faith cambiò espressione.
“Nigel… stanotte, dopo averti trascinato nel tuo letto, ho visto che prendevi una scatola dal cassetto. Dimmi che non erano gli antidolorifici…”
“Perché, che problema c’è?” chiese Claudia.
“Diciamo che alcolici mescolati ad antidolorifici nel corpo di Nigel creano un effetto collaterale: amnesia.”
“Amnesia?!” risposero in coro Martine e Claudia. Nigel si sedette vicino al tavolo, con l’aria della vittima.
“Purtroppo” spiegò, “non posso farci niente. L’unica cosa che mi rimette in sesto sono la caffeina e una bella dormita…”
“Va bene, va bene. E’ acqua passata. Almeno questa volta non siamo dovuti venire a riprenderti a Liverpool e convincere quella giovane che non volevi sposarla per davvero…” sospirò Faith.

Finito il pranzo, Faith aiutò Claudia a sistemare le valigie. Martine si offrì di rimettere a posto la cucina.
“Posso aiutarti?” Era Nigel con il suo largo sorriso e le maniche già rimboccate.
“Grazie, ma ho quasi finito. Se però ti va di asciugare i bicchieri, così li possiamo mettere via…”
In cucina scese il silenzio, interrotto solo da il rumore dell’acqua che scendeva nel lavello, e di Nigel che appoggiava i bicchieri sulla mensola.
Martine non riuscì più a resistere. “Nigel. Senti…” ma si bloccò, le mani ancora umide che gocciolavano sul pavimento. Il ragazzo la stava osservando, in attesa.
“Davvero non ricordi più niente?”
“Diciamo che vedo tutto molto sfuocato. Come un sogno. Dopo aver parlato con voi, adesso ricordo di aver comprato il caffè, e poi di essere passato qui a casa di Faith. Ricordo anche di essere caduto dal divano. Ma dopo credo che la fantasia, unita all’effetto dell’antidolorifico, abbia fatto il suo corso…” e rise nervosamente.
“Davvero? In che senso?”
“No, niente. Un sogno un po’ particolare… non credo sia successo veramente, credo sarebbe difficilmente possibile, hehehe.”
Martine sorrise sotto i baffi.
“Il tuo cellulare sta vibrando” le disse Nigel distrattamente, mentre sistemava l’ultimo bicchiere. Uno sguardo al display e la ragazza imprecò. Poi corse in camera da letto.

Un vecchio furgone Volkswagen parcheggiò vicino l’auto di Faith. La portiera del guidatore si aprì, e ne saltò fuori una versione moderna del Merlino hawaiano della Disney.
“Marty!” urlò.
“Doc!” e Martine si precipitò ad abbracciarlo.
“Marty, quanto tempo! Come sei cresciuta! Sono davvero felice di vederti!”
“Vedo molto bene anche te. Molto… molto… hippie! Ma lascia che ti presenti i miei amic…”
“Marty, possiamo andare in un posto più sicuro? Dove possiamo parcheggiare il furgone?” chiese l’uomo, guardandosi intorno con aria circospetta.
“Sì… nessun problema. Credo ci sia posto nel garage… vero?” e si girò verso Faith, che ormai s’era rassegnata alla situazione assurda.
Pochi minuti prima s’era vista arrivare in camera l’amica, che tra un rantolo e l’altro le aveva spiegato che una sua vecchia conoscenza sarebbe passata a trovarla, portando notizie sulla daga. Ed ora aveva davanti uno strano tizio dai capelli bianchi, con gli occhi fuori dalle orbite e possessore di un furgoncino reduce degli anni settanta. La cosa divenne ancora più assurda quando dal mezzo scese un’altra persona, un uomo dai lunghi capelli rasta, abbronzatissimo e dal trucco pesante sugli occhi. Se Martine non fosse stata sua amica, e non si fosse fidata di lei ciecamente, avrebbe detto che quei due erano degli spacciatori di droga, e che la Daga era una parola in codice per spinello. Una volta entrati in casa Faith fece accomodare tutti, offrendo caffè caldo appena fatto.
“Per caso avete del rhum?” chiese il tizio con i rasta, bisbigliando nell’orecchio della padrona di casa.
“Ehm, no. Purtroppo credo di averlo finito stamattina” e la ragazza andò a sedersi vicino alle sue amiche, ma continuando a fissare lo strano tipo con occhio sospetto.
“Doc, vuoi dirmi cosa hai scoperto? E perché tutta questa fretta ed agitazione?” chiese Martine, non riuscendo più a trattenersi. Il signore dai capelli bianchi, che era rimasto in piedi, socchiuse gli occhi e, dopo aver preso un lungo respiro, li riaprì e iniziò a raccontare.

“Dopo esserci salutati anni fa, sono partito per i Caraibi, seguendo gli indizi che avevamo trovato grazie a quei libri sulle leggende caraibiche. Non ti dico la fatica arrivare in furgoncino fin lì, ma…”
“Sei andato ai Caraibi con quello?! Ma come… cioè… perché?” fu l’esclamazione basita di Martine.
Doc fissò il pavimento, si mise le mani sui fianchi e assunse un’aria seria. “Vedi Marty… tu sai che sono uno scienziato… ti sei mai accorta che sono molto ferrato in storia?”
La ragazza annuì. Per lei era sempre stato un eroe e non finiva mai di stupire anche i suoi genitori con la sua conoscenza illimitata della storia. “Non è solo grazie alle mie letture” continuò, “che la storia mi è così familiare. Ho inventato un sistema per conoscere la storia in tutta la sua realtà, uno strumento per ampliare la conoscenza dei fatti avvenuti su questo nostro pianeta fin dalla sua nascita”. Pausa. Silenzio. Tensione.
“Doc… cosa…” sussurrò Martina.
“Ok, la faccio breve. Ho inventato una macchina del tempo.”
Di nuovo silenzio.
“Sul serio?” chiese Faith, rompendo il silenzio.
“Certo, mia cara ragazza!”. Doc era raggiante.
I volti dei presenti erano come impietriti, un misto tra stupore, dubbio e incredulità. L’unico che sembrava non prestare attenzione era il tipo con i rasta, che si stava divertendo a sfogliare alcune riviste di moda.
“Doc… non stai scherzando, vero? E non dirmi che la macchina del tempo è… è…” e Martine indicò con la testa verso la finestra, ad indicare il garage al piano di sotto.
“Il furgoncino. Ammetto che come mezzo non ispira molta serietà. Avrei preferito una Delorean, ma purtroppo avevo speso tutti i miei risparmi per costruire il sistema temporale, e quindi mi sono dovuto accontentare del furgone di mio cugino. Un caro ragazzo, un figlio dei fiori. Forse ancora con la testa nel passato…”
“Non è possibile. Lei mi sta dicendo di aver inventato una macchina del tempo?” Nigel era incredulo.
“E posso assicurarvi che funziona. La dimostrazione è questo signore che vedete qui” e indicò l’uomo misterioso che, sentendosi chiamato in causa, alzò la mano e sorrise.
“Capitan Jack Sparrow, al vostro servizio” fu la sua presentazione un po’ biascicata e instabile.
“Lasciate che vi racconti tutto con ordine” disse lo scienziato.
“Dove ero rimasto? Ah già, i Caraibi. Una volta raggiunta Cuba impostai le coordinate temporali. Scelsi la seconda metà del diciassettesimo secolo, il 1680 per l’esattezza, periodo durante il quale fu scritta per la prima volta una delle leggende dove si parlava della daga. Non vi dico la fatica per nascondere il furgoncino! Ad ogni modo, raggiunsi l’isola di Tortuga, che come ben sapete era la roccaforte dei pirati, un porto al sicuro dalla legge dove sperperare il bottino appena conquistato. Speravo di raccogliere informazioni sulla Daga ed imparai ben presto che un pirata navigato ed una bella bottiglia di rhum possono far miracoli. Conobbi un certo Gibbs, che mi raccontò di certe voci che giravano su una piccola isola deserta e di una pietra verde. Il pirata era convinto che il gioiello facesse parte di un’arma, un oggetto leggendario che, completo di ogni sua parte, avrebbe permesso al suo possessore di esaudire qualsiasi desiderio. Dopo qualche mese riuscii a trovare l’isola, ma non senza qualche difficoltà: qualcuno era arrivato prima di me. E fu così che conobbi Jack”.
Tutti si girarono verso colui che s’era definito capitano.
“Jack era venuto a conoscenza della pietra solo dopo che Gibbs gli aveva parlato di me e delle mie domande sospette. Da bravo pirata non poteva lasciarsi sfuggire un simile gioiello, vero Jack?”
“Lei è un pirata? Un vero pirata? Viene davvero dal passato?” fu la domanda di Claudia, che non aveva smesso di fissare incuriosita lo strano tipo.
“Esattamente. E gradirei poterci tornare al più presto, anche se ammetto che qui avete gingilli curiosi ed interessanti” e si mise ad osservare il telefono lì vicino, sniffando la cornetta e ascoltandone divertito i rumori.
“Vidi Jack con la pietra e… lo convinsi a darmela”.
“Mi hai tirato una noce di cocco in testa!” esclamò il pirata.
“Sono scivolato sul ramo della palma!” si difese lo scienziato.
“Mmm, la prossima volta farò scivolare per sbaglio la mano sulla spada, ecco” borbottò Jack.
“Incidenti a parte, entrammo in possesso della pietra, senza sapere cosa sarebbe successo di lì a poco. Un uomo comparve sull’isola, si materializzò dal nulla. Avete presente il teletrasporto di Star Trek? Beh, stesso effetto. Fortunatamente io e Jack eravamo nascosti dalla palma e lo sconosciuto non ci vide. Ma accadde qualcosa di incredibile:l’uomo alzò le mani al cielo e pronunciò delle parole in una lingua a me sconosciuta. Dal fondo della piccola foresta di palme veniva una forte luce verdastra ed un piccolo scrigno che aleggiava nell’aria. Lo scrigno era vuoto, ovviamente. Si trattava del contenitore dove si trovava la pietra verde. L’uomo non sembrava affatto contento della cosa e, dopo aver lanciato un urlo, scomparve. Mi avvicinai al punto dove si era materializzato e trovai solamente un gioiello nero a forma di scarabeo tra la sabbia. Tornai a Tortuga con Jack e ripresi la strada verso il mio furgoncino. Solo una volta tornato ai giorni nostri mi accorsi che il pirata s’era nascosto tra i bagagli” e lanciò uno sguardo poco amichevole al pirata.
“Non potevo abbandonare la pietra” si difese tranquillamente.
“Doc… chi era quel tizio?” chiese Martine. Era ancora sconvolta dal racconto e quella le sembrava la domanda più sensata da fare in quel momento.
“Lo scoprii solo dopo essere tornato a casa. Esaminai la pietra verde e lo scarabeo. E qui le cose si fanno complicate”.
“Come se fino adesso fossero state semplici” esclamò Faith tra sé e sé.
“All’inizio il piccolo cono metallico non mi diede alcuna risposta. Così mi concentrai sullo scarabeo. Era in ebano e sul retro erano incisi dei geroglifici. Qualcuno di voi li sa leggere?”.
Nigel si fece avanti, mentre Doc gli porgeva un piccolo oggetto nero.
“C’è scritto… vediamo… se questo è quello che penso… qui c’è scritto Imhotep”.
“Esattamente” fu la risposta dello scienziato.
“Imhotep? Il sacerdote traditore?” chiese Faith.
“Uccise il faraone per amore di una donna, la quale sacrificò la vita per salvare quella di lui. Purtroppo Imhotep fu giustiziato in maniera orribile e non riuscì a riportare la donna nel regno dei vivi. Per secoli s’è creduto che l’anima del sacerdote non avrebbe mai avuto pace finché non fosse tornato in vita assieme alla sua amata. E così è successo, purtroppo”.
“In che senso? Non mi dirà che l’uomo sulla spiaggia era Imhotep?” chiese Claudia.
“Sfortunatamente, sì. E, qualche giorno dopo, scoprii anche perché cercava la pietra verde” Doc tirò fuori dalla tasca un involucro di stoffa dove teneva al sicuro un piccolo cono di ferro. A contatto con la luce, la pietra incastonata brillò, mandando riflessi verdi per la stanza. “Le incisioni intorno al cono sono scritte in un antico egiziano, molto meno conosciuto dei geroglifici a noi noti grazie alla Stele di Rosetta. Mi feci aiutare da un esperto, che mi tradusse cosa vi era scritto. Sono numeri, serie di cifre senza senso, almeno fino a che non interpretai il codice. Queste sono date, corrispondono esattamente a istanti nel tempo”.
Silenzio. Tutti fissavano il piccolo oggetto, senza sapere cosa dire.
“Non posso dire con certezza che le mie scoperte siano esatte; ho fatto alcuni viaggi in Egitto per confermare le mie ricerche ma credo questo sia uno strumento di richiamo. Quando Imhotep uccise il faraone, usò una daga. Il sacerdote, nella sua fuga prima della morte, portò con sé l’arma. Usando i suoi poteri, la trasformò in modo che diventasse invincibile, così sarebbe stato in grado di uccidere chiunque si fosse messo sulla sua strada. Purtroppo fu catturato mentre cercava di riportare in vita la sua amata. Un attimo prima di essere portato via riuscì a pronunciare una formula magica e la daga si spezzò, sparendo nel nulla. Questo cilindro è la chiave per ritrovare i pezzi mancanti. Ogni pezzo si trova esattamente nell’epoca scritta qui. E se gli scritti di Imhotep sono veritieri, ogni pezzo ha acquisito maggior forza durante i secoli, e nell’esatto momento descritto nel cilindro i pezzi avranno raggiunto la potenza massima. Se Imhotep entrasse in possesso della pietra verde sarebbe in grado di trovare i pezzi mancanti e nessuno sarebbe più al sicuro dalla sua ira”.
“Dunque… ammesso sia tutto vero… Imhotep è vivo e viaggia nel tempo?” chiese titubante Nigel.
“Ahimè, sì. Ma per nostra fortuna i suoi poteri potevano raggiungere solo la pietra verde. Non ha modo di trovare gli altri pezzi senza di essa.”
“Ma quindi, se noi prendiamo la macchina del tempo e andiamo a prenderli…” suggerì Claudia.
“Qui sta il problema” sospirò Doc. “Sul cilindro sono incise solo le date. Per scoprire il luogo, bisogna attivare la pietra”.
“Attivare la pietra?” ripeté Martine.
“Imhotep saprebbe usare questo oggetto meglio di chiunque altro, ovviamente. Ma ho inventato un macchinario che permette di captare le vibrazioni della pietra. Leggendo le incisioni, utilizzando l’egiziano antico, la pietra vibra in un modo particolare. Una specie di linguaggio Morse. Quella vibrazione indica il luogo esatto dove trovare i pezzi della daga.”
“E come ha scoperto questa cosa? Cioè, funziona davvero?” Faith era scettica, anche se tutto aveva un suo senso.
“Io e Jack abbiamo trovato un pezzo della daga in Cina, primi del 1300” e il pirata tirò fuori dalle tasche un oggetto tondeggiante. Era d’oro, lavorato finemente con decorazioni bellissime. Era il pomo della daga.
“Allora cosa aspettiamo? Perché non avete preso il resto?” chiese Nigel, eccitato dalla scoperta.
“Imhotep stava per ucciderci. Purtroppo, una volta letta l’incisione, il meccanismo di richiamo si attiva: Imhotep viene richiamato dall’aldilà e si materializza esattamente nel luogo dove si trova il pezzo della daga. Io e Jack ci siamo salvati per un pelo, ma solo perché eravamo arrivati in Cina giorni prima da quello segnato sul cilindro.” Il pirata mostrò un lungo taglio sul dorso della mano destra. Martine si alzò in piedi.
“Fammi ricapitolare. La Daga del Destino è in realtà l’arma con la quale il sacerdote innamorato uccise il faraone, e adesso quel sacerdote è tornato per recuperare la sua arma e attuare la sua vendetta. Arma che sta sparsa per varie epoche.”
“Esattamente” confermò Doc.
“E se evitassimo di portare alla luce i pezzi della daga in modo da non rischiare di farci inseguire da una mummia vendicatrice?” chiese Faith, seguendo il filo dei pensieri dell’amica.
“Ormai Imhotep sa che io e Jack abbiamo la pietra verde. Prima o poi ci troverà. I suoi poteri non sono ancora tornati del tutto, ma non tarderà a riprendere le forze. Non possiamo sapere quali siano i suoi poteri al momento e se sia in grado o meno di andare e venire nel nostro mondo” sospirò lo scienziato.
“Ma adesso Imhotep dov’è? Cioè, dove sta fisicamente? Non so se mi spiego…” chiese Claudia.
“Sospeso in un’altra dimensione, tra la vita e la morte. Solo il richiamo della pietra può portarlo in vita. Almeno, teoricamente. Quando Jack ha aperto lo scrigno che conteneva il cilindro si è attivato un meccanismo irreversibile.”
“Ma… mettiamo caso troviamo tutti i pezzi della daga senza farci beccare da Imhotep. Una volta ricostruita, cosa facciamo?” Martine aveva cercato la daga per tutta la vita, e prima di lei i suoi genitori. Adesso sentiva che quel ritrovamento non sarebbe stato un momento magnifico come aveva sempre immaginato.
“Dovrà essere distrutta. Mi spiace, Marty” concluse Doc, mettendo una mano sulla spalla della ragazza.

Jack e Doc dormivano in salotto. Faith aveva aperto il divano letto, e adesso i due russavano beati come bambini. In cucina era in atto una piccola riunione: c’era bisogno di schiarirsi le idee e decidere il da farsi.
“Ragazzi, non voglio che rischiate la vita.” Martine era decisa a partire. Doveva trovare i pezzi della daga e distruggerli, prima che Imhotep ne entrasse in possesso.
“E tu ci stai chiedendo di perdere l’occasione di andare nel passato con una macchina del tempo? Ma dico, sei scema?” esclamò Faith, giocherellando con il cilindro di ferro.
“Io non me ne sto a casa, questo è certo” aggiunse Nigel, anche se c’era un po’ di timore nella sua voce.
“Tu sei più pericoloso della mummia” disse Faith, sghignazzando.
“Ah ah, simpatica. Si da il caso io sia un elemento importante, in quanto conoscitore di lingue antiche e molto più ferrato in storia di voi” si difese il ragazzo.
“Su questo ha ragione” ammise Martine. Nigel le sorrise.
“Claudia, non sei costretta a venire” fu il consiglio di Faith, ma l’amica si alzò dalla sedia, un po’ irritata.
“E perché, scusa? Solo perché non conosco l’egiziano antico, non sono un’esperta di anfore e son venuta a sapere di questa daga solo adesso? Non tutta la storia è così antica. Si da il caso ne sappia molto più di voi sulle epoche moderne e contemporanee.”
“Hai ragione” ammise l’amica, scusandosi. “Ma lascia stare le anfore, ti prego.”
“Avrai bisogno di tutto l’aiuto possibile. Se prima la daga era una ricerca personale, ora il problema coinvolge tutta l’umanità.” Le parole di Nigel la convinsero, facendole venire un brivido lunga la schiena.
“Allora svegliamo Doc. Dobbiamo partire.”

Il furgoncino era un Volkswagen azzurro cielo e nessuno avrebbe detto che al suo interno ci trovasse un marchingegno tale da spedirlo a spasso per il tempo. La ruggine regnava sovrana su gran parte della carrozzeria e la vernice mancava in più punti, ma secondo Doc non esisteva mezzo migliore al mondo. Fece una specie di lezione sul funzionamento del flusso canalizzatore, sul carburante, sulla console inserimenti dati e molto altro ancora. “In ogni caso, vi ho preparato questo piccolo manuale, con tutte le informazioni necessarie” e il professore mostrò a tutti un raccoglitore molto voluminoso. “Una volta pronti, inserirete il cono con la perla verde all’interno di questo” e indicò un pannello, sistemato al posto dell’autoradio, sopra il quale era accesa una scritta: GREENID.
“GreenId?” chiese Faith.
“Ho trovato più comodo dare un nome al cono. Vista la perla verde, green, e il suo utilizzo come localizzatore, id, tutto risulta più rapido e comprensibile. No?”
Tutti annuirono.
“Il programma leggerà i segni incisi sul cono, che d’ora in avanti chiameremo Greenid. Il tutto verrà tradotto in testo, sia in egiziano antico che in inglese, su questo piccolo schermo. Una volta letto il testo in egiziano, le emissioni vocali verranno tradotte sia dal Greenid che dal programma. Ovvero, Imhotep comparirà nell’esatto momento e luogo indicato dal Greenid. Grazie a questo programma, però, possiamo impostare che la macchina del tempo vi porti indietro prima dell’arrivo del sacerdote.”
“Quanto prima?” chiese Claudia.
“Dipende da voi. Io e Jack siamo riusciti a trovare il pezzo in Cina, ma per un pelo…”
“Una domanda, mi scusi.” Questa volta fu Nigel a farsi avanti. “Mettiamo che, una volta lette le incisioni sul Greenid, raggiungiamo con largo anticipo il luogo e il tempo dove si trova il pezzo della daga, e siamo così fortunati da trovarlo prima del momento esatto in cui comparirà Imhotep. Dove sta il pericolo se lo riportiamo indietro prima dell’arrivo del sacerdote?”
“Bella domanda, ragazzo. Molto intelligente da parte tua. Purtroppo, è stata la stessa cosa che ho pensato anch’io. Ma vedi, il Greenid, nella sua funzione primaria di localizzatore, funge da radar nei confronti dei pezzi della daga. Ovvero, la luce verde aumenta la sua intensità a seconda della vicinanza o lontananza dall’obiettivo. Inoltre, più si avvicina il momento in cui il pezzo deve venire trovato, più aumenta il potere del Greenid e del pezzo stesso.”
“Ogni pezzo ha acquisito maggior forza nel tempo, e nell’esatto momento descritto nel cilindro i pezzi avranno raggiunto la potenza massima…” disse Nigel, ripetendo ciò che aveva detto Doc qualche ora prima.
“Esattamente. Il Greenid ci fornisce epoca e luogo. Ma non le coordinate precise. Per questo Imhotep ha bisogno di questo” e sollevò il cono.
“Senza Greenid non sa dove cercare esattamente. E quindi, una volta scoccata l’ora, Imhotep comparirà dove si trova il localizzatore” concluse Martine.
“Evviva” sbuffò Faith.
“Mi scusi professore. Mettiamo caso invece che Imhotep ci prenda Greenid e pezzo della daga al primo colpo. Noi non potremmo tornare indietro nel tempo e recuperarlo dalle nostre stesse mani? O addirittura tornare indietro un attimo prima che Jack lo trovasse sull’isola, per esempio. Una volta a conoscenza dell’esatto luogo dove si trova…”
“Causando una catastrofe spazio-temporale?! Rischiando di incontrare noi stessi? Ma stai scherzando? Questi viaggi non dovrebbero nemmeno essere fatti! Me ne occuperei io di persona, ma l’età non me lo permette e, dopo l’ultima esperienza, non me la sento. Ma una cosa dalla quale vi metto in guardia ed esigo un vostro giuramento è che mai, ripeto mai, in nessun caso dovrete modificare la linea temporale. Il futuro dipende da voi. Un minimo cambiamento e la storia non sarebbe più la stessa!”.
“Ma basterebbe stare attenti a non farsi vedere, o arrivare prima” continuò Nigel.
“In caso fosse la nostra ultima speranza, solamente in quel caso. Nessuno può prevedere come andrebbero le cose” fu la risposta di Doc.
“Ma come funziona esattamente il Greenid? Intendo come radar” chiese Martine, cercando di cambiare argomento.
“Ho creato questo” e tirò fuori da uno sportello un oggetto legato ad un cordoncino. Era un iPhone. “Il Greenid viene inserito qui dentro” e lo incastrò dietro lo schermo “e questo telefono crea una mappa del luogo. Funziona esattamente come un radar, quindi realizza una ricostruzione grafica dei luoghi circostanti. Non è necessario tenerlo sempre collegato al ciondolo, basta anche una sola volta al giorno. Inoltre, se tenete tutti i dispositivi accesi ed il furgone è nei paraggi, gli aggiornamenti avvengono contemporaneamente”.
“Doc, sei un genio” esclamò Martine. Era il pensiero generale dei presenti. Come avesse fatto quello scienziato pazzo a scoprire e costruire tutte quelle cose, era un miracolo. E un mistero.
“Ma come ce la caviamo una volta arrivati sul luogo? Come ve la siete cavati in Cina, per esempio?” chiese Claudia, leggendo il pensiero di tutti.
“Fortunatamente, Jack conosceva quel poco di cinese che è bastato a cavarcela. In ogni caso, ho costruito anche questi.” Doc teneva ora in mano altri ciondoli, questa volta più piccoli. “Sono dei traduttori universali. Una volta arrivati in una certa epoca, analizzano il linguaggio del luogo e forniscono un piccolo dizionario. Purtroppo non son riuscito a fare di meglio, ma possono risultare utili come mezzo di comunicazione. Alla fine funzionano come dei walkie-talkie.”
“Mi vorrebbe forse dire che ogni lingua può essere tradotta con questi cosi?” chiese Nigel, estremamente interessato al lato linguistico di quei marchingegni.
“In teoria, sì. Ma avrebbero bisogno di rimanere a contatto con la lingua per un certo periodo, per poterne estrapolare ogni sfumatura.”
“Ovvero?”
“Dipende. Anche un anno.”
Nigel sbuffò, scoraggiato. Poteva essere una invenzione utilissima agli studiosi, per tradurre tutte le lingue ormai estinte e sconosciute. Sempre a patto che Doc lasciasse anche il furgone in mano a dei ricercatori. “Quindi, una volta indossati, ci faranno da interpreti simultanei?” continuò il ragazzo.
“Attraverso un auricolare vi forniranno la risposta esatta o la traduzione. So che in caso di emergenza non sono il massimo…” Il professore sembrava davvero dispiaciuto.
“Doc, sono geniali. Decisamente sempre meglio di niente” e Martine gli diede una pacca sulle spalle.
“E per i vestiti?” chiese Faith.
“Ci dobbiamo basare sulle informazioni che abbiamo su quell’epoca storica e, una volta arrivati a destinazione, cercare di reperire al più presto gli abiti adatti” rispose con un sospiro il professore.
“Beh Faith, noi siamo esperte di vestizioni d’epoca, no?” sorrise Martine. L’amica sorrise, esclamando un ma ceeerto in tono gutturale.
“Tutto chiaro?” chiese Doc. Il gruppo annuì, guardandosi a vicenda.
“Bene. Possiamo passare alla pratica. Inserisco il Greenid nella console.”
Gli occhi di tutti erano puntati sul piccolo schermo vicino al volante. Doc accese il sistema, inserì il Greenid e nel giro di qualche minuto, comparvero delle scritte. La parte in alto erano parole dal senso incomprensibile. Le frasi sotto, invece, erano in inglese perfetto.

52° 57′ 18″ N, 1° 8′ 58″ W
(Regno Unito > Inghilterra > Nottinghamshire > Nottingham)
12 marzo 1193

Silenzio. Martine fissò l’amica accanto a lei. L’aveva sentita sussurrare un oh my God, e ora Faith teneva la mano sulla bocca. Anche Doc se ne accorse e le chiese se fosse tutto a posto. “Tranquillo Doc. Pare avremo una guida d’eccezione” lo rassicurò Martine, con un sorriso.

“Hai messo in valigia il tuo mantello Hobbit?”
Faith si girò e lanciò uno sguardo maligno verso l’amica. Poi, andò verso l’armadio e tirò fuori un involto color verde scuro. Martine sorrise, chiudendo il suo zaino. Avevano passato tutti una notte insonne dopo le rivelazioni sconvolgenti. Doc aveva suggerito di riposare ancora un giorno, per organizzarsi con maggiore tranquillità. Non era stato facile preparare tutto ciò che poteva tornare utile, ma grazie ai suggerimenti di Faith e Nigel almeno erano sicuri dell’abbigliamento da indossare. I due ricercatori avevano fatto un salto ad uno dei musei cittadini, chiedendo in prestito alcuni costumi usati per le esibizioni davanti ai turisti. Non era stato semplice convincere il personale ma, con la promessa di organizzare la prossima conferenza stampa nei loro locali, avevano ottenuto anche più del dovuto.
“Siete perfetti” esclamò Doc, osservando il gruppo completamente abbigliato nello stile del 12 secolo.
“Fortunatamente non avremo bisogno dei traduttori” osservò Claudia.
“Beh, l’inglese di quell’epoca ci suonerà diverso, ma credo sarà abbastanza comprensibile. Mi preoccupa l’opposto, ovvero come la prenderanno i locali nel sentirci parlare. Nel caso ci venga posta la domanda, possiamo rispondere di venire dalla lontane isole del Nord, che in quell’epoca erano poco conosciute” suggerì Nigel.
“E diremo di essere giunti a Nottingham mentre eravamo in pellegrinaggio verso la Cattedrale di Sant’Agostino, a Canterbury” aggiunse Faith
“Hai letto anche tu I Racconti di Canterbury di Chaucer, eh?” sorrise Claudia.
“Dopo aver visto Paul Bettany ne Il Destino di Un Cavaliere, era il minimo che potessi fare, hehehe!” rispose l’amica.
Quando tutti furono pronti, caricarono gli zaini sul furgone e con titubanza vi salirono, pronti a partire. “Ora resta da decidere quanto prima volete arrivare. Visto che, a quanto pare, sembra abbiate avuto fortuna nella scelta dell’epoca, lascerei la decisione alla signorina Ainsworth” disse Doc. Faith rimase a bocca aperta, mentre tutti la osservavano in trepidante attesa.
“Io? No beh… ehm… vediamo. Direi che due settimane potrebbero bastare. Il tempo per ambientarci, assicurarci un riparo e scoprire dove si trova il pezzo della daga. Cosa ne pensate?”.
“Per alzata di mano… i favorevoli” suggerì Nigel, alzando a sua volta la mano. Tutti favorevoli.
“Perfetto. Ora impostiamo la macchina del tempo” e il professore cliccò sui tasti accanto alla console. Una scritta luminosa lampeggiò: 26 febbraio 1193 – 9.00am. Poi Doc scese dal furgone. “Ragazzi, mi raccomando. Occhi aperti: non rischiate la vita invano e non modificate la storia. Jack, li affido a te.”
Tutti si girarono a fissare il pirata, che in quel momento ringraziava il professore con un inchino pomposo. “Non preoccuparti dottore” disse tra un sorriso e un occhiolino.
“Okkei…” disse Faith sottovoce, non ancora convinta nel dare fiducia allo strano individuo. Doc chiuse il portone laterale del furgone, seguito da Nigel che lo fissò dall’interno. La serratura scattò con un bip di conferma.
Martine era seduta al posto di guida.
“Ma guidi tu? Sicura?” esclamò Faith, ironica.
“Ha ha, spiritosa” esclamò l’amica, spostandosi al posto del passeggero per fare spazio a Nigel. Martine non aveva ancora la patente.
“Dunque, qualcuno mi legga le istruzioni per la partenza” disse il ragazzo, passando il foglio dietro. Claudia lo prese, mentre Faith e Martine si accertavano dell’accensione degli strumenti.
“Accensione pannello GREENID”.
“Ok”
“Accensione flusso canalizzatore e console temporale”
“Ok”
“Cinture allacciate, passeggeri in sicurezza”
“Ok” fu il coro generale.
“Perfetto. Possiamo partire?” chiese Nigel, rivolto alla ragazza al suo fianco. Martine annuì e strinse forte tra le mani l’iPhone con il cono inserito. Fuori dal finestrino vedeva Doc salutare. La ragazza lesse le parole scritte sullo schermo del GREENID. La voce risuonò un po’ strana ed insicura all’interno dell’abitacolo, ma sulla console comparì la scritta processing, seguita da loading.
“Credi funzionerà?” chiese Martine. Non ebbe tempo di ricevere risposta.

 

 

Data di pubblicazione: 15 gennaio 2009 / 12 marzo 2009
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

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