DAGGER: CAPITOLO 1.1

 

Il sole era alto nel cielo, e i suoi raggi si riflettevano così potentemente sulle onde che era quasi impossibile tenere gli occhi aperti. L’aria era satura di salsedine ed il caldo che saliva dalla sabbia bianca aveva costretto Jack a bere l’ultima goccia d’acqua che gli rimaneva. La piccola barca lì a pochi passi oscillava stanca, le onde che la spingevano sempre più verso la spiaggia.
“Palma, palma, palma”.
Jack ormai trascinava i piedi, le braccia stanche lungo il corpo. L’ombra della palma lo accolse con amore ed il pirata si accasciò pancia in giù nel piccolo spazio ombroso creato dalle foglie. Lentamente, Jack infilò la mano nella cintura e ne estrasse un piccolo oggetto di ferro a forma di cono. Tutt’intorno v’erano incisi dei disegni, delle antiche scritte in una lingua ormai dimenticata. Alla base del piccolo oggetto c’era incastonata una pietra verde. I raggi del sole le passavano attraverso, creando giochi di luce sul volto di Jack. “Finalmente ti ho trovato” bisbigliò, il sorriso che si apriva sul suo volto. Si girò a pancia in su, battendo i piedi per la gioia.
Ormai da qualche mese la speranza si era assottigliata ma l’ultimo indizio, trovato grazie alle parole di un vecchio pescatore, l’aveva portato su quella piccola isola sperduta nell’oceano. Purtroppo, pensava sarebbe stato più semplice trovare il piccolo oggetto una volta scoperta la sua ubicazione. Invece una serie di imprevisti e trabocchetti lo avevano quasi ucciso. E aveva perso così tanto tempo che le riserve di acqua e cibo erano finite troppo presto. Ma adesso l’oggetto delle sue ricerche era racchiuso nel palmo della sua mano ed il pirata poteva finalmente lasciare quella piccola isola deserta.
Un’ombra si avvicinò sempre più al suo volto, e Jack fece appena in tempo a vedere la noce di cocco che precipitava sulla sua testa. E fu il buio.

 

* * *

“No, ascoltami. Ascoltami! Ho parlato con l’agenzia di viaggi e mi hanno detto che l’unico posto libero è tra due giorni.”
Martine si spostava da un capo all’altro della stanza, rovistando tra i cassetti. La valigia era aperta sul letto ed era già piena per metà.
“Senti, tranquilla. La tomba non va da nessuna parte. Prendi pure l’aereo quando ti è più comodo, va bene? Io nel frattempo sistemo la tua stanza.”
Si sedette sul letto e sospirò. “Faith, forse è meglio così, non credo sarei riuscita a mettere tutto in valigia in così poco tempo. Senti ma… che tempo fa lì a Nottingham?”

 

Quella mattina Martine stava aiutando Mr Howell a correggere gli ultimi test del corso di archeologia base: era la punizione per essere stata assente per ben un mese alle sue lezioni. Il cellulare aveva cominciato a vibrare nella sua tasca e, sotto lo sguardo sconsolato del docente, era corsa fuori dall’aula per rispondere. Dall’altro capo del telefono c’era Faith, la sua migliore amica nonché compagna di corso. Faith s’era trasferita da quasi un anno a Nottingham, essendo entrata a far parte di una squadra di ricerca che voleva dimostrare l’effettiva esistenza di Robin Hood sul suolo inglese. Martine era andata varie volte a trovare l’amica, ma in nessuna di quelle occasioni Faith le aveva mostrato un risultato concreto delle loro ricerche. Quindi la maggior parte del tempo la passavano a divertirsi. Ma questa volta sarebbe stato diverso.
“Nim! L’abbiamo trovata, l’abbiamo trovata!!!”
“Faith, calma, parla più lentamente!”
“La tomba, la tomba!!!”
Dall’altro capo del telefono si sentivano voci di gente che urlava e rideva. “Faith, calmati! Che tomba? La tomba di Robin Hood? Quella vera?”
“Se avessimo trovato quella di Robin, adesso credo starei urlando come una pazza! No, no… abbiamo trovato la tomba di Allan A Dale!!!”

 

Martine aveva chiuso la valigia come meglio poteva e s’era messa a preparare la cena. La compagna di stanza era uscita con il suo ragazzo, quindi Martine poteva finalmente passare una serata tranquilla senza dover sopportare le interminabili e mielose telefonate della sua coinquilina. Mentre la pizza si scaldava in forno, sistemò le ultime cose per il viaggio. La sua vecchia borsa stava sulla sedia. Era logora ormai, ma non l’avrebbe mai lasciata a casa. Era il suo portafortuna. Era la borsa che sua madre usava sempre. E come sempre, lasciava al suo interno il diario del padre, diario dove v’erano annotate tutte le informazioni e scoperte fatte negli anni dai suoi genitori. Martine si mise a sfogliarlo, sebbene conoscesse ormai a memoria ogni singola parola e disegno. Suo padre aveva passato la vita a cercare la Daga del Destino, un’arma leggendaria che si diceva potesse cambiare il mondo. Per anni avevano viaggiato per il mondo alla ricerca di quella daga, seguendo le voci e gli indizi che trovavano sul cammino. Ma l’ultimo viaggio in Nuova Zelanda era stato fatale per i suoi genitori. A causa delle intense piogge, la montagna sulla quale si trovavano si era sgretolata ed una frana aveva colpito in pieno i Wescott. Martine si trovava qualche chilometro più a valle, al campo base. Aveva solo 15 anni. Andò a vivere con i nonni a Londra e, raggiunta l’età giusta, si iscrisse alla facoltà di archeologia. Voleva continuare le ricerche dei suoi genitori, in modo che non fossero morti invano. Lì aveva conosciuto Faith ed erano diventate subito amiche. Insieme sognavano di trovare tesori leggendari e vivere avventure all’Indiana Jones. Martine continuò a cercare la Daga del Destino, ma senza risultati. Solo una volta riuscì ad avere un barlume di speranza: sistemando i volumi della biblioteca, trovò un libro di fiabe caraibiche; in una di esse, si parlava di una spada leggendaria usata dagli dei e che, se fosse caduta nelle mani degli uomini, avrebbe potuto cambiare il destino del mondo. Aveva confrontato subito la leggenda con gli appunti sul diario ed aveva scoperto che anche le teorie del padre portavano a credere che la Daga si trovasse nei Caraibi. Così Martine aveva cominciato a studiare le leggende di quelle isole, mentre accumulava i soldi per una futura esplorazione.

 

 

Data di pubblicazione: 20 ottobre 2008 / 29 ottobre 2008
Sito: Dagger.Forumfree.It

 

 

 

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